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Addio al numero chiuso a Medicina

Una rivoluzionaria sentenza del Consiglio di Stato apre le porte agli studenti non ammessi ai test
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Finalmente possiamo dire addio al numero chiuso alla facoltà di Medicina e Chirurgia. Una svolta storica che permetterà di correggere un vulnus che, come questa pandemia ha evidenziato, ha portato via la vita di molte persone. Lo tzunami del Covid19 ha completamente travolto il nostro sistema sanitario, e in particolare la Medicina di base. Un esiguo numero di medici ha dovuto far fronte a un numero enorme di pazienti, molti dei quali gravi, per giunta dovendo contare su una sanità spolpata da anni di tagli selvaggi e chiusure di ospedali. Oggi, forse, abbiamo superato questa fase storica, almeno su uno dei suoi fronti.

Addio al numero chiuso a Medicina

Il Consiglio di Stato, infatti, ha dato ragione a un gruppo di studenti che aveva fatto ricorso per essere ammessi in diverse facoltà italiane, dalla Sapienza all’Università della Magna Grecia, passando per Tor vergata, la Bicocca di Milano e l’Università di Firenze. Se, finora, questi ragazzi avevano dovuto frequentare i corsi “con riserva”, dopo la pronuncia dei giudici potranno finalmente iscriversi regolarmente. I magistrati si sono sbilanciati anche più di così, mettendo nero su bianco l’ormai strutturale mancanza di camici bianchi, e attribuendone la colpa proprio al numero chiuso imposto dalle Università.

«Una sentenza storica»

«Una sentenza storica – commenta Massimo Tortorella di Consulcesi, tra gli avvocati che hanno assistito gli studenti – il Consiglio di Stato ammette che il numero di posti per entrare a medicina era inferiore al fabbisogno». Non solo: «La decisione definitiva del Consiglio di stato non è un caso isolato: molti ricorsi stanno seguendo la stessa strada, è importante essere consapevoli dell’importanza di procedere al Consiglio di Stato per fare in modo che anche per altri ragazzi si inneschi il medesimo meccanismo».

Una buona notizia per un sistema sanitario alle corde

Come abbiamo accennato, quello della scarsità di medici è solo un aspetto di un problema strutturale molto più grande. Secondo la Ragioneria di Stato, tra il 2009 e il 2017 la sanità pubblica nazionale ha perso più di 8mila medici e 13mila infermieri. Le cose non vanno certo meglio se accendiamo un faro sui posti letto negli ospedali pubblici. Questi sono scesi dai 922 per 100mila abitanti del 1980 ai 275 dell’ultima rilevazione del 2013. C’è da scommettere che, nel frattempo, si saranno ulteriormente ridotti. E il vento non pare in procinto di cambiare, almeno stando all’ultima Relazione tecnica allegata alla Legge di Bilancio. Dal 2023, infatti, in arrivo altri 300 milioni l’anno di tagli.

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