BIO – Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità – Educational Papers • Anno V • Numero 18 • Giugno 2016
Scritto in collaborazione con Eugenia D’Alterio – biologa
Preliminare
In articoli precedenti ci siamo già occupati di bio-politica1 analizzando alcune implicazioni etiche delle politiche dell’identità e dei flussi migratori. Tali discussioni sono state focalizzate sulla questione della gestione biometrica dell’identità dei richiedenti asilo e su come queste politiche affettino l’esistenza di questi soggetti. In quest’argomentazione, invece, l’attenzione viene posta sulla figura del “cittadino” in modo da poter esplorare altri aspetti dell’interazione tra biometrica e gestione dell’identità e come quest’interazione abbia a che fare con l’ideale e la pratica della cittadinanza nelle società liberiste. Con tale esplorazione è possibile interrogarci circa certe pratiche meno eccezionali e più di routine di quella dell’asilo come, ad esempio, circa la sicurezza, concetto chiave che sorregge la triade: biometrica, identità e cittadinanza. Infatti, viene detto che le tecnologie biometriche siano oggi una risposta alla questione della sicurezza riguardo l’identità e, di conseguenza, l’eventuale cittadinanza. Come tanti altri concetti, anche quello della sicurezza ha subito di recente molte trasformazioni nel suo significato, nel suo uso e nella sua funzione. Per questo, vale la pena cominciare la discussione prendendo in considerazione alcune di queste trasformazioni. Fare questo ci aiuterà ha spianare la strada per analizzare e comprendere ciò che è coinvolto nel processo di SECURITIZZAZIONE (SECURITISATION)2 dell’identità attraverso la tecnologia biometrica in sviluppo nelle società neoliberiste, così come analizzare e comprendere l’impatto di un tale processo sul concetto e sulla pratica della cittadinanza e, soprattutto, sulla nostra quotidianità e sui nostri progetti di vita.

Trasformazioni del significato del termine sicurezza
Negli anni recenti, i dibattiti circa la natura, il significato e l’importanza della sicurezza sono diventati oggetto di rinnovato interesse e di polemiche3. Gli approcci tradizionali alla sicurezza, come quelli della prospettiva “realista” che hanno dominato le nostre idee convenzionali sulla sicurezza, hanno subito una serie di sfide da differenti aree. Queste sfide sono state indotte da vari eventi socio-politici, includendo la caduta del Muro di Berlino, il collasso dell’Unione Sovietica e una miriade di conflitti etnici e politici4. Queste sfide hanno portato ad una nuova convinzione: “la sicurezza non ha più un oggetto di riferimento stabile”5. In altre parole, “ciò” che dovrebbe essere assicurato, “come” dovrebbe essere assicurato e “da cosa” dovrebbe essere assicurato, non può essere più contenuto in termini dell’approccio realistico stato-centrico, in cui, precedentemente, era contestualizzata l’idea di sicurezza. Queste sfide [“il ciò”, “il come” e “da cosa”] richiedono, oggi, concettualizzazioni, definizioni e scopi, più allargati ed approfonditi6.
Come risposta a quest’esigenza, molti studiosi hanno cominciato a spostarsi verso una visione costruttivista attraverso la quale la sicurezza non è più considerata come una condizione oggettiva ma come un processo continuo di costruzione sociale e retorica. Ancora, più radicalmente, con l’aiuto della teoria del linguaggio, alcuni costruttivisti considerano la ‘sicurezza’ come un “atto linguistico”. In tale contesto, “sicurezza” non è un termine che fa riferimento a qualcosa di più reale: la sua enunciazione è la sua attuazione. Pronunciandola viene avviata un’attività mentale ed emotiva7.
Questo spostamento, nell’intendimento di ciò che denominiamo sicurezza, dall’ontologico al costrutto, dal presunto esistente, senza mediazione umana, al performativo8, è meglio compreso attraverso l’utilizzo della prospettiva della securitizzazione, cioè quella prospettiva che ci propone di intendere le pratiche di sicurezza come specifiche forme di costruzioni sociali”9. La riformulazione della “sicurezza”, in questi termini, permette, contemporaneamente, di “allargare” e “limitare” il concetto e l’analisi circa ciò che intendiamo nel termine “sicurezza”. Infatti, in un certo senso, al considerare la sicurezza come un atto linguistico, un numero quasi infinito di minacce e oggetti referenti può essere contenuto nel termine. Allo stesso tempo, tuttavia, la prospettiva della securitizzazione delinea alcune limitazioni a quello che può essere considerato come un atto linguistico di securitizzazione10. Come suggerisce Williams11, “la prospettiva di securitizzazione ha una specifica struttura che in pratica limita, teoreticamente, la natura illimitata della sicurezza” che, di conseguenza, è considerata “come un fenomeno che è concretamente indeterminato e, tuttavia, formalmente specifico”12. Ma come si distingue un atto linguistico di securitizzazione da altre forme di atti linguistici? Una tale differenza può essere stabilita considerando tre elementi essenziali. Il primo, una, eventuale, minaccia è, discorsivamente, presentata come una “minaccia all’esistenza stessa della sicurezza”. Affinché questo processo sia efficace e di successo, l’atto linguistico di securitizzazione deve soddisfare certe condizioni sociali e linguistiche per convincere l’audience [pubblico] dell’esistenza e dell’imminenza della minaccia. Il secondo, dipendente dal successo dell’atto linguistico di securitizzazione, il problema deve essere presentato come una questione di priorità suprema e di urgenza, richiedendo l’utilizzo di “mezzi straordinari” e “misure eccezionali”. Il terzo, la securitizzazione di una questione giustifica l’interruzione delle “normali” procedure della democrazia e la “limitazione dei diritti dei cittadini in nome della sicurezza”13.
In questo senso, Williams14 e van Munster15 sostengono che la prospettiva della securitizzazione è fortemente influenzata dal quadro concettuale di Carl Schmitt16 riguardo la nozione di ciò che è “politico”. Per Schmitt, la dimensione “politica” non si trova nelle questioni in sé ma nel modo particolare di inquadrarle ed approcciarle, proprio come nella prospettiva della securitizzazione, il fenomeno della sicurezza risiede non nella questione sicurezza in sé o nella sua natura intrinseca ma nei modi in cui essa è costruita, presentata e accettata, come una eventuale minaccia all’esistenza medesima.
La nozione di eccezione è, pertanto, un altro aspetto nel quale la visione di Carl Schmitt, circa ciò che è “politico”, e la prospettiva della securitizzazione convergono. In entrambe le prospettive c’è un’enfasi sui schieramenti opposti tra amici & oggetti referenti versus nemici e minacce, e sull’autorità decisionista-performativa. Per Schmitt, l’atto della divisione politica (schieramenti politici opposti) si fonda sulla nozione di sovranità, cioè la capacità di optare per l’eccezione. Allo stesso tempo, l’efficacia della decisione sovrana poggia sull’atto della divisione politica tra amici e nemici in quanto “amicizia e inimicizia definiscono o meno la struttura fondante della fedeltà e della solidarietà, che sono alla base della capacità effettiva di decisione”17 In termini di securitizzazione, “l’atto della decisione è sia la ‘realtà primaria’ della securitizzazione che un’espressione dell’esistenza (nei casi di securitizzazione di successo), della non esistenza (nei casi di fallimento di essa) o della creazione (mobilitazione creativa) di raggruppamenti ‘politici’ che hanno una sensibilità coinvolgente verso la questione specifica”18 Nella prospettiva della securitizzazione la questione della sicurezza non è riducibile né alla nozione di sovranità né alla sopravvivenza dello stato ma si estende ad altre aree e preoccupazioni. Tra queste, la nozione dell’identità.
L’identità è, infatti, uno dei punti chiave di interesse della prospettiva della securitizzazione. L’identità serve anche come un concetto di demarcazione tra “sicurezza dello Stato” e “sicurezza sociale”. Waever19 sostiene che la sicurezza dello Stato ha la sovranità come ultimo criterio e la sicurezza sociale ha l’identità. Entrambi gli usi implicano la sopravvivenza. Uno stato che perde la sua sovranità non sopravvive come stato; una società che perde la sua identità teme che essa non sarà più in grado di essere se stessa. In un tale contesto, proprio come la decisione sovrana si basa sulla divisione tra amici e nemici, così fa anche la securitizzazione dell’identità.
Nelle condizioni di ‘minaccia di sopravvivenza’ [...] delle identità, una logica di Carl Schmitt, circa amici e nemici viene evocata e con essa una politica di esclusione [...] Una securitizzazione di successo di un’identità comporta precisamente la capacità di decidere in merito ai limiti di una determinata identità, di opporsi a ciò che essa non è, di raffigurare quest’identità in un rapporto di minaccia o addirittura d’ostilità, e di avere questa decisione e dichiarazione accettata da un gruppo rilevante20.
Da questa prospettiva, la securitizzazione dell’identità è considerata un processo attraverso il quale la flessibilità e la negoziabilità delle identità sono limitate e soppresse. Questo processo è una modalità di fondare e dichiarare un’identità collettiva monolitica sulla base di una minaccia alla sua esistenza, alla quale è presumibilmente esposta, attraverso l’intensificazione di certe emozioni che contribuiscono alla formazione dei raggruppamenti sociali e politici.
Va notato che la funzionalità “decisionista” che sorregge il modello eccezionalista non esaurisce tutti gli aspetti della securitizzazione. Questo perché entrambi i processi, il decisionismo e l’articolazione dell’identità in termini di amicizia ed inimicizia, si focalizzano, quasi esclusivamente, su momenti ed eventi “estremi” e “diversi”. Decisionismo e articolazione dell’identità, quindi, spesso non toccano le pratiche di routine e i processi quotidiani con cui l’emergenza è sottilmente “normalizzata” come una tecnica di governo attraverso il disagio21. Per questa ragione Bigo insiste sulla necessità di “andare oltre il dibattito dell’eccezione come un momento di decisione o come l’opposto ad una norma”22 In modo simile Williams sostiene che:
L’enfasi sulla decisione solleva, chiaramente, questioni analitiche difficili, dal momento che focalizzarsi troppo strettamente alla ricerca di atti di securitizzazione singolari e distinti potrebbe ben indurre a percepire in modo sbagliato processi attraverso i quali una situazione è gradualmente intensificata e così resa suscettibile di securitizzazione mentre si rimane lontano di una vera decisione di securitizzazione23.
Quindi, anche se le pratiche quotidiane di securitizzazione potrebbero non avere lo stesso elemento drammatico di intensità che è inerente alla logica del decisionismo, queste pratiche ancora giocano un ruolo fondamentale nel panorama generale della sicurezza contemporanea (van Munster, 2005a: 6). Questo argomento diventa particolarmente pertinente se si considera come, nei discorsi e nelle pratiche di sicurezza, ciò che è in discussione non sono solo le minacce effettive ma, anche, quelle potenziali, vale a dire i rischi.
In questo senso, un altro modo di intendere il processo della securitizzazione nella vita quotidiana è prestando attenzione a ciò che nei discorsi e nelle pratiche di sicurezza viene denominata “gestione del rischio”. A differenza del processo eccezionalista di securitizzazione, la gestione del rischio non è interessata ad un approccio decisionista di dividere la popolazione in raggruppamenti di amici / nemici. La gestione del rischio è guidata dalla convinzione che “oggi è sempre più difficile […] citare un unico nemico; anzi, sembra che ci siano nemici minori e sfuggenti dappertutto”24. Come tale, la gestione del rischio è più interessata a identificare, profilare e classificare, le persone in base al livello di rischio assegnato loro al fine di individuare, ridurre e neutralizzare, il pericolo percepito. Quindi, la gestione del rischio è basata su meccanismi preventivi e su tecniche di prevenzione nelle quali la minaccia è concepita non tanto in termini di attualità ma in termini di potenzialità (il suo divenire pericolosa, la sua ‘virtualità reale’), ossia la minaccia è concepita “in base a quello che un soggetto potrebbe fare, piuttosto che sulla base di essere fermato dopo l’eventuale atto”25. Così, invece di concentrarsi su eventi e decisioni eccezionali, le tecniche di gestione del rischio sono immanenti in tutti i settori della vita. Esse permeano i flussi, le transazioni e le pratiche di tutti i giorni e si basano su “un visione del controllo tecnocratico dell’incidentale attraverso un monitoraggio continuo26”. Infatti, la nozione stessa di rischio, come Jennings27 l’intende, è un concetto “colonizzante”. La nozione stessa si insinua facilmente e ubiquitariamente nella quotidianità con tutte le sue banali disposizioni e attività amministrative, organizzative e burocratiche.
Non sorprende, allora, che l’identità stessa venga sempre più rielaborata in termini di rischio e di sicurezza. Infatti, successivamente, ci occuperemo di problematica entro la quale la securitizzazione dell’identità, attraverso la tecnologia biometrica, emerge come una soluzione per la serie di rischi che si ritiene che l’identità stessa stia ad affrontare nelle società contemporanee. Questa rielaborazione ci aiuterà, anche, ad approfondire lo sviluppo della tecnologia biometrica come strumento di gestione e di governo di tutta la popolazione, piuttosto, che di soli corpi specifici e di eccezionali spazialità territoriali, quale l’asilo, come discusso in precedenza.

Assicurare l’identità
Su qualsiasi elenco delle preoccupazioni della collettività, l’immigrazione clandestina, la criminalità, il terrorismo e la frode di identità sarebbero verso l’alto. In ciascuno di questi casi, l’abuso d’identità è una componente fondamentale. (Tony Blair, 2006)28.
Il crescente interesse nella ricerca di mezzi più energici e più affidabili per assicurare l’identità è sostenuto da una serie di motivi basati sul rischio e sui cambiamenti tecnologici. I livelli crescenti di mobilità globale, i progressi delle nuove tecnologie, la dispersione delle informazione nel proliferare delle reti, la crescente necessità di controllare l’accesso alle prestazioni sociali e ai diritti, la scena che muta nei confini degli stati, sono alcuni dei molti fattori e degli argomenti dietro lo spiegamento della tecnologia biometrica e dietro la riconfigurazione dei mezzi con cui lo stato si collega ai suoi cittadini reali (o meno) e regola i flussi delle loro transizioni e delle loro transazioni. A questo proposito, i sistemi di identità emergenti sono parte di una direzione su larga scala verso un modo di governare29 in cui la gestione della vita della popolazione, attraverso il rischio, è l’obiettivo primario e la securitizzazione dell’identità, attraverso la biometria, è una delle sue caratteristiche principali.
Gli scopi dei sistemi di identità emergenti sono raggruppati sotto il titolo di “interesse pubblico” che comprende sicurezza nazionale, prevenzione o rilevamento di un crimine, esecuzione dei controlli in materia di immigrazione, l’applicazione di divieti di lavoro o di impiego non autorizzato e un’efficiente fornitura di servizi pubblici. Nascosti in questa doppia retorica di interesse pubblico e di prevenzione, i sistemi di identità sono spesso inquadrati all’interno di una certa razionalità politica e normativa che partecipa di più ampi e continui sforzi per socializzare la sicurezza, regolare l’accesso e infondere un senso di “prudenzialismo”, pur rimanendo “continuamente aperti alla costruzione di nuovi problemi e al marketing di nuove soluzioni”30. A questo scopo, i sistemi di identità sono spesso promossi come una sorta di panacea per i mali sociali e una soluzione ai vari “problemi” provocati dalla mobilità globale, il terrorismo, i progressi tecnologici e così via. In questo contesto, la sicurezza nazionale e la rilevazione del crimine comportano la prevenzione del terrorismo, nonché delle frodi e il furto dell’identità. Infatti, la nozione di frode e furto dell’identità è un tema comune e ricorrente che attraversa e collega ogni singola preoccupazione alla base della logica dei sistemi di identità biometrici.
Come da dichiarazione precedente di Tony Blair, “l’abuso dell’identità” è considerato come un elemento cruciale in ciascuna delle minacce che si ritiene incombano sugli interessi del pubblico. L’argomento stesso deriva dalla convinzione che le minacce derivanti in violazione della legge sull’immigrazione, quelle inerenti il lavoro illegale e l’occupazione non autorizzata, quelle di coloro che commettono atti di criminalità e di terrorismo e così via, si basano tutte, in un modo o nell’altro, sulla relativa facilità con cui si può costruire una nuova e falsa identità, ci si può appropriare dell’identità di qualcun altro o si può ottenere accesso non autorizzato a dati personali e a informazioni finanziarie.
La frode di identità è, in questo modo, sempre più inquadrata sia come un problema di sicurezza che come problema sociale. Essa è costruita come un tipo specifico di rischio che pervade una miriade di spazi e di attività e la cui gestione richiede varie strategie e tecniche, tra cui la securitizzazione dell’identità attraverso la tecnologia biometrica. L’argomento del furto dell’identità, come tale, funziona come uno dei veicoli principali per facilitare l’introduzione e la diffusione di sistemi di identità biometrici e di assicurarsi l’accettazione del pubblico di questi sistemi. Vale la pena, dunque, di esaminare come la frode dell’identità sta emergendo come un’area problematica all’interno del panorama governamentale attuale, e di come la problematizzazione e la criminalizzazione della questione possano servire come un meccanismo attraverso il quale la figura del cittadino, dell’individuo, del consumatore e così via possano essere (auto-)gestite, (auto-)governate e (auto-) responsabilizzate.
Ciò che è particolarmente interessante di tutte le campagne per promuovere la conformità con gli standard accettati di comportamento e norme, per influenzare il modo in cui gli individui si avvicinano ai rischi e per affrontare il problema delle frodi di identità attraverso l’utilizzo delle tecnologie di comunicazione di dati, siano esse guidate dai governi o privatamente orchestrate, è il modo in cui esse sono orientate verso la nozione di “consumatore” e formulate nel linguaggio del “mercato del credito.” Esse rappresentano le frodi di identità come “un rischio sistemico incalcolabile derivante dalla produttività del mercato stesso – un sistematico sottoprodotto di un sistema di credito abilitato da una tecnologia elettronica avanzata”31. L’identità, in questo stile di pensiero, è considerata come un bene prezioso che consente l’attualizzazione neoliberista della propria autonomia, la libertà e la scelta, all’interno dei circuiti di consumo: “l’identità è un bene prezioso di cui si ha bisogno per funzionare nella vita di tutti i giorni. Si ha bisogno di evidenze di ciò che siamo per aprire conti bancari, ottenere carte di credito, finanziamenti, prestiti e mutui, per ottenere beni o servizi, o per richiedere benefici”32,33. Pertanto, ciò che la frode dell’identità sembra minacciare rientra proprio in quella capacità “individualizzata” per consumare, nel potenziale imprenditoriale [del cittadino] come consumatore34 e nella libertà personale attraverso la quale i consumatori sono integrati come sudditi e oggetti di governo35. La frode dell’Identità, a questo proposito, ammonta a qualcosa di più di un rischio “costruito”. Essa è anche presentata come avente una dimensione “realista”, che può avere effetti sulla storia (creditizia) di un individuo, sulla sua identità (di consumatore), sul suo senso di continuità e può interrompere la sua possibilità di crearsi una vita attraverso le proprie scelte di consumo36. L’identità è un sottoprodotto delle attività del mercato neoliberista e, paradossalmente, una negazione dei principi e delle possibilità di queste attività.
Oltre a questo impatto finanziario e materiale, le ramificazioni della frode dell’identità sono inquadrate in termini della loro dimensione “emozionale”, che può rappresentare un’”esperienza straziante” per la vittima37. Secondo Marron38, gli effetti emotivi negativi collaterali della frode dell’identità creano una particolare forma di identità, quella di “essere una vittima”. Questa identità è descritta come “statica” e “inflessibile”, non solo nel senso che è caratterizzata dalla negazione della possibilità di scelta futura e dell’incapacità di avere il controllo della propria identità di credito ma, anche, nel senso che si tratta di un’identità attraverso la quale la vittima sperimenta una miriade di effetti negativi, tra cui la perdita di fiducia, sentendosi violata, invasa, afflitta, depressa e, in alcuni casi, anche disfunzionale (presenza di sensi di colpa, insicurezza ed inferiorità). Infatti, anche se la vittima potrebbe essere materialmente garantita, è ancora soggettivamente posizionata come gravata da un’incertezza debilitante che pervade la sua vita, interrompendo il suo senso di “sicurezza ontologica”39.
La configurazione dell’identità e della frode dell’identità in questi termini può, quindi, essere considerata come partecipe di una specifica razionalità governativa per cui la responsabilizzazione degli individui è considerata non solo come un utile complemento alla regolamentazione giuridica ma, anche, una strategia integrale per il suo successo e per la lotta preventiva contro le frodi di identità. Infatti, le tecniche e le strategie che cercano di dotare i consumatori delle competenze necessarie per l’esercizio della prudenza individuale e di ridurre al minimo il rischio di cadere vittima di frodi di identità sono esempi dei programmi governativi di educazione dei consumatori40. In tal modo, queste tecniche consentono lo spostamento delle responsabilità sugli individui stessi invece di limitare la responsabilità esclusivamente alla competenza del governo e delle istituzioni. Come O’Malley41 sostiene: “Non solo la responsabilità per la gestione del rischio di reato si sposta ma, co-relativamente, la razionalità della questione del rischio viene spostata alla capacità dei singoli di diventare esperti e ben informati circa la prevenzione del crimine e dei rischi di reato”. In questo modo, il problema delle frodi di identità viene inquadrato in termini di conoscenza individuale (o della mancanza di essa) nei confronti delle tecniche prescritte di gestione del rischio. In questo modo, la colpevolezza non è più una questione istituzionale sistemica, ma diventa una mancanza di consapevolezza delle proprie responsabilità e di padronanza tecnologica da parte degli individui42”
Innegabilmente, questa modalità di inquadramento gioca un ruolo cruciale nell’impregnare i sistemi di identità biometrica con un senso di legittimità e necessità “personalizzato” e tuttavia “universale”. (ibid.) A questo proposito, la tecnologia biometrica e gli schemi di identità biometrica sono stati venduti all’opinione pubblica come una componente importante del cassetto degli attrezzi cognitivi necessari per gestire e proteggere la propria identità, come dei mezzi attraverso i quali gli individui potevano attualizzare il loro savoir-faire e ottimizzare il loro savoir-être (abilità di vita) all’interno dei circuiti del consumo. Essi rappresentano, quindi, un vivido esempio delle attuali strategie di “governare attraverso il rischio” e di inculcare l’etica del neoliberismo incapsulata nei concetti di auto-responsabilità, padronanza di sé, auto-monitoraggio, autonomia e così via43. Essi sono un’espressione di “un tentativo deterministico per sviluppare metodi di controllo “pre-reato”44 ai fini di affrontare l’incertezza intrinseca dei rischi contemporanei come il rischio di furto d’identità.
Ad un altro livello, la logica dei sistemi biometrici di identità può anche essere considerata come una logica che prende la forma di un principio di precauzione nel senso che ogni identità viene trattata come una identità sospetta fino a prova contraria attraverso l’identificazione biometrica stessa. Il principio di precauzione, come van Asselt e Vos45 spiegano, è un concetto importante per affrontare situazioni in cui “l’incertezza e il rischio si mescolano”. Si tratta di un paradigma di gestione del rischio che agisce “non sulla base di quello che sappiamo, ma sulla base di ciò che non conosciamo”46. Esso attiva, quindi, tecnologie proattive di prevenzione, come quelle dei sistemi biometrici di identità, nel tentativo di rispondere ai rischi che si caratterizzano per la loro imprevedibilità, incontenibilità, contingenza, e per la loro natura sfidante nei confronti della calcolabilità e del controllo attraverso la conoscenza.
Ciò che traspare, incorniciando l’identità come a rischio, è una riconfigurazione dei rapporti tra lo Stato [sovrano] e i suoi “sudditi” [cittadini] e, con essa, una riconfigurazione del significato e della funzione della cittadinanza. A seguire vedremo che tipo di cittadinanza è la “cittadinanza biometrica”.
Riconfigurazione della cittadinanza attraverso la tecnologia biometrica
Con l’introduzione delle tecnologie biometriche nell’ambito dell’identità del cittadino, la relazione tra Stato e individuo cambia. Ciò che è in gioco è niente di meno che il nuovo normale rapporto di bio-politica tra i cittadini e lo Stato. Questa relazione non ha più nulla a che fare con la partecipazione libera e attiva nella sfera pubblica, ma riguarda l’iscrizione e l’archiviazione degli aspetti più privati e non trasmissibili della personale soggettività: la vita biologica del proprio corpo.
Tradizionalmente, l’idea del cittadino è stata una delle più fondamentali e, allo stesso tempo, problematiche premesse del pensiero politico occidentale. La sua storia è una storia di realizzazione e di lotta, una storia di emancipazione e di conflitto, una storia di aporie e paradossi. Ciò è così proprio per l’essenza e la natura dell’ideale di cittadinanza stessa. Infatti, mentre l’idea di cittadinanza ha funzionato, fin dai suoi inizi, come l’impalcatura e l’incarnazione per eccellenza di rivendicazioni di appartenenza, di diritti, di libertà e così via, essa è anche rimasta, inevitabilmente e indissolubilmente, legata ad atti di esclusione, di disuguaglianza, di oppressione nonché di violenza.
Chiaramente, l’idea del cittadino è passata attraverso una serie di trasformazioni e aggiornamenti, tanto da sviluppare una dipendenza, quasi insanabile, di avere una qualificazione per la propria definizione (ad esempio, cittadinanza “cosmopolita”, cittadinanza “post-nazionale”, cittadinanza “mondiale”, cittadinanza “digitale” e cittadinanza “biologica”). La maggior parte di queste qualificazioni spesso corre il rischio di essere (MIS)etichettata come semplice ornamento tautologico. Eppure, rimangono epitomi validi dell’intrinseca natura a più livelli della nozione di cittadino, e delle relative istanze di quello che alcuni hanno definito concezioni “sottili” di cittadinanza, che vanno oltre lo “spessore” della cittadinanza di Stato47. Le qualificazioni sono, quindi, un meccanismo utile per partecipare agli aspetti di scarsezza / spessore della tettonica della cittadinanza e un utile promemoria della necessità di prendere in considerazione la questione del contesto e della specificità a cui servono. Vedremo, poi, la qualifica “biometrica”, riguardo la cittadinanza, e esploreremo ciò che è rinchiuso all’interno di tale comparto.

La cittadinanza biometrica come cittadinanza neoliberale
Secondo Nikolas Rose48, tutta una serie di nuove tecnologie – “tecnologie di libertà” – sono state sviluppate per cercare di governare “a distanza” attraverso, e non malgrado, le scelte autonome di entità relativamente indipendenti. La succinta asserzione di Rose fa notare uno degli aspetti fondamentali che caratterizzano la razionalità del paradigma neoliberista della governamentalità49, vale a dire, l’arte di “governare attraverso la libertà”. Questa modalità di governare prende, come premessa, la logica della “autonomizzazione” e “responsabilizzazione” individuale sostituendo alcuni dei principi delle precedenti forme di governo liberale, come quelli dell’assistenzialismo e la sua “cultura della dipendenza”50. L’obiettivo generale del neoliberismo è quello di organizzare le attività individuali, di gruppo e istituzionali attorno ad un’etica basata sul mercato e sull’imprenditorialità attiva per mezzo della riattivazione delle capacità degli individui liberi, riducendo al minimo le interferenze da parte dello Stato e avallando processi di diffusione capillare dell’ideologia del marketing [marketisation] e dell’uso della tecnologia [technologisation]. In termini di cittadinanza, questo si traduce in uno spostamento dagli ideali di responsabilità sociale e di solidarietà collettiva verso una riconfigurazione della cittadinanza in termini di scelta, libertà e capacità di essere imprenditori attivi di se stessi.
Riguardo questo cittadino biometrico si potrebbe dire che egli è quell’individuo capace di auto-governarsi e la cui libertà è espressa come “libertà dalla guida dello Stato”, così come la libertà di fare scelte di “auto-massimizzazione”51 utilizzando la tecnologia di frontiera avanzata a disposizione. “I businessmen” e i “frequent travellers” sono, ad esempio, figure rappresentative dell’individuo neoliberista. Essi fanno parte di quello che divenne noto come l”elite cinetica”, una categoria di attori mobili che sono dotati di diritti di mobilità privata e dei diritti di attraversamento accelerato delle frontiere, che li esime dall’attesa in coda ai check-in affollati o di sottoporsi a lunghe procedure di sicurezza. Vale la pena ricordare, tuttavia, che una tale forma di libertà è una libertà condizionale, una libertà in cui i diritti privilegiati alla mobilità flessibile possono essere ottenuti solo dopo aver presentato i propri dati biologici che soddisfino diversi criteri di pre-autorizzazione che vengono utilizzati per valutare il, potenziale, livello di rischio del richiedente e così via.
Poiché la libertà, come van Munster dice, “non è solo semplicemente qualcosa del tipo essere lasciati liberi […] essa è anche qualcosa che deve essere gestita attraverso il costante monitoraggio delle cose che vengono identificate come una minaccia per l’esercizio autonomo, soggettivo, della libertà e della mobilità”52 In quanto tale, “governare attraverso la libertà”, tramite uno schema come quello dell’IRIS, comporta la creazione dei mezzi attraverso i quali la libertà di mobilità può essere abilitata e facilitata per l’ élite cinetica qualificata, mentre, nel frattempo, questo consente l’assegnazione di più tempo e sforzo per ulteriori controlli di sicurezza da esercitarsi su quelli che sono considerati come viaggiatori ad “alto rischio”. Così facendo, questo sistema biometrico attiva un duplice meccanismo di categorizzazione e selezione: a livello virtuale, i dati dei passeggeri sono pre-ordinati in base a coloro che sono già registrati nel sistema e quelli che non lo sono, come avviene, a livello reale, che la mobilità dei passeggeri è filtrata sul posto all’interno dei terminal aeroportuali.
Pertanto, nel contesto della libertà di mobilità controllata, la cittadinanza biometrica assume la forma di ciò che Bhandar53 definisce un “tipo di cittadinanza privatizzata” che garantisce un diritto privilegiato di accesso e un’”immunità ingegnerizzata al ritardo alle frontiere” (Spark 2006: 167). Il raggiungimento e le prestazioni di questa forma di cittadinanza rimangono dipendenti dalle capacità imprenditoriali di individui che si auto-gestiscono e che, come nel caso del sistema IRIS, volentieri si prestano come “corpi flessibili”54 per ottenere i benefici di questa cittadinanza flessibile e privatizzata. È importante sottolineare che, dal punto di vista paradigmatico della mobilità e del controllo delle frontiere attraverso il sistema IRIS, i cittadini biometrici non sono immaginati come meri titolari di passaporti nazionali ma, piuttosto, come individui che riescono a spostarsi attuando un “nuovo tipo di para-cittadinanza transnazionale”55, una cittadinanza sottile che va oltre i confini della territorialità e della nazionalità limitata.
Nel complesso, ciò che si può dedurre, dal caso del regime dell’IRIS, è il fatto che la pratica della cittadinanza alle frontiere è sempre più riarticolata e riconfigurata in termini di procedure tecniche di auto-governo, che vanno oltre le delimitazioni tradizionali degli stati-nazione e eliminano le distinzioni derivanti dai diritti territorializzati (senza sradicarli, comunque). La cittadinanza biometrica, in quanto tale, è una cittadinanza neoliberista nella misura in cui essa incarna pretese individuate e pratiche basate sui principi di scelta, autonomia, flessibilità e imprenditorialità. Apparentemente, in una tale forma di cittadinanza “vi è un atto di condizionamento che porta ad accettare questa tecnologia [biometrica], ad affidarsi ad essa e, in ultima analisi, a normalizzarne l’uso56. Il controllo, in questo contesto, è minore circa l’esercizio coercitivo del potere e maggiore circa la seducente promessa di libertà supplementare, diritti privilegiati e mobilità flessibile. Infatti, si tratta di controllo in nome della libertà stessa.
La razionalità neoliberista, che presenta la tecnologia biometrica come un bene pubblico del XXI secolo, lo fa con l’obbiettivo, di fondo, di sostenere la razionalità del business del capitalismo avanzato e di governare la popolazione a distanza. Questa razionalità neoliberista invoca anche nozioni di eguaglianza e inclusione in quanto la tecnologia biometrica, per l’autenticazione della propria identità e l’esercizio della cittadinanza biometrica, è disponibile a tutti i segmenti sociali57. Questa razionalità è “incorporata” nel comandamento che noi, come “attori umani”, dobbiamo adeguarci alle esigenze della società del “capitalismo biotecnologico e scientifico”. Questo ragionamento rappresenta una sorta di ordine teleologico invertito per mezzo del quale la definizione stessa del problema della territorialità è adesso inquadrata in termini delle soluzioni tecnologiche disponibili, tanto che la tecnologia diventa sempre più costruita come ciò che anticipa i bisogni umani piuttosto che ciò che, semplicemente, risponde ad essi. Attraverso questa impostazione siamo costretti a considerare noi stessi come liberi nell’ordine neoliberale e come chi conduce una vita secondo i principi di scelta e autonomia.
Giocare la carta della libertà è, quindi, un aspetto cruciale della normalizzazione dell’uso di sistemi di identità biometrici e della riconfigurazione della cittadinanza in termini di tecnologia. La libertà, in questo contesto, non è tanto lo “stato ontologico” o l’”idea astratta” di essere libero. Essa è piuttosto qualcosa che si attua come una questione di pratiche tecniche, relazionali e performative, che coinvolgono una miriade di forme di soggettivazione che sono, esse stesse, parte di una più ampia politica sulla vita58. In questo modo, l’idea di “libertà”, messa in circolazione nella società mediante la sua semplice elocuzione nel discorso politico, riesce a fornire, al tempo stesso, un veicolo per legittimare meccanismi di controllo e un terreno ideologico su cui i cittadini neoliberisti possono rivendicare i loro diritti individuali al movimento, l’accesso al consumo e agli stili di vita imprenditoriale proposti come i nuovi modelli.
Così, l’appartenenza ad uno stato-nazione non è più l’unica forza vincolante o il principale fondamento per rivendicare diritti politici e privilegi. Invece, nuove connessioni e combinazioni emergono, costantemente, per rispondere alla fluidità e rapida mutevolezza del mondo globalizzato mobile, in modi che vanno oltre i confini spaziali dello Stato nazionale. A tal fine, i progressi biotecnologici, compresi quelli della biometria, giocano un ruolo cruciale in tale processo in quanto forniscono una posizione valida per l’ancoraggio e l’articolazione di miriadi di componenti che costituiscono le diverse forme di cittadinanza neoliberista, e che consentono le loro prestazioni imprenditoriali, mobili e libere.
A questo punto, importante è ricordare che, sotto l’elegante facciata delle forme neoliberali di cittadinanza e le impiallacciature lucenti delle individualità imprenditoriali, si cela una importante domanda etico-politica: chi paga il costo della libertà per la mobilità degli altri? Questa domanda riporta l’argomentazione alla questione del potere eccezionalista del “divieto” che rimane molto intrecciata con la logica della cittadinanza neoliberista e con la razionalità di governare attraverso la libertà.
L’esercizio della libertà, ad esempio, all’interno dell’UE, non dipende unicamente da misure di facilitazione che cercano di stabilire le condizioni ottimali in cui gli individui iniziano attivamente a governare la propria condotta di libertà, esso dipende, sempre di più, anche dal governo (nel senso di controllo) di quello che è considerato come esercizio improprio e irresponsabile della libertà.
Molto spesso, ciò che viene considerato improprio e irresponsabile, dal punto di vista del governo (autorità), è proprio ciò che deriva dai movimenti e dalle attività dei richiedenti asilo e dei soggetti privi di documenti e/o indesiderati nella misura in cui sono percepiti come una minaccia o, per lo meno, un ostacolo per il flusso delle operazioni neoliberiste. Esclusioni, detenzioni ed espulsioni, sono alcuni dei meccanismi eccezionalisti che sono intrinseci (anziché esterni) alle modalità contemporanee di governo ed elementi costitutivi per il mantenimento della loro norma. Esclusioni, detenzioni ed espulsioni, rappresentano un mezzo attraverso il quale l’alterità residua e la sua pericolosità percepita sono regolamentate e contenute con l’obiettivo di facilitare l’esercizio della libertà per coloro che si qualificano come cittadini appartenenti all’ordine neoliberale e per ridurre, al minimo, il presunto disturbo e la minaccia di coloro che non lo sono. Tutto in nome del bilanciamento e dell’armonizzazione tra libertà e sicurezza a beneficio del business [che dà lavoro].

Cittadinanza biometrica come cittadinanza biologica
Molto di ciò che è stato discusso finora, in relazione alla considerazione della cittadinanza biometrica come una cittadinanza neoliberista, può essere visto in relazione al dominio della “cittadinanza biologica”, un termine generico che copre “tutti quei progetti di cittadinanza che hanno legato le loro concezioni, in merito, alle credenze circa l’esistenza biologica degli esseri umani”59. L’analisi di Rose e Novas, circa la cittadinanza biologica, riguarda principalmente la gamma di pratiche attualmente emanate dalle scienze della vita e da altri campi correlati. Si tratta di un tentativo di chiarire come queste pratiche e domini stanno sfidando le nozioni tradizionali di cittadinanza nazionale e contribuendo, in tal modo, allo sviluppo di un “nuovo” tipo di cittadinanza, quella in cui la biologia gioca un ruolo centrale. Non che le concezioni preesistenti di cittadinanza fossero prive di convinzioni e spiegazioni allineate con la biologia (infatti la biologia è sempre stata controversa nella elaborazione di progetti di cittadinanza). Ciò che dà alla cittadinanza biologica contemporanea il suo tocco di novità, secondo Rose e Novas, è il fatto che non necessariamente assume una “forma razziale e nazionalizzata” al fine di raggiungere la purezza della razza – come è avvenuto durante il momento storico della perfezione eugenetica rincalzata dal progredire dell’ingegneria genetica60. Invece, i progetti di cittadinanza biologica prendono come compito la massimizzazione di ciò che Waldby riferisce come biovalue61, vale a dire, la rappresentazione della vita stessa come un valore economico e politico produttivo e redditizio. In ogni caso, si può dimostrare come gli aspetti razziali e di nazione non sono del tutto assenti dalla cittadinanza biologica ma assumono diverse e, a volte, implicite funzioni e dimensioni. La distinzione tra differenti forme di vita, secondo i loro livelli di utilità e legittimità, è volta a distinguere tra coloro che possono contribuire all’economia e coloro che hanno poco o niente da offrire.
Correlativamente, la cittadinanza biometrica segna uno spostamento verso la neo-liberalizzazione e biologizzazione del concetto di homo-oeconomicus, cioè, l’uomo come soggetto economico. Per Foucault62, questa figura ha assistito ad una mutazione importante fin dalla sua concezione classica nella misura in cui l’homo-oeconomicus non è più solo percepito come “partner di scambio” partecipe dell’equazione problematica di bisogni e utilità. Invece, nell’ambito della razionalizzazione neoliberista, l’homo-oeconomicus è diventato “uomo di impresa e produzione”, elemento di base della nuova ragione di governo, ossia uomo che si sforza per produrre e massimizzare la propria soddisfazione attraverso vari mezzi e tecnologie del sé. L’homo-oeconomicus è l’individuo neoliberista per eccellenza, il cittadino-consumatore che effettua prestazioni secondo i principi di mercato ed è costantemente impegnato in transazioni infinite per garantirsi massimi benefici e assicurare i propri interessi.
In ogni modo, l’utilizzo volontario dei dati biometrici ai fini della facilitazione e ottimizzazione economica e della mobilità, come nel caso del sistema IRIS, può essere considerato come un esempio di alcune delle tecnologie del sé con cui homo-oeconomicus intende esercitare la libertà di movimento, scelta, stile di vita e così via. In virtù di essere “eminentemente governabile”63, l’homo-oeconomicus non esita a mettere il suo corpo al servizio di tecnologie qualora esse aprano a nuove opportunità e garantiscano i criteri di efficacia per attualizzare e facilitare l’esecuzione di tale libertà. Allo stesso tempo, e in termini di rapporto tra governo e homo-oeconomicus, la biometria può essere vista come un modo di biologizzare il cittadino quale attore economico, rafforzando, così, il legame tra gli aspetti neoliberisti e biologici della cittadinanza.
Le cesure, introdotte nella vita della popolazione mobile, attraverso le tecniche di controllo biometrico, sono, in questo senso, incise a livello ontologico stesso di ciò che significa essere umano. Secondo Bhandar64, “il passaggio all’homo-oeconomicus si riferisce anche a un cambiamento nello stato fondamentale di ciò che è umano. La categoria dell’umano non è mai stata storicamente universale o una categoria all inclusive ma, piuttosto, ha operato attraverso le tecnologie sistemiche di inclusione / esclusione. Mentre nei modelli tradizionali di cittadinanza, il partizionamento spaziale insieme con la dimensione nazionale sono stati il principale mezzo di demarcazione tra inclusi ed esclusi, nell’ordine neoliberista è il fattore bio-economico che tende a separare queste categorie (anche se la categorizzazione precedente rimane ancora in uso).
La cittadinanza biometrica come cittadinanza nevrotica
Finora, in quest’argomentazione, abbiamo esaminato come, nella circolazione mediatica dei riferimenti forniti alle collettività, la narrativa del governo dell’identità e della cittadinanza viene presentata come dipendente dalle [presunte] capacità “razionali” dei cittadini di auto-realizzarsi. Infatti, governare attraverso la libertà equivale a invocare lo spirito imprenditoriale e la miriade di qualità del cittadino neoliberista e a mobilitare vari meccanismi biotecnologici di autogestione e di una sorta di “polizia di se stessi”. Allo stesso tempo, ciò equivale, anche, ad anticipare i rischi (percepiti) di coloro che sono considerati come una minaccia per l’esercizio della libertà e per il regolare svolgimento delle operazioni di business. Come tale, la distribuzione di fiducia e/o paura ha un impatto fondamentale su come la libertà è distribuita65, il che rende governare attraverso la libertà indissolubilmente legata al farlo attraverso la diffidenza. In seguito, si sosterrà che all’interno del nesso di queste modalità di governare si trova un’altra forma di governo, vale a dire, governare attraverso le emozioni.
Invocare la nozione delle emozioni, in relazione alla governamentalità mette, subito, in discussione l’immagine familiare del soggetto razionale. Questa immagine è stata predominante all’interno del neoliberismo e cruciale per la sua materializzazione generale. La legittimità del governare, nelle sue varie forme e modulazioni, è stata a lungo basata sulla presunta capacità del cittadino di prendere decisioni, razionali e calcolate, nei confronti delle scelte e azioni future. A tal fine, nel corso dei decenni, la figura del cittadino (neo)liberale è stata immaginata, all’interno delle narrative delle strategie governative, come un essere razionale. L’attribuzione di tale razionalità è stata un ingrediente fondamentale e necessario per postulare la capacità del cittadino di svolgere la propria vita con successo e in modo produttivo e di gestire i rischi e le incertezze del futuro.
È, pero, nella natura del futuro portare rischi e incertezze che non sempre sono suscettibili di pieno calcolo e completa prevenzione. Alcuni eventi appartengono a quel regno radicale dell’imprevisto, dell’ignoto e del non intenzionale in cui ci si trova, inevitabilmente, a confrontarsi con i limiti della conoscenza, della razionalità, se non addirittura della ragione stessa. E nella misura che gli sviluppi tecno-scientifici, il movimento globale, la speculazione economica, la minaccia “terroristica” e le azioni militari, aumentano di portata e grandezza, così producono, anche, l’incerto e l’ignoto. Di conseguenza, i problemi di governo “iniziano a estendersi dal prevedibile all’imprevedibile”, sollevando preoccupazioni sui rischi relativi “all’impatto imprevedibile e incontenibile delle azioni umane”66 I cittadini sono, quindi, incoraggiati ad essere prudenti, ad “immaginare l’inimmaginabile e a prepararsi attivamente per proteggersi da una minaccia futura”67 nella misura in cui “l’incertezza non è considerata scusa alcuna per l’inazione”68.
In questo approccio, prudenzialista verso il futuro, l’individuo “razionale” sembra essere accompagnato da un altro tipo di individuo: un individuo che è costantemente ansioso e continuamente coinvolto in un ciclo di iper-vigilanza che rasenta la paranoia.
Il fatto è che “la proliferazione di una cultura quotidiana del rischio pone richieste onerose sul sé, costringendo le persone a fare scelte abitualmente riflessive”69. Il cittadino neoliberista, in quanto tale, si mantiene oscillante tra questi due poli della soggettività in cui ci si aspetta che egli agisca razionalmente in mezzo alle sue ansie e, allo stesso tempo, non può fugarle, nonostante il suo impegno per sostenere la sua razionalità. Egli è lasciato a chiedersi perché, nonostante tutte le responsabilità che egli ha preso su di sé – nonostante tutte le tecniche di auto-gestione che ha acquisito – nonostante tutti i prezzi che egli ha pagato, è ancora lasciato insoddisfatto, spaventato e agitato: una situazione spinosa e poco invidiabile, non c’è dubbio. Cosa potrebbe essere più inquietante per un cittadino neoliberista, sicuro di sé, che essere ricordato dei suoi limiti e vulnerabilità? E così, più tenta di razionalizzare la sua ansia, più ansioso e irrazionale il cittadino neoliberista diventa. Egli è, quindi, di fronte al compito di governare un altro aspetto di sé: le sue emozioni.
Forse la bio-politica non è ancora riuscita a catturare o rappresentare adeguatamente l’individuo che è governato attraverso le sue emozioni. Al centro dell’esercizio della bio-politica era quello che, oggi, si potrebbe chiamare il cittadino bionico, un individuo le cui capacità di calcolo razionale, presumibilmente, gli permettevamo di calibrare il proprio comportamento […] Tuttavia, con l’interpretazione del cittadino liberale e neoliberale (come il cittadino bionico che era autosufficiente, riguardoso e governabile, attraverso la sua libertà) possiamo aver, decisamente, partecipato alla produzione di una fantasia.
Infatti, la maggior parte del lavoro convenzionale che è stato condotto circa la governamentalità e la bio-politica tende a centrarsi principalmente sull’immagine del soggetto razionale, esagerando nell’inquadrare il cittadino come competente, autonomo, responsabile e imprenditoriale. Recentemente, tuttavia, la dimensione delle emozioni ha iniziato a ricevere una certa attenzione negli studi sull’esercizio del potere, sulla governamentalità e sulla cittadinanza, destabilizzando alcune delle ipotesi precedenti riguardanti la figura del soggetto razionale. Tuttavia, la chiamata in causa di questo ultimo, attraverso la considerazione delle emozioni, ammonta a qualcosa oltre la sua mera destabilizzazione. Il questionamento del soggetto razionale, chiamato in causa, mira, inoltre, a chiarire come le emozioni stanno diventando veicoli di primo piano per le razionalità governative70 e come l’ansia, in particolare, sta emergendo come “una sempre più potente forza politica”71
Nel suo saggio “The Neurotic Citizen”, Isin72 fornisce un resoconto perspicace sui modi in cui i cittadini vengono governati attraverso le loro risposte alle ansie e incertezze e sono ora incoraggiati a gestire e calibrare la loro condotta sulla base delle loro insicurezze piuttosto che della loro razionalità. Isin prende spunto dal pensiero psicoanalitico in cui la “nevrosi” è intesa come “una condizione inevitabile dell’esistenza, perché l’individuo, preso nella sua identificazione con un’illusoria e irraggiungibile imago di salute integrale e preso da un desiderio di completezza, dopotutto, irrealizzabili, non potrebbe mai raggiungere quella salute integrale che gli viene imposta come “normalità”73 Questo riferimento di Isin al discorso sulla nevrosi non è destinato a patologizzare l’individuo governato [suddito], ma serve come un meccanismo per descrivere la lotta psichica, inevitabile e continua, di fronte alla quale si trova l’individuo. Questa lotta, secondo Isin, deriva principalmente dal desiderio dell’individuo di raggiungere e di rendere possibile l’impossibile (come la sicurezza assoluta, la difesa assoluta, l’assoluta tranquillità e così via) stati dell’essere che difficilmente corrispondono alla realtà esterna e alla cultura crescente di paura e al clima dominante di insicurezza e sospetto.
Isin ha coniato il termine “NEURO-LIBERISMO” per designare un modo di governare attraverso la nevrosi in cui il cittadino è “meno inteso come un individuo razionale, calcolatore e competente, in grado di valutare le alternative con relativo successo per evitare o eliminare i rischi ma, più, come qualcuno che è in ansia, sotto stress e sempre più insicuro”74 Questo non vuol dire che il cittadino razionale e il cittadino nevrotico si escludono a vicenda o siano suscettibili di una separazione dicotomica. Piuttosto, è attraverso l’intersezione delle diverse modalità di governo che i cittadini incorporano entrambe queste soggettività e sembrano essere implicati in un doppio e intricato movimento per mezzo del quale sono, da un lato, messi sotto “la pressione di apparire normali”75, mentre, dall’altro parte, sono incitati a comportarsi come cittadini nevrotici76.
Esistono una miriade di luoghi e pratiche che sono illustrativi dei modi in cui i cittadini vengono continuamente nevrotizzati e impregnati con un elevato livello di stress e ansia. Isin invoca una serie di esempi che vanno dall’economia e dall’ambiente al corpo e ai social network basati sugli smartphone. A dire il vero, nessun dominio sembra sfuggire alle morse delle nevrosi ed essere immuni alle emozioni ed effetti che le accompagnano. Anche la casa, un luogo che dovrebbe rappresentare un rifugio sicuro e un luogo che fornisce la libertà dalla paura, dall’insicurezza e dall’instabilità, è, ironicamente, trasformata in uno spazio in cui ulteriori ansie e insicurezze sono prodotte e gestite attraverso tecnologie di sorveglianza e la struttura architettonica delle comunità recintate77.
Non c’è necessità di estendere la nostra discussione per realizzare, sia nei dettagli della tecnologia biometrica attualmente in uso, specialmente negli aeroporti e in Internet, sia nei dettagli delle narrative burocratiche, politiche e del marketing del neoliberismo, come le emozioni umane sono oggi mobilitate in una bio-politica che governa incoraggiando i cittadini ad essere attivamente cittadini nevrotici. Tutti facciamo un’esperienza personale quotidiana di tale condizione.
Le attuazioni degli ideali di cittadinanza sembrano non lasciare nessuno immune ai loro problemi e sfide: mentre gli esclusi (i senza reddito, gli immigrati, i rifugiati, i richiedenti asilo ed altre categorie collocate fuori dall’establishment) sono ridotti a sopportare la violenza simbolica e materiale dell’abiezione e la loro continua raffigurazione come soggetti sgradevoli e pericolosi dell’insicurezza globale78. Gli inclusi (cittadini neoliberisti), d’altra parte, devono sopportare le nevrosi, le paure e le ansie, che sono parte integrante della vita secondo le regole e l’ethos del neoliberismo. L’inclusione è, quindi, altrettanto problematica quanto l’esclusione, anche se gli esiti garantisti sono fondamentalmente diversi. La sfida, quindi, rimane con la nozione stessa di cittadinanza che è sempre minore circa la partecipazione attiva nella sfera pubblica e maggiore circa l’attuazione di diverse operazioni e procedure tecnologiche, in cui la popolazione è immaginata meno come una comunità politica e più come un’entità biomassa79.
Se la cittadinanza è diventata piuttosto una biomassa, siamo costretti a ripensare le antinomie che si trovano alla base stessa della nozione di comunità in circolazione nel circuito auto-referenziale dei mass-media. Un tale compito ci richiede pensare alla comunità e alla cittadinanza non semplicemente come “progetto”, come un insieme di pratiche e attività, come è di solito percepita attraverso la narrativa e l’approccio della governazio ma, anche, in un più largo insieme di “significati”, le cui sottintese assunzioni e credenze continuano a giocare un ruolo determinante nell’esclusione, nella securitizzazione e via dicendo. Tutto ciò richiederà approfondire quelle categorie fondanti nella narrativa della bio-politica quali: il cittadino, l’altro e la sovranità. Categorie che permeano e soggiacciono a tutta la politica occidentale riguardo identità e appartenenza.
Immagini realizzate con AI
- Il concetto di bio-politica fa riferimento alle pratiche con le quali la rete dei poteri nelle società dell’economia e della finanza capitalista gestisce il corpo umano come specie, base dei processi biologici da controllare per una bio-politica delle popolazioni. In questa prospettiva, il controllo delle condizioni della vita umana costituisce l’affare politico per eccellenza.
- Negli studi delle relazioni internazionali in ambito accademico, la Copenhagen School ha coniato il termine SECURITISATION [SECURITIZZAZIONE] per riferirsi ai processi [mass-mediatici] attraverso i quali gli stati trasformano determinati temi in questione di “sicurezza”, captando l’attenzione dei cittadini. In questo contesto, la SECURITISATION costituisce una versione estrema della politicizzazione di una questione sicurezza in modo che un grande utilizzo di mezzi sia predisposto. Le questioni, rese motivo di sicurezza [SECURITIZED] non necessariamente rappresentano questioni che sono essenziali alla sopravvivenza dello stato ma, piuttosto, esplicitano argomenti che vengono “costruiti” come problemi esistenziali. I teorici della SECURITISATION affermano che gli argomenti che vengono SECURITIZED con successo ricevono una quantità spropositata di attenzione e risorse rispetto a temi che sono SECURITIZED senza successo ma che causano più danni umani. L’esempio comune di securitizzazione con successo è sul terrorismo, tema reso prioritario nelle discussioni sulla sicurezza, nonostante che vi siano maggiori probabilità che più persone muoiano a causa di incidenti automobilistici stradali o a causa di malattie prevenibili trascurate dai sistemi sanitari piuttosto che vittime del terrorismo. Perché le azioni della SECURITISATION abbiano successo è indispensabile l’accettazione da parte dell’audience.
- Collins, A. Introduction: What is Security Studies?, in Collins, A. (ed.), Contemporary Security Studies. Oxford University Press, New York, 2007, p. 2
Van Munster R. Logics of Security: The Copenhagen School, Risk Management and the War on Terror. University of Southern Denmark, Political Science Publication, p. 1
Williams, M. Words, images, enemies: Securitization and international politics. In “International Studies Quarterly”, vol. 47, no. 4, pp. 511-531, 2003, p.512. - van Munster, op. cit. 2005, p.2.
- Burke, A. Aporias of Security. In “Alternatives”, vol. 27, no. 1, pp: 1-27, 2002, p. 2.
- Collins, A. op. cit.
- Williams, A. op. cit. p. 513.
- Performativo: detto, linguisticamente, di enunciati che non descrivono un’azione o constatano un fatto ma coincidono con l’azione stessa.
- Williams, A. op. cit. p. 514.
- van Munster R. op. cit. p. 3
Williams, A. op. cit. p. 513
Emmers, R. Securitization. In “Cillins, A. (ed.), Contemporary Security Studies, Oxford, University Press, New York, 2007, p. 109. - Williams, A. op. cit. p. 513.
- Ibidem, p. 516.
- Emmers, R. op. cit. p.115.
- Williams, A. op. cit. 515-516.
- van Munster, op. cit. pp. 3-4.
- Schmitt, C. The Concept of the Political. University of Chicago Press, Chicago, 1996.
- Williams, A. op cit. p. 517.
- Ibidem, p. 518.
- In Willians, A. op cit. p. 519.
- Ibidem, p. 520.
- Bigo, D. Security, Exception, Ban and Surveillance. In “ Lyon, D. (ed.), Theorising Surveillance: The Panopticon and Beyond”. William Publishing. 2006. P. 63.
- Ibidem, p. 50.
- Williams, A. op. cit. pp. 520-521.
- Hardt, M. and Negri, A. Empire. Cambridge University Press, Cambridge. 2000, p. 189.
- Rose, N. Power of Freedom: Reframing Political Thought. Cambridge University Press, Cambridge, 1999, p. 241.
- Ibidem
- Jennings, W. At No Serious Risk? Border Control and Asylum Policy in Britain, 1994-2004.
- Blair, T. PM Defends ID Cards Scheme for The Daily Telegraph.2006.
- Lyon, D. Identity Cards: Social Sorting by Database, 2004, p. 2
- Rose, N. op. cit. 1999, p. 160.
- Marron, D. Alter reality: Governing the risk of identity theft. In “British Journal of Criminology”, vol. 48, no. 1, 2008, pp: 20-38. 2008, pp: 23-25.
- CIFAS. Identity Fraud.
- CIFAS è il servizio di prevenzione delle frodi del Regno Unito. Si tratta di una associazione di appartenenza senza scopo di lucro che rappresenta i settori pubblico e privato. CIFAS gestisce due banche dati: il “National Fraud Database” e lo “Staff Fraud Database”. Storicamente l’acronimo stava per ‘Credit Industry Fraud Avoidance Service’, anche se la società non opera più con questo nome in quanto le sue competenza si è ampliata.
- Marron, D. op. cit. p. 24.
- Ibidem p. 23.
- Ibidem p. 23-25.
- CIFAS, op. cit.
- Marron, D. op. cit. p. 25.
- Ibidem p. 28.
- Milne in Marron, D. op. cit. p. 29.
- O’Malley in Rose, N. Government and Control. In “British Journal of Criminology”, vol. 40, no. 2, pp: 312-339, 2000, p. 328.
- Marron, D. op. cit. 29-30.
- Rose, N. op. cit. 2000.
- Mythen, G. and Walklate, S. Criminology and Terrorism: Which Thesis? Risk Society or Governmentality? In “British Journal of Criminology”, vol. 46, no. 3, pp: 379-398, 2006, p. 389.
- Van Asselt, M. and Vos, E. Precautionary principle and the uncertainty paradox. In “Journal of Risk Research”, vol. 9, no. 4, pp: 313-336, 2006, p. 314.
- Aradau, C. and van Munster, R. Governing Terrorism and the (non-)politics of risk. University of Southern Denmark, Political Science Publication.
- Nyers, P. Introduction: What’s left of citizenship? In “Citizenship Studies”, vol. 8, no. 3, pp: 203-215, 2004 & Faulks, K. Citizenship. Routledge, London, 2000.
- Rose, N. op. cit. 2000, p. 324.
- Con il termine governamentalità si intende quella specifica «arte del governo» che attraverso un insieme di «istituzioni, procedure, analisi, riflessioni, calcoli e tattiche» assicura la presa in carico delle popolazioni e garantisce il «governo dei viventi» (M. Foucault, La governamentalità, «Aut-aut», 167-168 (1978), 28). Con il termine-concetto governo, il filosofo francese si riferisce alla capacità di “strutturare il campo di azione possibile degli altri” e quindi di dirigere la condotta altrui (M. Foucault, Perché studiare il potere. La questione del soggetto, in H. Dreyfus, P. Rabinow, La ricerca di Michel Foucault. Analitica della verità e storia del presente, Firenze, Ponte alle grazie, 1989, 249).
- Miller, P. and Rose, N. Governing the present. Polity Press, Cambridge, 2008, p. 79.
- Ong, A. Mutations in citizenship. In “Theory, Culture & Society”, vol. 23, no. 3, pp: 499-505.
- van Munster, R. The EU and the Management of the Immigration Risk in the Area of Freedom, Security and Justice. University of Southern Denmark Political Science Publications. 2005 p. 5.
- Bhandar, D. Renormalizing citizenship and life in fortress North America. In “Citizenship Studies”, vol. 8, no. 3, 2004, p. 269.
- ibidem
- Sparke, M. A neoliberal nexus: economy, security and the biopolitics of citizenship on the border. In “Political Geography”, vol. 25, no. 2, pp: 151-180, 2006, p. 167.
- Bhandar, D. op. cit. p. 269.
- Ibidem, p. 273.
- Rose, N. op. cit. 1999, p. 94.
- Rose, N. and Novas, C. Biological Citizenship, 2002, pag. 2.
- A tal proposito proponiamo le critiche del filosofo Michael J. Sandel all’eugenetica “liberale” con il testo : Contro la perfezione. L’etica nell’età dell’ingegneria genetica, Milano 2008.
- Walby, C. Stem cells, tissue cultures and the production of biovalue. In “Health”, vol. 6, no. 3, pp: 305-323, 2002.
- Foucault, M. The Birth of Biopolitics: Lectures at the College de France 1978-1979, Palgrave Macmillan, New York, 2008. p. 6.
- Ibidem, p. 270.
- Bhandar, D. op. cit. pp: 270-271.
- van Munster, R. op. cit. 2005, p.22.
- Diprose, R., Stephenson, N., Mills, C., Race, K., Hawkins, G. Governing the future: The Paradigm of prudence in political technologies of risk management. In “Security Dialogue”, vol. 39, no. 2-3, pp: 267-288, 2008, p. 269.
- Ibidem, p. 267.
- Stern and Wiener in de Goede, M. and Randalls, S. Precaution, pre-emption: Arts and technologies of the actionable future. In Environment and Planning”, vol. 27, no. 5, pp:859-878, 2009, p. 860.
- Mythen, G. and Walklate, S. op. cit. p. 383.
- Ibidem, p. 223.
- van Munster, R. op. cit. 2005, p. 22.
- Isin, E. The neurotic citizen. In “Citizenship Studies”, vol. 8, no. 3, pp: 217-235, 2004.
- Ibidem, p. 223.
- Isin, E. op. cit. 225.
- Salter, M. B. When the exception becomes the rule: Borders, sovreignity, and citizenship. In “Citizenship Studies”, vol. 12, no. 4, pp: 365-380, 2008, p. 374.
- Isin, E. op. cit. p. 226.
- Ibidem, p. 230-231.
- Nyers, P. “Abject cosmopolitanism: The politics of protection in the anti-deportation movement. In “Third World Quarterly”, vol. 24, no. 6, pp: 1069-1093, 2003, p. 1070.
- Balibar, E. We, the People of Europe? Reflections on Transnational Citizenship, Princeton University Press, Oxford, 2004, p. 69.







