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5 Luglio, 2026

Una nuova rubrica di Omeopatia e fitoterapia applicata alle piante e agli agroecosistemi

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Da molto tempo sostengo che, senza conoscere almeno le basi delle scienze agrarie, diviene estremamente difficile, nonché aleatorio, scegliere e utilizzare sostanze omeopatiche in ambito agricolo aspettandosi di ottenere risultati positivi.

Fare una buona Agromeopatia senza essere agronomi, e senza avere studiato seriamente anche l’Omeopatia, risulta veramente difficile.

Con questo articolo rivisitato perché già in parte pubblicato, vorrei inaugurare questa rubrica partendo da un punto che considero centrale: l’Agromeopatia non è una trasposizione meccanica dell’Omeopatia umana alle piante.

Non basta prendere un rimedio omeopatico, leggere qualche sintomo indicato in una importante Materia Medica umana, osservare un sistema agricolo in difficoltà e decidere che quel rimedio “va bene anche in campo agricolo”.

Non funziona così.

O, almeno, io credo che non dovrebbe funzionare così.

In particolare, in questo primo contributo vorrei parlare dei rimedi minerali, metalli, metalloidi, sali minerali e altre sostanze di origine minerale, tipici dell’Omeopatia classica umana, ma potenzialmente molto utili anche in Agromeopatia, specie se usati con cognizione di causa.

I rimedi omeopatici di origine minerale, sono molto difficili da usare, ma quando utilizzati correttamente, possono avere sulle piante e più in generale sui sistemi agrari, un’azione profonda, sistemica e durevole nel tempo. Questa ipotesi di lavoro si inserisce nel quadro più ampio dell’Agromeopatia ad approccio agroecologico; un approccio che considera la pianta non come singolo individuo isolato, ma come parte di un sistema (agroecosistema) complesso a reazione non lineare (Di Lorenzo et al., 2021).

Tuttavia, proprio perché parliamo di sostanze minerali, mi corre l’obbligo, al fine di sgomberare il campo da strane credenze e da convinzioni un po’ troppo semplicistiche, di fare una premessa doverosa.

In Omeopatia umana si utilizzano minerali e sali che, in dosi ponderali, possono essere impiegati in agricoltura come concimi chimici di sintesi.

Ebbene, questi minerali e questi sali non possono essere utilizzati in Agromeopatia, quindi sulle piante e sui sistemi agricoli, come se fossero dei “concimi omeopatici o omeopatizzati”.

Non si pensi, quindi, di usare il carbonato di ammonio omeopatizzato, che in gergo omeopatico prende il nome di Ammonium carbonicum, con lo scopo di fare una concimazione azotata.

Questa sarebbe una lettura grossolana, riduttiva e, dal mio punto di vista, tecnicamente sbagliata.

É pur vero che l’utilizzo di questo sale non può non influenzare (per via epigenetica?) il metabolismo vegetale dell’azoto e del carbonio.

Molti minerali e sali tipici dell’Omeopatia umana possono invece essere usati sulle piante con funzione di stimolo, cioè con lo scopo di intervenire su processi fisiologici, biochimici e sistemici, ad esempio favorendo lo sblocco dell’assorbimento di un particolare macroelemento o microelemento non più disponibile, ma di fatto presente nel sistema.

Questa distinzione è fondamentale.

In Agromeopatia il minerale non va pensato come “apporto”.

Va pensato come informazione.

Non come concime ma come segnale.

D’altronde è ben noto che i sistemi naturali (ecosistemi) e i sistemi agrari (agroecosistemi) funzionano tramite deboli segnali, emessi nell’aria e nel ruolo, costituiti da composti organici volatili, metaboliti secondari e molecole emesse da piante, batteri, funghi, insetti e animali a concentrazioni talmente basse da poter essere considerereste a tutti gli effetti sostanze omeopatiche.

In particolare, i composti organici volatili vegetali sono oggi considerati mediatori rilevanti delle interazioni pianta-pianta, pianta-insetto, pianta-microrganismo e pianta-ambiente (Ninkovic et al., 2021).

La letteratura scientifica sui composti organici volatili delle piante, sui segnali interspecifici e sulle comunicazioni pianta-pianta, pianta-insetto e pianta-microrganismo ha dimostrato ormai con grande chiarezza che il mondo vegetale non è affatto isolato e silenzioso (Ninkovic et al., 2021).

Pertanto, le piante, i microrganismi e gli insetti, comunicano tra loro e con il suolo tramite segnali tipici dei sistemi complessi.

Segnali difficili da individuare e interpretare perché non possediamo ancora strumenti sufficientemente raffinati per comprendere questo complesso linguaggio, che a volte sembra possedere una vera e propria semantica.

Tali segnali vengono definiti deboli semplicemente perché presenti nell’aria e nel terreno a concentrazioni biochimiche molto molto basse, spesso nell’ordine delle parti per milione o parti per miliardo.

Per fare chiarezza: una sostanza omeopatica alla 3 CH può essere espressa, in termini di concentrazione, in parti per milione (ppm) e di fatto corrisponde a 1 ppm; una 6 CH corrisponde a 1 ppb (parte per miliardo).

Sia ben chiaro: un prodotto omeopatico non può essere espresso in questi termini senza affermare ad alta voce che senza dinamizzazione non esiste Omeopatia!!!!!

Altra precisazione: la mia visione dell’agricoltura non è per nulla romantica.

Il mio approccio ai sistemi agricoli è di tipo agroecologico e, pertanto, sistemico per eccellenza.

Le aziende agricole sono sistemi viventi complessi.

Sono sistemi attraversati da flussi di energia, materia e informazione.

Sono sistemi composti da suolo, piante, microrganismi, insetti, animali, acqua; sistemi influenzati dal clima, dalle pratiche agronomiche e, naturalmente, dalla presenza umana.

Questa lettura sistemica è coerente con l’idea di Agromeopatia come intervento sull’intero agroecosistema e non soltanto sulla singola pianta (Di Lorenzo et al., 2021).

Dopo tanti anni di attività, ho la presunzione di affermare che questi sistemi possiedano una loro autonomia, in termini di vitalità, di organizzazione e intelligenza ecologica.

L’epistemologo E. Goldsmith, nel suo libro “Il tao dell’ecologia”, definisce questa caratteristica coniando il termine homeotelía, ritenendo che mancasse una parola capace di esprimere il carattere “purposive and whole-maintaining” dei processi vitali.

Personalmente ritengo che un eventuale avanzamento dell’Omeopatia in ambito agrario non possa seguire in modo automatico gli stessi percorsi che sono stati seguiti in ambito umano.

Mi spiego meglio.

Ciò a cui mi riferisco riguarda due aspetti dell’Omeopatia che mi stanno particolarmente a cuore.

Il primo è l’aspetto mentale dei rimedi omeopatici.

Il secondo è il processo di repertorizzazione.

È notorio che l’uomo, a causa e per effetto di un sistema nervoso estremamente sviluppato, molto complesso e concentrato principalmente nella scatola cranica, oltre a percepire fisicamente l’ambiente in cui vive, elabora la realtà che lo circonda provando emozioni, sensazioni, vissuti interiori e stati mentali che lo contraddistinguono dal resto degli esseri viventi presenti su questo pianeta.

L’Omeopatia, che è una metodologia medica centrata sulla totalità della persona e non sui soli sintomi fisici, ha individuato e sistematizzato, oltre ai sintomi fisici, anche i sintomi mentali caratteristici di moltissimi rimedi, compresi quelli di origine minerale.

Secondo molti autori critici, non sarebbero le sostanze omeopatiche, diluite spesso oltre il numero di Avogadro, ad agire sullo stato fisico e mentale dell’uomo, ma sarebbe l’uomo stesso a lasciarsi influenzare dal gesto terapeutico, dalla relazione con il medico e dal contesto simbolico dell’assunzione.

Spostando questi concetti in ambito agrario, la mia personale posizione è che, ad oggi, non sia possibile pensare alla presenza di una componente mentale negli ecosistemi o nei sistemi agricoli nello stesso modo in cui parliamo di mentale nell’essere umano.

Sono pienamente convinto che le piante abbiano una loro forma di percezione, una sensibilità biologica, una capacità di elaborare segnali e una intelligenza adattativa elevatissima.

Questa posizione è compatibile con la letteratura sulla percezione vegetale e sulla capacità delle piante di integrare segnali ambientali, ma, a mio parere, deve essere distinta dall’attribuzione di coscienza, di emozioni o mentalità in senso umano alle piante o si sistemi agrari (Alpi et al., 2007; Taiz et al., 2019).

Quindi, somministrare a una pianta o a un intero sistema agricolo un rimedio omeopatico minerale altamente diluito (e dinamizzato), anche oltre Avogadro, pensando di agire sul “mentale” del sistema e paragonando tale mentale a quello umano, credo non abbia alcun fondamento scientifico.

Questo non significa che l’attuale paradigma scientifico sia perfetto.

Semmai il contrario.

Ritengo che l’attuale paradigma scientifico abbia molti limiti e che debba essere seriamente rivisto quando si confronta con la complessità dei sistemi viventi.

Ma una cosa è riconoscere i limiti del riduzionismo ed un’altra cosa è sostituire il rigore scientifico con l’antropomorfismo.

Più volte ho sostenuto che non ha senso pensare a una pianta isterica, ansiosa, impaurita, triste, depressa o disperata.

Con ciò non nego assolutamente le numerose ricerche pubblicate nell’ambito della neurofisiologia vegetale, del plant signalling e della cosiddetta neurobiologia vegetale.

Tuttavia, proprio questo ambito è stato oggetto di un acceso dibattito scientifico, soprattutto quando alcuni concetti sono stati spinti fino ad attribuire alle piante strutture o funzioni analoghe a quelle del sistema nervoso animale (Alpi et al., 2007; Taiz et al., 2019).

Credo sia prematuro e inopportuno attribuire alle piante emozioni e sensazioni tipiche dell’essere umano.

Questa è la mia personale e attuale posizione in merito alle emozioni delle piante.

Credo che l’uso di rimedi omeopatici di origine minerale ad alta diluizione, con lo scopo di “risollevare il morale” delle piante o dei sistemi agricoli sia una emerita sciocchezza.

Le piante e gli agroecosistemi vanno rispettati per ciò che sono.

Non vanno trasformati in piccoli esseri umani verdi.

Altro argomento altrettanto importante, è la tecnica di repertorizzazione.

In Omeopatia umana l’analisi di un paziente avviene tramite una visita medica molto approfondita, la quale possiede alcuni aspetti caratterizzanti la metodologia omeopatica.

Il medico omeopata, e ricordo che in Italia l’Omeopatia rientra a pieno titolo nell’ambito dell’attività medica, utilizza testi chiamati Materia Medica e Repertorio (FNOMCeO, 2002).

Per la scelta del rimedio o medicinale omeopatico, il medico omeopata si serve di uno strumento chiamato appunto Repertorio: si tratta di un grande testo che raggruppa sintomi mentali, sintomi fisici e sintomi generali.

Tutti i sintomi rilevati, assieme alle modalità con le quali si verificano, sono accompagnati da una lista più o meno lunga di rimedi omeopatici che hanno dimostrato, secondo i proving omeopatici, una relazione con quei sintomi.

Inoltre in Italia, i prodotti omeopatici sono disciplinati all’interno del quadro normativo dei medicinali per uso umano e soggetti alle procedure previste dall’AIFA, compreso il percorso relativo all’autorizzazione all’immissione in commercio o alla commercializzazione, secondo le condizioni definite dalla normativa vigente (AIFA, 2022, 2025).

Quindi, per farla breve, repertorizzare significa ricercare all’interno di un repertorio omeopatico le sostanze o i rimedi che presentano la maggior parte dei sintomi del paziente umano o animale.

Se cerchiamo di spostare questa tecnica in ambito agricolo, ci rendiamo immediatamente conto che repertorizzare i sintomi di una azienda agricola è cosa completamente diverso rispetto a repertorizzare i sintomi di un essere umano o di un animale.

Intanto va premesso che, ad oggi, non esiste ancora un repertorio omeopatico realmente adatto alle piante e ai sistemi agricoli.

Inoltre faccio notare che i vegetali o i sistemi agrari non possono essere interrogati come se fossero esseri umani, vanno “interrogati” utilizzando il linguaggio, seppur limitato, delle scienze agrarie.

Le piante e i sistemi agrari parlano un linguaggio di cui sappiamo ancora troppo poco.

Un linguaggio che non può essere paragonato a quello umano o animale.

Inoltre ci troviamo davanti a un sistema costituito da numerose componenti: componenti viventi e componenti non viventi.

Non basta conoscere il rimedio, bisogna conoscere la pianta da diversi punti di vista (botanica, fisiologia, fenologia, ecologia)

Bisogna conoscere il suolo agricolo e valutarne le caratteristiche fisico-chimiche e microbiologiche.

Bisogna conoscere il sistema agricolo nella sua interezza

Le piante presenti in un’azienda agricola appartengono spesso a famiglie e specie botaniche diverse, hanno esigenze biotiche fra loro molto differenti, architetture della chioma diverse, fisiologia e biochimismo diverso da famiglia a famiglia, strategie ecologiche e comportamenti adattativi differenti per singola specie e cultivar.

Inoltre la componente vegetale è solo una delle tante componenti di cui un sistema agricolo è composto.

C’è il suolo, all’interno del quale troviamo sostanza organica, batteri, funghi, insetti etc etc.
Ci sono le piante coltivate e quelle spontanee.
E poi c’è anche la mano dell’uomo.

Altra cosa che non finirò mai di sottolineare è che le piante fanno patologia in modo completamente diverso rispetto agli esseri umani o agli animali superiori.
Le piante hanno morfologia e fisiologia lontanissime da quelle umane.
Molti organi, apparati e vie biochimiche tipiche dell’uomo e degli animali superiori nei vegetali spesso non sono presenti.

Le cellule vegetali presentano membrana e parete cellulare (estremamente rigida), organi sede della fotosintesi (plastidi), vacuoli, metabolismo secondario estremamente sviluppato, sistemi di difesa sistemiche che non possono essere ridotte a categorie mediche umane.

Proprio per questo, i modelli sperimentali vegetali utilizzati nella ricerca di base in Omeopatia richiedono protocolli specifici, controlli rigorosi e criteri di riproducibilità adeguati al sistema biologico studiato (Betti et al., 2009; Jäger et al., 2015; Majewsky et al., 2009; Ücker et al., 2018).

E poi ancora, per tornare ai paragoni azzardati tra Omeopatia umana e Agromeopatia, i vegetali non hanno una lateralità e forse non hanno neanche un “tipo sensibile” paragonabile a quello descritto nella clinica omeopatica umana.

Va affermato a chiare lettere che, la repertorizzazione in ambito agromeopatico deve essere profondamente trasformata.
In agricoltura la repertorizzazione non può essere una copia della repertorizzazione umana.
Deve diventare una anamnesi agroecologica.

E questa anamnesi agroecologica deve utilizzare parametri tipici dell’agroecologia: parametri agronomici, botanici, fisiologici, pedologici, chimici, microbiologici, ecologici, entomologici, fitopatologici e paesaggistici (Di Lorenzo et al., 2021).
Questi parametri, da prendere in considerazione al fine di una corretta lettura del sistema, vengono fuori da valutazioni tecniche che richiedono conoscenze e professionalità specifiche.

Questo non significa che dobbiamo inventare corrispondenze arbitrarie.
Significa invece che dobbiamo imparare a ragionare in modo integrato.
Omeopatia, chimica agraria, fisiologia vegetale, microbiologia e agroecologia devono parlarsi. Altrimenti l’Agromeopatia diventa un esercizio simbolico. Interessante, ma tecnicamente fragile.

Bibliografia

Agenzia Italiana del Farmaco. (2022, 21 gennaio). Medicinali omeopatici autorizzati: Elenco delle confezioni dei medicinali omeopatici in possesso di AIC rilasciato a conclusione dell’istruttoria del procedimento.

Agenzia Italiana del Farmaco. (2025). Medicinali omeopatici: Elenco medicinali omeopatici AIC confezioni autorizzate, aggiornato al 31 dicembre 2025.

Alpi, A., Amrhein, N., Bertl, A., Blatt, M. R., Blumwald, E., Cervone, F., Dainty, J., De Michelis, M. I., Epstein, E., Galston, A. W., Goldsmith, M. H. M., Hawes, C., Hell, R., Hetherington, A., Höfte, H., Jürgens, G., Leaver, C. J., Moroni, A., Murphy, A., … Wagner, R. (2007). Plant neurobiology: No brain, no gain? Trends in Plant Science, 12(4), 135–136. https://doi.org/10.1016/j.tplants.2007.03.002

Betti, L., Trebbi, G., Majewsky, V., Scherr, C., Shah-Rossi, D., Jäger, T., & Baumgartner, S. (2009). Use of homeopathic preparations in phytopathological models and in field trials: A critical review. Homeopathy, 98(4), 244–266. https://doi.org/10.1016/j.homp.2009.09.008

Di Lorenzo, F., Dinelli, G., Marotti, I., & Trebbi, G. (2021). Systemic agro-homeopathy: A new approach to agriculture. OBM Integrative and Complementary Medicine, 6(3), Article 020. https://doi.org/10.21926/obm.icm.2103020

Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri. (2002). Linee guida sulle medicine e pratiche non convenzionali. FNOMCeO.

Goldsmith, E. (1997). Il tao dell’ecologia (G. Mancuso, Trad.). Franco Muzzio Editore. Opera originale pubblicata nel 1992.

Jäger, T., Scherr, C., Shah, D., Majewsky, V., Wolf, U., Betti, L., & Baumgartner, S. (2015). The use of plant-based bioassays in homeopathic basic research. Homeopathy, 104(4), 277–282. https://doi.org/10.1016/j.homp.2015.06.009

Majewsky, V., Arlt, S., Shah, D., Scherr, C., Jäger, T., Betti, L., Trebbi, G., Bonamin, L., Klocke, P., & Baumgartner, S. (2009). Use of homeopathic preparations in experimental studies with healthy plants. Homeopathy, 98(4), 228–243. https://doi.org/10.1016/j.homp.2009.09.012

Ninkovic, V., Markovic, D., & Rensing, M. (2021). Plant volatiles as cues and signals in plant communication. Plant, Cell & Environment, 44(4), 1030–1043. https://doi.org/10.1111/pce.13910

Taiz, L., Alkon, D., Draguhn, A., Murphy, A., Blatt, M., Hawes, C., Thiel, G., & Robinson, D. G. (2019). Plants neither possess nor require consciousness. Trends in Plant Science, 24(8), 677–687. https://doi.org/10.1016/j.tplants.2019.05.008

Ücker, A., Baumgartner, S., Sokol, A., Huber, R., Doesburg, P., & Jäger, T. (2018). Systematic review of plant-based homeopathic basic research: An update. Homeopathy, 107(2), 115–129. https://doi.org/10.1055/s-0038-1639580

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