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Antidepressivi: il finto mercato della felicità

La soglia di prescrizione di questi farmaci si è abbassata, e il loro uso è schizzato alle stelle, complice qualche studio compiacente

Immaginate quanto sarebbe bello un mercato della felicità. Un luogo dove poter comprare a poco prezzo la propria dose di gioia. O, per lo meno, la propria assenza di sofferenza. Nel mondo, però, non esiste nulla del genere. Sebbene i produttori di antidepressivi vogliano farci credere il contrario.

Antidepressivi: il finto mercato della felicità

Da quando, negli anni ’80, sono arrivati nelle farmacie i nuovi antidepressivi inibitori selettivi della ricaptazione della Serotonina (Selective Serotonin Reuptake Inhibitors o SSRI), il loro consumo è letteralmente esploso. Secondo una ricerca commissionata dal governo Usa nel 2013 su 242 milioni di adulti, un americano su sei ha assunto psicofarmaci nell’ultimo anno. Un numero impressionante, che diventa ancora più incredibile se restringiamo il campo ad alcune particolari categorie. Nelle donne, ad esempio, questa statistica sale a una su cinque.

Un florido mercato in continua espansione

Ma la diffusione degli antidepressivi non si limita solo agli adulti. Come vi abbiamo già detto in passato, il loro consumo è in enorme boom anche tra i minori, A volte anche piccolissimi. Negli Stati Uniti i minori sottoposti a cure di questo tipo sono 8 milioni. Com’è stato possibile che questo mercato sia diventato così florido in così pochi anni? Le motivazioni sono molte, alcune delle quali puramente sociali. È innegabile, ad esempio, che i ritmi di vita attuali siano davvero stressanti, e spingano tantissime persone oltre la soglia del burnout.

Aumentano le diagnosi di disturbi, e con esse i farmaci

Le motivazioni sociali, però, non possono spiegare da sole un fenomeno così dilagante. Altri fattori sono intervenuti, e non tutti in maniera naturale. È innegabile, ad esempio, che la soglia dei disturbi psicologici ritenuti patologici si sia enormemente allargata col tempo, arrivando a includere comportamenti che potrebbero essere trattati senza ricorrere ai farmaci. La sindrome ADHD o sindrome da disturbo dell’attenzione e dell’iperattività, per esempio. In 9 anni, dal 2002 al 2013, le diagnosi per questo tipo di disturbo sono aumentate del 24%.

Gli studi sono davvero obiettivi?

Un aumento a cui non è conseguito un aumento parallelo di terapie di tipo psicologico. Perché intraprendere un lungo e difficile percorso psicologico, in fondo, quando un semplice farmaco può darci l’illusione di risolvere il problema in un baleno? Purtroppo, come dicevamo, è solo un’illusione. Secondo il parere di molti, infatti, l’efficacia dei farmaci antidepressivi è stata molto ingigantita da studi compiacenti, spesso commissionati dalle stesse case farmaceutiche che producono i farmaci analizzati. Che, per giunta, spesso si riservano di pubblicare solo gli studi che portano acqua al loro mulino.

L’inchiesta dello psicologo USA Irving Kirsch

Qualche anno fa Irving Kirsch, uno psicologo americano, scrisse un libro in cui andava a fondo nella questione. Il libro si chiama            I farmaci antidepressivi: il crollo di un mito, ed è un terribile atto d’accusa al sistema di reviewing degli studi sui farmaci e agli interessi che ci girano attorno. Secondo i documenti ai quali aveva potuto accedere grazie al Freedom of information Act, infatti, Il miglioramento medio dovuto al placebo era dell’82%. Solo il 18% della risposta positiva era dovuta al farmaco somministrato. Si rese conto, poi, che nel 57% degli studi finanziati falle case farmaceutiche gli effetti degli antidepressivi erano risultati uguali o addirittura inferiori al placebo. Come accennato prima, gran parte di questi studi non erano mai arrivati sulle riviste scientifiche, ma erano stati a tutti gli effetti insabbiati.

Gli psicofarmaci non sono il male

Quello a cui stiamo assistendo è un trend preoccupante, e che potrebbe aggravarsi nei prossimi anni, se le cose continueranno così. Una precisazione, però, va fatta. Gli psicofarmaci non sono il male, è il loro uso smodato che può essere pericoloso. Ciò non toglie che esistano situazioni nelle quali siano la migliore terapia possibile, se non l’unica. L’importante è non pensare che possano essere la soluzione più facile a qualsiasi problema psicologico.

 

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