Guido Cantamessa - Tempo di lettura 11 min.

Il bene dell’individuo e della collettività, nella vita sociale e nell’etica medica

In questi ultimi tempi, a causa dell’improvviso diffondersi in tutto il pianeta del corona virus, che ha mietuto decine di migliaia di vittime, è stato decretato da molti Stati un piano di misure atte a limitare il contagio attraverso l’isolamento o il distanziamento sociale, che ha comportato, quindi, una serie di limitazioni dei diritti e della libertà dei singoli individui, delle attività commerciali e turistiche con un ingente danno economico per la società. È stato invocato di fatto uno stato di necessità, per il quale il concetto di bene comune, inteso come bene di tutti, soprattutto riferito alla salute, quindi il bene della salute di tutti, ha prevalso su ogni altro diritto di ogni singolo cittadino.

Ma il bene comune ha sempre una priorità su quello del singolo individuo? Quando il bene della collettività coincide col bene del singolo individuo, non paiono esserci dubbi, come appunto in caso di pandemia, o di catastrofe generale. Ma quando la diffusione dell’epidemia avviene in zone circoscritte e colpisce prevalentemente certi soggetti e quindi non si tratta di una catastrofe generale, è sensato differenziare le misure di sicurezza adottate per il contenimento della patologia, preservando il più possibile i diritti fondamentali dei cittadini.

Ad esempio, in Italia, molte regioni del centro e del sud hanno registrato pochi casi di contagio rispetto al nord; i bambini e i giovani in genere non hanno manifestato sintomi, eppure gli asili e le scuole sono state chiuse in tutto il Paese per parecchi mesi, anche quando la patologia era sotto controllo e in calo dappertutto, tanto che tutti gli Stati europei hanno riaperto scuole e attività commerciali settimane prima che in Italia. Qui, ci si è affidati completamente ad un Comitato tecnico scientifico composto da esperti e qualificati rappresentanti degli Enti e delle Amministrazioni dello Stato, che hanno supportato il Capo del Dipartimento della Protezione Civile nelle attività finalizzate al superamento dell’emergenza epidemiologica da Covid-19.

Ma quali sono i valori morali a cui ci si appella nel momento in cui si stabilisce qual è il bene della collettività, togliendo la libertà al singolo, libertà che è un bene sancito dalla Costituzione? Il bene comune richiede veramente sempre il sacrificio del bene del singolo in una società evoluta?

La scienza, che dev’essere rigorosa e assolutamente orientata alla ricerca della verità, su quale base può imporre un determinato comportamento sociale che decide per il bene della collettività, a prescindere dai diritti del singolo?

Violare l’interesse di un singolo, viola l’interesse di tutti!

Il diritto alla salute, sancito dalla Costituzione Italiana all’Art. 32, recita che la salute è fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, tuttavia nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana. Quindi non può richiedere la limitazione della libertà, o imporre l’obbligo di terapie, come nel caso della vaccinazione di massa proposta, ad esempio per la regione Lazio, nel prossimo autunno. Dal momento che la salute si realizza in ciascun individuo in dipendenza per lo più da fattori ereditari, ambientali e alimentari, come può divenire un diritto prevalente su altri diritti sociali, ad esempio la libertà, come previsto nell’art.13 della Costituzione: la libertà personale è inviolabile?

Aristotele, nella Politica, considera la civitas “la più perfetta fra tutte le comunità umane” o “il più importante fra tutti gli interi che possono essere conosciuti e costituiti dalla ragione umana” e quindi il bene comune, o bene della civitas, è “quello che fra tutti i beni umani è il più importante”. Anche Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologiae, riformula in modo analogo questo concetto, partendo dal presupposto che “ciascuna causa tanto è anteriore e preferibile, quanto è maggiore il numero di cose a cui si estende”. Quindi, il bene dell’intera città è maggiore di quello del singolo individuo, ma ancor più grande è il bene che si riferisce “ad un’intera gente, nella quale sono contenute molte città”.

Ma qui siamo nella quarta epoca di cultura, in cui l’individuo si sentiva importante come parte della sua gente: “Civis romanus sum!” era la frase di chi voleva dare rilievo alla propria personalità, caratterizzata non tanto dalla sua individualità, quanto piuttosto dall’appartenenza al suo popolo. Nella quinta epoca di cultura l’individuo conquista una più cosciente posizione sociale, dopo la Rivoluzione Francese, i cui i principi di libertà, eguaglianza e fraternità diventano i valori più importanti della società e soprattutto per il singolo individuo.

Anche Hans Jonas (1903-1993), uno dei maggiori filosofi contemporanei, indagatore di una serie di scottanti questioni bioetiche, noto per i suoi libri sul principio di responsabilità ed etica medica e sociale, afferma: “noi riconosciamo come qualcosa di ovvio che il bene comune abbia sul bene individuale una certa priorità da determinarsi pragmaticamente. (…) Noi lasciamo che alcuni diritti naturali dell’individuo siano soverchiati dal diritto che si riconosce alla società e riteniamo ciò moralmente giusto e ragionevole nel normale corso delle cose, non come un problema di amara necessità in situazioni eccezionali (per quanto una simile necessità si possa invocare per allargare questo diritto della collettività). Ma se ammettiamo questo, esigiamo una precisa chiarificazione su cosa siano i bisogni, gli interessi e i diritti della società, perché la società, diversamente da qualsiasi molteplicità di individui, è un concetto astratto e come tale determinato in parte dalla nostra definizione, mentre l’individuo è il concetto primariamente concreto, che viene prima di ogni definizione.

L’incognita del nostro problema è perciò il cosiddetto bene comune, o bene pubblico e le sue pretese potenzialmente superiori, cui talvolta occorre sacrificare il bene individuale…” E ancora: “se si pone la questione in questi termini – e cioè come questione sul diritto della società a richiedere sacrifici individuali – in essa non è necessariamente compreso il consenso di chi compie il sacrificio”.

Che il sacrificio di un uomo sia stato decretato dal potere sacerdotale ebraico 2000 anni fa(1), non significa che oggi si possa di diritto chiedere nuovamente il puro sacrificio di uno o più individui per il bene pubblico senza il loro consenso: l’inviolabilità della persona(2), la tutela della sua salute e la libertà individuale devono essere riconosciuti come beni che vanno oltre il bene comune. Perché?

Perché la società ha diritto di pretendere dall’individuo un onesto comportamento, la compartecipazione alle spese sociali in proporzione ai propri redditi, un contributo alle leggi che regolano la convivenza e i pubblici diritti; insomma tutto ciò che riguarda i rapporti del singolo col mondo esterno. “Ma al confine tra il mondo esterno, comune e condiviso con tutti – dichiara ancora il filosofo Jonas nel suo libro Tecnica, medicina ed etica – e l’interno del corpo mio personale – la nostra pelle – ogni diritto pubblico cessa di esistere”. Solo nel caso di catastrofe possono venir meno anche gli ultimi diritti privati… E nel caso della pandemia da Covid-19 si è parlato di una catastrofe. Ma che cos’è una catastrofe? “È un esito o evento luttuoso, una conclusione tragica, una rovina, o un disastro di particolare gravità che si abbatte su una comunità” (Wikipedia).

Se i 350.000 morti di Covid-19 possono costituire una catastrofe, allora come dovremmo considerare il milione e mezzo di morti di tubercolosi e i 3 milioni e mezzo di bambini che muoiono di fame ogni anno nel mondo, di cui si parla così poco?

È chiaro che nella medicina il continuo miglioramento della salute nella popolazione è un obiettivo primario e che le condizioni di un’epidemia vincolano tutti al rispetto di regole che tutelano la salute propria e altrui, ma la libertà è senza dubbio la prima condizione da osservare. A meno che non si reputi che la libertà non si possa concedere a chi non ha responsabilità e coscienza e quindi non è in grado di gestirla e si consideri questa la condizione del popolo italiano, nonostante i dettami espressi nella Costituzione. La tendenza alla globalizzazione ha portato in evidenza un potere di gruppi economicamente forti a livello mondiale, che considera l’umanità formata da esseri inconsapevoli, incapaci di coscienza e responsabilità e influenza la politica dei governi a volte anche per mezzo dell’intimidazione o della coercizione.

Nell’ambito della salute oggi non sono più i medici, ma i politici che decidono cosa è bene per la società, a prescindere dai diritti dei cittadini, senza chiedere loro un consenso, utilizzando tecnologie elettroniche sofisticate, che controllano i dati sensibili dei soggetti senza che gli stessi ne siano a conoscenza. Proclamando stati d’emergenza, simili alle condizioni di guerra, si pubblicano decreti e ordinanze con effetto di legge, senza che lo siano, per impedire ai cittadini libertà garantite dalla Costituzione.

Occorre interrogarsi sugli strumenti giuridici utilizzati e sulla loro adeguatezza rispetto al dettato costituzionale. Quindi, disposizioni che limitano, quandanche per motivazioni giuste, alcune libertà espressamente garantite dalla Costituzione, tra tutte la libertà di circolazione (Art.16 Cost.), ma anche la libertà di riunione (Art.17 Cost.), la libertà religiosa (Art.19 Cost.), il diritto/dovere all’istruzione (Art. 34 Cost.) la libertà di iniziativa economica (Art. 41 Cost.), sino a limitazioni addirittura alla libertà personale di movimento (Art. 13 Cost.), dovrebbero avere necessariamente carattere di legge o di atto avente forza di legge.

Un altro elemento da non sottovalutare è quello che ormai la scienza medica, divenuta la nuova religione (che ha potere sulla coscienza dell’uomo comune), soprattutto per quanto riguarda la ricerca e la terapia, è completamente sovvenzionata dai grandi monopoli farmaceutici, che decidono e impongono le terapie da adottare per il presunto bene dell’umanità.

Fondazioni come la Bill & Melinda Gates, che è la più grande fondazione privata del mondo, hanno come obiettivo primario quello di migliorare la salute della popolazione mondiale attraverso l’uso dei vaccini e l’estensione delle tecnologie informatiche a livello mondiale.

Fino dai tempi del Concilio Vaticano II, nella enciclica Gaudium et Spes, che affermava che la pace, la quale è “opera della giustizia” (n.78) per essere realizzata richiede “un’autorità internazionale competente, munita di forze efficaci” (n.79), si auspicava “un’autorità pubblica universale, da tutti riconosciuta, dotata di efficace potere per garantire a tutti i popoli sicurezza, osservanza della giustizia e rispetto dei diritti” (n.82).

L’etica sociale, che stabilisce il comportamento etico tra le relazioni sociali e il fondamento etico degli ordinamenti giuridici e sociali, è poi stata completamente disattesa dalle autorità sovranazionali munite di forti poteri nel mondo.

Con l’obiettivo del raggiungimento del benessere materiale per tutta l’umanità, obiettivo già raggiunto da parte di una minoranza della stessa, a fronte del peggioramento delle condizioni di salute ed economiche della stragrande maggioranza della popolazione terrestre, una élite di 2.153 «paperoni mondiali» è più ricca di 4,6 miliardi di persone.

La quota di ricchezza della metà più povera dell’umanità, circa 3,8 miliardi di persone, non sfiora nemmeno l’1%. Questa è la fotografia scattata dal Rapporto annuale sulle disuguaglianze diffuso da Oxfam alla vigilia del World Economic Forum di Davos (20 gennaio 2020).

Secondo l’organizzazione non governativa impegnata nella riduzione della povertà globale, la fortuna dell’1% più ricco del mondo «corrisponde a oltre il doppio delle ricchezze accumulate» dai 6,9 miliardi meno ricchi, ovvero il 92% della popolazione del pianeta.

E la situazione è ancora peggiorata in questi ultimi mesi.

Per quanto poi riguarda l’etica medica, che prende in considerazione tutta una serie di fenomeni venuti alla ribalta con le nuove biotecnologie, dalla fecondazione artificiale, ai trapianti d’organo, alla manipolazione genetica, all’eutanasia e alle sperimentazioni su volontari, che Jonas chiama “etica per la civiltà tecnologica”, ci troviamo di fronte a soluzioni a volte molto inquietanti per la salute del paziente, che l’etica medica tende a legittimare. È vero che la tecnologia è ormai entrata a far parte dell’agire umano anche in campo medico, ma è altrettanto vero che ogni agire umano è esposto ad un esame morale, ad un vincolo etico, che deve tenere in conto prima di tutto la salute di ogni singolo paziente. Si potrebbero fare molti esempi dimostrativi di come la tecnologia biomedica consenta di compiere azioni che vincolano la libertà umana, come nella sperimentazione di nuovi farmaci, che strumentalizzano i corpi come nei trapianti d’organo, che esaltano il compiacimento di se stessi come nella manipolazione genetica, ecc…

Le biotecnologie possono essere utilizzate come esercizio del potere umano sia a fin di bene, sia a fin di male, secondo il rispetto o la violazione di norme etiche.

E allora concludiamo con l’esempio della strumentalizzazione dei corpi nei trapianti d’organo.

Come già citato da Hans Jonas “al confine tra il mondo esterno, comune e condiviso con tutti, e l’interno del corpo mio personale, ogni diritto pubblico cessa di esistere.

Così come nessuno, né lo stato, né il prossimo in stato di bisogno, ha alcun diritto sul mio rene, e tanto meno sono requisibili gli organi di chi è in coma irreversibile per salvare altre vite, tanto meno il bene comune ha un diritto sul mio metabolismo, la mia circolazione, o qualche altro dei processi interni al mio corpo.

Questo è ciò che di più privato vi è nel privato, l’incondivisibile, l’inalienabile sfera personale per eccellenza. (…) Sussiste una differenza tra la pretesa morale di un bene collettivo (quale indubbiamente è ogni vittoria su ogni malattia) e un diritto della società a questo bene e ai mezzi per realizzarlo. (…) I nostri discendenti hanno diritto di ereditare da noi un pianeta non saccheggiato, ma non hanno alcun diritto a nuove cure miracolose.

Commettiamo un peccato nei loro confronti se distruggiamo la loro eredità – cosa che stiamo facendo con tutte le nostre forze – ma non se nella loro epoca l’arteriosclerosi non sarà stata ancora sconfitta.

In linea generale, così come l’umanità non aveva alcun diritto alla nascita di un Newton, o di un Michelangelo, o di un Francesco d’Assisi, né ai benefici dei loro atti non programmati, anche il progresso, pur con tutto il nostro metodico lavoro per esso, non può essere programmato in anticipo, né si possono esigere i suoi frutti al pari di un interesse maturato.

Il fatto che abbia luogo e che si riveli un bene (cosa di cui non possiamo mai essere certi) deve essere considerato piuttosto qualcosa di simile alla “grazia””.

  1. Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno, disse loro: “Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. (Gv. 11, 49-50)
  2. Art.2 Cost. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle     formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

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