“Ai miei tempi…”, “ok, boomer”: superiamo lo scontro generazionale

Tanti esperimenti in Italia e all'Estero mostrano come la vicinanza tra giovani e anziani faccia bene a entrambi

Ok, boomer è il tormentone del momento tra gli under-25. Si riferisce ai baby boomer, i nati nel primo dopoguerra, anni ruggenti di grande crescita economica e raggianti prospettive per il futuro. Oggi i nati in quegli anni hanno superato abbondantemente i 60 e dai ragazzi di oggi vengono spesso percepiti come saccenti brontoloni ormai lontani dalla realtà.  Questa visione poggia su un fondo di verità: le persone di quella generazione avevano il mondo ai loro piedi; il cinema, sia quello di Hollywood che quello nostrano, mostrava un mondo ricco e patinato; trovare un buon lavoro era alla portata di molti, se non di tutti, e i problemi delle guerre sembravano alle spalle. Il mondo dei giovani d’oggi, purtroppo, è molto diverso da quello. Prospettive economiche disastrose, incertezza sul futuro, una catastrofe ambientale che pende sul capo dei giovani e dalla quale non è facile vedere una via d’uscita. A questo cambio di paradigma si somma l’accelerazione dei cambiamenti tecnologici della società, che rendono le conoscenze degli anziani obsolete a una velocità mai esperita, e mettono il loro ruolo di “saggi” profondamente in discussione.

Date premesse così diverse, è fisiologico che i ragazzi non accettino di buon grado le tirate di orecchie di persone che non hanno mai avuto a che fare coi problemi che sono toccati a loro e che, anzi, a volte vengono percepiti come la causa stessa di quei problemi. Dall’altro lato, le persone in Terza età vedono i giovani rivolgersi a loro senza quel rispetto che loro erano abituati ad attribuire ai loro nonni, pena punizioni molto, molto severe. Studi più o meno recenti, condotti tanto in Italia quanto all’estero, sembrano in effetti confermare l’esistenza di diffidenze e pregiudizi di questo tipo. Molti media, poi, non aiutano questa connessione inter-generazionale, avendo da tempo abbracciato un racconto, romanzato, della gioventù come branchi di teppisti privi di qualsivoglia valore morale, e dediti alle peggiori nefandezze.

Eppure, a mettere meglio a fuoco la situazione, questi due gruppi hanno molto più in comune di quanto si potrebbe pensare al primo sguardo. Sono infatti, sebbene per motivi diversi, entrambi fragili e bisognosi di sostegno emotivo, psicologico e materiale. Sostegno che, in molti casi, potrebbero offrirsi vicendevolmente stringendo un nuovo patto generazionale. Il discorso non è soltanto teorico, né si tratta di un’utopia. esistono molte iniziative fuori dai nostri confini che cercano di avvicinare questi due mondi e riallacciare una comunicazione benefica per entrambi. I risultati di questi esperimenti sono incoraggianti: Il 97 per cento degli anziani che vi hanno partecipato hanno detto di essersi sentiti felici, interessati, amati, più giovani, mentre bambini e ragazzi coinvolti nei programmi hanno dimostrato livelli più elevati di empatia e minori disturbi del comportamento rispetto a quelli che non avevano partecipato.

Sebbene con qualche ritardo, anche qui da noi in Italia questo nuovo approccio sta facendo breccia. A Milano, ad esempio, è partito da poco il progetto “Prendi in casa uno studente”: questa iniziativa cerca di offrire al contempo compagnia e sostegno alle persone avanti con gli anni, e affitti a prezzi accettabili ai giovani, in una città che ha visto il prezzo delle case schizzare a livelli inimmaginabili. 355 posti letto che vengono offerti da pensionati che decidono di accogliere tra le mura domestiche un ragazzo o una ragazza, in cambio di un rimborso spese accessibile alle sue tasche. Il tipo di rapporto che si instaura tra i due, ovviamente, dipende da loro, senza forzature. Ma le persone che lavorano per il progetto dicono che spesso i legami così costruiti vadano spesso molto al di là di quelli tra proprietario e inquilino. Una riuscita incoraggiante, che lascia ben sperare per la nascita di altre iniziative dello stesso genere.

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