Scena: un Neanderthal, dopo aver incollato la punta di selce alla sua lancia con un po’ di catrame di betulla, si spalma le mani appiccicose sulla ferita che ha al braccio. Un gesto istintivo, quasi accidentale. Eppure, forse, salvifico. Il perché lo spiega uno studio pubblicato nel marzo 2026 su PLOS ONE da un gruppo di ricercatori europei e canadesi, che hanno dimostrato in laboratorio come il catrame di betulla prodotto con metodi ricostruiti dal Paleolitico medio possieda reali proprietà antibatteriche contro lo Staphylococcus aureus, uno dei principali responsabili delle infezioni delle ferite.
Un materiale antico, usi insospettabili
Il catrame di betulla è una sostanza viscosa ottenuta dalla pirolisi della corteccia di betulla in condizioni anaerobiche. Nel Paleolitico medio europeo, è documentato principalmente come agente adesivo: tracce di esso sono state rinvenute su siti archeologici in Germania, lungo le coste olandesi e in Italia, associate a manufatti in pietra. La sua produzione richiedeva una padronanza del fuoco e una conoscenza dei materiali che testimoniano una notevole capacità cognitiva degli ominidi che lo fabbricavano. Quello che non era mai stato esplorato sistematicamente, fino ad ora, è se questa sostanza potesse avere avuto usi che andavano al di là del semplice assemblaggio degli strumenti.
Come è stato condotto lo studio
I ricercatori hanno prodotto campioni di catrame di betulla utilizzando tre metodi diversi, tutti ricostruiti sulla base delle evidenze archeologiche: un metodo a fossa sotterranea, un metodo a condensazione e un metodo moderno con barattolo di latta (quest’ultimo documentato nella tradizione orale degli Anziani Mi’kmaq del Canada orientale, dove la sostanza è nota come maskwio’mi e viene usata ancora oggi come rimedio medicinale). La corteccia è stata raccolta da esemplari di Betula pendula e Betula pubescens, le due specie di betulla diffuse nell’Europa del tardo Pleistocene, in diverse zone della Germania.
I campioni ottenuti sono stati poi testati in laboratorio utilizzando una versione modificata del saggio di diffusione su disco di Kirby-Bauer, il metodo standard per valutare l’attività antibatterica di una sostanza. I batteri bersaglio erano due: lo Staphylococcus aureus (Gram-positivo, responsabile di molte infezioni cutanee e delle ferite) e l’Escherichia coli (Gram-negativo, più resistente per la struttura della sua membrana esterna).
I risultati: sì contro lo stafilococco, no contro l’E. coli
I risultati sono stati chiari e coerenti. Nessuno dei campioni ha mostrato alcuna attività contro E. coli: la struttura della membrana esterna dei batteri Gram-negativi costituisce una barriera che i composti del catrame di betulla non riescono ad attraversare.
Contro lo S. aureus, invece, cinque campioni su sei hanno prodotto zone di inibizione della crescita batterica, con una media di 7,5 mm e un picco di 10,5 mm per il campione BT5, ottenuto con il metodo a struttura rialzata a partire da corteccia di B. pendula. Un solo campione (BT3) non ha mostrato alcuna attività. L’antibiotico di riferimento (gentamicina) ha prodotto zone di inibizione di 22-23 mm, confermando che il catrame di betulla non è certo un antibiotico potente, ma esercita comunque un effetto misurabile e significativo.
La responsabilità di questa azione antibatterica viene attribuita dai ricercatori principalmente ai composti fenolici presenti nel catrame, in particolare catecoli e guaiacoli, noti per la loro attività antimicrobica contro i batteri Gram-positivi.
Il dato che cambia la prospettiva sul Paleolitico
L’aspetto più rilevante per la comprensione delle pratiche di cura nel Paleolitico medio è che l’efficacia antibatterica non dipende dal metodo di produzione: tutti e tre i metodi testati hanno prodotto campioni con un certo grado di attività. Questo significa che le proprietà medicinali del catrame di betulla erano accessibili già nelle fasi più primitive della sua produzione, molto prima che venissero sviluppate tecniche più elaborate e ad alto rendimento.
I ricercatori sottolineano anche un dato pratico importante: bastano circa 0,2 grammi di catrame per coprire 100 cm² di pelle, una quantità facilmente ottenibile come sottoprodotto della produzione per uso adesivo. La contaminazione della pelle durante la manipolazione del catrame era, in pratica, quasi inevitabile.
Mettendo insieme questi elementi, lo studio propone che l’uso del catrame di betulla come medicazione per ferite e come unguento cutaneo possa essere fatto risalire almeno allo stadio isotopico marino 7 (MIS 7), tra circa 191.000 e 243.000 anni fa, in parallelo o addirittura come conseguenza diretta del suo uso tecnologico.
Un ponte tra archeologia e tradizione indigena
Uno degli elementi più interessanti di questo studio è il dialogo che instaura tra l’archeologia sperimentale e la conoscenza tradizionale delle comunità indigene. Il maskwio’mi delle comunità Mi’kmaq del Canada orientale, prodotto con metodi tramandati oralmente dagli Anziani, viene usato tradizionalmente per trattare infezioni cutanee e ferite, spesso causate proprio dallo S. aureus. I ricercatori citano anche l’uso del catrame di betulla come adesivo e medicazione nelle comunità Yakut e Saami.
Questa convergenza tra evidenze sperimentali, dati archeobotanici e pratiche indigene costruisce un quadro coerente che difficilmente può essere liquidato come coincidenza.
Una medicina che viene da lontano
Lo studio si inserisce in un filone di ricerca sempre più vivace che sta ridisegnando l’immagine dei Neanderthal come esseri primitivi e privi di vita culturale complessa. Sappiamo già che curavano i loro malati e i loro feriti, come dimostra il caso dell’individuo di Shanidar con la tibia fratturata ma guarita. Sappiamo che usavano piante come la camomilla e lo yarrow, trovati nel tartaro dentale di individui di El Sidrón, in Spagna. Sappiamo che praticavano forme di igiene orale.
Questo studio aggiunge un tassello ulteriore: la possibilità che una sostanza prodotta per ragioni tecnologiche fosse riconosciuta, o almeno sfruttata inconsapevolmente, anche per le sue proprietà terapeutiche. Un esempio di ciò che gli autori chiamano “relazione coevolutiva tra uso medicinale e tecnologico” di uno stesso materiale.
Gli autori stessi riconoscono i limiti del lavoro: si tratta di uno studio esplorativo, condotto su un numero limitato di campioni, con un test in vitro che non tiene conto della complessità dell’ambiente biologico reale. Ulteriori ricerche dovranno caratterizzare chimicamente i campioni (tramite GC-MS), quantificare gli idrocarburi policiclici aromatici (PAH) prodotti durante la combustione della corteccia di betulla, potenzialmente tossici, e valutare la citotossicità della sostanza.
Rimane comunque il dato di fondo: una sostanza prodotta 200.000 anni fa, con strumenti rudimentali, in mezzo alla natura europea del Pleistocene, ha dimostrato in laboratorio di essere in grado di inibire la crescita di uno dei batteri più comuni e pericolosi nelle infezioni della pelle. Un risultato che invita a guardare con rispetto e curiosità alle conoscenze, anche implicite, delle popolazioni del passato remoto.
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