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4 Aprile, 2026

Complessità neurologica degli individui e difficoltà sociale ad accettare le differenze

L’ambiguità sociale e clinica relativa all’”idiot savant”

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BIO – Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità – Educational Papers • Anno XV • Numero 57 • Marzo 2026

La convergenza di talenti singolari e marcate disabilità ha confuso gli studiosi desiderosi di classificare gli umani in categorie nette

La storia culturale della medicina e della psichiatria dal ‘700 al ‘900 ci propone dei casi emblematici della nostra insufficienza culturale nel cogliere le differenze neurologiche senza renderle categorie nette in cui catalogare noi umani. Uno di questi casi rappresentativi risale proprio all’inizio del ‘900. Appunto, il 25 novembre 1915, il quotidiano americano The Review pubblicò uno scoop sullo straordinario caso di un ragazzo di 11 anni, chiamato William James Sidis, con prodigiose capacità matematiche. Arroccato su una collina vicino a una serie di binari ferroviari, riusciva a memorizzare tutti i numeri dei vagoni dei treni che sfrecciavano a 30 miglia orarie, sommarli e fornire il totale corretto. Ciò che era notevole nel caso non era solo la sua capacità di computare numeri grandi leggendoli su un veicolo in movimento, ma il fatto che riusciva a malapena a mangiare senza assistenza oppure a riconoscere i volti delle persone che incontrava. La giustapposizione tra il suo presunto arresto dello sviluppo e la sua abilità numerica rese le sue imprese matematiche ancora più sconcertanti. In quel momento, l’autore del colpo giornalistico si chiedeva come si potesse spiegare un caso del genere. La risposta in quel tempo prese la forma di un’etichetta medica: il ragazzo era quello che la medicina dal ‘700 a inizio ‘900 definiva un idiot savant1. Possedeva un talento eccezionale, nonostante una profonda compromissione delle facoltà mentali che influiva sia sulle sue capacità motorie che su quelle sociali. 

Un secolo dopo che The Review descrisse le prodigiose capacità matematiche del bambino, il tentativo di capire come ci riescano in una tale giustapposizione continua a guidare la ricerca e l’euristica sul savantismo o sindrome del savant ancora oggi. L’SSM Health Treffert Center nel Wisconsin, intitolato proprio allo psichiatra Darold Treffert2 (1933-2020), uno dei massimi centri esperti in materia, definisce il fenomeno savant come una rara condizione in cui le persone con vari disturbi dello sviluppo, incluso il disturbo autistico, possiedono un’abilità o un talento straordinari. Oggi, il savantismo viene considerato ampiamente compreso attraverso la lente della neurodivergenza. Di fatto, l’associazione tra savantismo e autismo si mostrerebbe in quanto circa una persona autistica su 10 mostra alcune abilità savant, mentre il savantismo, in assenza di autismo, risulterebbe molto più raro, come riferisce la storica della medicina e psicologia Violeta Ruiz nel suo saggio The puzzle of the ‘idiot savant’ apparso recentemente su AEON3. 

Gli studi delle neuroscienze in materia, in particolare quelli di Simon Baron-Cohen e Michael Lombardo4, come riferisce Violeta Ruiz5, si sarebbero concentrati sulle basi neurologiche della “sistematizzazione”, ovvero la presenza di eccezionali capacità matematiche o musicali tra le persone con diagnosi di autismo. Queste persone risultano “iper-sistematizzate”, ovvero particolarmente abili nell’identificare leggi, regole e/o regolarità. Si ritiene, come riportano Simon Baron-Cohen e Michael Lombardo6, che i meccanismi di sistematizzazione del loro cervello siano sintonizzati a livelli molto elevati, rendendoli eccessivamente sensibili agli input sensoriali e capaci di un’intensa concentrazione attentiva e di apprendimento di regole. 

In passato, prima che nel 1943 l’autismo fosse istituito come categoria diagnostica, l’”idiot savant” era ritenuto un paradosso, che confondeva la categorizzazione in quanto non esisteva un modo univoco di comprendere come tali eccezionali capacità musicali e numeriche potessero coesistere con il loro opposto polare, cioè una profonda disabilità nel resto degli altri ambiti cognitivi ed emotivi. Per usare il linguaggio dell’’800, come poteva una persona essere allo stesso tempo un “genio” e un “idiota”? Il savant sfidava le concezioni convenzionali su come si manifestasse il talento e su chi potesse manifestarlo, e allo stesso tempo sconvolgeva le concezioni su chi potesse essere classificato come “idiota”. Nello schema di come si intendeva l’intelligenza, il comportamento oppure le attività cognitive all’epoca, il savant era, nella migliore delle ipotesi, ultraterreno e, nella peggiore, una mostruosità7. 

Un po’ di storia culturale dell’idiozia

Al riguardo, lo storico Patrick McDonagh8 sottolinea che “idiozia” era un termine medico altamente ambiguo, ma, in ogni modo, ampiamente accettato. Forse, in parte, perché si trattava di una categoria delimitata e delimitante che svolgeva un’importante funzione socio-simbolica: offriva cioè un contrasto rispetto al quale gli individui moderni potevano definirsi razionali e intelligenti, rafforzando le loro pretese di rispetto e autorità sociale. Significava anche che persone, come quel bambino di 11 anni affascinato dai numeri, ma comunque considerato un “idiota” nel gergo medico dell’epoca, creavano una contraddizione che continua ad avere implicazioni ancora oggi. 

Come riferisce Patrick McDonagh9 nella sua storia culturale dell’idiozia, il termine “idiot savant” fu coniato negli anni ‘60 dell’Ottocento dal medico e riformatore dell’istruzione francese Edouard Séguin (1812-80). Durante una ricerca sullo stato dell’istruzione per i cosiddetti “bambini deboli di mente” negli Stati Uniti (dove ottenne la cittadinanza), Séguin identificò un particolare tipo di bambino che sembrava eccellere in una competenza nonostante dimostrasse un significativo deficit mentale. Secondo Séguin, questi “idiot savant” erano tipici delle classi d’élite, già caratterizzate da un eccessivo desiderio di lusso e dalla mancanza di un contributo utile alla società. Per Séguin, l’idiot savant – “Uomini anormalmente sviluppati in una direzione … ma idioti sotto ogni altro aspetto” – era l’incarnazione fisica di questa inutilità. Al riguardo scrisse: 

È quasi esclusivamente da questa classe [più ricca] che provengono le varietà musicali, matematiche, architettoniche e di altro tipo dell’idiot savant; inutile protrusione di una singola facoltà, accompagnata da una deplorevole impotenza generale.

In un’epoca in cui la classe media era alle prese con la paura della degenerazione sociale, i commenti peggiorativi di Séguin andavano oltre l’osservazione medica, riflettendo un più ampio atteggiamento critico nei confronti dell’aristocrazia, considerata effeminata, debole e ipocondriaca. L’idiot savant rafforzava questi stereotipi di classe. Persino i loro talenti, per quanto precoci, erano inutili. 

Ma la posizione di Séguin non era affatto universale, sostiene Patrick McDonagh10, accennando che medici come John Langdon Down in Inghilterra sostenevano che casi di “idiot savant” si potessero riscontrare in tutte le classi sociali e che il loro talento eccezionale potesse (e dovesse) essere allenato per contribuire alla società attraverso la loro arte e le loro competenze. Uno dei casi affidati alle cure di Langdon Down fu James Henry Pullen11, che arrivò all’Earlswood Asylum12 nel Surrey nel 1850 all’età di 15 anni. Non istruito e in gran parte sordo, aveva un vocabolario molto limitato. Quel poco che Pullen sapeva scrivere o dire gli era stato insegnato dalla sua famiglia. Tuttavia, mostrò un entusiasmo per il disegno e l’intaglio; aveva intagliato navi da piccoli pezzi di legna da ardere fin da giovane e senza alcuna formazione in falegnameria e, dopo essere arrivato a Earlswood, fu messo a lavorare nella bottega del falegname. Divenne rapidamente un falegname esperto. Costruiva mobili per l’asilo, anche se il suo vero piacere era la realizzazione di modelli in scala di navi reali e immaginarie. Pullen, avrebbe spiegato il suo custode, poteva costruire bei modelli di navi partendo da disegni scolpendo con grande abilità, ma non riusciva a capire una frase, per cui lui doveva sezionare la frase per comunicarla a James Henry Pullen. La carriera di Pullen si estese per 66 anni a Earlswood, durante i quali le sue navi vinsero numerosi premi e riconoscimenti internazionali, tra cui quello di Edoardo, principe di Galles, che gli inviò zanne d’avorio come incoraggiamento a continuare a produrre la sua arte. I suoi custodi lodavano i suoi dolci manierismi e il suo comportamento felice che ben si adattavano ai valori umili del tempo. 

A quanto riferisce Patrick McDonagh13, Langdon Down credeva che, sviluppando le proprie competenze, individui come Pullen potessero diventare più autosufficienti e utili alla società. In effetti, tali convinzioni furono la motivazione trainante alla base dell’educazione degli individui con disabilità intellettiva nel’’800. Come molte altre etichette utilizzate per patologizzare un comportamento, in particolare “delinquenza giovanile” e “omosessualità”, la creazione della categoria medica di “idiot savant” divenne cruciale nei dibattiti su diritti e responsabilità, in un periodo caratterizzato da una forte fede nell’ordine meritocratico della società come strumento per legittimare la differenza sociale e inoltre per moralizzarla, invocando la necessità di essere caritatevoli. Il caso di Pullen illustra come, stando ai valori di un’epoca di società specifica, talento individuale, riconoscimento sociale e benefici istituzionali potessero coesistere e plasmare l’esperienza vissuta di un individuo, come suggerisce e sintetizza Patrick McDonagh14.

Questa dinamica è esemplificata, come racconta lo stesso Patrick McDonagh15, ugualmente, nel caso di una giovane donna di talento, il cui nome è andato perduto nella storia, residente permanentemente presso il rinomato ospedale psichiatrico La Salpêtrière di Paris. Nata cieca e con disabilità fisica e intellettuale, la sua “memoria musicale e la sua voce” erano una gioia sia per lei che per coloro che condividevano con lei la vita quotidiana. Faceva parte del coro del manicomio ed era responsabile della correzione della voce degli altri membri. I suoi tutori ne elogiavano i modi dolci e il comportamento allegro, che si adattavano ai valori umili dell’epoca. In effetti, stando ai comandamenti sociali del periodo, non bisogna vantarsi di ciò con cui si nasce ma accettarlo con grazia e usarlo per il bene comune. Le sue capacità erano così note che i compositori dell’epoca Jean-Antoine-Just Géraldy, Franz Liszt e Giacomo Meyerbeer le avrebbero fatto visita di persona e ne avrebbero elogiato il talento unico. Come avrebbe spiegato il direttore del manicomio, stando al racconto di Patrick McDonagh, il suo talento le avrebbe garantito un elevato status sociale se non fosse stato per il fatto che dipendeva fortemente dagli altri per prendersi cura di sé. 

Capire cosa fosse il genio e come emergesse divenne nell’800 una questione urgente con conseguenze sociali

Nella seconda metà dell’’800, puntualizza Patrick McDonagh nella sua storia culturale dell’idiozia16, la natura del genio divenne uno dei dibattiti centrali all’interno delle scienze umane. Nel contesto della teoria della degenerazione, che si trasferì dalla storia naturale alla teoria evoluzionistica e sosteneva che la civiltà fosse in declino a causa dell’ereditarietà di caratteristiche indesiderabili, il genio divenne una qualità ambigua: poteva garantire il progresso o contribuire, ulteriormente, al decadimento della società. Capire cosa fosse il genio e come emergesse divenne una questione urgente con conseguenze sociali. Il genio era qualcosa che appariva spontaneamente o il prodotto del duro lavoro di un individuo? Poteva essere sfruttato e coltivato per il bene comune? In modo meno positivo, il genio era stato storicamente associato, in qualche modo, alla follia e questo poneva un’ulteriore questione: il genio era una patologia? Le persone con capacità prodigiose erano effettivamente pazze? E cosa significava questo per quegli uomini responsabili del progresso della società, che venivano spesso classificati come geni? 

Stando alla storia culturale di Patrick McDonagh sull’idiozia, tre autori singolari arrivarono a rappresentare ciascuna di queste questioni: il criminologo italiano Cesare Lombroso, l’eugenetista britannico Francis Galton e il sessuologo britannico Havelock Ellis. Utilizzando l’analisi statistica, Galton sosteneva che il genio fosse una qualità ereditaria che emergeva indipendentemente dall’istruzione. Era per questo motivo che gli uomini di scienza generavano altri uomini di scienza: il genio veniva tramandato. La sua concezione ereditaria del genio ebbe importanti implicazioni per la teoria dell’eugenetica, che si affermò all’inizio del ‘900 tra i pensatori convinti che una società (o “razza”) migliore di persone potesse essere costruita incoraggiando la riproduzione tra individui dotati di qualità eccezionali utili al resto della società. 

Al contrario, Lombroso – noto per il suo lavoro sull’antropologia criminale e la creazione di “tipi” criminali basati esclusivamente sulle caratteristiche fisiche – sosteneva che il genio fosse una condizione patologica simile alla follia. Per Lombroso, il genio era come una perla, vale a dire, il risultato di un’alterazione morbosa che produceva qualcosa di bello. Ma il fatto che potesse essere riscontrato tra i criminali ne confermava la natura, in ultima analisi, malata. Trovando una via di mezzo, Ellis propose che il genio fosse un tratto ereditario associato all’idiozia, in contrapposizione alla follia, per cui una facoltà era ipersviluppata a scapito del resto del corretto funzionamento della mente e del corpo. A titolo di esempio, citò l’eccessiva goffaggine che i geni sembravano spesso esibire, ma la chiave per comprendere la vera natura del talento risiedeva, sosteneva Ellis, nella figura dell’”idiot savant” piuttosto che del lunatico, ponendo così il genio sullo stesso piano dell’idiozia. 

Nel frattempo, i medici discutevano se il talento fosse ereditario o meno nelle famiglie dei savant. Alcuni citavano esempi di diversi membri della famiglia che dimostravano la stessa capacità, tra cui il caso di un uomo residente permanente alla Salpêtrière che, senza aver mai suonato uno strumento, ebbe l’opportunità di prendere in mano un tamburo e suonarlo con grande talento. Dopo un’ulteriore indagine, risultò che gli altri uomini della sua famiglia erano tutti abili suonatori di tamburo: il fatto che suo padre, suo nonno e suo fratello fossero stati tutti batteristi era la prova del talento apparentemente innato del paziente. Altri medici ribatterono che la comparsa di questa capacità era casuale, persino bizzarra; appoggiandosi al paradosso del paziente, confermarono che la sua capacità era patologica, evidenziandone al contempo l’ammirevole eccezionalità. 

Lo studio del genio era legato a un’altra questione: il problema della precocità. Durante l’’800 e il ‘900, con l’espansione degli studi nel campo dello sviluppo infantile e con la diffusione del test del QI, che definiva l’intelligenza in termini quantificabili, come strumento sempre più comune per classificare i bambini, due diversi “tipi” di età divennero rilevanti: cronologica e mentale. La prima si riferiva al naturale trascorrere del tempo di ogni individuo, con i relativi cambiamenti fisici e la crescita. L’età mentale, invece, indicava le diverse abilità e comportamenti che la maggior parte degli individui raggiungeva in un momento simile, riflettendo diverse fasi dello sviluppo mentale. Uno sviluppo adeguato richiedeva una correlazione tra i due, e qualsiasi deviazione dalla norma veniva patologizzata. Precocità e idiozia erano due facce della stessa medaglia: una mancanza di corrispondenza tra l’età naturale dell’individuo e la sua età mentale. 

L’esempio paradigmatico di precocità fu il bambino prodigio. Le testimonianze di bambini precoci risalgono al ‘700, con esempi che includono Mozart e Christian Heinrich Heineken, un bambino prodigio noto anche come “il bambino studioso di Lubecca”, che, nei suoi brevi quattro anni di vita, sapeva parlare fluentemente il tedesco all’età di un anno e leggere diversi canoni biblici all’età di due e tre anni. Tuttavia, come ha dimostrato la studiosa Andrea Graus17, fu solo a metà dell’’800 che la figura del bambino prodigio divenne un fenomeno culturale più diffuso. Legati all’emergere dell’industria dell’intrattenimento e alla crescita della psicologia dello sviluppo, questi bambini divennero oggetto di interesse scientifico e popolare18. Genitori e dirigenti si resero presto conto del beneficio economico che potevano ottenere da questi bambini e li portarono in tournée a livello nazionale e internazionale, in linea con una cultura dello spettacolo che attirava masse di persone ad assistere a “scherzi della natura”. 

Nella sua storia culturale dell’idiozia Patrick McDonagh19 ci elenca altri casi dell’’800 e del ’900 come le esibizioni di bambini, in particolare, il “calcolatore mentale” italiano Vito Mangiamele (1827-97), il pianista spagnolo Pepito Arriola (1895-1954) o lo scacchista polacco Samuel Reshevsky (1911-92) che attiravano grandi folle, ma divennero anche oggetto di analisi scientifica, mentre gli psicologi cercavano di capire come fosse possibile che un tale talento si manifestasse a un’età così giovane. La loro risposta al momento era che avevano una memoria prodigiosa, piuttosto che una qualsiasi capacità creativa. Il bambino prodigio incarnava immagini contraddittorie, di genio, da un lato, e di sottosviluppo meccanicistico dall’altro. In effetti, era interpretato nello stesso contrasto che appariva l’idiota savant, i cui esponenti venivano spesso infantilizzati a causa della loro idiozia. 

Fenomeni che non si adattano allo status quo

Queste interpretazioni contrastanti si unirono in uno degli esempi più famosi di savantismo dell’’800: il pianista e compositore Thomas “Blind Tom” Wiggins. Il suo caso si distingue per la sua singolarità: Wiggins era nero, nato in schiavitù e affetto da una disabilità fisica e mentale. All’età di cinque anni, dimostrò un talento eccezionale per suonare il pianoforte e comporre la propria musica e a otto anni iniziò una carriera da solista. Wiggins fu esibito in tutti gli USA dal suo schiavista e, in seguito, dal suo manager. Gli opuscoli che pubblicizzavano il suo talento sostenevano che fosse puramente naturale, una materia prima che poteva essere “estratta” a scopo di intrattenimento, e che fosse al tempo stesso affascinante e grottesca nella sua genialità. L’analogia con l’estrazione non è però una coincidenza: la storica ed etnografa Lindsay J. Wright20 sottolinea che la carriera di Wiggins si svolse sullo sfondo della corsa all’oro californiana. 

Tuttavia, gli storici del caso di Wiggins hanno messo in dubbio la natura sui generis del suo genio. Mentre gli spettacoli enfatizzavano le sue capacità di improvvisazione e la capacità di copiare melodie fin da giovane come esempi del suo talento innato, gli storici notano che Wiggins riceveva lezioni di pianoforte ed era accompagnato da un insegnante con cui si esercitava sulle sue composizioni e su quelle di altri. Le persone vicine a Wiggins sottolineavano anche che non era un idiota, ma piuttosto “freneticamente deliziato o ammaliato, se preferite, dalla musica che componeva o ascoltava”21. 

Wiggins raggiunse uno status di celebrità accessibile solo a pochi durante il suo periodo. La gente era affascinata dalla sua abilità. Nel 1912, un cronista del Seattle Star descrisse Wiggins come se “si facesse strada nei labirinti della musica più complessa” in un modo sovrumano, come se fosse stato toccato da Dio. Ma altri lo definirono mostruoso. Lo scrittore americano Mark Twain lo considerava quasi posseduto da un demone; in una lettera al Daily Alta California del 1869, scrisse: 

Tutta la scuola di una vita non potrebbe insegnare a un uomo a fare questa cosa meravigliosa, suppongo, ma quest’idiota cieco e ignorante di diciannove anni la fa senza alcun problema. Un arcangelo, scacciato dal Paradiso come un altro Satana, abita questo rozzo scrigno ... Non è il cieco Tom che fa queste cose meravigliose e suona questa musica meravigliosa, è l’altra parte. 

In ogni caso, esisteva una tensione attorno alla figura (impossibile) di questo uomo nero, cieco e incredibilmente talentuoso, che parlava a sé stesso in terza persona e applaudiva in modo eccentrico durante le sue esibizioni. In una società che attribuiva lo status sociale al dono innato di un individuo, tentativi come quello di Twain di attribuire il talento di Wiggins a qualcos’altro erano strategie per giustificare fenomeni che non si adattavano allo status quo. 

È interessante notare che una delle spiegazioni avanzate per chiarire l›abilità di Wiggins invocava direttamente la sua «negritudine». A metà dell’’800, il ritmo era considerato corporeo, non intellettuale, legato più all’impulso e alla sensualità che alla ragione, in gran parte perché si credeva che bambini, idioti e persone di colore mostrassero tutti una facile comprensione della musica, nonostante la loro natura selvaggia e incivile. Con toni decisamente razzisti, gli americani bianchi sostenevano che le persone di colore possedessero una «musicalità innata», invocando l’abilità musicale come un modo per perpetuare nozioni di differenza essenziale. Allo stesso modo, Séguin promuoveva l’uso della musica come strumento pedagogico in grado di stimolare i sensi e sviluppare l’attenzione degli idioti, pur osservando che «i loro gusti sono di tipo popolare o di colore”. Wiggins, un uomo disabile di colore, ha confermato queste idee distorte dal punto di vista razziale per due motivi22.

L’idiot savant, i prodigi e la naturalizzazione delle differenze sociali

A partire dall’Illuminismo, quando l’ordine intellettuale era considerato uno specchio dell’ordine sociale, gli individui dotati di disabilità intellettiva rappresentavano un problema per la comprensione della mente umana e per la naturalizzazione delle differenze sociali. Ciò è particolarmente evidente nel caso delle capacità aritmetiche. Al di fuori delle università, erano considerate un’acquisizione di nicchia con scarso prestigio intellettuale, limitata principalmente al settore mercantile; ma, con la diffusione della commercializzazione, l’aritmetica divenne più importante e fu comunemente vista come un indicatore del potere della ragione. Matematici prestigiosi come Carl Friedrich Gauss in Europa e Nathaniel Bowditch negli Stati Uniti, rinomati per le loro prodigiose capacità, divennero simboli del genio illuminista. 

Ma c’erano altre figure del ‘700, come Jedediah Buxton in Inghilterra e Thomas Fuller, uno schiavo africano in Virginia, che non sapevano né leggere né scrivere, ma che dimostravano eccezionali capacità di calcolo. Per gli uomini di scienza dell’Illuminismo, questi individui offrivano una visione del funzionamento della mente, rappresentando al contempo una minaccia per l’ordine sociale. Come potevano uomini come Buxton e Fuller essere modelli di ragione se non sapevano sostenere una conversazione? La loro risposta si basava sulla scienza della mente per spiegare che un’abilità simile a quella dei savant indicava una facoltà di memoria eccezionalmente sviluppata, e non era un vero indicatore di ragione. Nella teoria dello sviluppo dell’epoca, la memoria era una delle prime (e quindi meno sofisticate) facoltà a svilupparsi. Di conseguenza, questi uomini di scienza usarono la differenza cognitiva come un modo per legittimare la gerarchia sociale. 

 

L’idiozia nella medicina e nella psicologia dell’800

Con l’orientamento della scienza medica nell’800 verso un modello anatomo-clinico, le spiegazioni dei fenomeni mentali si radicarono sempre più nel corpo, in particolare nel cervello e nel sistema nervoso. Le interpretazioni circa l’idiozia tendevano a considerala il prodotto di lesioni o deformità cerebrali. Per quanto riguardava l’idiota savant,

i medici teorizzarono che il suo talento fosse dovuto a protrusioni cerebrali e a una crescita irregolare dell’organo della mente, in linea con le teorie frenologiche che sostenevano che il cervello fosse diviso in sezioni separate, ciascuna rappresentante una qualità o abilità distinta che poteva essere misurata studiando il cranio. Ove possibile, venivano eseguite autopsie sui cervelli degli idiot savant per scoprire se il tessuto cerebrale potesse far luce sul loro inaspettato talento. Alcuni medici teorizzarono che l’idiota savant avrebbe perso la sua abilità speciale se avesse sviluppato le restanti funzioni cerebrali per ripristinare uno stato mentale più equilibrato, poiché il suo talento era causato da uno sviluppo diseguale. 

Queste pratiche negarono ancora una volta alle persone con disabilità intellettiva la possibilità di essere creative: le loro capacità vennero invece attribuite a una patologia del cervello o della mente, oppure spiegate come nient’altro che eccellenti capacità imitative. “Non esiste invenzione spontanea”, affermò il neurologo Frederick Peterson nel 1896: “Gli idiot savant sono semplici copisti nella musica, nella modellazione, nel design o nella pittura”23. Naturalmente, l’imitazione e la ripetizione sono fondamentali per lo sviluppo di qualsiasi abilità, ma uomini come Peterson invocarono questi comportamenti come un modo per negare la creatività ai savant. Poiché la creatività era così strettamente legata all’idea dell’anima, ancora dominante all’epoca, Peterson e i suoi simili rafforzarono l’idea che gli idiot savant non fossero completamente umani. 

In un articolo rivoluzionario del 1943, lo psicologo Leo Kanner descrisse l’autismo come caratterizzato da solitudine, fissazione per gli oggetti e ripetizione di azioni (come scrivere la stessa parola più e più volte o scuotere la testa da una parte all’altra), nonché una preferenza per le routine e per l’ambiente circostante. I casi atipici discussi da Kanner nel suo articolo includevano bambini che sapevano riconoscere i compositori e dimenarsi di piacere ascoltando la loro musica all’età di un anno e mezzo, contare fino a 100 all’età di due anni, cantare un repertorio consistente prima dei tre anni e che avevano una notevole capacità aritmetica come un’impresa mnemonica all’età di otto anni. Kanner sosteneva che questi bambini nascessero con un talento innato e un modo unico di guardare il mondo. In un’epoca in cui le idee sulla disabilità intellettiva si aprivano a interpretazioni psicoanalitiche e sociali, la descrizione di Kanner dei bambini con autismo dava spazio all’immaginazione e all’unicità, pur continuando a difendere l’idea che i loro cervelli fossero cablati in modo diverso, geneticamente e neurologicamente. 

Il savantismo continua ad affascinarci ancora oggi. Anche adesso, secondo Victoria Ruiz24, quando i professionisti della materia operano con la categoria più inclusiva della neurodivergenza in contrapposizione alla patologia, la rarità e la precocità del savantismo suscitano interesse. Ci si meraviglia della capacità di Stephen Wiltshire di disegnare ampi paesaggi urbani a memoria o della capacità di Leslie Lemke di suonare un brano musicale complesso dopo averlo ascoltato una sola volta. Ma la meraviglia stessa è stata problematizzata come una forma di alterità. Le eccezionali capacità mnemoniche di Kim Peek potrebbero averlo reso fonte di ispirazione per Rain Man (1988), ma la rappresentazione di Raymond Babbitt, che rimanda a Peek, nell’interpretazione di Dustin Hoffman nel film come un incompetente infantilizzato, ha suscitato aspre critiche da parte della comunità neurodivergente25. 

Nell’opinione della storica della medicina e della psicologa Victoria Ruiz, la comunità delle persone con disabilità avrebbe espresso frustrazione per la sovra-rappresentazione culturale di figure autistiche eccezionalmente talentuose, creando stereotipi dannosi che rendono invisibili le persone con disabilità che non sono affatto talentuose. 

In ogni caso, analizzare il savantismo da una prospettiva storica è significativo poiché rivela con precisione come, in epoche diverse, concepiamo e controlliamo le idee su chi può essere ritenuto creativo in modi diversi. Ciò che diventa evidente, guardando indietro, è che il discorso medico sul savantismo non riguardava principalmente la salute, o persino le scienze della mente, ma piuttosto la politica e l’impotenza. 

Sebbene non etichettiamo più gli idiot savant come mostruosi, rimane una questione irrilevante quanta strada, realmente, sia stata fatta dalla società circa i propri pregiudizi. Le nostre società inciampano ancora in quest’idea, quasi voyeuristica, di un talento eccezionale e inaspettato che rende tali figure inspiegabili e intriganti. Il savant è ancora una rarità, anche se il contesto neurologico in cui lo comprendiamo sia cambiato. Studiosi della disabilità come Joseph N. Straus26 e Marion Quirici27 sottolineano che il semplice fatto di chiedersi come un talento eccezionale possa coesistere con la disabilità non fa che riprodurre visioni sociali che presentano gli individui disabili come “Altri”. 

Tuttavia, l’argomentazione è biunivoca, cioè una costruzione di una condizione di reciprocità tra le figure. Studi in psicologia che considerano il talento come intrinseco a condizioni neurodivergenti come il disturbo dello spettro autistico avrebbero dato origine, segnala Ruiz28, ad una narrazione popolare che vede il genio come innato, portando le persone a parlare dei savant disabili con così tanta soggezione e ammirazione da trasformarli in supercrip, cioè in persone che superano la loro disabilità grazie al loro misterioso talento innato. Ma questa visione popolare, apparentemente positiva, sostiene Ruiz, continua a definire le persone disabili come “diverse da noi”. L’aldilà è pur sempre Altro, e impone la necessità di essere “più di” per essere accettati, puntualizza senza indugi Ruiz. 

Ancora sotto questo aspetto precisa, come sostengono molte figure impegnate con la disabilità, queste narrazioni sul superamento rafforzano l’idea che la disabilità sia qualcosa di negativo, ostacolando al contempo la sconcertante capacità sovversiva a cui le persone disabili possono attingere attraverso la loro stessa esistenza. Nella misura in cui la società – e le sue istituzioni preposte all’esercizio della biopolitica – ancora faticano a comprendere la complessità neurologica, la figura dell’idiot savant ci ricorda, suggerisce Ruiz, che, come società, dobbiamo impegnarci di più per analizzare, elaborare e accettare le diversità. In effetti, il rebus sociale e clinico relativo all’idiota sapiente ci fa capire la complessità neurologica degli individui e la difficoltà sociale ad accettare le differenze che la storia della medicina e della psicologia testimoniano. La convergenza di talenti singolari e marcate disabilità conferma la problematicità di pretendere di classificare noi umani in categorie nette. 

 

 

 

  1. La sindrome del savant, detta anche sindrome dell’idiota sapiente (dal francese idiot savant), indica una serie di ritardi cognitivi anche gravi che presenta una persona, accanto allo sviluppo di un’abilità particolare e sopra la norma in un settore specifico. Queste abilità si possono riscontrare in diversi campi: arti visive, in particolare nel disegno, musica, specifiche abilità matematiche o meccaniche. Meno frequentemente sono state riscontrate abilità eccezionali in aree come quella del linguaggio. I dati a disposizione tendono a classificarla come una sindrome. Si può manifestare in concomitanza con altre sindromi come negli individui con autismo. Circa la metà dei casi di Idiot Savant è associato a disturbi dello spettro autistico; l’altra metà dei casi presenta altre forme di disabilità, ritardo mentale, lesioni o malattie del sistema nervoso centrale. Pertanto, non tutte le persone autistiche hanno la Sindrome del Savant e non tutte le persone con la Sindrome del Savant hanno un disturbo dello spettro autistico. La sindrome del Savant è un fenomeno intrigante in cui individui con disabilità mentali o disturbi dello sviluppo mostrano abilità eccezionali in aree specifiche come la musica, la scienza o l’arte. Nonostante presentino complicazioni in altri settori, questi talenti eccezionali sfidano le aspettative convenzionali e hanno catturato l’attenzione di esperti di neuroscienze e psicologia.
  2. Darold Treffert è stato uno psichiatra e direttore di ricerca statunitense, specializzato nell’epidemiologia dei disturbi dello spettro autistico e della sindrome del savant. È stato professore clinico presso la Facoltà di Medicina dell’Università del Wisconsin e professore clinico presso l’Università del Wisconsin-Milwaukee.
  3. Victoria Ruiz. The puzzle of the ‘idiot savant’. AEON 9 October 2025.
  4. Understanding Other Minds: Perspectives from developmental social neuroscience. Edited by Simon Baron-Cohen, Michael Lombardo and Helen Tager-Flusberg. Oxford University Press, 11 September 2013.
  5. Victoria Ruiz, op. cit. 9 October 2025.
  6. Simon Baron-Cohen, Michael Lombardo and Helen Tager-Flusberg. Oxford University Press, 11 September 2013.
  7. Victoria Ruiz, op. cit. 9 October 2025.
  8. McDonagh, Patrick. Idiocy: A Cultural History. 1st ed., vol. 3, Liverpool University Press, 2008.
  9. Ibidem
  10. Ibidem
  11. Noto anche come il Genio dell’Earlswood Asylum, era un sapiente britannico, probabilmente affetto da afasia.
  12. Il Royal Earlswood Hospital, precedentemente The Asylum for Idiots e The Royal Earlswood Institution for Mental Defectives, a Redhill, nel Surrey, Inghilterra, è stato il primo istituto ad accogliere specificamente le persone con disabilità dello sviluppo.
  13. McDonagh, Patrick, op. cit. 2008.
  14. Ibidem
  15. Ibidem
  16. Ibidem
  17. Graus, Andrea. “Child Prodigies in Paris in the Belle Époque: between Child Stars and Psychological Subjects.” History of Psychology, 24(3) (2021): 255-274.
  18. Graus, Andrea op. cit. 2021.
  19. McDonagh, Patrick, op. cit. 2008.
  20. Lindsay J. Wright è una storica della musica ed etnografa interessata all’interconnessione tra pedagogia musicale, performance e sistemi di privilegio negli Stati Uniti. Sta lavorando a un libro intitolato “Talent Show: Musicality, Meritocracy, and the Aesthetics of Exclusion. Attualmente professoressa associata presso il Dipartimento di Musica dell’Università di Yale.
  21. Ibidem
  22. Ibidem
  23. McDonagh, Patrick, op. cit. 2008.
  24. Victoria Ruiz. op. cit. 9 October 2025.
  25. Ibidem
  26. Joseph N. Straus. Extraordinary Measures: Disability in Music. Oxford University Press, 2011 / Joseph N. Straus. Normalizing the Abnormal: Disability in Music and Music Theory. Journal of the American Musicological Society 1 April 2006; 59 (1): 113–184.
  27. Quirici, Marion. “Disability Studies.” The Year’s Work in Critical and Cultural Theory (Oxford University Press), vol. 27, 2019.
  28. Victoria Ruiz. op. cit. 9 October 2025.

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