L’uomo, d’aspetto tetro e cupo, entrò nell’ambulatorio parlando sottovoce.
– Cosa sta dicendo? – Domandò Hahnemann che non aveva capito una parola.
L’uomo: – Parlavo «di vermi, di tombe e di epitaffi».-
Hahnemann, gentilmente: – Prego, si segga –
L’uomo:- Io ero ammalato… ammalato fino alla morte per quella lenta agonia; e come alfine essi mi sciolsero e potei sedere, mi sentii venir meno. –
Hahnemann, stupito: – Lei è sempre così funesto? –
L’uomo:- Vi sono momenti in cui, anche agli occhi sereni della Ragione, il mondo della nostra triste Umanità può assumere una somiglianza con l’Inferno. –
Hahnemann, molto perplesso: – Questa visita rischia di precipitare in un abisso senza ritorno. –
L’uomo:- Cos’è quest’abisso? Come si possono distinguere, da quelle del sepolcro, le sue ombre? –
Hahnemann indicò il pendolo che oscillava sotto l’orologio: – Non ho tempo da perdere. Ho altri pazienti da visitare. –
L’uomo sbarrò gli occhi. – L’oscillazione del pendolo procedeva in una direzione ad angolo retto con quella della mia lunghezza, ed osservai che la lama era così disposta che avrebbe attraversata la regione del cuore: essa avrebbe dapprima lievemente graffiata la stoffa della mia veste e poi sarebbe di nuovo tornata indietro a ripetere quel debole graffio, e poi di nuovo, e poi ancora… e ancora… –
Hahnemann, soffocato dalla paura: – Che disgrazia le è capitata? –
L’uomo:- L’anno era stato un anno di terrore, e di sensazioni più intense del terrore per le quali non esiste un nome sulla terra. –
Hahnemann, testardo: – Mi racconti un momento felice, magari della sua infanzia. Questo potrebbe essere un buon punto di partenza. –
Allora l’uomo mostrò un lieve sorriso: – Fin dall’infanzia ero noto per la docilità e l’umanità del mio carattere. Ero così tenero di cuore da diventare quasi lo zimbello dei compagni. Ero particolarmente affezionato agli animali e i miei genitori mi concedevano di tenere una grande quantità di animaletti domestici. –
Hahnemann, soddisfatto: – Aveva anche un bel gattino?-
L’uomo:- Una mattina, a sangue freddo, feci scorrere un cappio intorno al suo collo e l’impiccai al ramo di un albero…-
Hahnemann, atterrito, ingoiando saliva e orrore: – Perché? –
L’uomo:– L’impiccai perché sapevo che così facendo commettevo un peccato – un peccato mortale che avrebbe messo in pericolo la mia anima immortale così da porla se ciò fosse possibile al di fuori persino dalla portata della infinita misericordia del Dio Più Misericordioso e Terribile.
Hahnemann, sbalordito: – Dopo, non provò rimorsi? –
L’uomo:- Né di giorno, né di notte ebbi più il conforto del riposo! Durante il giorno la creatura non mi lasciava solo un istante, e durante la notte, ad ogni ora, mi destavo da sogni di inesprimibile orrore, per trovarmi il fiato caldo della cosa sul volto ed il suo enorme peso – come di un fantasma notturno incarnato che non ero in grado di scrollare via – eternamente incombente sul cuore. –
Hahnemann, scosso da freddi brividi lungo tutta la schiena: – Prima di farmi morire di paura, mi dica, qual è il suo nome? –
– Sono Edgar Allan Poe. – Disse l’uomo e aggiunse: – che razza di malattia è l’Alcool! –
Hahnemann, balbettando: – Soggetto sofferente di psicosi maniacale, fobie, allucinazioni, delirium tremens, sensazioni di vedere fantasmi o spiriti o di sentire delle voci, con impulsi incontrollabili a fuggire o ad aggredire. L’avevo capito da subito che questo era il suo problema.” Poi, con mano tremante, portò una bottiglietta piena di liquido. “10 gocce di Stramonium al giorno…e adesso esca da qua, la prego….”
Poe uscì, lasciandosi dietro un’atmosfera tesa e inquietante. Una strana ombra si mosse e parlò all’orecchio di Hahnemann: «Io sono ombra e la mia dimora è vicino alle catacombe di Tolemaide, poco lontano dai foschi piani di Helusion, che costeggiano il sudicio canale di Caronte». Pronunciò queste parole con gli accenti non di una sola voce, ma di una moltitudine di esseri.
Hahnemann stava per svenire di paura, quando la moglie Melanie entrò con qualcosa di nero stretto tra le mani.
-Guarda, amore, – disse con gioia- che bel gatto nero ho trovato qua fuori. –
L’urlo di terrore di Hahnemann echeggiò per tutto il quartiere.








