Niente rughe, occhiaie o macchie della pelle. Pori invisibili, incarnato uniforme, lineamenti addolciti. È il volto che milioni di persone, soprattutto giovanissime, si abituano a vedere ogni giorno attraverso i filtri di bellezza di app e social network. Un’abitudine che ha dato origine a un fenomeno oggi ben descritto dalla comunità scientifica, la Snapchat Dysmorphia, la percezione alterata della propria immagine che nasce dal confronto continuo tra il volto reale e quello, artificialmente perfezionato, restituito dallo schermo.
A parlarne, durante il congresso nazionale della Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse (Sidemast) a Rimini, sono stati i dermatologi italiani, che segnalano un aumento delle richieste di trattamenti pensati per ottenere l’aspetto di una versione filtrata di sé, più che per un reale bisogno clinico. “Sempre più spesso le pazienti ci chiedono trattamenti per assomigliare alla versione filtrata del proprio volto o a immagini viste sui social” racconta Roberta Giuffrida, dermatologa del Policlinico Martino di Messina, che sottolinea il rischio di inseguire un’immagine irrealistica di sé, dimenticando che la pelle porta con sé caratteristiche biologiche e individuali che meritano rispetto.
Una generazione che si guarda con gli occhi dei filtri
Il volto rincorso attraverso i filtri è solo una parte di un disagio più ampio, che riguarda l’intero rapporto tra i giovani e la propria immagine corporea. Lo conferma su scala più larga un’indagine della Fondazione The Bridge, realizzata all’interno del progetto Food for Fine di Terre des Hommes sui disturbi alimentari, che ha coinvolto oltre 400 studenti e studentesse delle scuole secondarie di secondo grado di Milano, Monza, Como, Varese e Lecco. Il risultato è una fotografia coerente con quanto osservato negli ambulatori dermatologici: per un adolescente su quattro, essere belli equivale semplicemente a essere magri, e appena il 20% dei giovani associa il corpo bello alla salute. Tra il 77% dei ragazzi che dichiara di praticare sport, il 60% lo fa soprattutto per mantenere la forma fisica, un dato che restituisce l’immagine di un corpo pensato più come vetrina che come organismo da tutelare. C’è inoltre un divario di genere marcato: le ragazze riportano livelli di benessere più bassi dei coetanei maschi in tre aree su quattro, la soddisfazione corporea, la serenità nel rapporto con il cibo e il benessere psicologico. Tra le adolescenti l’indice di soddisfazione corporea scende sotto la soglia di problematicità individuata dai ricercatori. Tra i ragazzi il rapporto con l’aspetto fisico resta relativamente migliore, ma cresce comunque, anche tra i maschi, l’attenzione ossessiva per l’estetica e i segnali di un disagio legato all’immagine di sé.
Il rischio della diagnosi fai-da-te
Lo stesso schermo che restituisce un’immagine filtrata del corpo diventa spesso, per i più giovani, anche la prima fonte a cui rivolgersi per qualsiasi dubbio sulla propria salute. Secondo Maria Concetta Fargnoli, direttore scientifico dell’Istituto Dermatologico San Gallicano Irccs di Roma, fino a otto pazienti su dieci si informano online sulla propria condizione prima di rivolgersi a un dermatologo, con il rischio concreto di arrivare a diagnosi fai-da-te e trattamenti non supportati dalla scienza. Fargnoli ricorda che la diagnosi richiede sempre una valutazione clinica completa, fatta di anamnesi, esame obiettivo e attenzione al contesto del paziente, elementi che nessuna immagine isolata può restituire. Anche le app pensate per valutare autonomamente lesioni cutanee possono generare false rassicurazioni. TikTok, Instagram e YouTube restano comunque strumenti di ricerca diffusi anche per problemi dermatologici, piattaforme dove circolano spesso contenuti basati su esperienze individuali di influencer, privi di verifica scientifica.
La scuola come osservatorio, e i suoi limiti
La scuola conferma la portata del fenomeno. Tra i 69 docenti coinvolti nell’indagine della Fondazione The Bridge, quasi sette su dieci hanno raccontato di aver incontrato in classe, negli ultimi tre anni, casi sospetti o diagnosticati di disturbi alimentari. Allo stesso tempo, quasi la metà degli insegnanti ammette di conoscere poco o nulla del tema, e solo il 5,8% ha ricevuto una formazione specifica su iniziativa della scuola. Luisa Brogonzoli, coordinatrice del Centro Studi di Fondazione The Bridge, sottolinea che il disagio è più diffuso di quanto gli adulti percepiscano: si tratta di segnali sistemici che chiamano in causa la scuola, le famiglie e i servizi. Per Brogonzoli, la conoscenza e la formazione restano il primo vero atto di prevenzione.
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