BIO – Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità – Educational Papers • Anno VI • Numero 22 • Giugno 2017
Scritto in collaborazione con Eugenia D’Alterio – biologa
Nel linguaggio socio-economico, come in tutti i linguaggi, una sola parola può significare cose molto diverse. Parole come “guadagno”, “investimento” e “ricchezza”, sebbene correlate, possono sembrare banali e innocue ma mascherano importanti disuguaglianze economiche, morali e politiche, della vita contemporanea. Esse spingono le idee e le convinzioni circa le pratiche economiche che guidano cosa realizziamo ma lo fanno in un modo che nasconde un grande business. Per esempio, dire che poiché i ricchi sono “investitori” essi “guadagnano” la loro ricchezza, quindi tutto sembrerebbe regolare.1 Ma Se vogliamo capire il problema posto dall’eccessiva concentrazione della ricchezza, abbiamo bisogno di “aprire” (contestualizzare) queste parole per rivelarne le differenze cruciali che nascondono, in quanto influenzano il modo in cui valutiamo ciò che noi e gli altri, tra cui i ricchi, realizziamo. Da questa premessa, si cercherà di contestualizzare, singolarmente, il significato dei tre termini oggetto della questione.
Il “guadagno”
Quando qualcuno sostiene: “Ho guadagnato x € quest’anno”, potrebbe semplicemente voler significare che è stato retribuito x €. Ma se la stessa affermazione viene fatta con enfasi – “Ho ottenuto questi x €” – potrebbe voler sottolineare che ha meritato quello che gli è stato retribuito; inoltre, può sostenere di aver messo particolare impegno ed eseguito un buon lavoro. Alcuni linguaggi hanno termini diversi per queste gradazioni o sfumature di significato, mentre altri no. Lo slittamento tra i significati è molto utile nel portare a pensare che le persone vengono pagate [o guadagnano] per quello che meritano. Questo condizionamento del pensiero permette ai ricchi di immaginare di essere meritevoli e speciali, e di pensare che quelli che guadagnano poco sono non-meritevoli.2 Questo consente, inoltre, a chiunque “guadagna” di immaginare che la tassazione gli toglie ciò che merita.
Ma ci sono buone ragioni per cui reddito e ricchezza hanno poco a che fare con sforzo e merito. Per capirle dobbiamo guardare non solo da dove reddito e ricchezza provengono ma, anche, a ciò che consente e incoraggia il merito e lo sforzo in primo luogo.

L‘”investimento”
L’investimento è, sicuramente, una buona cosa per tutte le società. Abbiamo bisogno di investire per il futuro, per la formazione delle persone, per la costruzione di migliori infrastrutture e di reti di comunicazione, per migliorare la tecnologia in ogni campo e così via. In questi casi, l’investimento comporta la fornitura di risorse che consentano la produzione di beni e servizi o lo sviluppo di competenze che altrimenti non esisterebbero. Spesso, però, il termine è usato per pratiche del tutto diverse da quanto sopra, come il prestito di denaro ad alti tassi di interesse, o l’acquisto di beni come immobili, oro, opere d’arte o azioni in borsa nella speranza che il loro valore salirà nel futuro o, ancora, lucro su appalti. L’assegnazione di appalti, infatti, costituisce un terreno lucroso che finisce per beneficiare i poco onesti a scapito delle comunità. Si assiste così a manufatti, non ultimati o, se ultimati, non affidabili e pericolosi per la vita delle persone stesse o a investimenti finanziati ma mai realizzati. Poi c’è l’investimento del singolo cittadino per fini personali che comporta, spesso, prestito di denaro ad alto interesse. Per cui questo termine è, probabilmente, la parola più pericolosamente ambigua nel nostro vocabolario economico, almeno nel camuffare le fonti di ricchezza e finanziare pratiche disoneste.
In merito, due diversi concetti di investimento sono coinvolti:
- Definizione focalizzata sull’oggetto. Questa si concentra su investimenti oggettivi di singole persone o organizzazioni, per esempio: infrastrutture, attrezzature e sulla loro utilità e beneficio in futuro. Scuole, ospedali o parchi eolici o nuovi progetti ferroviari o stradali o di formazione, sono in grado di fornire benefici a lungo termine, aumentando le nostre capacità e attività produttive e migliorandoci la vita. Investimenti che consentono la produzione di nuovi beni, servizi e competenze – cose con qualità utili o “valore d’uso” nel linguaggio dell’economia politica – ad esempio, un ambiente di insegnamento migliore, una fonte pulita di energia, una efficiente possibilità di spostamento, una forza lavoro più qualificata e così via. Oppure, potrebbe comportare la riparazione o sostituzione di apparecchiature desuete o logore. Questi sono esempi di quello che potremmo chiamare investimento reale o oggettivo.3 Presupponendo sempre che le buone intenzioni rimangano tali e non si perdano in mille rivoli a favore di singoli o di organizzazioni.
- Definizione focalizzata sull’investitore. Questa si concentra sui guadagni finanziari per l’“investitore”, o gli “investitori”, da qualsiasi tipo di spesa, di prestito, di risparmio, di acquisto di attività finanziarie o speculative – indipendentemente dal fatto che contribuiscano a un qualsiasi investimento obiettivo o forniscano qualcosa di socialmente utile. In altre parole, invece di concentrarsi sui benefici degli investimenti in termini di valore d’uso, l’attenzione è su quanti soldi renda all’investitore. Il settore finanziario, così, utilizza il termine “investimento” soprattutto in questo senso, perché è, in gran parte, indifferente alla questione riguardo da dove il suo denaro proviene o quale benefico sociale genera: 1 milione di € derivante da un investimento oggettivo non è diverso da 1 milione di € ottenuto a titolo di interesse su un prestito, o tramite la speculazione del mercato azionario; il denaro è denaro e maschera tutte queste disfunzioni cruciali al sociale. Così si verifica che fino a quando c’è una buona possibilità che l’investimento porti un ritorno economico, anche il gioco d’azzardo, compreso quello con i soldi degli altri, viene definito “investimento”. Un casello allestito su un ponte per estrarre denaro dagli utenti che lo attraversano, potrebbe, nel gergo economico contemporaneo, essere chiamato un “investimento” per i proprietari, anche se il ponte già esisteva e nessuna manutenzione o miglioramento sono stati praticati.4
Perché questa distinzione del termine investimento, definizione focalizzata sull’oggetto e definizione focalizzata sull’investitore, è rilevante? Perché usare la stessa parola per cose diverse ci confonde su “creazione di ricchezza” e “estrazione di ricchezza”. Ricordiamo che il primo significato di investimento si riferisce ai tentativi di creare ricchezza, il secondo si riferisce ai procedimenti di estrarla. Questo distacco sul fatto che individui o istituzioni stiano finanziando investimenti, che siano ritenuti reali o semplicemente veicoli per la fornitura di denaro all’“investitore”, è un’importante irrazionalità del capitalismo e il modo in cui usiamo la parola “investimento” aiuta a nasconderlo.
Si verifica che si potrebbe ottenere un rendimento da un investimento oggettivo, ma si potrebbe anche non averne alcun beneficio e, tuttavia, l’investimento potrebbe ancora produrre utilità da qualche parte – forse un ospedale all’altro capo del paese del quale non avremmo mai menzione e bisogno. Così si potrebbero anche perdere soldi su un determinato investimento, ma che risulti, nel senso del primo concetto, favorevole se porta benefici a qualcuno. Ad esempio, questo ragionamento è simile all’impegno economico che mettono i genitori ad educare i propri figli. Dal punto di vista della seconda concettualizzazione, tali casi verrebbero visti come cattivi investimenti.
Mentre, le modalità che si concentrano solo su guadagni finanziari possono fare riferimento ad azioni speculative che non producono alcun investimento oggettivo, anzi, possono, come lo scorporo delle attività5, avere effetti negativi, sacrificando investimenti a lungo termine per guadagni a breve termine ottenuti mediante la chiusura di attività produttive e la svendita di asset.6 Ma gli speculatori si definiscono, quasi sempre, “investitori”.
Anche i sentimenti associati ai diversi usi della parola sono suscettibili di essere differenti: nel primo caso si potrebbe sperimentare la soddisfazione di aver fatto qualcosa di produttivo, sia per sé stessi e/o per gli altri; nel secondo caso ci potrebbe essere un sentimento auto-celebrativo, per quanto riguarda la sensazione di essere stati abbastanza in gamba, e di godimento degli utili. Eppure questa tipologia di investitori, spesso, non ha la più pallida idea né delle modalità degli investimenti produttivi fatti con i loro risparmi né delle transazioni speculative attuate sui mercati finanziari. Se ottengono una remunerazione ragionevole, allora perché dovrebbero preoccuparsene? Ma, certamente, fa differenza, per lo sviluppo dell’economia e della società, investire nell’estrazione di ricchezza piuttosto che nella sua produzione. Le banche ci invitano a pensare circa i nostri beni e risparmi come i nostri “investimenti” e ci offrono di aiutarci per farli “rendere di più”. Ciò risulta particolarmente ironico quando le cose che eravamo abituati a considerare puramente in termini dei loro utilizzo – per esempio, la casa come il nostro tetto, il nostro focolare e luogo della famiglia – sono trattate come cose che dovremmo considerare come un “investimento” per i soldi che potrebbero renderci nel mercato.
L’ascesa del secondo concetto del termine, rispetto al primo, riflette l’emergere del capitalismo “finanziarizzato”, che privilegia fare soldi dai soldi.
È veramente straordinario che trattiamo questi concetti diversi, con un solo e medesimo termine, e, conseguentemente, esprimendo un solo pensiero, senza che ce ne accorgiamo minimamente. Per gli investitori finanziari, lo slittamento è un’utile fonte di mistificazione. Questo slittamento nasconde non solo una differenza di azioni, ma una differenza morale: come una differenza tra il contribuire alla creazione di qualcosa di socialmente utile o preoccuparsi di ottenerne solo un ritorno economico.

La “ricchezza”
Per scoprire che cosa nasconde questo termine dobbiamo prima chiarire qualcosa riguardo il denaro. Il denaro ha molte funzioni ed effetti, ma il più importante per l’argomento è che, in ultima analisi, funziona come un credito nei confronti del lavoro e dei prodotti e servizi di altri.7 Ad esempio, le merci che un commerciante espone sono frutto di un credito e di un investimento con il fornitore, credito che avrà successo se tale mercanzia l’acquirente è disposto ad accettare per il valore che ha, soddisfacendo le attese del venditore che ha sua volta potrà saldare il credito verso banche o fornitori sapendo di poter gestire quel danaro anche per le sue esigenze, così è per il lavoro svolto e rimunerato di un lavoratore verso il suo gestore. Ciò significa che il denaro ha valore solo se gli altri hanno cose che vogliono venderci in cambio. Del resto, le persone da cui comperiamo cose sono propense ad accettare i nostri soldi nella sicurezza che quando, a loro volta, vogliano comprare qualcosa o depositarlo in banca e pagare i loro creditori, questo denaro sarà accettato. Quindi il denaro è solo banalmente una convenzione in forma di monete e/o banconote. È un fenomeno sociale, un credito, un pagherò, un bancomat, ossia un simbolo di un rapporto sociale ed economico tra le persone, che dovrebbe coinvolgere fiducia e sicurezza, sempre che non ci sia una svalutazione o default.
Il denaro è anche una forma di potere: i ricchi hanno di gran lunga più crediti nei confronti del lavoro della gente comune e non viceversa, mentre la maggior parte delle persone debbono produrre beni e servizi per ottenere denaro. Ma i ricchi, inoltre, possono ottenerlo senza produrlo fisicamente (ad esempio, attraverso le speculazioni finanziarie e credito bancario). Ma, anche, se il denaro è una forma di potere sugli altri esso è, comunque e in ultima analisi, dipendente dal fatto che beni e servizi vengano prodotti per essere venduti. Contrariamente al modo in cui alcuni parlano delle economie come semplici sistemi in cui le persone comprano e vendono cose tra loro, dobbiamo ricordare che la roba (la merce di scambio) deve essere prodotta a monte del processo. Altrimenti, ben presto, non ci sarà più niente da vendere e da comprare.
Dopo questa precisazione sul denaro, torniamo al nostro tentativo di definire la ricchezza. In termini di contabilità, la nostra ricchezza è il valore di mercato di tutti i nostri beni o possessi meno tutti gli importi (“passività”) che dobbiamo agli altri. A differenza del reddito, che è un flusso di denaro in un determinato periodo di tempo, la ricchezza è di solito definita come il valore di mercato di un patrimonio o accumulo di cose che hanno un valore monetario nel tempo. Ma ancora una volta, c’è un diverso senso di ricchezza che non è quello che ha a che fare con il denaro, ma con l’utilità e l’importanza affettiva ed emotiva di certe cose per noi. Possiamo apprezzare molto certe cose a causa di quello che comportano o significano per noi, indipendentemente dal valore di mercato qualora dovessimo venderle. Anche la conoscenza è ricchezza, sia in quanto valore d’uso che di valore simbolico. Conoscenze accumulate e informazioni che ci permettono di fare cose che stimiamo farci vivere meglio. Ma, in ogni caso, senza beni e servizi, in gran parte, il prodotto del lavoro umano, il denaro, sarebbe inutile.
La nostra attuale crisi economica è quella in cui questa verità di base è stata dimenticata e la gente ha immaginato che il denaro può essere fatto solo dal denaro. Se ricordassimo solo il senso finanziario del termine “ricchezza”, noi saremmo simili a quelle persone che, come diceva Oscar Wilde, “conoscono il prezzo di tutto e il valore di niente”.8
Avrete notato un parallelo tra questi tre termini (guadagno, investimento e ricchezza) e i loro differenti utilizzi. Così come usiamo la parola “investimento” sia per riferirci ad un processo con risultati utili, in termini di ciò che le persone possono fare, sia come qualcosa che semplicemente rende un ritorno finanziario ad un fornitore di denaro. Nello stesso modo la “ricchezza” può essere interpretata in due maniere diverse – come cose utili e relazioni sociali positive o come ciò che i nostri beni catturerebbero sul mercato. Allo stesso modo, il guadagno può implicare fare qualcosa che giustifica una ricompensa o semplicemente un pagamento. In ogni caso, c’è un significato che ha a che fare con le attività utili (“valore d’uso”) e un altro significato che ha a che fare con ciò che le persone possono ottenere in termini monetari (“valore di scambio”). In ogni caso, ci possono essere casi in cui i due aspetti vanno insieme e forse avere qualche interdipendenza e altre occasioni dove ciò non è necessario. Se vogliamo capire appieno il problema della differente distribuzione della ricchezza a favore di pochi escludendo la massa della popolazione globale capiremo il perché dello stato pietoso del mondo, ma per arrivare a questo abbiamo bisogno di evitare di confondere questi significati diversi del termine.

La ricchezza per i saggi
Per Aristotele: la vera ricchezza consiste nelle cose e nelle pratiche che sono utili in sé, non nell’accumulo di beni o di denaro.9
Per Marx: la circolazione del denaro come capitale è fine a sé stessa poiché la valorizzazione del valore esiste soltanto entro tale movimento sempre rinnovato.
Per John Ruskin, “Una cosa ha il valore di ciò che può fare per voi, non ciò che si sceglie di pagare per questo.”10 A volte includiamo altre cose: c’è chi dice “la salute è la vostra ricchezza” e, a volte, stendiamo la parola per coprire tutto ciò che arricchisce la nostra vita – l’amicizia, l’amore, la natura, l’arte, la letteratura, la scienza, la musica, la danza, lo sport, e così via. Ruskin memorabilmente ha detto: “Non c’è ricchezza, ma c’è la vita, con tutti i suoi poteri: amore, gioia e ammirazione”.11

Conclusione
Le parole possono essere ingannevoli e sottendere significati molto diversi, dovremmo tenerlo in considerazione quando si cerca di individuare un modo migliore di organizzare la nostra economia e la nostra società – anzi, non è realistico immaginare di essere in grado di salvare il pianeta e migliorare la vita di quelli nelle posizioni meno avvantaggiate, se non intendiamo l’economia come una questione di valori umani. Quest’ultima considerazione deve aprirci ad aspetti meno egocentrici del nostro quotidiano vivere, cercando di equilibrare, anche se virtualmente, le nostre esigenze in un’etica di partecipazione e non di esclusione.
- Andrew Sayer. Why we can’t afford the rich. Policy Press. Bristol, 2015.
- C. Wright Mills. The power elite. Oxford University Press. Oxford, 1956. p. 351.
- Andrew Sayer. op. cit. p.34.
- Andrew Sayer. op. cit. p.34-35.
- È l’operazione consistente nel trasferimento di un ramo d’azienda o di altri cespiti in favore di un’altra società, come corrispettivo della sottoscrizione o dell’acquisto delle azioni emesse da questa o delle sue quote. Il trasferimento può essere disposto anche a favore di una società per azioni o di una società a responsabilità limitata costituita in occasione dello scorporo medesimo e organizzata anche in forma di società unipersonale. Quando la società beneficiaria dello scorporo preesiste, si applica la disciplina dei conferimenti in natura. La differenza fra scorporo e scissione risiede nel fatto che nello scorporo le partecipazioni nella società che beneficia del trasferimento di beni vengono acquisite dalla società conferente in cambio dell’acquisizione da parte di questa di azioni o quote sociali, per cui nel patrimonio sociale della conferente vi saranno azioni o quote in luogo del patrimonio conferito. Nella scissione parziale, invece, le azioni o quote delle società beneficiarie vengono acquisite direttamente in capo ai soci della società scissa in proporzione della partecipazione detenuta, con corrispondente riduzione o azzeramento del patrimonio della società scissa. Fonte: Treccani.
- Qualsiasi bene di proprietà di un’azienda (macchinari, merci, ecc.), che possa essere monetizzato e quindi usato per il pagamento di debiti.
- Andrew Sayer. op. cit. p.37.
- O. Wilde. The picture of Dorian Gray. Penguin, 1908.
- M. T. Brown. Civilizing the economy: A new economics of provision. Cambridge University Press, Cambridge, 2010.
- J. Ruskin. Unto this last. FQ Classics, p. 89.
- Ibidem








