Dott. Mariano Spiezia - Tempo di lettura 4 min.

L’aquila e la rana

L’aquila volteggiava maestosa nella corrente ascensionale e sembrava galleggiasse senza sforzo alcuno come se fosse in un lago di acqua trasparente, quasi invisibile. Ogni più piccolo movimento delle remiganti produceva importanti slittamenti, modificando il piano di volo: straordinaria la relazione tra gli impercettibili cambi di angolazione delle piume e la grandezza degli spostamenti generati.  Sembrava rispondesse seppur in un altro contesto, al famoso “effetto farfalla” intuito dal famoso matematico inglese Alan Turing.

Era uno spettacolo vederla: regina dell’aria e signora della libertà.

L’aquila chinò la testa piumata verso il basso, nel baratro di macchie verdi e marroni che si distribuivano sulla terra a macchia di leopardo, e vide un luccichio, il riflesso di un raggio che solo il sole poteva procurare riflettendosi in uno specchio d’acqua.

Roteando elegantemente in grandi cerchi decise di scendere e di andare a esplorare la zona.

Si, era proprio un piccolo lago d’acqua immerso tra i boschi. Atterrò con eleganza sbattendo dolcemente le ali e in pochi saltelli fu ferma.

Il suo sguardo acuto e la sua attenzione furono richiamati da una rana che sul bagnasciuga si scaldava al sole tiepido. Il grande rapace si avvicinò non per fame, troppo piccola la preda, ma mossa da una strana curiosità: sapeva di essere un’aquila speciale, assetata di sapere.

“Cosa fai?” Chiese l’aquila. “Mi godo la vita nel mio mondo” rispose il piccolo anfibio. “Qui ho tutto quello che desidero e non mi manca nulla”.

L’aquila soppesò con attenzione le parole. Il suo mondo pensò, seppur bello, è piuttosto limitato.

Decise quindi di approfondire l’argomento. “Vuoi per favore parlarmi di questo tuo mondo e raccontarmi come spendi la tua vita?” chiese con educazione il grande volatile.

“Io vivo in un grande regno, formato da un bacino enorme, forse illimitato, tanto grande che nessuna di noi l’ha mai potuto esplorare tutto. Cerco il cibo nei dintorni, alcuni insetti, forse non lo sai, sono una vera leccornia e mi bastano per sentirmi sazia.  Quando è il tempo degli amori, canto le più belle serenate alle mie compagne per cercare la prescelta, la madre dei miei piccoli. E mi godo il sole, crogiolandomi ai suoi raggi. Quando poi viene il tempo del cambiamento, e viene per tutti, sento una strana eccitazione e con essa la voglia di conoscere; inizio ad incamminarmi saltellando per esplorare altri lidi della mia terra sconfinata”. “E tra il mio popolo abbiamo regole e leggi precise” continuò “che cadenzano la nostra vita, così che tutto risulti preciso ed ordinato e nessuna di noi si senta infelice. Tutte sappiamo cosa è la nostra vita, nasciamo, moriamo, mangiamo e procreiamo. E sapere quel che sappiamo ci basta e ci accontentiamo”.

L’aquila ascoltò con attenzione e meraviglia quelle parole. Rifletté a lungo prima di rispondere, cercando le parole giuste.

“Ma non sai che il tuo sconfinato regno non è poi tanto sconfinato”, disse l’aquila, pur con gentilezza senza voler offendere la suscettibilità dell’altro, ma con l’intento pieno di buone intenzioni di aprire la mente della sua interlocutrice. “Esistono altri orizzonti lontani, e boschi e praterie, e ancora deserti e prati colorati e picchi altissimi che svettano nel cielo. E il sole tramonta laggiù talmente lontano sull’oceano che non basterebbe questa vita e tutte le tue vite future per vedere dove scompare ad occidente”. E ci sono tanti altri modi di vedere e di vivere, ed altre leggi da conoscere ed altri cibi da assaporare…”.

La rana la guardò esterrefatta, turbata profondamente e offesa da quelle parole. “Perché mi racconti queste cose? Chi ti ha chiesto niente? In che inganno mi vuoi trascinare?”. Rispose veemente. “Mi stai dicendo che io non vedo oltre il mio naso? Io, che amo esplorare i miei confini oltre ogni limite? Io, che quando è il tempo del cambiamento, oso andare lì dove i miei simili non si azzardano ad andare?”. Parli di altri orizzonti, ma io li ho visitati i miei ed il mio mondo è quello che vedo, che ho esplorato: è questo immenso lago di acqua salmastra”. E continuò accalorata: “Chi mi dice che quello che racconti è vero? E che beneficio sarebbe il sapere?”. ”Rischiare è sempre un po’ morire, non è vero, e poi per cosa?”

“O forse” ribadì alla fine infuriata la rana, “mi vuoi confondere per attirarmi in qualche trappola mortale!”

L’aquila non si aspettava tale reazione e cercò di spiegare, usando il suo miglior vocabolario e la voce più suadente, che non aveva nessuna intenzione di ingannarla, né di attirarla in qualche imboscata. Voleva solo condividere la sua esperienza e mostrarle un altro mondo, il suo, dove lei viveva e volava ogni giorno e farle assaggiare nuovi cibi e guardare dall’alto altri orizzonti per provare l’ebbrezza della libertà e la gioia del vento e di nuove sfide. In fondo non c’era nulla di male.

Non ci fu molto da fare… Più l’aquila parlava, più la rana si irrigidiva nelle sue posizioni; più l’aquila cercava le parole adatte per chiarire la sua prospettiva, più l’anfibio la guardava con sospetto, fino alla paura ed infine all’odio.

Parole dopo parole, e ancora parole, fu il caos.

La rana alla fine si girò di scatto e disse: “Adesso non ti ascolterò più. Andrò a raccontare le tue fandonie a tutti i miei amici, ci raduneremo e ti scacceremo via da qui”. “Sei un essere pericoloso e menzognero, vuoi confondere le nostre idee basate su secoli di esperienza della nostra specie. Puoi rovinare i nostri giovani e la nostra ben organizzata e felice società. Vai via prima che faccia una brutta fine”. “Siamo piccole, ma agguerrite, e l’unione fa la forza”.

L’aquila la guardò melanconica, aveva esaurito le parole. Comprese che ogni ulteriore commento avrebbe solo finito per far esplodere la collera, una collera violenta. E ricordò le parole di un antico libro che dicevano: “Il parlare, è nel migliore di casi, un’onesta menzogna”.

Tacque. Guardò lontano, dietro le cime degli alberi, e vide i suoi orizzonti che l’aspettavano e con essi l’antico anelito alla libertà e all’esplorazione.

Ma non demorse, né giudicò la piccola rana. Non c’era nulla di male in quello che diceva… Solo tanta paura di perdere sé stessa.

L’aquila ebbe nel suo intimo la certezza che un giorno sarebbe tornata di nuovo e avrebbe, senza parole, raccolto delicatamente uno di quegli esseri tra le sue zampe e portato in alto, nei suoi spazi, per mostrargli quello che intendeva dire quando aveva cercato di descrivere al suo avo il significato di altri orizzonti. L’esperienza avrebbe fatto la differenza.

Ce l’avrebbe fatta, ne era sicura, era solo una questione di tempo. E la piccola rana fortunata, se fosse sopravvissuta all’emozione, come l’aquila sperava, avrebbe raccontato quanto visto ai suoi amici… e forse da quella silenziosa esperienza sarebbe nata una nuova razza per un altro straordinario salto evolutivo nella storia degli anfibi.

Una speranza chiese a se stessa l’aquila? No, una voce imperiosa le sgorgò dal petto, una certezza.

 

 

 

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