Il disastro di Chernobyl sembrava appartenere alla storia. Aprile 1986, quasi quarant’anni fa. Eppure il suo lascito biologico non ha cessato i suoi effetti: oggi lo vediamo anche attraverso il genoma dei figli di chi quella catastrofe la visse da vicino.
Uno studio pubblicato su Scientific Reports da un team dell’Università di Bonn ha fornito per la prima volta prove concrete di un effetto transgenerazionale dell’esposizione prolungata a radiazioni ionizzanti a basse dosi sul genoma umano. In parole più semplici: le radiazioni assorbite dai genitori hanno lasciato tracce nel DNA dei loro figli.
Cosa hanno trovato i ricercatori
Il punto di svolta di questa ricerca sta nel metodo. I ricercatori non hanno cercato generiche mutazioni nei figli degli esposti, un approccio che negli studi precedenti aveva prodotto risultati inconcludenti. Hanno invece analizzato le cosiddette mutazioni de novo clusterizzate (cDNMs): due o più mutazioni ravvicinate presenti nel DNA dei figli ma assenti nei genitori. Queste configurazioni sono tipiche delle rotture nel filamento del DNA causate proprio dalle radiazioni.
Lo studio ha analizzato tramite sequenziamento dell’intero genoma i profili di 130 figli di operatori della bonifica di Chernobyl, 110 figli di operatori radar militari tedeschi esposti a radiazioni disperse, e 1.275 figli di soggetti non esposti, usati come gruppo di controllo.
I risultati sono chiari: in media 2,65 cDNMs per figlio nel gruppo Chernobyl, 1,48 nel gruppo radar e 0,88 nel gruppo di controllo. Anche dopo le correzioni statistiche necessarie per filtrare il rumore nei dati, la differenza rimane significativa. E non solo: più alta era la dose di radiazioni ricevuta dal genitore, maggiore tendeva a essere il numero di cluster nel figlio.
Il meccanismo: le specie reattive dell’ossigeno
Come funziona questo processo a livello biologico? Le radiazioni ionizzanti producono molecole note come specie reattive dell’ossigeno (ROS), capaci di rompere i filamenti del DNA. Se queste rotture vengono riparate in modo imperfetto, possono lasciare dietro di sé esattamente i cluster di mutazioni descritti nello studio. Un meccanismo elegante nella sua logica, e preoccupante nelle sue implicazioni.
Va detto con chiarezza: i figli degli esposti non mostrano un rischio maggiore di malattia. Questo perché la maggior parte delle cDNMs ricade nel cosiddetto DNA non codificante, cioè in quella parte del genoma che non produce direttamente proteine. I ricercatori stimano che la probabilità che una malattia nei figli di genitori esposti sia causata da una di queste mutazioni sia minima.
Per dare la giusta misura, gli stessi autori dello studio ricordano che i padri più anziani trasmettono ai figli un numero di mutazioni DNA superiore rispetto a padri giovani, e che il rischio associato all’età paterna al momento del concepimento è più alto del rischio derivante dall’esposizione alle radiazioni esaminata in questo studio. Un dato che aiuta a inquadrare il problema senza allarmismo.
Qualche domanda ancora aperta
Lo studio non è privo di limitazioni. L’esposizione originale risale a decenni fa, e i ricercatori hanno dovuto ricostruire le dosi tramite archivi storici e dispositivi datati. Inoltre, la partecipazione volontaria potrebbe aver introdotto un bias: chi sospettava di essere stato esposto era probabilmente più motivato a iscriversi.
Eppure, anche tenendo conto di questi limiti, la traccia esiste. L’esposizione prolungata a radiazioni ionizzanti lascia impronte sottili nel DNA delle generazioni successive. Un risultato che rafforza la necessità di precauzioni rigorose e monitoraggio attento per chi lavora in ambienti a rischio.
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Redazione




