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27 Gennaio, 2026

Henri Atlan: siamo macchine per fabbricare senso

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Henri Atlan (nato in Algeria nel 1931) è un biofisico francese, che dall’approccio biofisico alla definizione del vivente ha ricavato un’epistemologia della complessità con interessanti implicazioni filosofiche e morali.

Tra il cristallo e il fumo

Ad una variegata raccolta di saggi sull’organizzazione del vivente, Atlan ha dato il suggestivo titolo de Tra il cristallo e il fumo (1979).
L’autore sottolinea nell’Introduzione come le organizzazioni viventi siano fluide e mobili. Ogni organizzazione vivente è una sinergia“di ripetizione, regolarità, ridondanza da una parte, e varietà, improbabilità, complessità dall’altra”. Le organizzazioni viventi “sono apparse come un compromesso tra due estremi: un ordine ripetitivo perfettamente simmetrico di cui i cristalli rappresentano il modello fisico più classico, e una varietà infinitamente complessa ed imprevedibile nei suoi dettagli, come quella delle forme evanescenti del fumo.”

Dall’evoluzionismo in poi, la nuova biologia ha sostituito alla teleologia di un fine preordinato la teleonomia, intendendo riferirsi con questo termine alla convivenza, nei meccanismi biologici, del caso e delle strutture del DNA necessarie a garantire la sopravvivenza e la riproduzione.

Quella tra meccanicismo e finalismo è oggi una falsa opposizione. Non c’è l’uno senza l’altro.

In termini di Teoria dell’informazione un rumore, che è un disturbo entropico nella comunicazione, può tuttavia essere occasione di un nuovo adattamento. Il rumore è a sua volta un principio di autoorganizzazione.

“In effetti, per quel che concerne l’evoluzione delle specie, nessun meccanismo è concepibile al di fuori di quelli suggeriti da teorie tali che degli avvenimenti aleatori (mutazioni casuali) siano responsabili di una evoluzione orientata verso una più grande complessità ed una più grande ricchezza dell’organizzazione”.

In quest’idea che ci possa essere un principio d’ordine a partire dall’entropia, dal rumore, dal disordine: in quest’idea risuona già nell’analisi di Atlan una considerazione morale. La nostra libertà si colloca proprio in questa dialettica continua tra ordine e disordine, tra ciò che è organizzato e ciò che è contingente, tra la costruzione e la distruzione, tra la vita e la morte. “Un’etica vera, che ci permetta di utilizzare al meglio questa libertà, sarebbe la legge che ci permetterebbe in ogni istante di sapere come intervenire in questa incessante lotta tra la vita e la morte, l’ordine ed il disordine, in modo da evitare sempre un trionfo definitivo dell’una o dell’altra… arrestandosi il processo sia in un ordine definitivamente stabilito, inamovibile, sia in un totale disordine”.

Che l’uomo sia creatore assoluto dei suoi discorsi e delle sue azioni, è un’illusione che sta giustamente tramontando. E la questione morale diviene per Atlan più propriamente una questione pedagogica, concernente l’apprendimento, il cui scopo sarebbe non di trasmettere modelli predefiniti, ma di indurre la propria capacità di reagire agli stimoli con appropriati modelli. “Così alla domanda: cos’è che aumenta e cosa diminuisce nell’apprendimento? si può rispondere… che ciò che aumenta è la differenziazione, la specificità dei modelli appresi, e ciò implica dunque un aumento della varietà, dell’eterogeneità; ciò che diminuisce, al contrario, è la ridondanza dell’insieme del sistema, cioè il suo carattere non differenziato”.

Tutto non può essere

Nel 1991 Atlan pubblica Tout non peut-être. Education ét verité. Qui Atlan affronta la questione dell’educazione. “La ‘questione dell’educazione’, che ogni società deve risolvere a suo modo, e che ci accompagnerà lungo tutto il corso di quest’opera, è la seguente: in che modo formare degli uomini e delle donne assicurando il loro sviluppo individuale e, nello stesso tempo, trasmettendo loro un ordine e dei valori sociali che quegli individui stessi contribuiscono a mantenere e a trasformare?”

È da qui che muove una sorta di nuovo umanesimo di Atlan, che prende il congedo sia da una illusoria capacità di dominio da parte dell’uomo, sia dagli stessi paradigmi di una verità che sia solo scientifica. “L’appiattimento operazionale del tutto, del non e del può essere, rispettivamente ridotti al numerabile, alla sottrazione e al potenziale, è uno degli aspetti più originali dell’esclusiva influenza della verità scientifica sulla nostra rappresentazione della realtà. In quanto condizione del discorso per il controllo sulle cose, ne costituisce anche il limite”. Occorre tornare a poter pensare e dire le nozioni di totalità, di negazione, di possibilità.

C’è una realtà per la quale non è idonea la razionalità scientifica, ma per esperire la quale noi abbiamo bisogno del “mito, di cui l’arte è una forma desacralizzata”. Esiste una razionalità del mito, da cui la razionalità scientifica stessa discende. C’è sempre un mythos prima del lògos. La razionalità scientifica è predittiva, quella mitica vuole dare un senso all’esistenza individuale e sociale. A questa altra razionalità attingono le medicine che Atlan chiama parallele, tra cui l’Omeopatia.

La Filosofia, che sappia essere una sintesi di queste due razionalità, può presentarsi come un discorso di saggezza. E come un discorso fondamentale, dove la rappresentazione dell’umano va oltre la mera razionalità strumentale del suo essere dotato di linguaggio. “Pensare a degli esseri che tacciono pur essendo dotati di parola, il cui silenzio è non soltanto assenza di parola ma anche origine e condizione della parola, significa entrare subito nel dominio della contraddizione e del paradosso.” Questo è il dominio del non, del tutto e del può essere.

Quest’uomo, prometeico ma anche morale, è veramente al centro del mondo. Ed è l’etica, non la scienza, che può dare dei limiti alle nuove tecnologie.

L’Utero artficiale

Nel 2005 Atlan ha pubblicato un breve testo intitolato L’Utérus artificiel. Nella nostra epoca la tecnica rende pensabile l’ectogenesi attraverso un utero artificiale: un ipotetico dispositivo che renda possibile la crescita di un embrione o feto al di fuori del corpo di una donna. Questa possibilità di una gestazione extracorporale è intanto condizione dell’organizzazione sociale eugenista immaginata da Aldous Huxley ne Il mondo nuovo. In questo romanzo utopico/distopico la nozione di famiglia scompare, la sessualità e la procreazione sono dissociate. “Il mito e la finzione hanno largamente anticipato, attraverso l’immaginazione, le realizzazioni più straordinarie, presenti e future, della scienza e della tecnica”. Fino alla “trasformazione della specie umana in semplice escrescenza delle macchine che l’avranno sostituita nel dominio del pianeta”. L’inventore del termine ectogenesi, il biologo e genetista inglese John B. S. Haldane, prefigurava una paradossale evoluzione resa possibile dal grande potere della tecnica: “La tendenza della scienza applicata è di amplificare le ingiustizie fino a che esse diventino troppo intollerabili per essere sopportate, e l’uomo medio, che profeti e poeti non erano riusciti a scuotere, abbandona infine e spegne il male alla sua fonte”.

Atlan riconosce che le tecnologie di cui oggi disponiamo sono straordinariamente nuove, a partire dal riuscito esperimento di clonazione della pecora Dolly. Egli ritiene tuttavia che questa nuova soglia critica non modifica la continuità di un processo di ominizzazione ed umanizzazione, in cui sempre si iscrive la storia dell’uomo. Le tecnologie però sono probabilmente già avanti alla nostra capacità di elaborarne una adeguata teoria.

La possibilità per la donna di far nascere un figlio evitando la gravidanza, potrebbe essere una rivoluzione culturale. Porterebbe alle estreme conseguenze la rivoluzione già avviata della separazione tra sessualità e procreazione. Le donne, in questa grande realizzazione dell’uguaglianza dei sessi, sarebbero madri espropriate della loro natura, o femmine liberate? E che dire di un bambino che nasca senza quel rapporto simbiotico che è la sua gestazione in gravidanza? Una gestazione artificiale non lo priverebbe di un legame fondamentale? Come scrive Atlan: la maternità nelle condizioni di un’ectogenesi diventerebbe molto simile alla paternità.

Credenze

Nel suo libro Croyances (2018), Atlan, sulla scorta di sue personali esperienze psichedeliche, cerca un confronto tra la nuova razionalità scientifica della Fisica quantistica e della Teoria della Relatività con la recente riscoperta delle tradizioni mistiche orientali. Ciò che già Fritjof Capra aveva fatto con il suo Il Tao della Fisica (1975). E lo fa riprendendo anche la voce di uno sciamano brasiliano, Davi Kopenawa, che dalle credenze mitologiche amazzoniche ricava una critica della geopolitica globale e della sua indifferenza alla natura.

I miti, pure evocabili da sostanze psicotrope, rivelano una realtà per certi aspetti più ragionevole della civiltà occidentale cristiana e scientifica. Ci sono credenze che costituiscono saperi pratici. Da cui la questione: La credenza in questi miti, rinnovati ed arricchiti da nuove visioni, dovrebbe essere considerata alla pari con la credenza in ciò che noi chiamiamo le verità scientifiche?

La risposta di Atlan è articolata, cercando di definire un buon uso delle credenze, tra la pretesa universalistica della scienza ed il relativismo radicale. Le nostre credenze possono essere di volta in volta delle sensazioni che ci (ri)orientano, che ci fanno vivere come se. È un’eredità della nostra cultura greco-cristiana l’aver posto una differenza tra la vera conoscenza e la fluttuante opinione. Oggi questa dicotomia storica può essere decostruita. Credenza, Sapere e Certezza vanno a poter costituire, secondo Atlan, una sorta di Triangolo della verità.

Noi siamo, dice Atlan, macchine per fabbricare senso, ed in questa nostra ricerca troviamo risposte sia nel linguaggio del mito che in quello della scienza.

La stessa biologia post-genomica si è liberata del dogma del determinismo genico, e rilegge oggi il DNA come un elemento all’interno di un sistema complesso ed auto-organizzato.

Viviamo come se fossimo liberi, perché non siamo consapevoli della catena di determinazioni che ci guida. È una nostra prerogativa sia andare alla ricerca di quella consapevolezza, sia vivere a pieno questa sensazione di libertà. Quando le prove razionali e scientifiche sono insufficienti a decidere, è giusto fare ricorso a quella che James chiamava “volontà di credere”, will to believe. Le credenze devono essere concepite come strumenti dinamici e provvisori. Da utilizzare in un processo continuo di conoscenza e di autotrasformazione.

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