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21 Luglio, 2026

Il vero medico e l’atto terapeutico completo

Riflessioni e applicazione del Paragrafo 3 dell’Organon di Hahnemann

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Hahnemann, nel terzo paragrafo della sua opera magistrale, sintetica e fondamentale: l’Organon della Medicina (6ª ed.), chiarisce con incontestabile precisione i passaggi che devono essere soddisfatti in ogni atto terapeutico, in ogni decisione curativa, in qualsiasi luogo e momento in cui si trovino faccia a faccia il malato, con il suo malessere, e il medico, con la responsabilità della propria vocazione e il desiderio di curare il malato.

È il paragrafo in cui specifica chiaramente la serie di condizioni da osservare nell’arte e nella scienza della guarigione affinché si tratti davvero di un atto medico soddisfacente e di una procedura terapeutica efficace e completa.

Ho suddiviso in diversi punti ciò che afferma il paragrafo per mettere in evidenza i passaggi che ogni atto terapeutico completo deve soddisfare: Il paragrafo recita esattamente così:

1.-“Se il medico percepisce con chiarezza ciò che occorre curare nelle malattie, vale a dire, in ogni singolo caso patologico (conoscenza della malattia, indicazione).

2.- ..Se percepisce chiaramente ciò che c’è di curativo nei medicamenti, cioè in ogni medicamento in particolare (conoscenza del potere medicinale).

3.-…Se sa come adattare, secondo principi perfettamente definiti,

4.- ciò che c’è di curativo nei medicamenti a ciò che ha scoperto essere indubbiamente morboso nel paziente in modo che avvenga il ristabilimento

5.- …se sa anche adattare in modo adeguato il medicinale più appropriato, in base al suo modo di agire, al caso che gli si presenta (scelta del rimedio, indicazione del medicinale),

6.- così come il modo esatto di preparazione e la quantità richiesta (dose appropriata)…

7.- …e il periodo opportuno per ripetere la dose.

8.-…se, infine, conosce gli ostacoli alla guarigione in ciascun caso ed è abile nel rimuoverli, in modo che tale guarigione sia permanente

9.-…Allora avrà compreso il modo di curare con giudizio e razionalità, e sarà un vero medico.

Detto questo, è chiaro che ogni medico omeopata, con ogni paziente, deve applicare con chiarezza, esattezza e precisione questo paragrafo per poter dire a se stesso di aver agito correttamente.

Vediamo l’applicazione con un esempio.

 

L’applicazione del § 3 al caso di Inocencio

Inocencio aveva 30 anni. Un uomo alto, biondo, con gli occhi azzurri, il viso da bambino e la carnagione olivastra tipica del sud della Spagna. Era cintura nera e insegnante di judo e kung fu. Medaglia d’argento europea di judo a 20 anni. Praticava il qigong ogni giorno. Oltre a questa professione, era animatore di feste e prestigiatore. Dedicava il tempo nei fine settimana a visitare alcuni centri di oncologia pediatrica per rallegrare i bambini. Sentiva il bisogno di vedere tutti felici

Si riconosceva molto sensibile, al punto da piangere quando vedeva un fiore. E si scioglieva in lodi, rendendo grazie a Dio per la sua manifestazione. Si commuoveva immensamente per i mali del mondo, per l’arroganza dell’uomo, per i conflitti di ogni tipo e per i giochi di potere. Tutto gli faceva male e lo faceva soffrire e, secondo lui, proprio per la paura che aveva della sofferenza, volle imparare a difendersi e a difendere gli altri se necessario, anche se non rischiò mai la vita, né si addentrò mai in profondità nei propri conflitti per paura di tutto: di essere rifiutato, di fallire, di non essere ricambiato, di non essere stimato e, senza dubbio, per paura del giudizio degli altri.

Inocencio aveva bisogno di sentirsi al sicuro, accettato e in qualche modo vincitore per esorcizzare la paura della solitudine, dell’abbandono e della vita stessa, che gli incuteva terrore.

È sempre stato molto legato a tutta la famiglia. A sua madre, a suo padre e anche ai suoi tre fratelli. Talmente legato da essere affettivamente dipendente. Si è sempre preso cura di tutti, dei loro problemi. Non lasciava mai passare nulla inosservato. Era estremamente responsabile e scrupoloso. Persino ossessivo e compulsivo fin da piccolo, superstizioso, pieno di rituali, che contava le cose o i numeri. Ancora oggi sente che «non può fermarsi» perché se si fermasse potrebbe verificarsi una catastrofe a lui, a qualcuno della sua famiglia o alle persone che ama.

Tuttavia, senza sapere perché, Inocencio si sentiva sempre arrabbiato. Pieno di pensieri spiacevoli, immaginava, senza volerlo, situazioni in cui litigava e discuteva, sia al lavoro che per strada. Sempre in polemica e in controversia.

Dopo diversi scontri durante gli allenamenti con gli allievi, avverte un fastidio nella parte posteriore della schiena, sul lato sinistro, di natura irregolare. È «come se qualcuno mi tenesse un dito premuto in quel punto». Sempre peggio sul lato sinistro. Lo avverte soprattutto nelle inserzioni muscolari, in particolare nell’inserzione della cresta iliaca e sul lato sinistro delle costole, oltre che nella zona lombare. E anche nei muscoli profondi vicino all’ascella e alla scapola. Al termine dello stretching, il dolore scompariva momentaneamente

Chiunque penserebbe in primo luogo che i disturbi che presenta siano dovuti a piccoli incidenti nell’ambito della sua attività professionale, che lo obbliga a sottoporre il corpo a un intenso sforzo e a ripetuti scontri corpo a corpo con un avversario, per di più meno esperto e, di conseguenza, con un’elevata possibilità di traumi o strappi.

Tuttavia, Inocencio non fa riferimento ad alcun incidente durante i suoi allenamenti. Dobbiamo quindi considerare che si tratti di una manifestazione spontanea del corpo. Vale a dire, un corpo che esprime ciò che Inocencio non vuole ammettere a se stesso né pronunciare ad alta voce.

Quando il problema si concentra sull’apparato locomotore destro, il corpo parla di cose che si stanno facendo con la forza. E quando si concentra sul lato sinistro, il corpo parla di desideri insoddisfatti o di azioni che non desideri e che ti costringi a compiere.

Le lesioni al sacro, in particolare alla cresta iliaca, indicano: «Non sto bene accanto a mia moglie». E l’intera zona sacrale esprime: «Mi sento insoddisfatto», ma impotente. Inocencio, in silenzio, si dice: «Soffro per la sessualità perché non la desidero e la vivo come un dovere, un’imposizione».

In particolare, il dolore alle costole lamenta e rivela il sentirsi privo di autostima, poco apprezzato dalla compagna. Non riesco a esprimere i miei veri sentimenti con lei. Il dolore alle costole medie e inferiori parla apertamente della rabbia repressa di Inocencio e del risentimento. E il dolore a quelle inferiori del senso di colpa di Inocencio per provare ciò che prova, della sua tristezza e del suo disamore.

Quel dolore al fianco è un problema del presente, non del passato o del futuro.

Contemporaneamente è ricomparso anche un sintomo che si era già manifestato in passato: una macchia circolare leggermente rossastra, senza prurito né fastidio, sul glande. Ciò sembra casuale, ma è molto significativo. Il glande è il punto di identità maschile. La zona del corpo che racconta «come si vive l’essere uomo».

Inocencio si sente a disagio, ha una cattiva percezione di sé e non si apprezza nella sua vita intima. Vivendo così, la percepisce come qualcosa di sporco e chiaramente «non vuole essere così né viverla in questo modo».

Sta con sua moglie da quasi 4 anni, dopo un anno di innamoramento in cui l’aiutava con le sue difficoltà, i suoi «difetti», quegli aspetti che mi infastidivano e influenzavano la relazione e cominciavano a pesarmi… In sostanza, la correggeva e la stimolava, educandola tutto il giorno. Ha finito per fare da padre e lei da bambina disubbidiente. Occupandosi di tutto e assumendosi ogni responsabilità come aveva sempre fatto per paura e per amore. Anche per senso del dovere. Per la sua natura scrupolosa e maniaco-compulsiva-ossessiva.

Infatti, ormai stufo, iniziò a mettere le cose in chiaro e a riconoscere di aver raggiunto il limite della sopportazione: non tollerava più che lei non si occupasse della casa come una donna: non cucinasse, non pulisse, trascurasse se stessa, fosse indifferente ai rapporti sessuali. Stufo di tornare a casa e trovarla sul divano a guardare sciocchezze, cartoni animati e a mangiare popcorn e patatine. Sempre troppo stanca per fare esercizio fisico o per dedicargli un po’ di tempo da passare insieme. Sempre pronta a dare la colpa agli altri per tutto ciò che non andava come voleva lei.

Inocencio si liberò in parte del problema senza risolverlo e partì per la Norvegia. Prima di partire per la Norvegia, ebbe un episodio di ematuria… un’espressione inconscia della perdita della sua vitalità, della perdita della sua gioia di vivere, del sentirsi ostacolato dagli altri. Un senso di mancanza di aiuto e di sostegno vitale.

In effetti era un periodo in cui litigava continuamente con sua moglie e si sentiva molto triste, sfinito tra gli allenamenti, il lavoro e un infortunio al legamento collaterale mediale, sempre sul lato sinistro. In fondo un infortunio che rivelava la sua paura del futuro, di ciò che sarebbe successo, della separazione e del discredito sociale. Le critiche dei suoi familiari

Beveva pochissimo. Un giorno, all’improvviso, avvertì coliche e crampi nella zona dell’intestino crasso. Una chiara manifestazione del «non sentirsi all’altezza». Qualcosa che Inocencio non riusciva a concepire dopo tutti i suoi trionfi come campione di judo e kung fu.

Più tardi urinò pochissimo, di un colore simile alla Coca-Cola. Ma accadde una sola volta e poi scomparve. Tuttavia, da quel momento si scatenò l’ossessione compulsiva per il colore delle urine, l’ematuria o qualsiasi altra cosa… anche se i medici attribuirono la «colpa» al fegato, non ai reni… accompagnata dalla presenza di flatulenza, difficoltà digestive, ecc., ecc… proprio come il padre, i fratelli e la nonna paterna.

Il dolore al ginocchio sinistro (legamento collaterale mediale) era molto intenso, l’ha sopportato per due anni e mezzo… e si è ripresentato al ginocchio destro, un anno prima che a quello sinistro, ed è durato un anno e poco più. Una sensazione permanente di «non riuscirò mai a uscirne vincitore». Il ripetersi continuo di «voglio smettere di vivere con mia moglie ma non oso»… e sono molto arrabbiato. Ma allo stesso tempo non voglio cedere e sottomettermi. Devo vincere.

Non ha voluto sottoporsi a esami prima di andarsene, ma l’idea e la paura che potesse succedere qualcosa non l’ha mai abbandonato. E continua a essere ossessionato dalla sua possibile malattia. Sempre all’erta e attento al colore delle urine… Un terrore della malattia che nasconde l’enorme paura di agire e di spezzare il suo legame familiare. Paura della sua solitudine. Paura del fallimento, in definitiva, soprattutto da parte di un Inocencio esigente, meticoloso, ossessivo e compulsivo che dimostra di aver sempre avuto paura della vita.

Nel caso di Inocencio la codardia si è ben adattata al suo temperamento sensibile, compassionevole, incapace di sopportare la propria sofferenza e quella degli altri (compreso l’abbandono da parte della moglie). Ha ceduto al suo modo di essere. Si è piegato al proprio temperamento e, di conseguenza, si è ingannato profondamente. Talmente profondamente da credere alla propria menzogna… finché il corpo, dove risiede l’inconscio senza chiedere il permesso a nessuno, avrebbe iniziato, in seguito, a lanciare le sue lamentele evidenti e incontestabili per costringere Inocencio a riprendere in mano la propria vita.

Fu così che, al ritorno dalla Norvegia, Inocencio fece pace con sua moglie, sostenendo e convincendosi che lei fosse cambiata moltissimo da quando si era unita a un gruppo religioso. E ora lui si sentiva follemente innamorato e la adorava.

Tuttavia, le ossessioni, i rituali e le paure della malattia aumentarono, in un tentativo forzato di acquisire sicurezza e autoprotezione. Una consapevolezza inconsapevole: «Mi sento disorganizzato e contraddittorio nella mia vita e non so come difendermi. Non riesco a porre limiti a mia moglie nel suo modo invasivo e distruttivo di essere nella mia vita».

Tuttavia, quando riprese la sua attività professionale, ebbe molto successo. I suoi stessi maestri gli offrirono delle opportunità e questo suscitò forti invidie e ostacoli da parte dei colleghi. Inocencio iniziò a subire il «bullismo sociale». Un fenomeno, come tutti sappiamo, in fondo piuttosto frequente. Ma Inocencio, in fondo, era un ragazzino, vincitore di competizioni sportive e un piccolo giocoliere. Non era preparato a tutto ciò… E, secondo il suo modo infantile di pensare, senza capire perché, la sua vita quotidiana si riempì di diffamazioni, calunnie e umiliazioni. I suoi stessi compagni parlavano male di lui alle sue spalle. E questo Inocencio non avrebbe mai potuto immaginarlo. Non ne capiva il motivo.

Inocencio non riuscì a sopportare i colpi di una forma di lotta nella vita reale molto diversa dalle lotte sul tatami. Quelle perfettamente controllate che si svolgevano sul tatami di judo o di kung fu. Non era preparato a uno scontro sleale e senza onore. Inocencio era un uomo semplice, figlio di contadini. Si era fatto da solo con grandi sforzi, superando i propri limiti e difetti. Dava per scontato che il suo impegno, la sua attenzione e la sua responsabile preoccupazione per gli altri sarebbero stati ricambiati, proprio come accadeva con i suoi fratelli e la sua famiglia.

Inocencio, in realtà, faceva onore al proprio nome. Non si sentiva presuntuoso e non riusciva a capire, nonostante la sua età, come fosse possibile che la vita gli avesse aperto una strada buona e giusta, in linea con il suo impegno, e che, all’improvviso, senza motivo, questa strada non solo fosse ostacolata, ma anche infangata ogni giorno.

Inocencio «gettò la spugna» e cadde in una profonda depressione. Si limitò semplicemente a «mettersi comodo», lasciandosi morire pur continuando a vivere, poiché la vita non gli permetteva di vivere come lui intendeva, né professionalmente né affettivamente.

Inocencio mise in pratica il proverbio cinese secondo cui «quando non sai cosa fare… la cosa migliore è non fare nulla». E si bloccò perché in realtà non sapeva come risolvere il conflitto della sua esistenza.

Tuttavia, il suo Principio Vitale lo condusse alla malattia nell’ultimo momento della sua esistenza, riportandolo nel grembo materno, visto che non era in grado di competere fuori dal tatami. Non era in grado di difendere il proprio territorio. Non sentiva lo stimolo dell’amore per superare se stesso. Si ritirò dalla vita aspettando che avvenisse il miracolo del parto senza dolore e di rinascere, chissà quando e chissà dove… e soprattutto, chissà «per quale motivo».

Quando è arrivato da me si sentiva triste, vuoto, stanco… Se n’è andato con sua moglie, giurando a se stesso che l’adorava, a vivere a casa dei suoi genitori perché non voleva affrontare di nuovo tutte le difficoltà vissute anche con lei. Non voleva nemmeno correre il rischio di metterla alla prova. Inocencio «gettò un velo fitto» su tutto ciò che prima vedeva e credeva. Era diventato un gran fannullone, un codardo e aveva perso ogni dignità. Se ci pensava, se ne vergognava, ma la realtà era che non aveva voglia di fare assolutamente nulla: né lavorare, né insegnare, né andare negli ospedali. L’unica cosa che voleva era stare a casa, oziare, non occuparsi di nulla, giocare e dormire. Non avere alcuna responsabilità per nulla. Era pieno di paura e si sentiva codardo. Come un bambino dentro e fuori di sé, che tornava nel grembo di sua madre, a letto, a dormire perché nel sonno si sta bene, senza problemi né preoccupazioni, e desiderava solo ricevere carezze e coccole. Smettere di essere ciò che sapeva di voler essere senza riuscire a diventarlo.

 

Riflessioni e applicazione del Paragrafo 3 dell’Organon di Hahnemann

1.- Come si osserva, Inocencio attraversa diverse fasi nella lotta e nell’evoluzione della sua vita. Da sempre ha mostrato un temperamento ipersensibile, pieno di compassione, fragilità, paure e dipendenza dagli altri; guidato da un buon Principio Vitale, ha cercato di compensare tutto ciò praticando le arti marziali e sviluppando un tipo di professione che rispecchiava bene l’infanzia in cui si riconosceva e in cui voleva vivere, consolando il dolore nei bambini che lo spaventava e che non riusciva a sopportare.

Tuttavia, nonostante la decisione – che possiamo definire buona –, le cose non sono andate come desiderava e l’ultima fase è quella che ci porta a soddisfare il primo punto del paragrafo 3 dell’Organon: riconoscere ciò che deve essere curato.

Ciò che doveva essere curato quando è arrivato nel mio studio non era il suo temperamento, con cui era nato e contro cui aveva lottato, bensì i sintomi caratteristici, con tutto ciò che era predominante, straordinario e peculiare del momento attuale: dell’OGGI. Vale a dire: conseguenze di umiliazioni e vessazioni. Completamente indolente. Apatico. Rifiuto di qualsiasi attività fisica e intellettuale. Ozioso. Ansia per il futuro. Codardo. Sonnolenza continua accompagnata da stanchezza. Dorme male durante la notte, non si riprende. Ha incubi con sogni strani, incomprensibili. Totale perdita di obiettivi. Confuso. Rassegnato. Desiderio di affetto e compagnia.

In sintesi, una rotazione verso la condizione psorica profonda che ci porta a identificare il Simillimum, dopo un’attenta repertorizzazione. In questo modo possiamo soddisfare il secondo punto del terzo paragrafo: il riconoscimento di un medicamento come SULPHUR.

Seguendo la Legge della guarigione (§ 26 dell’Organon), fondata sulla pura sperimentazione sull’uomo sano (2° Principio Hahnemanniano), si può dimostrare che Sulphur comprende il quadro organizzato della sofferenza dell’ultima fase di Inocencio. Di conseguenza, possiamo soddisfare così il terzo, il quarto e il quinto punto del terzo paragrafo, trasformando Sulphur da medicinale a rimedio Simillimum, quindi il più adatto alla situazione alterata delle forze vitali di Inocencio che devono essere risolte,

La posologia verrà scelta tenendo conto della profondità, sia del rimedio che del livello di sofferenza, del tempo di evoluzione e del tempo necessario per la risoluzione psicobiologica del processo di trasformazione in cui è coinvolto Inocencio. In questo caso la scelta ricadrà su una potenza elevata come 6LM, da ripetere ogni giorno per una settimana, osservando i cambiamenti. Soddisfacendo così il sesto e il settimo punto del terzo paragrafo dell’Organon.

Fornendo consigli igienici affinché possa riprendere la sua vita non appena starà meglio ed eliminando il prima possibile il grande ostacolo di «adattarsi alla sua regressione», senza dimenticare che si trova in un momento autenticamente critico. La verità che abbiamo scoperto deve scoprirla da solo quando sarà in grado di affrontarla e, per il momento, ciò non è possibile.

In questo momento il nostro aiuto consiste nello stimolarlo a condurre una vita sana nella natura, con passeggiate, escursioni in montagna, nuoto… insieme ai suoi cari o da solo; sarebbe la cosa più adatta per eliminare l’ostacolo di addormentarsi nell’utero, che, inevitabilmente, non esiste più. In questo modo potremmo soddisfare l’ottavo punto del terzo paragrafo e portare a termine l’atto terapeutico completo, in attesa dell’evoluzione, una volta ben compreso il Conflitto Esistenziale e ben distinto l’attuale Conflitto Patologico.

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