Per anni chi sosteneva che un malato oncologico andasse curato per intero, e non solo nel punto dove il tumore si è manifestato, si è sentito rispondere che erano belle parole senza prove. Che il dolore, l’ansia, la nausea e la stanchezza erano il prezzo da pagare, e che il resto era suggestione. Ora arriva uno studio americano che quelle belle parole le mette in tabella.
Le University Hospitals, con il centro Connor Whole Health, hanno pubblicato su JCO Oncology Practice i risultati dei primi sedici mesi di un ambulatorio di oncologia integrativa dedicato ai sintomi, con le prestazioni coperte dall’assicurazione sanitaria. Il bilancio parla di miglioramenti clinicamente significativi su dolore, stress, ansia, depressione, nausea e affaticamento. Sono esattamente i sintomi che rendono pesanti le giornate di chi sta affrontando una terapia, e che troppo spesso vengono derubricati a inconvenienti.
I numeri raccontano anche un’altra storia, quella della domanda. In sedici mesi l’ambulatorio ha erogato 1.924 trattamenti a 291 pazienti, con un modello che metteva insieme visite mediche, massaggio, agopuntura di gruppo a basso costo e reiki individuale. Le richieste sono cresciute settimana dopo settimana, fino a superare i cinquanta incontri in sette giorni dopo l’arrivo dell’agopuntura di gruppo e del reiki. Non è un dettaglio organizzativo. Vuol dire che quando a un malato si apre una porta dove anche la stanchezza e la paura vengono prese sul serio, quella porta la attraversa. Il bisogno c’era da sempre, mancava chi lo ascoltasse.
C’è poi un aspetto che vale più di molte discussioni teoriche: questo non è un centro alternativo ai margini del sistema. È un ambulatorio dentro una rete oncologica, con le sedute pagate dall’assicurazione come qualsiasi altra prestazione. I percorsi seguivano le linee guida ASCO e NCCN sulle terapie integrative, che riconoscono agopuntura e massaggio per dolore, ansia, depressione e affaticamento. Le stesse istituzioni che per decenni hanno guardato con sufficienza a queste pratiche oggi le mettono nei propri documenti. Le linee guida della Society for Integrative Oncology, costruite su revisioni sistematiche di studi randomizzati, riconoscono all’agopuntura una efficacia dimostrata nel ridurre il dolore oncologico, la nausea e il vomito legati ai trattamenti e la fatigue.
Chi ha lavorato per anni in questa direzione lo sa bene: non si è mai trattato di contrapporre due mondi. Le stesse linee guida ricordano che queste pratiche vanno usate accanto alle cure oncologiche e non al posto delle cure, perché ritardare un trattamento riduce le probabilità di guarigione. È la posizione che il mondo dell’omeopatia e della medicina integrata sostiene da sempre, ed è anche la ragione per cui oggi può sedersi al tavolo. La forza di questo approccio non sta nel negare la medicina convenzionale, ma nel colmare lo spazio che quella medicina lascia vuoto, cioè la persona che sta dietro la diagnosi.
Vale la pena aggiungere una cosa. Nulla di tutto questo va improvvisato da soli durante una terapia oncologica, perché ogni percorso ha le sue criticità e va costruito insieme a chi segue il paziente. Il punto, però, è che finalmente c’è un percorso da costruire, e non una porta chiusa.
Resta il senso profondo di questa esperienza, che poi è quello che ci ostiniamo a ripetere da anni. La qualità delle giornate di un malato non è un dettaglio da rimandare a guarigione avvenuta. È parte della cura. Un ospedale che se ne fa carico non sta concedendo qualcosa ai pazienti: sta semplicemente facendo meglio il proprio mestiere. E i risultati, adesso, si vedono anche nei numeri.


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