Dr.ssa Monica Delucchi (con la collaborazione della dr.ssa Alessandra Consani) - Tempo di lettura 6 min.

Il malessere dell’individuo e del gruppo durante l’emergenza Covid-19

Il periodo che stiamo vivendo da quasi un anno a questa parte, legato all’emergenza Covid-19, ci ha costretti a leggere il mondo con uno sguardo e un pensiero nuovi, sovvertendo le nostre sicurezze; questo cambiamento riguarda la popolazione in generale e anche, ovviamente, tutte le figure professionali che intervengono nella relazione d’aiuto.

Abbiamo affrontato le nostre peggiori paure

La pandemia è arrivata all’improvviso e ha sovvertito l’ordine a cui eravamo abituati, sia sotto l’aspetto prettamente sanitario che sotto quello psicologico.

Alle implicazioni strettamente mediche si aggiungono quindi gli aspetti legati al malessere psicologico individuale e sociale: abbiamo dovuto affrontare la paura di ammalarci e di morire, la paura che potesse succedere ai nostri cari, molti fra noi hanno dovuto affrontare lutti e separazioni. L’ospedalizzazione, soprattutto nel primo periodo, è stata vissuta come un pericolo sia per la malattia che per l’isolamento a cui pazienti e parenti sono stati sottoposti. Abbiamo dovuto affrontare la paura di perdere il lavoro, di non poter mantenere noi stessi e la nostra famiglia, e anche le difficoltà economiche di una cassa integrazione che non arrivava.

Abbiamo dovuto affrontare la difficoltà di reinventarci un nuovo modo di lavorare, di studiare, di insegnare, di accudire i figli e i nipoti, di non poterli vedere, di poter proseguire le relazioni affettive soltanto attraverso lo schermo di un computer o il display di un telefono. Abbiamo dovuto spiegare ai bambini che non potevano vedere gli amici e le maestre, anche a quei bambini delicati a cui cercavamo di insegnare il contatto, per loro così difficile, fino a qualche settimana prima.

Abbiamo perso il contatto materiale con il prossimo, la pelle, la vicinanza.

Abbiamo quindi dovuto fare affidamento sulla nostra resilienza immunologica e psicologica. Come operatori, abbiamo anche dovuto aiutare gli altri ad affrontare quello che era già difficile affrontare per noi.

Rinuncia alla cura e ritardo diagnostico

Tutto questo, che è vero per la maggior parte degli individui, se rapportato alle fasce più bisognose della popolazione, già in difficoltà prima dell’emergenza, assume dimensioni e proporzioni di gran lunga maggiori.

Sono purtroppo sempre più numerosi i casi in cui nemmeno la sussistenza è garantita, e sono questi i casi in cui il benessere fisico e psicologico è ovviamente relegato in secondo piano rispetto alla mera sopravvivenza.

Le cure in emergenza sono certamente ancora garantite dal SSN, ma sono in sensibile aumento i ritardi nelle diagnosi non “percepite” urgenti e il differimento delle cure mediche e psicologiche, con gravi conseguenze sulla salute del singolo e sulla società.

Ritardare le diagnosi (per paura dell’ospedalizzazione, ora percepita come ostile, o per oggettive lunghe attese) o non occuparsi della salute mentale (che è presupposto anche della salute fisica) porta ad aggravamento di patologie che potrebbero essere curate con successo: si stima un aumento del 30% di mortalità per patologie cardiache dovuto a intempestività diagnostica, e un analogo aumento di incidenza di suicidi e di aggravamenti di patologie psichiatriche. Soltanto da marzo a settembre 2020, infatti, si contano più di 70 suicidi e circa 50 tentativi di suicidio ritenuti connessi in maniera diretta o indiretta al coronavirus: oltre alle conseguenze della crisi finanziaria pesano anche l’isolamento sociale, lo stigma nei confronti di chi ha contratto la malattia e dei loro familiari, il peggioramento di un disagio psichico già presente ed esasperato dalle difficoltà emerse con la pandemia. Queste carenze assistenziali riguardano tutti, ma soprattutto i soggetti in difficoltà sociale, economica o sanitaria potenzialmente a rischio, con bisogni di salute trascurati.

Il nostro gruppo è abituato a lavorare con le fasce deboli, per alcuni versi “allenate” a fare i conti con molte avversità della vita e quindi, per certi aspetti, più resilienti e capaci di ottimizzare le richieste e le risposte. Il pericolo, in questi casi è che le risposte siano solo assistenziali, non sostenenti il processo di individuazione ed autonomia dei soggetti.

Nuove difficoltà, nuovi bisogni

È però emerso un aspetto a nostro parere nuovo, rappresentato da una richiesta di aiuto differente, meno esplicita, proveniente da una fascia diversa della popolazione, che comprende anche i pazienti che di solito si rivolgono alle medicine non convenzionali. Sono persone che, consapevoli di quanto sia importante “prendersi cura di sé” in un’ottica di prevenzione alla malattia e quindi di mantenimento della salute psico-fisica, non possono più farlo, per esempio perché hanno perso il lavoro, o sono stati costretti per lunghi mesi ad interrompere le loro attività di cura e sociali, e per cui il pericolo della rinuncia alla cura è concreto.

In queste circostanze, soprattutto nell’ultimo periodo, la ragione iniziale per cui vengono richiesti interventi terapeutici passa sempre attraverso il coronavirus. Le richieste arrivano da chi ha subito danni o perdite dirette, come lutti in famiglia, o sequele fisiche o psichiche correlate al Covid-19, che ha in qualche modo scoperchiato il dolore degli individui, le loro paure, il senso di insicurezza e fragilità, e li ha messi in contatto con ciò che di più profondo già c’era, nascosto dalla normalità e dalla routine che negli ultimi mesi si è rotta.

Secondo le stime dell’OSMed (Osservatorio Medico) già nel 2019 il consumo di benzodiazepine a effetto ansiolitico è cresciuto del 2,5% e per quelle a effetto ipnotico la crescita è stata del 7%. Nel 2020 la crescita è stata ancora più marcata, soprattutto con la ripresa delle restrizioni durante l’autunno, come si può vedere dal grafico ottenuto dai dati AIFA, che non differenzia però i diversi gruppi di individui che ne hanno fatto richiesta.

Il ricorso alle medicine non convenzionali in un frangente come questo può essere d’aiuto nel ridurre il consumo di farmaci non scevri da effetti collaterali anche severi, soprattutto se assunti a lungo termine come spesso accade per ansiolitici ed ipnotici. L’efficacia del lavoro in rete di operatori con diverse competenze è poi rivelatore della reale interdipendenza tra le figure professionali coinvolte ed i pazienti. Diventa importante, in quest’ottica, fornire loro le migliori informazioni per “farli sentire al sicuro”, per aiutarli a gestire il vissuto di abbandono e di solitudine, ad affrontare paure realistiche, non minimizzate né ingigantite dal contesto sociale, e ad adottare delle misure auto protettive concrete, sia fisiche che psicologiche, che rappresentano sempre il miglior percorso e processo terapeutico per ciascuno di noi.

LEGGI ANCHE: Salute psichica collettiva e evoluzione sociale

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3 Commenti

  1. Articolo scritto con amore
    Mi batte il cuore

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  2. Scritto molto interessante e condivisibile

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  3. Lucido ma pieno di empatia: reale, non “per dire”. Grazie per questo articolo e per l’attenzione ai pazienti che costantemente curate, con dedizione e amore.

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