Un blog ideato da CeMON

9 Giugno, 2026

Pyrogenium

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Ogni lunedì riceverai una ricca newsletter che propone gli articoli più interessanti della settimana e molto altro.
Tempo di lettura: 15 minuti

Il pirogeno, noto anche come pyrexin o sepsin, è un nosode introdotto nella Materia Medica dagli inglesi alla fine del secolo scorso
Si ricava dalla carne di manzo magro e si prepara nel modo seguente:

si prende un recipiente contenente 500 gr. di acqua e 200 gr. di carne di manzo priva di grasso e tagliata a pezzetti. Si espone all’aria secca per una ventina di giorni e si ottiene un liquido rossastro, denso, dalla consistenza sciropposa e maleodorante. Si filtra e si fa evaporare a bagnomaria fino a essiccarlo. Si lascia macerare in alcool per due ore il residuo secco che formerà una massa compatta e scura. Si lascia asciugare; si mescola con 30 g di acqua distillata e si filtra, dopo due ore. Il liquido chiaro e ambrato che si ottiene è estratto acquoso di Pyrogenium.

Si aggiunge un volume doppio di glicerina e con questa preparazione, che può essere considerata una tintura madre, si preparano secondo i metodi hahnemanniani le diverse dinamizzazioni: 3ø, 6ø, 12ø, 30ø, ecc.

È uno dei grandi medicamenti per le setticemie, le pioemie e le settico-pioemie gravi; di origine puerperale o chirurgica, o da ptomaine (composti organici azotati tossici che si formano durante la putrefazione di sostanze proteiche animali o vegetali – dal greco  ptoma – cadavere) o in disturbi da intossicazione con gas di fogna o in ferite da dissezioni; nella difterite o nella febbre tifoide o nelle forme tifiche gravi di qualsiasi malattia infettiva.

Possiamo quindi affermare che al Pyrogenium appartengono tutte le infezioni gravi e le setticemie. Sia nella loro espressione acuta, come “simillimum”; sia quando le recidive si verificano nel corso di una grave malattia infettiva, dopo un miglioramento transitorio e nonostante i rimedi siano stati ben scelti.

Cioè, come tutti i nosodi, è indicato quando i medicamenti ben scelti non riescono a migliorare o a curare in modo permanente e si presentano sequele di precedenti processi settici che sfociano in ascessi. Oppure anche quando si verificano recidive nel corso di una malattia infettiva dopo un miglioramento passeggero e nonostante i rimedi meglio scelti.

I sintomi peggiorano con il movimento, con il raffreddamento o con il freddo umido e migliorano con il calore e la pressione, con i cambiamenti di posizione: girandosi, stirandosi, camminando.

Il letto sembra essere molto duro e le regioni del corpo su cui il malato riposa sono dolorose e come contuse. Vesciche da decubito per degenza prolungata nelle malattie infettive.

Presenta una grande prostrazione con agitazione: è costretto a muoversi costantemente per alleviare le zone dolorose.

C’è una notevole discordanza tra la temperatura e il polso. Mentre la temperatura è molto bassa, il polso è molto rapido.

L’odore del corpo e delle secrezioni è putrido e cadaverico. Lo stesso vale per l’alito, i sudori e tutte le eliminazioni.

Quintessenza: Stati di setticemia. Infezioni con tendenza alla suppurazione. Rapido deperimento con febbre violenta, sudorazione fredda e forti brividi. Dolore da contusione e da fratture ossee con irrequietezza e agitazione. Odore putrido e cadaverico delle secrezioni. Loquacità delirante e allucinatoria. Corpo freddo con polso molto rapido.

Stati di setticemia: La sepsi è la risposta travolgente ed estrema del corpo a un’infezione in qualsiasi parte del corpo, interna o esterna, che può essere mortale. Può causare danni ai tessuti, insufficienza d’organo e persino la morte.

Infezioni con tendenza alla suppurazione: reazione infiammatoria caratterizzata dalla formazione di pus, un liquido denso di colore giallastro o verdastro contenente cellule morte e residui cellulari

Rapido deperimento con febbre violenta, sudorazione fredda e forti brividi: esaurimento o deperimento con significativa perdita di peso corporeo e debolezza generalizzata. A causa di una febbre infettiva, violenta, con sintomi che manifestano la grave crisi che l’organismo sta attraversando.

Dolore da contusione e da fratture ossee con irrequietezza e agitazione: un insieme di alterazioni tutte concomitanti con la sensazione esterna e interna di essere stato colpito, accompagnato da un grande bisogno fisico di movimento e angoscia per il proprio malessere.

Odore putrido cadaverico delle secrezioni: Odore caratteristico dei corpi in decomposizione e in stato di putrefazione.

Loquacità delirante e allucinatoria: chiacchiere eccessive e vaneggiamenti senza contatto con la realtà, in cui si raccontano sensazioni, visioni o percezioni uditive inesistenti.

Corpo freddo con polso molto rapido: stato corporeo contraddittorio e contrastante, opposto al normale funzionamento termostatico fisiologico.

 

Caratteristiche predominanti del rimedio Pyrogenium

Il viso è ardente; giallo; pallido, verdastro, scavato e bagnato da sudore freddo. Presenta arrossamento circoscritto solo alle guance. Quando si raggiunge uno stato di Pyrogenium, la persona ha spesso allucinazioni. Ad esempio, vede un uomo ai piedi del letto (soprattutto quando chiude gli occhi). Oppure ha la sensazione di essere molto grasso. Gli sembra persino che il suo corpo copra tutto il letto. Altro esempio: sa che la sua testa è sul cuscino, ma non sa dove siano le sue estremità. Ha sensazioni allucinatorie molto particolari, una tra altre, come se, sdraiata da un lato, fosse una persona, e sdraiata dall’altro lato, fosse un’altra persona. Oppure, come se avesse una grande quantità di braccia e gambe.

Un aspetto significativo è che presenta grande loquacità, soprattutto durante la febbre. Cioè, parla e pensa più velocemente del solito. Entra in una grande inquietudine con ansia e angoscia. Un modo di fare peculiare è che mormora, bisbiglia anche nei sogni. Non riesce a dormire per un grande afflusso di idee e grida nel sonno che ha un peso su di lui. Sogna frequentemente di affari.

Vertigini quando si alza a sedere sul letto con intensi battiti nelle arterie temporali e della testa. Terribili cefalee pulsanti o a scoppiettio, che migliorano con la pressione di una fasciatura stretta; con grande irrequietezza, epistassi, ecc. con la sensazione di avere un elmo in testa. Molto evidente il movimento della testa sul cuscino da un lato all’altro con sudori freddi sulla fronte.

Sul viso presenta vari sintomi di relativa importanza, come il dolore all’occhio sinistro, peggiorato guardando verso l’alto o verso l’esterno con gli occhi sporgenti. Dice di sentire campanelli o campane. Ha le orecchie fredde anche se sono arrossate. Improvvisamente presenta epistassi. Infatti si sveglia sognando di avere un’epistassi, ed è proprio così. Starnuti ogni volta che tira fuori le mani da sotto le coperte, anche di notte. Ostruzione nasale alternata a naso freddo. È molto evidente il movimento a ventaglio delle ali del naso.

La lingua è ingrossata, flaccida; pulita, liscia e levigata, come verniciata, brillante, come vetro. Ha un colore rosso acceso, è secca, screpolata, con movimenti difficoltosi. La caratteristica è che è bianca davanti e marrone dietro; oppure con una striscia marrone-giallastra al centro con i bordi e la punta molto rossi.

Il sapore che percepisce è dolciastro e ripugnante; terribilmente fetido. Ha il sapore di pus, come se avesse la bocca e la gola piene di pus; come per un ascesso. E l’alito è orribile, cadaverico. È senza appetito ma con grande sete (durante i brividi e la febbre), di piccole quantità alla volta. Tuttavia, la minima quantità di liquido viene subito vomitata. Migliora bevendo acqua molto calda.

Eruttazioni di acqua acida dopo la colazione. Nausea e vomito persistenti; marrone o simile a fondi di caffè. Si tratta di vomito biliare, fetido, stercoraceo che accompagna un’ostruzione intestinale. Il vomito provoca in generale sollievo.  C’è una forte pienezza gastrica e addominale che lo fa esplodere in vomito e diarrea. Intenso dolore addominale che gli permette a malapena di respirare o di tollerare qualsiasi pressione sul lato destro. Dolore lancinante sul lato destro dell’addome, che si irradia alla schiena e peggiora con qualsiasi movimento, anche parlando, tossendo o respirando profondamente; migliora sdraiato sul fianco destro; si lamenta ad ogni respiro.

Si sente un gorgoglio negli ipocondri quando si sdraia sul fianco sinistro e presenta dolori ombelicali che peggiorano bevendo acqua e migliorano con l’espulsione di flatulenze. Si possono osservare quadri di peritonite. La diarrea è orribilmente fetida, putrida; marrone o nera; copiosa, acquosa, ma caratteristicamente indolore. A volte con vomito e fuoriuscita involontaria di gas.

Al contrario, può presentarsi stitichezza: con completa inerzia rettale molto ostinata, con accumulo di feci compatte soprattutto nei processi febbrili. In questo caso le feci sono grandi, nere, con odore di carogna e molto difficili da espellere. Inizialmente dure, poi morbide, con striature di sangue, e ano dolorante in seguito. Oppure, con feci nere, simili a olive.

L’urina è molto scarsa; gialla; torbida, con sedimento rosso e con albumina; orribilmente fetida, con odore di cadavere. Il tenesmo vescicale è intollerabile.

Nell’uomo i testicoli pendono rilassati; lo scroto sembra e si presenta molto sottile.

Nella donna, la caratteristica più grave è la peritonite puerperale, con estrema fetidità, odore di marcio. La vulva è edematosa. Le mestruazioni sono orribilmente fetide, con odore di carogna anche se durano un solo giorno.
Può presentarsi metrorragia di sangue rosso vivo con coaguli scuri con un quadro di setticemia dopo un aborto, con ritenzione del feto. Oppure perché le membrane si decompongono con secrezione orribilmente fetida.
È il caso in cui la donna “non si è mai ripresa” dalla febbre settica che ha seguito un aborto o un parto.

Presenta tutta una serie di sintomi nell’ambito genitale femminile come ascessi alle ovaie, prevalentemente all’ovaio sinistro, con dolori pulsanti acuti. Oppure, lochi acquosi, acidi, marroni, molto fetidi che vengono soppressi e scatenano brividi, febbre e sudori copiosi e fetidi.

Il paziente respira male. Presenta sibili durante l’espirazione e tosse che peggiora con il movimento o in una stanza calda e da sdraiato. Tende a migliorare sollevandosi dal letto. L’espettorato è giallastro o di muco rugginoso, orribilmente sgradevole; con bruciore alla laringe e ai bronchi. Dolori polmonari, soprattutto al polmone e alla spalla destra. Molto peggio tossendo o parlando. Casi di tubercolosi o polmonite trascurata, con tosse, sudorazione notturna e tachicardia

Cuore affaticato. È consapevole del proprio cuore; lo sente ingrossato o pieno. Sente come se il cuore pompasse acqua fredda. Sente le pulsazioni costanti nelle orecchie e nella testa che gli impediscono di dormire. Percepisce il cuore affaticato, esausto, con palpitazioni; astenia cardiaca accompagnata da problemi settici con debolezza alla schiena. Le palpitazioni peggiorano con il movimento. Battiti molto forti, udibili da lui e dagli altri. E accentuati alle carotidi. Il polso è rapido, filiforme, da 140 a 170 al minuto.

La caratteristica principale a livello corporeo sono i dolori ossei o muscolari che migliorano con il movimento. I dolori agli arti inferiori, alle cosce e alle gambe migliorano camminando o con il calore del letto. Dolore sopra le ginocchia, nelle ossa, come se fossero rotte, che migliora camminando o allungando le gambe.

Le estremità sono fredde. Si addormentano braccia, mani e piedi, estendendosi a tutto il corpo con movimenti automatici del braccio e della gamba destri.

In tutti i casi di febbre che iniziano con dolori alle estremità bisogna pensare a Pyrogenium. Brividi che iniziano alla schiena, tra le scapole; intensi, generalizzati, alle ossa e alle estremità, più al calar della sera; con battito dei denti e all’inizio delle febbri settiche con febbre a insorgenza brusca o rapida, e con avversione a scoprirsi. E compare pollachiuria con la febbre. I brividi non migliorano con il calore del riscaldamento o del letto; non si scopre. La febbre è accompagnata da pelle secca e ardente, a volte con la sensazione di fuoco nei polmoni, ma i sudori freddi su tutto il corpo non la migliorano. Ha bisogno di respirare aria fresca.

 

Matias il dolce e il rimedio che cura la “catastrofe”

Matias di Tuxtepec aveva 82 anni quando lo conobbi. Lo chiamavano anche “Matias il dolce” perché lavorava fin da ragazzo in uno zuccherificio a Tuxtepec e anche perché il suo temperamento gentile, umile, taciturno e disponibile gli aveva fatto guadagnare quel soprannome.

Matias viveva in una frazione del paesino di Buenavista Rio Tonto. Vicino al fiume aveva la sua capanna, una casetta di cemento e fango, abbastanza grande da ospitare tutta la famiglia rannicchiata insieme. Aveva persino un soppalco che si poteva considerare un secondo piano e un tettuccio di tegole o qualcosa di simile.

Per noi “europei civilizzati” è difficile comprendere i valori che animano un indigeno creolo messicano. Quel “non dare importanza a nulla”, se non alla propria sopravvivenza. E sentire che questo basta, senza alcun’altra aspirazione se non il vivere in sé. La conquista spagnola a Oaxaca ha lasciato tracce profonde, e prima degli spagnoli, furono le guerre di espansione degli aztechi a creare un ambiente propizio all’accettazione degli spagnoli, che con il loro armamento abbagliante e superiore riuscirono a frenare l’avanzata guerriera e devastante degli aztechi. Una situazione logicamente molto contraddittoria che ha segnato per sempre il sentimento profondo del popolo messicano.

Matias aveva origini mixteche, famose per la loro conoscenza dell’astronomia e dell’oreficeria. E, prima dell’arrivo degli spagnoli, queste civiltà possedevano un ricco patrimonio culturale che includeva la scrittura, l’architettura e l’agricoltura. Tutto ciò fu smantellato con la colonizzazione, riducendosi a uno stato di servitù al quale si abituarono per secoli.

Il sistema ispanico delle “encomiendas” conferiva ai colonizzatori il dominio sugli indigeni, che erano immersi in lotte intestine tra loro molto violente e sanguinose. Per questo i colonizzatori offrivano “protezione” in cambio di “servitù” e del conseguente sfruttamento economico delle popolazioni indigene. Questa situazione, unita alla totale perdita del sistema gerarchico e dell’organizzazione delle loro comunità, fece sì che l’anima indigena rimanesse completamente disorientata dentro di sé e sottomessa. Una sottomissione che in parte l’aveva distrutta e in parte salvata, per cui questa dualità “grata” è rimasta fino ai nostri giorni come una forte ambivalenza nel cuore dell’indigeno messicano.

Io queste cose non le sapevo e nessuno me le spiegava. Fu l’esperienza con quelli che cominciavano a essere “la mia gente” che mi fece comprendere con grande dolore e sorpresa le cose che poi trovai scritte nei libri. Fu così che, in uno dei miei viaggi come medico, a volte seguendo le necessità di alcune famiglie, mi ero recata a Tuxtepec. Seguivo la famiglia che mi aveva chiamato per visitare il nonno, Matias “il dolce”, che trovai, nonostante la sua età, il suo malessere e la gravità della situazione, tra i canneti vicino al fiume, dove era solito andare per trovare un po’ di sollievo. Lo trovai con una timida gentilezza indigena naturale e allo stesso tempo con uno sguardo strano, un misto di profondità, dolore, straniamento. Come chi si sente obbligato a “tornare alla realtà” uscendo dal proprio mondo.

Mi trovai di fronte a un indio paffuto dai capelli bianchi, cosa rara tra le popolazioni indigene, con entrambe le gambe fasciate fino alle ginocchia con stracci bianchi che trasudavano pus. La causa del suo malessere erano le terribili ulcere alle gambe che avevano cominciato a formarsi dopo la grande catastrofe. Suppuravano, puzzavano e sfinivano il povero Matias con una febbre insidiosa, ma lui non si lasciava sconfiggere e continuava a fare ciò che aveva fatto per tutta la vita. Sembrava Lazzaro, quell’amico malato che Gesù Cristo resuscitò, il quale soffriva terribilmente della stessa malattia .

La vita di un essere umano semplice e normale è fatta di una routine che inizia all’alba e termina al tramonto senza altre alterazioni se non quelle che offre la vita stessa. Le nascite, i matrimoni, le morti dei propri cari, il lavoro, le sorprese che la vita e la natura stessa possono riservare e, senza dubbio, le feste dell’anno da celebrare con le devozioni più antiche come la “festa dei morti”, con i suoi altari e la continuità dell’anima e delle anime della famiglia che continuano a essere presenti nella vita in modo molto sentito e, possiamo dire, abituale. In sintesi, è semplicemente la continuità di ciò che sono stati i propri cari, di ciò che è, e di ciò che lascia ai discendenti nella semplicità della propria esistenza.

I nipoti che mi hanno chiamato, ormai più abituati alla vita moderna, volevano portarmi con il nonno all’Ingenio dove aveva lavorato tutta la vita. Matias, quando andava lì, si sentiva bene ed era davvero casa sua. Tutti gli volevano molto bene. E lì accadde una delle cose che mi insegnò fino a dove arriva il sentimento di “servitù grata”.

Entrando nella parte della cantina dove c’erano anche i suoi datori di lavoro, accadde che uno di loro, uno spagnolo, vedendo Matias lo salutò con amicizia e calore invitandolo a mangiare dei tacos di carne. Gli disse: «Mati, prendi, mangia con gusto, ti daranno forza», e gli mise in mano un bel taco di tortilla di mais colante di carne alla barbacoa davvero saporita. Matias, grato, lo prese tra le mani e mentre mangiava la tortilla, vedevo che spingeva la carne verso il fondo, togliendola. Quando ebbe finito di far scivolare giù tutta la carne, la riportò al padrone restituendogliela con gratitudine, senza averla toccata con la bocca né mangiata… perché «non si sentiva degno di mangiare tutto il taco, non era cosa da un servo». Si mangiò solo la tortilla bagnata con il sugo della carne.

Quando vidi ciò, oltre ad avere gli occhi pieni di lacrime, compresi d’un colpo l’immensa sensibilità dell’anima indigena riconoscente e fino a che si spinge la sua naturale umiltà e il senso del “suo posto”.

Dopo una lunga passeggiata tornammo a Rio Tonto per parlare con il nonno e poter prescrivere un rimedio per i suoi dolori taciuti e sopportati in silenzio.

Nonostante l’età, Matias era stato abbastanza sano e non presentava una storia di malattie nel corso della sua vita. La possibilità di lavorare fin da bambino e di aver potuto mantenere il lavoro gli aveva sempre dato una felice stabilità nella povertà che gli aveva permesso di sposarsi e di avere una prole. E questo era più che sufficiente. Di carattere sempre riservato, timido, disponibile e servizievole, obbediente, non ebbe mai problemi né con i familiari, né con i compagni, né con i capi. Davvero dolce, come lo chiamavano, affettuoso e legato alle sue cose care.

Fu allora che venni a sapere in cosa fosse consistita “la catastrofe” di cui parlavano e da quando fossero iniziate le sofferenze di Matias.

Quando Matias aveva circa 70 anni, ci fu un periodo di forti piogge torrenziali e il Rio Tonto straripò di notte in modo così violento da sommergere e allagare tutti i paesini e le frazioni dei dintorni, trascinando via tutto: baracche, alberi, animali e persone.

In poco tempo tutti era allagato nella casa di Matias e l’acqua arrivava quasi al tetto, inondando fino a metà del secondo piano; quindi tutto era quasi sommerso e inoltre, nel cuore della notte, non si sentiva più l’acqua, gli alberi che cadevano e la natura che veniva trascinata via, le urla e i pianti dei bambini, e tutto questo in pochi minuti e all’improvviso. Inoltre Matia non sapeva nuotare, per cui rimase con sua moglie sul tetto terrorizzato e vedendo annegare i suoi animali, i suoi due cani che amava tanto. In una scena incomprensibilmente veloce e violenta si aggrapparono come poterono ai figli, ai tre nipoti e alle nuore, una delle quali era incinta e non aveva la forza di opporsi alla corrente; tuttavia, gli uomini erano riusciti a trovare il modo per sollevare i bambini e aggrapparsi a qualcosa di solido per salvarsi.

I soccorsi arrivarono. Matias e sua moglie furono prelevati dal tetto, intirizziti dal freddo e dal terrore, con un piccolo aereo organizzato dalle forze di soccorso locali.

Sorse l’alba. Ma non fu più lo stesso. Niente avrebbe potuto più essere lo stesso. La vita era stata segnata per sempre non dalla povertà, non da ciò che non si può avere, non da ambizioni lecite ma inconsistenti. La vita aveva segnato la vita per la perdita di ciò che amava: i suoi cani, i suoi animali, il bambino che doveva nascere e che la nuora perse dopo il panico vissuto. La paura di perdere in un secondo quasi tutto ciò che era suo, la sua gente. L’unico bene che amava in silenzio più della sua stessa vita.

E Matias cambiò. Fu dopo il panico e il dolore che i suoi capelli diventarono bianchi. Divenne un uomo immensamente silenzioso e triste, sempre immerso nei suoi pensieri e nel ricordo di ciò che era stato e che non avrebbe più potuto essere. E tacque ancora più di quanto avesse sempre taciuto. Si era scontrato con «l’immagine insopportabile». La Medusa che paralizza e uccide senza uccidere, che uccide l’anima senza uccidere il corpo e lascia la vita dove vita non c’è più. Sì, «l’immagine insopportabile» così antica, così mitica, così vera e che stringe il respiro per sempre lasciando, tuttavia, che il cuore continui a battere. La disperazione la trascinava come una processione senza fine dentro la sua anima e il suo cuore.

Anche sua moglie si ammalò in silenzio, come sempre accade tra la gente umile. Quell’infinito numero di esseri umani “senza volto” che, tuttavia, costituiscono il substrato più profondo e vasto dell’umanità. La moglie di Matias sviluppò un diabete silenzioso. Nessuno lo seppe. Possiamo dire che, nel mezzo del suo dolore, nemmeno lei lo seppe fino a quando, tre anni dopo, entrò in coma diabetico e morì.

Insieme a questo cambiamento, a poco a poco cominciarono ad apparire le ulcere varicose. Quel bisogno dell’organismo di aprire la vena affinché il sangue potesse scorrere meglio. Ma simbolicamente il linguaggio del corpo ci insegna che il sangue simboleggia la famiglia. Matias avrebbe voluto correre con tutti i suoi cari per salvare tutto. Portarsi sulle spalle l’intera casa per poterli continuare ad amare come sempre. Poveri ma senza dolore e senza morte. Inevitabilmente il corpo dice ciò che la bocca non pronuncia. La comparsa delle ulcere varicose era una manifestazione evidente del conflitto che si era interiorizzato in Matias in relazione a ciò che aveva vissuto, alla sventura e alla sofferenza familiare e al fatto incontrovertibile di essere il nonno, cioè l’uomo più responsabile di tutti nel suo nucleo familiare. Sentiva che la vita familiare si era interrotta. Senza saperlo, sapeva, sentiva che spettava a lui essere il sostegno centrale, colui che doveva avere la capacità di occuparsi di tutto ciò che era indispensabile, fondamentale e indimenticabile nella vita dei discendenti e “non era riuscito a fare nulla”, solo “essere”. Era stato un uomo silenzioso e timido, gentile, ma un uomo integro e onesto. Aveva insegnato ai suoi figli a rispettare la vita. Ad essere onesti. A saper accettare ciò che Dio dava loro. A rispettare le loro mogli. E alle ragazzine ad essere carine e disponibili, allegre e felici della loro maternità. A vivere insieme senza tradimenti, né inganni né litigi. Ma di fronte alla catastrofe nulla di tutto ciò ebbe peso per Matias. Non poté correre, salvare, fuggire, contenere, proteggere.

Tutto questo lo capivo io quasi senza parlare. Matias non riusciva a pronunciare quasi una parola. Era evidentemente il risultato del panico e del dolore su un fondo di carattere e temperamento di per sé estremamente riservato, delicato, gentile, paziente, affettuoso, silenzioso e sentimentale.

Gli chiesi gentilmente di farmi vedere le lesioni e lui si lasciò togliere i panni pieni di pus abbondante e sanguinolento, oltre a terra e sporcizia che erano un focolaio di infezione che superava ogni limite.

A prima vista le ulcere erano profonde, con un’areola rosso-bluastra, sanguinanti, serpiginose, fagedeniche, suppurative con secrezione icorosa e molto sgradevole, putrida quasi insopportabile, di colore giallo-verdastro. A prima vista sembravano un tessuto canceroso e gangrenoso. Un quadro da Arsenicum album, considerando anche il cambiamento mentale di agitazione che aveva presentato e piuttosto diverso e sorprendente per la sua indole di sempre.

La situazione era diventata estremamente allarmante a poco a poco, ma Matias non voleva curarsi né andare dal medico con quell’ostinazione tipica degli anziani di finire da soli, a modo loro, senza farsi vedere né aiutare. Quel misto di voler vivere e voler morire allo stesso tempo che rende difficile prendere qualsiasi decisione.

Quindi iniziò lo stato febbrile che si intensificò insidiosamente negli ultimi giorni, per cui i nipoti corsero a cercare un medico che si recasse sul posto dove si trovava il nonno.

Nei giorni in cui sono rimasta lì, c’è stata un’evoluzione molto forte e violenta che mi ha permesso di osservare e prescrivere. Fin dal primo giorno, senza che io conoscessi ancora la situazione, vedevo già uno sguardo sospetto, ma Matias era ancora in piedi e rispondeva apparentemente normale fino a tre giorni dopo, quando è entrato in una situazione di rischio totale a causa del focolaio altamente infettivo e gangrenoso alle gambe.

Si era verificato un cambiamento evidente in Matias: irrequietezza soprattutto di notte, bruciore intenso nelle ulcere che non gli permettevano di riposare né di dormire, per la prima volta lamenti. Dolore come da contusione in tutto il corpo, e come se fosse rotto. Per la prima volta parlava in preda al delirio, con incubi e gridando parole come “corri, corri… vieni, vieni… aiuto, aiuto per favore”… e cose simili, estremamente agitato. Tutto questo durante la febbre. Altre volte dava una risposta incoerente, come chi si trova in uno stato di stupore.

Tutta quella rapida evoluzione mi fece temere una setticemia fulminante e prescrissi Pyrogenium 200ch in dose singola. E rimasi accanto al paziente per diverse ore.

Rapidamente il quadro clinico si è attenuato. Matia non era più in una situazione così grave, anche se la maggior parte dei sintomi persisteva. La sera ho ripetuto la dose. Al mattino Matias era lucido e senza febbre, senza agitazione. I dolori e lo stato di agitazione erano cessati. Le ulcere, logicamente, erano le stesse ma un po’ più pulite. Il focolaio dell’infezione persisteva ma l’emergenza era superata.

Dopo un paio di giorni in cui ho potuto verificare la stabilità del miglioramento, gli ho prescritto Arsenicum album 30ch una volta al giorno, in base alla localizzazione della lesione, al piano di sofferenza in cui si era stabilita. Gliel’ho ripetuto in plus ogni giorno per una settimana data la grande stabilità del quadro. E gli ho chiesto di tenermi informato settimana per settimana

Matias era un indigeno mixteco. Aveva 82 anni, ma era sempre stato un uomo. Un uomo umile, ma “un uomo”. La sua Forza Vitale e il suo Principio Vitale non lo tradirono.

Dopo un mese, le ulcere erano più sane. Non più gangrenose e pericolose. Profonde e dolorose, ma Matias camminava e poteva stare in compagnia perché l’odore era molto meno forte.

Il suo silenzio disperato cambiò. E i nipoti raccontano che spesso lo si sentiva mormorare “Solo Dio… Solo Dio…” in un’accettazione del mistero della vita e della morte, verso cui si stava avvicinando poco a poco.

E ancora una volta l’Omeopatia ha dimostrato la sua bontà, la sua potenza e la sua dolcezza che la rendono, quasi, “magnificamente umile”.

Lascia il primo commento