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28 Aprile, 2026

L’ideale della guarigione

Organon della Medicina di S.C.F. Hahnemann (6ª ed.) § 2

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Nel paragrafo 2 della sua opera fondamentale, Hahnemann precisa quale sia l’ideale della guarigione, indipendentemente dall’arte terapeutica applicata. E senza dubbio l’arte più elevata spetterà a quella disciplina terapeutica che soddisfi tali requisiti nel modo migliore e più completo.

Egli lo esprime così: «L’ideale più elevato di una cura è ristabilire la salute in modo delicato, rapido e permanente,eliminando o distruggendo la malattia attraverso la via più breve, più sicura e meno dannosa, basandosi su principi di facile comprensione».

Senza dubbio è un autentico desideratum per ogni persona che soffre. Tuttavia oggi è un desideratum che quasi nessuno osa pronunciare nemmeno a se stesso come se fosse qualcosa di irraggiungibile, perché è al di fuori della portata di ciò che la medicina meccanicistica ha insegnato negli ultimi secoli. La meccanica ha fatto perdere di vista “il tutto unanime” che ogni essere vivente è. Come è scritto nella Metafisica di Aristotele, “il tutto è più della somma delle parti”.

Se c’è qualcosa che caratterizza lo “spirito dei tempi” attuali è la frammentazione, la divisione, la meccanizzazione. L’essere umano, a partire dall’Illuminismo e con un razionalismo esasperato, è entrato in un processo progressivo di analisi – dell’analisi – dell’analisi delle cose, confondendolo con il magnifico Logos greco ereditato che pretendeva di insegnarci a “renderci conto” della realtà, trascendente e immanente, che è il nostro pellegrinaggio in questa vita. O, in altre parole, «chiamare le cose con il loro nome senza snaturarle, né immaginarle, né fantasticarle».

Questa normalizzazione della frammentazione ha fatto nascondere l’esperienza naturale che ogni essere vivente ha dell’unità del funzionamento del sé, della propria ontologia. Del proprio IO come base di ogni conoscenza della propria vita, sia in salute che in malattia. Di quel “tutto inseparabile” costituito dai nostri organi, compresa la mente, con le loro funzioni e le loro manifestazioni. Un tutto, un mistero governato dalle leggi della Vita, che, come sottolineerà Hahnemann, sono molto più delle leggi fisiche, chimiche o fisiologiche. Leggi che mantengono armoniosamente il nostro corpo e la nostra mente come un’unica cosa: IO, sia in buono stato di salute che in stato di malattia.

Per questo si è potuto precisare che sia la salute che la malattia sono stati dell’esistenza, uno perfetto quanto l’altro, perché parlano di quell’IO e del dialogo che quell’IO intrattiene con la propria storia.

Detto questo possiamo addentrarci pienamente in un punto fondamentale. Il senso della guarigione di cui parla Hahnemann e che l’Omeopatia propone attraverso la sua dottrina e il suo metodo scientifico. Vale a dire la restitutio ad integrum possibile per ogni persona secondo il suo momento dell’esistenza.

Quel “ristabilire la salute” del § 2 di Hahnemann parla di recuperare la totalità del funzionamento psicofisico, animico e del suo Principio Vitale, del principio della propria vita unica e irripetibile. Il recupero delle sue capacità, del suo essere ciò che deve essere e di quell’IO totale che gli serve per dare il meglio di sé, realizzando e potendo portare a compimento tutto ciò che il mistero della sua vita racchiude e gli appartiene. Di conseguenza, la liberazione della dimensione spirituale dell’uomo che lo rende trascendente e lo tiene unito all’Universale. Ciò che si chiama semplicemente “essere sani”.

Questo, tuttavia, è andato perso di vista. La maggior parte delle persone si accontenta di non avere nulla di grave. Di non avere dolori acuti e di poter andare avanti giorno per giorno senza grandi limiti. Quando la macchina si rompe, si va a ripararla o a sostituire il pezzo, che sia un organo o una funzione, per continuare ad andare avanti.

Se ho l’emicrania perché il mio IO vuole risolvere con la testa i problemi del mio cuore senza ascoltare e obbedire per correggere ciò che è necessario, prendo antidolorifici per poter “andare avanti”.

Se cado e mi faccio uno strappo muscolare prendo antinfiammatori per non sentire il dolore e continuare a camminare finché non mi lesiono il piede in modo permanente. Basta che io possa “andare avanti”.

Se mi deprimo perché non ho saputo scegliere la mia vita e dovrei cambiare qualcosa, dentro o fuori, ma modificare il mio mal vivere, prendo antidepressivi per “andare avanti”.

Se mi esplode l’allergia sulla pelle perché non sopporto le persone che mi circondano, invece di maturare per sviluppare una forma di convivenza e riconciliazione, prendo un antiallergico per poter “andare avanti”.

Ed è così che, a poco a poco, questa idea distorta di salute è diventata normale e si è persa l’idea di poter restituire al corpo e alla mente l’armonia che spetta a ciascuno.

Hahnemann non si accontentò mai di questo perché sapeva – come egli stesso scrive – che non era possibile che il Creatore non avesse dato all’uomo un percorso con Leggi e Principi fissi che gli permettessero di camminare verso il proprio centro, la realizzazione del proprio IO, per la quale è necessaria la salute. Cercò finché non trovò. E sì…! Attraverso la Pura Sperimentazione sull’uomo sano furono scoperti Principi, Leggi e Costanti che permettevano di costruire un corpus di Dottrina Terapeutica adeguato all’essere umano e, inoltre, finalmente, un Logos Medico. Vale a dire, sapere con certezza cosa significa ogni sintomo e cosa si deve fare per innescare la reazione curativa di quel tutto unanime che è un essere vivente, sia in salute che in malattia.

Hahnemann scopre e organizza la scoperta. In modo davvero magistrale ottiene tutto il necessario per costruire un Metodo Terapeutico chiaro, esatto e preciso che possa essere utile all’essere umano di ogni tempo, cultura e latitudine. Un Metodo Terapeutico capace di soddisfare l’obiettivo prefissato: il ripristino della salute di ciascuno, la cura della malattia di ogni singola persona. Il possibile ripristino di quel tutto, di quell’IO che è ogni essere vivente e ogni essere umano.

Nell’esempio che presento si può riconoscere chiaramente l’interpretazione che insegna Hahnemann, “sagace e perspicace”, per comprendere ciò che deve essere curato nel malato. La necessità di scoprire il tutto della sua storia per mettere ogni cosa al suo posto e, senza perdere la visione della totalità, identificare quando e come si debba somministrare un vero rimedio che scateni la reazione curativa. Si vede come sia necessario integrare nella lettura di quel tutto di quella storia ogni organo lesionato e ogni alterazione o squilibrio di un corpo che parla chiaramente, in ogni momento, di quell’IO che deve essere curato.

Si vede, inoltre, come sia vero che i sintomi sono il modo esterno, visibile, di manifestare il disordine interno, invisibile, che è, in definitiva, la causa effettiva della sofferenza e ciò che deve essere curato per restituire la salute interna ed esterna di ogni essere che soffre.

Una volta identificato e organizzato il concetto di ciò che deve essere curato, è il momento di verificare se la cura soddisfa l’ideale desiderato, il desideratum.

Nel caso che presentiamo, come si può verificare, l’ideale è soddisfatto. Per questo l’Omeopatia rimane ancora oggi il Metodo veramente efficace che agisce in modo rapido, delicato e permanente, attraverso la via più breve, più sicura e meno dannosa. Ed è realmente basata su principi dimostrabili e di facile comprensione. Cioè SCIENZA.

 

La rabbia di Inocencio

Inocencio aveva 28 anni quando si è presentato in consultazione con un’unica preoccupazione. All’improvviso, sul suo pene erano spuntati rapidamente condilomi acuminati proliferativi tipici della gonorrea. Erano grandi e caratteristici e si erano moltiplicati rapidamente. Non gli davano fastidio, ma provava vergogna e inoltre non poteva avere rapporti sessuali.

Secondo Inocencio, quasi rendendo onore al suo nome, tutto era accaduto spontaneamente e senza alcun motivo. Non aveva una ragazza. Aveva rapporti sporadici in incontri rapidi e superficiali. E non riusciva a interpretarlo se non come una punizione di Dio.

L’espressione attirò la mia attenzione perché non è tipica di un giovane di oggi. Non apparteneva al “gergo giovanile” generale di questo spirito del tempo, per cui, involontariamente e inconsciamente, si era aperta una breccia nelle profondità della sua memoria ancestrale.

Riconoscere il rimedio più adatto a un quadro gonorroico così evidente non era molto difficile. Il problema era clinicamente un altro. Il pericolo della “soppressione” dei sintomi fisici con il conseguente aggravamento di tutta la persona a livello fisico e morale. Cioè, come ben insegna Hahnemann, l’approfondimento della patologia, l’incremento della struttura miasmatica e, di conseguenza, il peggioramento delle condizioni di salute, fisica e morale del paziente, oltre ad aumentare la predisposizione alla cronicizzazione del problema e alla ricomparsa, in un periodo di tempo più o meno breve, di nuovi condilomi in condizioni più alterate e difficili da eliminare. Cioè, qualcosa di molto importante da evitare assolutamente.

Parlare, anche involontariamente, di punizione significa parlare di colpa. E parlare di colpa in un problema genitale significa parlare di conflitti con la propria identità amorosa, erotica e affettiva.

Avevo bisogno di conoscere la sua vita. E lui stesso me l’ha raccontata.

In sintesi, Inocencio era il secondo maschio di quattro figli. Due maschi e due femmine.

È cresciuto in una famiglia della classe media, quindi non gli è mancato nulla dal punto di vista materiale, né in termini di istruzione e formazione. In realtà si dice che “ama molto la sua famiglia”, ma deve comunque riconoscere che qualcosa non va perché è così irascibile che non si può dirgli nulla. E non sopporta nemmeno se stesso.

Dice testualmente: “Non riesco a trattenermi e non esagero. Qualsiasi cosa mi fa arrabbiare. Mi arrabbio quando mi zittiscono, mi contraddicono o non mi danno ragione. E se qualcuno si arrabbia, io mi arrabbio dieci volte di più e mi dura tantissimo. Mi sveglio già arrabbiato. Non voglio vivere così, arrabbiato.

Se qualcuno mi fa qualcosa o mi fa arrabbiare, cerco il modo di vendicarmi e di restituirgli la ferita offendendolo. La rabbia unita al mio orgoglio mi porta ad allontanarmi definitivamente dalle persone e a non parlare più con loro, compresi i miei familiari. Ho cugini e zii con cui non parlo da 10 anni. E, inoltre, non voglio nemmeno vederli, anche se loro non insistono perché sanno che sono una persona educata e cortese, ma che sa sempre trovare la parola giusta per ferire e vendicarmi dei comportamenti offensivi.

I miei genitori e i miei fratelli non mi sopportano e soffrono parecchio per questo mio modo di essere

Mi rendo conto che tutti mi trattano con le pinze, con cautela a causa delle mie esplosioni di rabbia che non mi piacciono, ma confesso che in fondo mi piace che abbiano paura di me e che io possa impormi.

Un altro aspetto che non sopporto è la vicinanza. Che mi abbraccino o mi tocchino, compresi i bambini. E in particolare i figli della nuova famiglia di mio padre. Quando arrivano al negozio dove lavoro con mio padre, i bambini piccoli vengono a salutarmi. Capisco che non è colpa loro, ma io mi comporto da orco. Serio, duro, indifferente, anche se educato. Rispondo formalmente perché c’è gente e in paese conoscono la situazione. Sono tutti dalla mia parte, ma non intendo chiarire nulla perché so di essere dalla parte “del vincitore”. Tuttavia non posso evitare di provare una rabbia immensa che devo trattenere. Ma mi sento esplodere. Sento un calore profondo che mi fa sentire tanta energia e forza. Vorrei lanciare in aria le cose più pesanti, colpire le pareti, i mobili (non le persone), correre. Tremo. Mi esplode la testa. Stringo i denti. Sento che mi esplode lo stomaco con forti palpitazioni. E questo ogni giorno, dura tantissimo e esplodo così per la minima cosa, per una domanda stupida e inopportuna.

Inoltre faccio fatica a dormire bene. Mi sveglio diverse volte e mi addormento con il telefono o qualcosa che mi distrae.

So che tutto è collegato dentro di me, compresi i condilomi, ma ho paura di cambiare perché, nonostante tutto, ho raggiunto un grande benessere e successo perché faccio quello che voglio, quando voglio e come voglio, sia che piaccia agli altri o meno”.

Inevitabilmente si rese necessario capire da dove venisse una situazione del genere. Cosa manteneva questo disagio nell’essere così e il piacere di essere così percepito come una grande conquista?

In realtà il momento che scatenò tutta l’evoluzione di Inocencio fino a questa situazione avvenne all’età di 8 anni.

Fino all’età di 8 anni Inocencio aveva vissuto una vita apparentemente felice, pieno del bisogno di essere amato e di gelosia verso il fratello maggiore perché era il prediletto di sua madre. Un prediletto in quanto primogenito maschio che Inocencio, nel suo silenzio interiore, invidiava e allo stesso tempo detestava perché il fratello lo infastidiva, lo provocava e lo ridicolizzava sempre, anche davanti a sua madre.

A 8 anni Inocencio iniziò a provare paure irrazionali per tutto e con tutto. Era una paura che mi provocava una grande disperazione perché non sapevo di cosa. Era panico. Sentivo quanto mi infastidisse mio fratello e ricordo di aver gridato con tutte le mie forze: «Basta! Lasciami in pace!

La paura mi divorava soprattutto di notte, all’ora di andare a dormire, e chiedevo che mi lasciassero dormire insieme, prima a mio fratello e poi a mia madre. Non volevo stare da solo. Supplicavo mio fratello e mia madre, e lui lo raccontava a tutti e ridevano e mi umiliavano.

Mia madre era dura, dominante e poco affettuosa. Favoriva mio fratello maggiore perché lo chiamava per condividere tutto escludendomi. Lei, invece di calmarmi e consolarmi, si vergognava di me ed era infastidita dai miei comportamenti, così ogni notte era sempre più complicato perché mi sgridava, mi urlava contro, mi rimproverava, mi offendeva, mi insultava e mi umiliava. Inoltre, senza dubbio, non mi consolava. Si lamentava di me con mio padre e con tutti.

Era sempre così, sempre più intollerante, finché un giorno, per sistemarlo “una volta per tutte”, secondo lei, lo rinchiuse in una stanza buia per tutta la notte, con la complicità di suo fratello che applaudiva, “affinché gli passasse e la smettesse di rompere le scatole”.

Inocencio visse in una notte il terrore di essere sepolto vivo. Stava soffocando di pura angoscia e, sebbene gridasse e chiedesse aiuto, nessuno gli rispondeva. Sentiva solo urla, minacce e scherni dall’esterno. Il terrore che provò è quasi indescrivibile, ben oltre ogni immaginazione.

Tuttavia, al culmine della sua disperazione, qualcosa fece “click”. Un dolore più grande del panico si fece presente, tanto violento quanto silenzioso: la derisione, l’umiliazione e la vergogna. Il modo in cui era stato sminuito, spogliato e detronizzato dal suo posto di figlio e di maschio davanti a suo fratello e dalla sua stessa madre, simbolo della “donna e della Vita”. Non ricorda se in quella notte amara e dopo la sua trasformazione abbia dormito un minuto, un’ora o se abbia sonnecchiato per un intero periodo della sua vita. Sapeva solo che la notte era passata ed era arrivata l’alba.

Inocencio uscì da quella stanza cambiato. Sereno. Da quel momento il suo io interiore aveva un unico obiettivo virile: riconquistare il suo posto e vendicarsi.

Inocencio perse la sua verginità quella notte. Perse la sua innocenza. Divenne egli stesso uno scudo di ferro forgiato a fuoco vivo. Uno scudo evidente a tutti, affinché nessuno si avvicinasse mai più né potesse ferirlo. Quando gli ricordavano com’era da bambino, tenero, affettuoso e affabile, Inocencio rideva e si beffava di come si sbagliassero e lo vedessero così perché era debole, indifeso, insicuro. Ma quell’Inocencio morì molto tempo fa, aggiunse guardando dentro di sé e con sarcasmo.

Divenne inaccessibile: silenzioso, cortese ma con una lingua biforcuta, veloce come i serpenti a pungere, mordere e avvelenare di fronte alle continue e abituali umiliazioni di sua madre e suo fratello. Non chiese mai più aiuto. Difendeva con forza le sue sorelle, che amava moltissimo in silenzio. Si ritirò rifiutando la vita di relazione, di unione, di comunicazione. Annullò i sentimenti.

Il padre lavorava continuamente fuori e quando tornava c’erano sempre litigi e discussioni, finché il padre andò a dormire nel salotto di casa e per Inocencio fu un momento di solidarietà. Era suo padre ad accoglierlo e quando Inocencio era angosciato andava da lui, in silenzio, e dormivano insieme.

Quando Inocencio aveva circa 15 anni, nel risveglio della sua natura virile, il padre non resistette alla situazione e se ne andò, quasi senza preavviso. Inocencio rimase senza sostegno, senza complice, senza protezione, abbandonato e tradito ancora una volta. Gli chiese di tornare e il padre rifiutò. Di fronte a questo rifiuto, Inocencio racconta di non aver provato nulla. Si disse semplicemente: «Le persone non cambieranno. Hai solo te stesso». Da quel momento fino ad oggi, quella è stata la frase che lo ha tenuto in piedi. E così si è sentito sicuro, forte e invincibile. E divenne il migliore dei migliori negli studi e nell’apparente vita sociale dell’università. Aveva successo in tutto grazie alle sue decisioni “politicamente corrette”, anche se false e non corrispondenti ai suoi veri sentimenti. Divenne il “ragazzo ammirevole”.

Il padre si rifece una famiglia. Inocencio lo capì ma non lo sopportò e, come sempre, seppellì tutto nel suo cuore e nelle sue viscere.

Da quel momento iniziò a soffrire di dermatiti atopiche come un grido del corpo di fronte all’abbandono. Il risentimento era evidente ma silenzioso. E le lesioni della dermatite andarono aumentando sulle articolazioni, nei punti del corpo che servono per camminare, per andare dove si vuole quando non si ha paura.

Verruche in diverse parti vicino ai genitali. Verruche che parlano continuamente di colpa, di vergogna, di conflitto in relazione all’erotico (compresi i sentimenti materni ancestrali).

La solitudine affettiva include le ragazze. Non vuole avere una fidanzata per non ferire i sentimenti. Per evitare relazioni profonde, la sua vita sessuale si risolve con se stesso, sviluppando quasi una dipendenza compulsiva, o, di tanto in tanto, con donne di passaggio, straniere, turiste o incontri casuali. Infatti, i condilomi per cui viene in consultazione sono comparsi dopo un contatto con una turista in spiaggia.

Si potrebbe continuare ad approfondire la storia di Inocencio, ma con quanto descritto si può comprendere il Conflitto Esistenziale e il Conflitto Patologico acuto per cui si presenta in consultazione.

Una volta compresa la totalità della sofferenza, la metodologia hahnemanniana impone di organizzare le manifestazioni del comportamento che causano la sofferenza dell’“oggi” del paziente e di scegliere ciò che è più generale, predominante, straordinario, peculiare e singolare.

Procedendo in questo modo, non si è deciso di somministrare Thuja come un vero e proprio rimedio quasi specifico per il tipo di condilomi acuminati che presentava, ma come un rimedio che avesse a che fare con il profondo. Un Simillimun del momento attuale che comprendesse la rabbia violenta legata a tutta la storia e che comprendesse anche i condilomi.

Il primo Simillimum è stato Staphysagria ad alta potenza. Ripetuto ogni 3 giorni. 3 volte e lasciato agire per circa 15 giorni.

La prima reazione, scrive Inocencio, “è stata quella di piangere molto e ci sono state due notti che sono state un incubo perché ho provato di nuovo la paura che provavo da bambino. Mi sono sentito uguale ma l’ho risolta in un altro modo. Mi sono proibito di accendere la luce e dopo qualche minuto mi sono riaddormentato senza paura. E dopo questo mi sono sentito privo di emozioni, senza sentimenti negativi, come se non avessi nulla da discutere, né rabbia né altro. Provavo pace. Qualcosa che non conoscevo e che mi piaceva molto”.

Un’autentica manifestazione dell’inizio di una vera guarigione, davvero rapida, considerando la profondità e la cronicità del problema. E, inoltre, una prova di come si ritorni all’origine di ciò che deve essere curato, di ciò che ha causato l’alterazione, secondo la Legge di Hering.

Inocencio iniziò a essere più sereno, anche se ancora esplodeva, ma meno intensamente, meno frequentemente e si riprendeva prima. Non durava più giorni con le conseguenze.

Così migliorò con Staphysagria per un paio di mesi, anche se i condilomi rimanevano uguali e ne erano comparsi altri. Ma Inocencio disse che non lo preoccupavano più così tanto. Che capiva che non era bene continuare a sopprimere le lesioni.

Due mesi dopo, molto più sereno, era giunto il momento di somministrargli il rimedio che inizialmente gli avrebbe dato qualsiasi omeopata con poca esperienza. Ora che potevamo essere sicuri che il processo di guarigione fosse già in atto, poteva ricevere la Thuja occidentalis 200ch ogni 3 giorni circa 3 volte e aspettare.

Solo un mese dopo Inocencio scriveva: “I condilomi mi sono scomparsi completamente. Tutti! Non ho nemmeno un segno o una cicatrice. Mi sembra impossibile. Ho paura che non sia vero. Mi guardo molte volte per vedere se non mi sto confondendo, ma è vero!”.

E con questa spontanea confessione di Inocencio dimostriamo quanto sia vero ciò che Hahnemann afferma nella sua opera fondamentale, l’Organon della Medicina: che l’Omeopatia è il modo ideale di guarigione perché è in grado di soddisfare ciò che è più desiderabile per qualsiasi essere umano che soffre: ristabilire la salute in modo rapido, dolce e permanente, proprio come fa la Natura. Cioè, attraverso la via più breve, più sicura e meno dannosa. E basandosi su principi di facile comprensione.

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