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I nitrati degli allevamenti intensivi nell’acqua che bevi

Un report delle istituzioni europee mostra i ritardi negli interventi richiesti da Bruxelles all'Italia
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Quando pensiamo all’inquinamento, quasi tutti pensiamo all’aria che respiriamo. In pochi pensano all’inquinamento delle fonti idriche, e al rischio per la salute pubblica che tale polluzione comporta. Eppure quella della contaminazione dell’acqua è una minaccia grande e concreta. Al punto che già da 30 anni le autorità europee hanno iniziato un articolato piano di monitoraggio, con relativi obblighi di intervento per i Paesi membri. I risultati fin qui ottenuti sono descritti nella  “Relazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento europeo sull’attuazione della direttiva 91/676/CEE del Consiglio europeo, relativa alla protezione delle acque dall’inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole, sulla base delle relazioni degli Stati membri per il periodo 2016-2019″.

I nitrati degli allevamenti intensivi nell’acqua che bevi

I nitrati sono particolari sostanze utilizzate in grande quantità nelle colture agricole e negli allevamenti di animali. Azoto e fosforo, in particolare. In piccole dosi non costituiscono un reale rischio per la salute, diverso è il discorso nel caso in cui superino certi livelli di concentrazione. Oggi, all’interno dell’Unione Europea, l’inquinamento da nitrati ha raggiunto livelli tali da costringere le istituzioni ad intervenire, dal momento che si stima che comporti un danno economico tra i 70 e i 320 miliardi l’anno. L’Italia, purtroppo, è tra i paesi maggiormente a rischio, nonché uno dei 10 per i quali la Commissione Europea ha avviato una procedura d’infrazione per mancato rispetto dei parametri concordati.

Le richieste di Bruxelles e il disinteresse dell’Italia

In pratica il nostro Paese non ha fatto nulla per tracciare le aree maggiormente a rischio, come previsto dalla direttiva UE, né ha messo a punto un piano d’intervento. Bruxelles ha avviato una procedura di infrazione “per la stabilità della rete di controllo, la designazione delle zone vulnerabili ai nitrati e i programmi d’azione“. L’Italia avrebbe dovuto individuare le zone vulnerabili per delimitare le deroghe concesse a Lombardia, Veneto ed Emilia–Romagna, ma così non è stato, nonostante due successivi avvertimenti da parte dell’Europa.

Sebbene le disposizione vincolanti dessero la possibilità agli Stati di intervenire in maniera più pervasiva nelle sole zone a rischio o di approntare un piano d’intervento sull’intero territorio nazionale, secondo Bruxelles l’Italia non ha provveduto in maniera sufficiente: “In alcuni Stati membri, quali Bulgaria, Italia, Slovacchia, Spagna e Ungheria, le zone vulnerabili ai nitrati sono alle volte molto limitate e non coprono l’intero bacino idrografico, dando luogo a una designazione altamente frammentata e riducendo l’efficienza dei programmi d’azione”.

Risultarti insufficienti

La conclusione delle istituzioni europee è che “30 anni dopo l’adozione della direttiva e nonostante alcuni progressi, il livello di attuazione e garanzia del rispetto non è ancora tale da permettere il conseguimento dei suoi obiettivi. In particolare: alcuni Stati membri registrano una cattiva qualità delle acque su tutto il territorio e presentano un problema sistemico nella gestione delle perdite di nutrienti prodotte dall’agricoltura. Tra questi si annoverano Belgio (regione fiamminga), Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Finlandia, Lettonia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Spagna e Ungheria; alcuni Stati membri presentano punti critici in cui l’inquinamento non è contrastato in maniera sufficiente: Bulgaria, Cipro, Estonia, Francia, Italia, Portogallo e Romania”.

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