C’è una cosa curiosa nella vitamina D, e conviene partire da lì. Non è propriamente una vitamina. È un ormone che il nostro corpo produce da sé, nella pelle, quando prende la luce del sole. Un po’ arriva anche dalla tavola, dal pesce azzurro, dal tuorlo d’uovo, dal fegato. Ma la fabbrica principale siamo noi, all’aria aperta.
Vale la pena ricordarlo, perché negli ultimi anni la vitamina D è diventata soprattutto un’altra cosa: una confezione sullo scaffale. E oggi che la comunità scientifica sta rivedendo le proprie posizioni, la discussione ruota quasi solo attorno a quante gocce prendere e a chi vada rimborsata la spesa.
Il cambio di rotta porta la data del 2024, quando la Endocrine Society ha pubblicato una nuova linea guida. Il senso, in sintesi, è stato di smettere di integrare per abitudine e di iniziare a scegliere. L’integrazione senza esami preliminari viene raccomandata per quattro gruppi: bambini e adolescenti, persone dai 75 anni in su, donne in gravidanza e chi ha un prediabete ad alto rischio. Per tutti gli altri, e questo è il punto che ha fatto discutere, si scoraggia il dosaggio di routine della vitamina D nel sangue. Dopo anni in cui quell’esame era diventato quasi un riflesso automatico, è un cambio di passo netto.
A due anni di distanza una revisione critica, pubblicata sulla rivista Nutrients, ha ripreso in mano quelle indicazioni. Ne riconosce il merito principale, cioè l’aver ancorato le raccomandazioni a quello che accade davvero ai pazienti e non al solo numero che compare sul referto. Ma solleva anche obiezioni concrete. La prima è che la linea guida non dice quale dose usare nella pratica: elenca i dosaggi impiegati negli studi e si ferma lì, lasciando aperte le domande su quanto somministrare, per quanto tempo e se controllare la risposta. Gli autori della revisione, per parte loro, ritengono che intorno alle 2.000 unità al giorno sia una scelta efficace e sicura per la maggior parte degli adulti, ma sono i primi a precisare che questo è il loro giudizio e non una raccomandazione ufficiale.
La seconda obiezione è più delicata e riguarda chi resta fuori. Le persone con malassorbimento, insufficienza renale cronica, osteoporosi o altre condizioni che alterano il metabolismo della vitamina D non trovano in quel documento una guida specifica. Dopo il superamento della precedente linea guida del 2011, osservano gli autori, per queste categorie manca un riferimento internazionale altrettanto completo.
In Italia il quadro ha una sua fisionomia. Il documento di riferimento, aggiornato nel 2022, viene dalla società scientifica che si occupa di osteoporosi e metabolismo osseo, ed è orientato soprattutto alla salute delle ossa. Anche qui si ribadisce che l’esame non va fatto a tappeto, ma solo quando il risultato può cambiare davvero qualcosa nella gestione clinica. Per il mantenimento si indicano in genere dosi comprese fra 800 e 2.000 unità al giorno, mentre le dosi di carico restano riservate alle carenze gravi. C’è poi un’annotazione che dice molto: viene sconsigliato l’uso di dosi molto elevate somministrate a distanza di mesi, in assenza di ragioni cliniche precise. A completare il quadro c’è la nota dell’Agenzia Italiana del Farmaco che stabilisce in quali casi la prescrizione è a carico del Servizio sanitario nazionale, con l’obiettivo dichiarato di limitare prescrizioni ed esami non giustificati.
Fin qui la cronaca. Ma se si guarda la vicenda da un po’ più lontano, quello che colpisce è il movimento del pendolo. Prima l’entusiasmo, con l’integratore diventato quasi un gesto di massa. Poi la frenata, con le stesse istituzioni che invitano alla misura. In mezzo, milioni di persone che hanno seguito prima un’indicazione e poi il suo contrario. E in tutto questo tempo, quasi nessuno ha chiesto loro come vivessero le proprie giornate.
Qui sta il punto che ci interessa davvero. La vitamina D è una sostanza che l’organismo sa costruirsi da solo, purché gli sia data la condizione per farlo. È un buon esempio di quella capacità di autoregolazione che sta al centro dell’idea di salutogenesi: non un corpo da riparare pezzo per pezzo, ma un sistema che tende all’equilibrio quando l’ambiente e le abitudini glielo consentono. Il problema, allora, non è quasi mai la singola sostanza mancante. È il contesto che ne ha impedito la produzione.
E il contesto lo conosciamo bene. Le giornate si sono spostate al chiuso: la casa, l’ufficio, l’automobile, lo schermo. Abbiamo ridotto la luce, il movimento, il ritmo delle stagioni, e poi abbiamo comprato in farmacia il sostituto di ciò che avevamo tolto. Quando ci siamo accorti che il sostituto da solo non bastava, la reazione è stata discutere del dosaggio, non delle condizioni.
Nulla di tutto questo significa che l’integrazione vada rifiutata, e va detto senza ambiguità: esistono carenze reali, età e condizioni in cui integrare è necessario, come le linee guida stesse riconoscono. Quella valutazione spetta al medico che conosce la persona nella sua storia, non a un articolo e nemmeno a un’abitudine. Significa però che la domanda “quante unità al giorno” non può essere la prima. Prima viene la persona intera: come si muove, quanto sta all’aperto, come dorme, che ritmi ha, in che ambiente vive.
È esattamente la differenza fra correggere un valore e prendersi cura di qualcuno. Il valore basso è un’informazione utile, ma resta una spia. E le spie servono a farci guardare dentro il motore, non a essere spente.


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