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Carne coltivata: un futuro tra promesse e rischi

Abbattimento dei gas serra, stop alla crudeltà sugli animali. Ma i dubbi degli esperti sono tanti

Carne coltivata in laboratorio. Neanche una settimana dopo averne accennato in un articolo sul consumo eccessivo di carne, è sulla bocca di tutti. L’occasione è la dichiarazione bomba rilasciata al MIT Tech Review dal magnate Bill Gates sull’argomento. Secondo il multi-miliardario americano i paesi ricchi dovrebbero presto arrivare a consumare solo carne prodotta in laboratorio al 100%. In questo modo si potrebbero abbattere le emissioni di gas serra, che i bovini producono in enormi quantità durante i processi digestivi. E, cosa non meno importante, potremmo smettere di torturare e uccidere gli animali.

Carne coltivata: un futuro tra promesse e rischi

Ma quanto è attuabile questa strategia? E che ripercussioni avrebbe sulla nostra salute? Queste due domande sono il perno delle perplessità che tutti noi abbiamo in materia. Insieme a un’altra, un po’ meno nobile ma altrettanto comprensibile: che sapore avrebbe questa avveniristica carne coltivata? Vediamo di rispondere a questi interrogativi con le conoscenze di cui al momento disponiamo. Tenendo presente, però, che se la razza umana decidesse davvero che è questa la strada da seguire, i progressi nel settore sarebbero rapidissimi, e forse per molti versi impredicibili.

Storia della possibile rivoluzione alle porte

La carne coltivata esiste già da tempo. Il 5 agosto 2013 il critico culinario Hanni Ruetzler assaggiò nel corso di una conferenza stampa il primo hamburger di manzo interamente realizzato in vitro, partendo da cellule staminali di mucca. A realizzarlo erano stati gli scienziati della Maastricht University in Olanda, guidati dal Prof. Mark Post. Ruetzler non ne parlò in termini entusiastici, ma disse che, sebbene ci fossero ancora degli aspetti da correggere, il prodotto aveva sicuramente gusto e consistenza della carne.

Dove esiste già, e dove sta per arrivare

Venendo ai giorni nostri, i tentativi di fare sbarcare sul mercato la carne coltivata per il momento si contano sulle dita di una sola mano. A Singapore qualche mese fa hanno concesso la licenza per vendere carne di pollo coltivata nei fast food, da utilizzare per la preparazione di chicken nugget, molto amati nella piccola isola-Stato. Il pollo in provetta, commercializzato da una start up di San Francisco di nome Just, ha superato due anni di test prima di ottenere l’ambito via libera.

Anche in Israele si sono mossi al riguardo. A Ness Ziona, un sobborgo vicino a Tel Aviv, ha aperto “the Chicken“, un ristorante di sola carne in vitro. La lista d’attesa è lunghissima: sono tanti i curiosi che non vedono l’ora di assaggiare questa incredibile novità tecnologica. C’è poi un’ulteriore elemento attrattivo per il ristorante: qui il conto non si paga. Piuttosto, si compila una scheda di valutazione che permetta ai produttori di avere il maggior numero possibile di opinioni sul loro prodotto.

I costi alti e le prospettive future

Questi pochi casi, però non devono indurci in errore. I costi per la produzione in massa di carne coltivata sono per ora elevati. Diciamo che potremmo pagare un hamburger “artificiale” di 100g come la più pregiata delle Fiorentine. Se, però, consideriamo che nel 2013 il prezzo al chilo era di 620mila sterline, possiamo immaginare quanto la curva di abbattimento dei costi sia ripida. E il motivo per il quale Gates abbia suggerito questa strada per i soli paesi ricchi.

Carne in provetta e valori nutrizionali

Dal punto di vista etico, la “fake meat” riduce il problema della crudeltà sugli animali, ma non lo risolve. Le fibre muscolari, infatti, crescono in liquidi di coltura di origine animale. Non si tratta di un cibo vegano, insomma. Le cellule animali, inoltre, vengono arricchite con additivi quali ormoni di crescita, gas Co2, e odori che ne modificano il gusto: caramello, succo di rapa rossa, zafferano. È ancora presto per sapere quanto questo risultato possa essere equivalente alla carne normale per quanto riguarda i valori nutrizionali. Se possiamo essere certi dell’apporto proteico, più dubbia è la parte che riguarda ferro, zinco o vitamine.

L’impatto ambientale: il dibattito scientifico

Anche la questione ambientale è dibattuta dagli esperti. Ridurre o addirittura eliminare l’allevamento animale porterebbe di certo a una drastica riduzione delle emissioni di metano. Ma secondo gli studiosi della Oxford Martin School il vantaggio potrebbe essere compensato da un aumento parallelo dell’emissione di anidride carbonica, data dalle fonti energetiche utilizzate per i laboratori. Il metano ha un impatto climatico molto alto, ma resta nell’atmosfera per soli 12 anni. L’anidride carbonica, il cui impatto è invece più sfumato, rimane in pratica per sempre.

Un uomo sempre più lontano dai suoi prodotti

Infine, c’è un problema sottovalutato perché meno evidente: la dipendenza dalla produzione industriale. Spesso, fra l’altro, proveniente da paesi lontani. Se fino a pochi anni fa chiunque avesse un piccolo orto poteva provvedere in autonomia (o quasi) al suo sostentamento, oggi siamo sempre più legati a prodotti realizzati in serie. Ciò comporta dei rischi non indifferenti, che chiunque abbia seguito le notizie sull’approvvigionamento dei vaccini per il Sars-Cov-2 dovrebbe facilmente immaginare. Cosa faremmo, ad esempio, il giorno che gli allevamenti non esisteranno più, e il laboratorio vietnamita che produce la nostra carne decidesse di non rifornirci più?

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