Gli Attacchi di Panico

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È una mattinata azzurra dura e gialla, e sono al Centro Congressi, in attesa. Insieme ai Colleghi, Fulvio, Angelo e Monica, prendiamo posto al tavolo dei relatori per presentare l’ennesima intensa avventura da inventare mentre la si vive.

Devo parlare per primo, fare gli onori di casa, salutare i presenti, un pubblico attento, compreso in un ruolo di ascolto attivo. Comincerò tra pochi minuti, e come accade spesso, sempre più spesso, non riesco a mettere a fuoco l’ora, e nemmeno il qui.

Ieri ero a Roma, poi nel pomeriggio a Firenze, ora a Milano, senza smettere di telefonare, prendere appunti, scrivere frasi dal cellulare al retro di un libro. Foglietti sparsi davanti a me in una attenzione tesa come le corde di una racchetta da tennis.

Stanotte, sono stato sveglio senza prendere sonno, erano le tre, le quattro, per colpa di una ossessione o due, che ho provato a tenere con un ombrello sotto controllo.

Mentre osservo i ragazzi e le ragazze seduti qui, penso al mio percorso professionale che ho fatto decollare, e da cui sono decollato, e alle informazioni mute e non del tutto chiare contenute nel mio lavoro, e che si sono intrecciate in uno zig zag impredicabile e imprevedibile.

Un incontro casuale, una conoscenza da cui non aspetti nulla, una stretta di mano, un biglietto da visita scambiato, diventano una trama e un reticolo di tempi e avvenimenti futuri.

E sono proprio gli impegni professionali a cancellare la solitudine, il ricordo di amori e di amici perduti, e le ferite che hai inferto agli amori e agli amici perduti.

Mentre tento di raccogliere le idee su ciò che sto per dire, e mi preparo a prendere il microfono, formulo una domanda senza verbi, una domanda che ha la forma di un lungo tratto vuoto.

Sì, è un Attacco di Panico, ma di un genere freddo e antipatico, e per questo ancora più freddo e antipatico. Non sudo, non mi batte il cuore, non tremo, mi invade solo la certezza che vorrei essere altrove. Mi sento pesante, come paralizzato, sensazione di sabbia sulle labbra e nella bocca.

In tasca un tubo di Gelsemium 5CH granuli. Svito il tappo me ne verso 5 granuli velocissimo.

Sto per parlare. Devo iniziare. Devo concentrarmi. Eccomi.

Come risolvere questa situazione così disagevole?

L’Attacco di Panico e il suo Farmaco Omeopatico: il Gelsemium.

Il Gelsomino, pianta spontanea dai fiori profumatissimi.

Popolazioni di un tempo ne facevano ghirlande per il capo, per il suo intenso profumo che donava serenità e tranquillità all’animo.

La Tintura Madre tossica per il Sistema Nervoso, in diluizione Omeopatica diventa un farmaco efficacissimo per l’Ansia di attesa, per gli Attacchi di Panico.

Si può assumere, sempre però sotto consiglio medico, a Basse Diluizioni 5CH-7CH granuli nei momenti acuti, oppure se l’ansia è “cronica”, alla 30 CH o meglio in dosi scalari crescenti 30-200-MK-XMK.

Il Gelsemium si correla bene ad altri due farmaci omeopatici quali l’Ignatia e l’Argentum Nitricum.

A completare il tutto, non possono mancare fitoterapici sedativi quali la Melissa, il Biancospino, la Lavanda.

E così inizio a parlare. A giocare, a volare, a trasmettere il mio sapere, a fare quello che devo fare.

Lo faccio per loro, lo faccio per me.

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