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Quel medico di una volta che oggi non c’è più

I miglioramenti nel campo della tecnica hanno paradossalmente portato a un logorio nel rapporto coi pazienti

C’è stato un tempo in cui la figura del “dottore”, il medico condotto, era da tutti rispettata. Avere un medico in famiglia era motivo di orgoglio per tutti. E, quando si era malati, la sola presenza di quell’uomo con la borsa di cuoio infondeva tranquillità e speranza. Ora, da tempo ormai, non è più così. La malattia era una disgrazia allora come oggi, certo, ma doversi trascinare tra decine di studi medici differenti, di specialisti che curano solo il pezzettino di corpo senza alcuna visione d’insieme, la rende uno strazio. Una via Crucis che si percorre tra gelidi macchinari che ci scrutano dentro, ma che poi, alla fine, raramente arrivano a una conclusione certa.

Quel medico di una volta che oggi non c’è più

Perché nessuna macchina potrà mai sostituire l’empatia umana, né la sua intelligenza e comprensione. Perché, ancora, ogni uomo è unico, e nessuna legge riduzionista lo renderà mai uguale agli altri uomini. Dove conduce questa disumanizzazione della Medicina che oggi noi tutti viviamo? Ad un rapporto ormai logoro tra il paziente e il suo medico. Medico che nella maggior parte delle volte neanche ricorda con chi stia parlando, partendo dal nome per arrivare alla storia clinica. Come potrebbe, del resto, mentre è intento a infilare quante più persone possibili nel suo orario di lavoro?

La cura non può essere integralmente demandata alle macchine

E, se il paziente ha perso fiducia nel medico, paradossalmente anche il medico ha perso fiducia nel paziente. Perché ormai, trasferite le sue responsabilità in capo a uno strumento diagnostico, non potrà accettare un fallimento della terapia. Eppure succede continuamente. Studi professionali, cliniche e ospedali brulicano di anime in pena, che trascinano mali che non trovano soluzione, ma ottengono solo terapie farmacologiche sempre nuove e più costose. Persone rassegnate alla sofferenza, che semplicemente a un certo punto si arrendono, e smettono di curarsi.

Ritornare al giuramento di Ippocrate e al suo vero significato

Ciò di cui abbiamo bisogno, lo abbiamo detto tante volte, è un cambio di paradigma. Di medici che ricordino i pilastri del giuramento di Ippocrate, ai quali tutti hanno professato eterna fedeltà ma che poi in molti hanno dimenticato. Professionisti che mettano il rapporto diretto, il contatto umano, fisico, empatico e spirituale al primo posto. E che sappiano avere una visione onnicomprensiva e personalizzata della cura. Che ci ricordino sempre che siamo individui unici con un destino comune.

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1 commento

  1. Condivido pienamente. Odontoiatra

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