C’è un paradosso che continua a emergere nei dati scientifici italiani: viviamo in uno dei Paesi più soleggiati d’Europa, eppure l’ipovitaminosi D resta estremamente diffusa. La vitamina D continua a occupare un posto centrale nella ricerca clinica, soprattutto per il suo legame con salute ossea, fragilità, immunità e invecchiamento. Il tema è stato al centro del convegno nazionale “Ti racconto la storia…D”, organizzato a Verona il 22 e 23 maggio. L’incontro ha riunito specialisti e ricercatori per fare il punto sulle evidenze più recenti riguardanti il colecalciferolo, con particolare attenzione agli anziani, ai pazienti fragili e all’appropriatezza prescrittiva. I numeri discussi durante il congresso mostrano una situazione ormai consolidata: oltre 9 anziani su 10 presentano livelli bassi di vitamina D, mentre circa la metà dei giovani adulti registra valori insufficienti. Dati che continuano a smentire l’idea secondo cui il semplice vivere in un Paese mediterraneo possa garantire livelli adeguati.
Un problema che riguarda tutta la popolazione
Negli ultimi anni la vitamina D è diventata uno degli argomenti più discussi in medicina preventiva. In molti casi, però, la discussione pubblica si è trasformata in una semplificazione eccessiva, con integrazioni assunte in modo casuale, senza considerare età, condizioni cliniche, stile di vita o reale capacità di assorbimento. Dal convegno veronese emerge invece una linea più prudente e clinicamente mirata. La supplementazione viene considerata utile soprattutto nei soggetti più vulnerabili, come anziani, persone con osteoporosi, pazienti a rischio di cadute o soggetti con patologie che alterano metabolismo e assorbimento.
Particolarmente interessante il richiamo all’uso empirico negli over 75. In questa fascia di età la carenza è talmente frequente da rendere spesso superflua una conferma preliminare tramite esami, soprattutto in presenza di fattori di rischio evidenti. Secondo i dati discussi al congresso, l’assunzione quotidiana di vitamina D sopra i 75 anni può contribuire a una riduzione della mortalità del 4%.
L’orario di assunzione può influenzare i benefici
Accanto ai temi epidemiologici, negli ultimi mesi è cresciuta l’attenzione verso un aspetto molto pratico: il timing dell’assunzione. Assumere vitamina D senza considerare modalità e contesto alimentare rischia di ridurne l’efficacia. La vitamina D è liposolubile. Questo significa che necessita della presenza di grassi per essere assorbita correttamente dall’intestino. Per questo motivo, l’assunzione durante il pasto principale della giornata tende a favorire una biodisponibilità migliore, soprattutto se il pasto contiene grassi “buoni” come olio extravergine d’oliva, pesce o frutta secca. L’orario può avere un impatto anche sul sonno. Alcuni studi osservazionali suggeriscono che dosi elevate assunte nelle ore serali possano interferire con la produzione di melatonina in soggetti particolarmente sensibili. In presenza di insonnia o disturbi del riposo, molti specialisti consigliano quindi l’assunzione al mattino o a pranzo.
Assorbimento, peso corporeo e stile di vita
La discussione sulla vitamina D si concentra sempre più sulla capacità reale dell’organismo di utilizzarla. Diversi fattori possono limitarne l’attivazione o l’assorbimento. Un eccesso di fibre assunto contemporaneamente all’integratore può ridurne la biodisponibilità. Anche alcuni farmaci utilizzati per il dimagrimento, come quelli che ostacolano l’assorbimento dei grassi, possono compromettere quasi completamente l’assimilazione della vitamina D. Gli specialisti richiamano attenzione anche sul ruolo del magnesio, considerato un cofattore importante per l’attivazione della vitamina D nel sangue. In presenza di una carenza di magnesio, la supplementazione potrebbe risultare meno efficace. Esiste poi il fattore peso corporeo. Nei soggetti con sovrappeso o obesità, parte della vitamina D tende ad accumularsi nel tessuto adiposo, riducendo la quota biologicamente disponibile. In questi casi il monitoraggio medico diventa particolarmente importante.
Sole e inquinamento: il dato che ha sorpreso i ricercatori
Uno studio condotto su oltre 500 soggetti sani ha osservato che il miglioramento dell’aria registrato negli ultimi anni potrebbe aver favorito una migliore esposizione ai raggi UVB. I ricercatori hanno rilevato un aumento medio dei livelli di vitamina D rispetto agli studi italiani dei primi anni Duemila.
Secondo i dati presentati, a Verona le concentrazioni di PM10 si sarebbero ridotte di circa il 46% tra il 2005 e il 2019, mentre il biossido di azoto sarebbe diminuito del 38%. La ricerca suggerisce una possibile correlazione indiretta tra riduzione dell’inquinamento atmosferico e migliore sintesi cutanea della vitamina D. Resta comunque centrale il ruolo dell’esposizione solare. Gli specialisti ricordano che la produzione cutanea dipende fortemente dall’intensità dei raggi UVB, dalla stagione e dall’orario della giornata. Un’indicazione semplice consiste nell’osservare la propria ombra: quando è più corta dell’altezza corporea, la sintesi di vitamina D raggiunge livelli più efficaci.
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