Dott. Francesco E. Negro e Dott. Francesco V. Marino - Tempo di lettuta 8 min.

Approccio storico alle epidemie: dal colera alla pandemia influenzale del 1918 (parte 2)

L’Omeopatia nelle epidemie di colera del XIX secolo: il caso italiano

Nel corso del XIX secolo 6 epidemie di colera flagellarono l’Italia e l’Europa (1834-37; 1848-49; 1854-55; 1865-67; 1884; 1893). Dal 1836 al 1867 gli omeopati italiani trattarono 6.238 pazienti con un indice di mortalità del 7,39%. Particolarmente significativa fu l’esperienza del Dr. Rocco Rubini: pur seguendo le indicazioni di di Hahnemann, Rubini modificò la formulazione di Camphora, che, nello stato algido del colera, si era dimostrato il rimedio più indicato. Grazie a questa soluzione il Rubini riuscì a trattare, nell’arco di 3 mesi (27 luglio – 11 settembre 1854), presso il Reale Albergo dei Poveri (Napoli), 200 pazienti colerosi senza registrare alcun decesso. Durante quel periodo, inoltre, era presente a Napoli un reggimento svizzero in cui si verificarono 183 casi di colera: 166 di loro, ricoverati presso il medesimo istituto, furono tutti trattati e guariti omeopaticamente mentre dei 17 soldati, ricoverati presso l’Ospedale della Trinità e sottoposti a terapie allopatiche, solo 2 si salvarono … A causa di queste continue ondate epidemiche, nel 1861-62 fu istituito a Napoli il primo ospedale omeopatico (S. Maria della Cesarea), diretto sempre dal Rubini: 378 pazienti affetti da tifo furono trattati omeopaticamente con una mortalità del 2%. Questi successi, peraltro confermati da statistiche ufficiali, provocarono ulteriori reazioni da parte della lobby allopatica: nel 1863 il Rubini fu licenziato e sostituito da un medico legale (A. Ciccone), uno dei più feroci avversari dell’Omeopatia. Da allora tutte le iniziative degli omeopati furono sistematicamente boicottate: in occasione delle epidemie del 1856 e 1866 le istituzioni napoletane rifiutarono anche le cure offerte gratuitamente da altri omeopati (Mengozzi, Cappelli, Simonetti). Questa incredibile ostilità determinò una drastica riduzione nel numero di omeopati: da 500 (nel 1834) a 184 nel 1863 … La persecuzione raggiunse l’apice durante l’epidemia del 1884: le istituzioni rifiutarono l’opera gratuita di Rubini e lo sottoposero addirittura ad un feroce controllo fiscale. Il povero Rubini fu costretto a vendere i suoi beni e si cancellò dall’albo professionale.

L’Omeopatia nella pandemia del 1918

Al contrario dei loro colleghi allopatici, i medici omeopati ottennero un grande successo nel trattamento della pandemia influenzale, anche se i loro meriti furono ignorati o sottovalutati, proprio come accadde in occasione delle precedenti epidemie di colera. Il dato interessante che emerse dalle loro esperienze fu la straordinaria concordanza sia nell’impiego dei medicinali che nelle statistiche riferite e pubblicate nelle riviste dell’epoca: la mortalità nel caso dell’Omeopatia, infatti, era solo del 2,1-5%  contro il 40-60% delle terapie allopatiche. Purtroppo la pesante censura militare non permise ai medici omeopati dei Paesi europei coinvolti nel conflitto, di diffondere e pubblicare dati sulla spagnola. Questa è la ragione principale per cui non abbiamo notizie significative riguardanti l’Italia e gli altri Paesi belligeranti. In quegli anni le principali riviste italiane cessarono la pubblicazione e il numero dei medici omeopatici si andò riducendo progressivamente fino agli anni ‘30. Ad eccezione di A. Nebel (che tra l’altro nel 1938 mise a punto il nosode “Influenzinum”), solo agli omeopati spagnoli (in Europa) ed americani fu concesso di lasciarci testimonianza del lavoro svolto. 

 L’esperienza spagnola

La Revista de Homeopatia Practica nel numero del novembre 1918 è il punto di riferimento.                               Il lavoro è del dott. A. Olivè, condirettore insieme ad A. Vinyales.

I casi iniziano a marzo, prima in forma lieve, quindi in forma sempre più epidemica e grave. A parte una generica profilassi, come evitare gli assembramenti (un’ordinanza cittadina chiede che i mezzi di trasporto pubblici viaggino con le porte aperte per facilitare l’areazione) e le normali forme igieniche, viene consigliata una profilassi delle vie respiratorie e orali (perborato di sodio, acqua ossigenata diluita), cercando di evitare repentini cambi di temperatura che potrebbero interessare le mucose delle vie respiratorie.

Si nota subito come il medico omeopata si interessi all’uomo inserito nel suo ambiente, seguendo i principi che Hahnemann aveva indicato ne “L’amico della salute”. Fondamentale è lo studio delle variabili individuali. 

I rimedi più frequentemente prescritti sono:

Aconitum, Veratrum viride, Belladonna, Eupatorium, Bryonia, Ipeca, Antimonium Tartaricum, Phosphorus. Spesso associati, nel periodo della convalescenza, a: China, Nux Vomica, Arsenicum album.

Nelle emottisi e nelle ematemesi vengono prescritti: Millefolium, Trillium Pendulum, Hamamelis.

Nella Revista, un lavoro del dott. J. Girò Savall  illustra l’efficacia dell’omeopatia nei vari quadri sintomatologici dell’epidemia e nelle sue complicanze (polmonite, emorragie, interessamento dell’apparato digerente). La sintomatologia generale è caratterizzata da insonnia, inappetenza, astenia generalizzata, da comparsa improvvisa e lunga persistenza della sintomatologia, frequenti recidive, imprevedibilità delle manifestazioni. L’astenia, nei casi benigni, si accompagna al desiderio di immobilità, ad una sensazione di affaticamento senza causa apparente, rifiuto del movimento. Nei casi gravi a questi sintomi si associano precordialgie, tachicardia, algor e morte rapida.

E’ probabile che l’uso sconsiderato di ogni tipo di terapia sintomatologica abbia favorito la morbilità, riducendo il potere di difesa individuale. 

I medicinali principalmente impiegati in terapia, in bassa diluizione, sono stati i seguenti: 

Bryonia, Aconitum, Eupatorium, Nux Vomica, Phosphorus, Rhus ToxIcodendron, Veratrum Viride, Baptisia Tinctoria, Gelsemium, Chininum Sulphuricum, Ipeca, Tartarus emeticus, Arsenicum Album, Carbo Vegetabilis, Ranunculus Bulbosus, Cantharis, Iodium, Opium, Ignatia, Apium virus, Hyosciamus, Cina Maritima, Colocynthis, Mercurius corrosivus, Veratrum Album, Colchicum, Chelidonium, Ferrum phosphoricum, Allium Cepa, Phosphoricum Acidum, Hydrastis, Secale Cornutum, Millefolium, Lachesis, Crotalus Horridus.

Quelli impiegati durante la convalescenza: Avena sativa, Arsenicum Album, China, Gelsemium

Come profilassi: Rhus Toxicodendron, Bryonia, Eupatorium con l’aggiunta di principi dietetici.

Girò Savall riferisce inoltre che presso l’Hospital Homeopathico Nino Dias furono trattati oltre 150 casi. Tra questi, 46 broncopolmoniti con 1 solo decesso.

L’esperienza americana

Molto più ricca e significativa fu l’esperienza degli omeopati americani, ampiamente documentata nel “Journal of the American Institute of Homeopathy”. Illuminante da questo punto di vista l’articolo del Dr.  A. Dewey, che raccolse  la casistica di 50 omeopati americani, da cui emerse la concordanza nelle percentuali di guarigioni (90-97%) e nei rimedi usati (gli stessi degli spagnoli ma su casistiche molto più numerose). 

Un altro dato interessante, confermato da tutti gli omeopati americani, fu l’osservazione della letalità dell’aspirina, il farmaco consigliato dalle autorità sanitarie: le megadosi prescritte (da 8 a 31 gr/die!), il potente effetto anticoagulante (allora sconosciuto), ma soprattutto la sua azione “soppressiva” avrebbero avuto una grossa responsabilità nell’exitus fatale, costituito da polmoniti emorragiche in soggetti già gravemente compromessi. Secondo il Dr. A. Williams (Rhode Island) l’aspirina provocò la morte nel 60% dei pazienti che svilupparono polmonite. Anche il Dr. Loizeaux (Des Moines, Iowa), prima di approdare all’Omeopatia, vide morire 2 figlie, proprio a causa dell’aspirina. Ma durante la pandemia del 1918 usò soltanto medicinali omeopatici senza alcun caso di polmonite per cui ebbe a dire: “La Germania ha ucciso più persone con l’aspirina che con le pallottole”.

Il Dr. W. F. Edmundson (Pittsburgh, Pennsylvania) riferì un aneddoto: un medico del locale ospedale chiese ad un’infermiera se conosceva rimedi più efficaci di quelli in voga perché stava perdendo troppi pazienti. L’infermiera rispose che avrebbe dovuto sospendere l’aspirina e rivolgersi alla farmacia omeopatica. “Ma quella è Omeopatia!” ribadì il medico. “Si, dottore”, rispose l’infermiera “Ma i medici omeopati con cui ho lavorato così facendo non hanno perso neppure un paziente!” 

A Filadelfia il Dr. Dean W. Pearson raccolse 26.795 casi trattati da vari omeopati con una mortalità di 1,05% contro il 30% degli allopati. Sempre a Filadelfia, il Dr. E. F. Sappington riferì che 1.500 pazienti furono trattati presso la Società di Medicina Omeopatica del Distretto di Columbia con soli 15 morti, mentre presso l’Ospedale Nazionale Omeopatico si ottenne il 100% di guarigioni. 

A New York, anche l’International Homeopathic Association riportò statistiche rilevanti: 17.000 pazienti (con molti casi di polmonite) con una mortalità dello 0,25%. Un altro famoso omeopata, Herbert A. Roberts, inviò un questionario a 30 omeopati nel Connecticut: 6.602 pazienti con soli 55 morti (1%). Egli stesso, imbarcato in quel periodo su una flotta mercantile, trattò 81 pazienti: tutti guariti omeopaticamente e regolarmente sbarcati. Il Dr. Frank Wieland, di Chicago trattò con successo, grazie a Gelsemium, 8.000 operai di una fabbrica con 1 caso di morte, senza aspirina né vaccini. Il Dr. Mary Senseman (Illinois) trattò 49 soggetti allettati (immobili, congestionati, che non si lamentavano, non volevano né chiedevano nulla) con Bryonia 10M ed altri 23 (con mucosità vischiose da naso e bocca) con Senega 1M-10M.

Il Dr.T. McCann (Ohio) trattò oltre 1.000 casi senza alcun decesso con soli 4 rimedi: Gelsemium, Bryonia, Eupatorium, Arsenicum Album. L’elenco delle casistiche potrebbe continuare a lungo ma per ragioni di brevità ci fermiamo a questo punto, rimandando gli interessati all’articolo citato di Dewey. A Filadelfia il Dr. Dean W. Pearson raccolse 26.795 casi trattati da vari omeopati con una mortalità di 1,05% contro il 30% degli allopati. Sempre a Filadelfia, il Dr. E. F. Sappington riferì che 1.500 pazienti furono trattati presso la Società di Medicina Omeopatica del Distretto di Columbia con soli 15 morti, mentre presso l’Ospedale Nazionale Omeopatico si ottenne il 100% di guarigioni.

Conclusioni 

La gestione delle malattie epidemiche da parte della Medicina “mainstream” in era pre-antibiotica si è rivelata insufficiente in quanto il suo approccio, a livello diagnostico, profilattico e terapeutico si è basato perlopiù su misure empiriche e sintomatiche inadeguate. Nel corso degli ultimi 80 anni ha compiuto grandi progressi, anche in virtù delle enormi risorse di cui dispone. Tuttavia non è esente da criticità (side-effects, polluzione ambientale, aumentata resistenza ad antibiotici, etc.) e contraddizioni, soprattutto sul piano etico ed economico. 

Al contrario, la corretta applicazione della metodologia elaborata da Hahnemann ha permesso alle generazioni successive di omeopati di ottenere brillanti successi nella gestione delle grandi emergenze sanitarie del passato (colera, pandemia influenzale, febbre gialla, etc.) e del presente. Benché permanga tuttora una certa resistenza da parte delle istituzioni sanitarie ed accademiche ad accogliere e riconoscere il contributo della Medicina omeopatica, questi risultati sono una realtà in quanto sono stati documentati e pubblicati. Secondo l’OMS, l’Omeopatia rappresenta, non a caso, il secondo sistema medico più diffuso al mondo, con oltre 600 milioni di pazienti nei 5 continenti. Anche per questo ne suggerisce l’implementazione dei servizi sanitari dei Paesi membri.

Pertanto, è nostra opinione che una corretta e sapiente integrazione tra i due sistemi medici sarebbe auspicabile sotto ogni punto di vista, per il bene della Scienza e dell’Umanità.

LEGGI QUI LA PRIMA PARTE DELL’ARTICOLO

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Share This