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2 Maggio, 2026

Costruzione sociale della solitudine e del disagio mentale 

Fallimento delle élite dell’establishment e della loro bio-politica neoliberista

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BIO – Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità – Educational Papers • Anno V • Numero 20 • Dicembre 2016

Scritto in collaborazione con Eugenia D’Alterio – biologa

Sistema sotto accusa

Quale più grande atto d’accusa contro un sistema potrebbe esserci se non un’epidemia di malattie mentali? Oggi assistiamo a lacerazioni, ansia, stress, depressione, fobia sociale, disturbi alimentari, autolesionismo e solitudine, che sovente colpiscono le popolazioni delle nostre, cosiddette, società sviluppate di occidente1, ma il fenomeno è globale. Le ultime cifre circa la salute mentale dei bambini lo dimostrano2. 

Ci sono tante altre ragioni secondarie per questo disagio ma, sembra, che la causa di fondo è, ovunque, la stessa: gli umani, mammiferi eusociali per evoluzione e i cui cervelli sociali sono programmati per rispondere ad altri esemplari della propria specie, vengono a ritrovarsi isolati e messi gli uni contro gli altri dall’ideologia neoliberista. I cambiamenti economici e tecnologici svolgono si un ruolo importante, ma lo svolge anche l’ideologia. Anche se il nostro benessere è indissolubilmente legato alla vita degli altri, ci viene inculcato che ognuno di noi prospera attraverso l’attuazione del proprio interesse competitivo e dell’individualismo estremo3. Da Thatcher e Reagan in avanti, l’ideologia dominante è quella di stare sulle proprie gambe. Il sistema di istruzione diventa più competitivo anno dopo anno. L’occupazione è una lotta, quasi mortale, con una moltitudine di disperati che inseguono i sempre meno posti di lavoro, ma, come nel calvinismo, succede che le circostanze economiche avverse sono interpretate come una colpa individuale. Nel frattempo, concorsi televisivi e spot senza fine nutrono aspirazioni impossibili come reali opportunità di contratti di lavoro. 

Il consumismo low-cost pretende riempire il vuoto sociale. Ma, lungi dal curare la malattia dell’isolamento sociale, intensifica il confronto sociale, al punto in cui, dopo aver consumato tutto il possibile fuori di noi, iniziamo a predare noi stessi. I social media ci uniscono e ci separano, permettendoci, appunto, di quantificare la nostra posizione sociale e di vedere che altre persone hanno più friends e followers di noi. Ragazze e giovani donne alterano le foto che pubblicano per farsi più belle, magre e desiderabili. Alcuni smartphone, utilizzando la loro impostazione “Beauty”, agiscono come il chirurgo plastico low-cost a portata di mano. Ora si può essere la propria thinspiration4. Benvenuti alla distopia post-hobbesiana5: una guerra di tutti contro se stessi. 

Non c’è da meravigliarsi che in questi mondi interiori solitari in cui “il toccante” è stato sostituito dal “ritocco”, le giovani donne anneghino nel disagio mentale. Un recente sondaggio in Inghilterra suggerisce che una donna su quattro, tra i 16 e i 24 anni, si auto-danneggia, e una su otto soffre di disturbo da stress post-traumatico. Ansia, depressione, fobie o disturbo ossessivo compulsivo colpiscono il 26% delle donne inglesi in questa fascia di età6. Questo è qualcosa che decisamente somiglia ad una crisi della salute pubblica e ad un fallimento delle élite dell’establishment e della sua bio-politica7 neoliberista. 

Al di là dei termini che utilizza la critica sociale e al di là delle proprie soggettività degli schieramenti opposti al neoliberismo, vi sono delle considerazioni provenienti dalle neuroscienze che dovrebbero stimolarci ad allargare le nostre idee sulla solitudine e a collocarla, anche, in un contesto sociale. Una serie di studi suggeriscono che il dolore sociale e il dolore fisico sono trattati con gli stessi circuiti neurali8. Questo potrebbe spiegare perché, in molte lingue, è difficile descrivere la spaccatura dei legami sociali senza le parole che usiamo per indicare il dolore fisico e le lesioni9. In umani e altri mammiferi sociali, il contatto sociale riduce il dolore fisico. Questo è il motivo per cui abbracciamo i nostri figli e i nostri cari quando essi si fanno male o necessitano di noi: l’affetto agisce come un analgesico potente. Il contro altare sono gli oppioidi che alleviano sia l’agonia fisica che l’angoscia della separazione, forse questo spiegherebbe il legame tra l’isolamento sociale e la tossicodipendenza.

Recenti esperimenti suggeriscono che, data una scelta tra dolore fisico o isolamento, i mammiferi sociali sceglieranno il primo10. Scimmie cappuccine affamate di cibo e di contatto per 22 ore si ricongiungono con i loro compagni prima di mangiare11. I bambini che soffrono di trascuratezza emotiva, secondo alcuni risultati, subiscono peggiori conseguenze per la salute mentale di quelli che soffrono sia trascuratezza emotiva che abuso fisico12: orribile com’è, paradossalmente, la violenza coinvolge l’attenzione e il contatto. Anche l’autolesionismo è spesso usato come un tentativo di alleviare la sofferenza: un’altra indicazione che il dolore fisico non è così male come il dolore emotivo. Come il sistema carcerario conosce fin troppo bene, una delle forme più efficaci di violenza è l’isolamento.

Il nostro benessere e la nostra salute sono indissolubilmente legati alla vita degli altri, tuttavia, l’ideologia dominante, oggi, ci inculca che noi prosperiamo attraverso l’attuazione del proprio interesse competitivo e dell’individualismo estremo. Certamente, sembra un controsenso parlare di ideologia in una, cosiddetta, era post-ideologica. Se si analizza la società da una prospettiva critica, però, emerge che una ideologia c’è anche se operativa sotto un termine, semanticamente, ancora innocuo nel parco cognitivo e interpretativo della realtà delle popolazioni “declassate” e “globalizzate”, cioè il neoliberismo. Ma l’ideologia che domina le nostre esistenze, per la maggior parte della popolazione, non ha un nome e, quindi, non esiste. Pure se molti hanno ascoltato il termine, stenterebbero a definirlo. Neoliberismo? Ma cos’è? 

Questo suo anonimato è sia sintomo che causa del suo potere. Il neoliberismo ha svolto un ruolo importante nella varietà di crisi che ci hanno investito nelle ultime decadi: la crisi finanziaria del 2007- 8, l’occultamento della ricchezza (e del potere) nei paradisi off-shore, il lento crollo della salute pubblica e dell’istruzione, il ritorno della povertà nelle traballanti società del benessere, il collasso degli ecosistemi e, anche, l’ascesa del outsider in politica. Noi, però, seguendo il repertorio interpretativo auto-referenziale fornitoci dai mass media dell’establishment, rispondiamo a queste crisi come se emergessero in modo sconnesso, inconsapevoli del fatto che tutte queste crisi sono state catalizzate e/o aggravate dalla stessa ideologia, un’ideologia che opera senza nome. L’ideologia neoliberista è diventata così pervasiva che raramente la riconosciamo come un’ideologia. Infatti, sembra che quest’utopica fede nell’individualismo descriva una forza neutrale, una sorta di legge biologica. Ma quest’ideologia è nata come un tentativo consapevole di rimodellare la vita umana e spostare il luogo del potere, come una bio-politica precisa. 

Il neoliberismo vede la concorrenza come la caratteristica che definisce le relazioni umane. Inoltre, ridefinisce i cittadini in quanto consumatori, i quali esercitano la democrazia delle scelte d’acquisto e partecipano ad un processo che premia il merito (dei privilegiati) e punisce l’inefficienza (di coloro che non dispongono del patrimonio di partenza). Essa sostiene che “il mercato” offre vantaggi che non potrebbero mai essere raggiunti attraverso la pianificazione. I tentativi di limitare la concorrenza sono trattati come ostili alla libertà. Tasse e regolamentazione per i ricchi, che presumibilmente creano la ricchezza, devono essere ridotte al minimo e i servizi pubblici devono essere privatizzati. L’organizzazione del lavoro e della contrattazione collettiva da parte dei sindacati sono ritratti come distorsioni del mercato che impediscono la formazione di una gerarchia naturale di vincitori e vinti. La disuguaglianza viene considerata una virtù: un premio per l’utilità e un generatore di ricchezza che scivola verso il basso per arricchire tutti. Gli sforzi per creare una società più equa sono sia controproducenti che moralmente corrosivi. Il mercato fa sì che ognuno ottiene ciò che merita. 

Noi interiorizziamo e riproduciamo i credi di siffatta società. I ricchi sono convinti che hanno acquisito la loro ricchezza attraverso merito, ignorando vantaggi, come istruzione, eredità e classe, che possono aver contribuito ad assicurargliela. I poveri si incolpano per i loro fallimenti, anche quando possono fare poco per cambiare la loro situazione. Non importa la disoccupazione strutturale: se non si dispone di un posto di lavoro è perché non sei intraprendente. Non importano i costi impossibili degli alloggi, se la carta di credito è finita, sei irresponsabile e imprevidente. Non importa che i nostri figli non abbiano più un campo da gioco a scuola, se diventano obesi, è sempre colpa nostra. In un mondo governato dalla concorrenza, coloro che cadono dietro i simboli della riuscita e il successo sono i perdenti, i moralmente insufficienti. 

Tra i risultati del neoliberismo e della sua, conseguente, bio-politica, come documenta lo psicologo clinico Paolo Verhaeghe13, ci sono epidemie di autolesionismo, disturbi alimentari, depressione, solitudine, ansia da prestazione e fobia sociale. Forse non è una sorpresa che la Gran Bretagna, in cui l’ideologia neoliberista è stata applicata più rigorosamente, occupi il primo posto in Europa riguardo la solitudine per la percentuale di popolazione che dice di non avere nessuno su cui poter contare in caso di un grave problema14. 

Approfondimento sul neoliberismo

Questo brevissimo excursus sulla costruzione della solitudine nel neoliberismo ci impone, anche, di aggiungere un veloce approfondimento. Il termine è stato coniato in una riunione a Parigi nel 1938. Tra i delegati c’erano due uomini che sono venuti a definirne l’ideologia, Ludwig von Mises e Friedrich Hayek. Entrambi esuli provenienti dall’Austria, vedevano la socialdemocrazia, esemplificata dal New Deal di Franklin Roosevelt e il graduale sviluppo del welfare nella Gran Bretagna, come manifestazioni di un collettivismo che occupava lo stesso spettro del nazismo e del comunismo. Nel suo libro “The Road to Serfdom” [Verso la schiavitù], pubblicato nel 1944, Hayek ha sostenuto che la pianificazione condotta dai governi socialdemocratici e socialisti, schiacciando l’individualismo, avrebbe, inesorabilmente, portato al controllo totalitario. Come il libro “Bureaucracy” di Mises, è stato un libro molto letto. Con quest’ultima opera si è venuti a conoscenza di alcune persone molto ricche che vedevano nella filosofia dell’economista Hayek la possibilità di liberarsi dalle normative governative statali e fiscali. Quando, nel 1947, Hayek fondò la prima organizzazione per diffondere la dottrina del neoliberismo – the Mont Pelerin Society15 – è stato sostenuto, finanziariamente, da milionari e dalle loro fondazioni.

Con il loro aiuto, Hayek iniziò a creare quello che Daniel Stedman Jones descrive in “Masters of the Universe” come “una sorta di internazionale neoliberista”: una rete transatlantica di docenti universitari, imprenditori, giornalisti e attivisti. I sostenitori ricchi del movimento hanno finanziato una serie di Think tank16 per perfezionare e promuovere l’ideologia. Tra loro si annoverano l’American Enterprise Institute, la Heritage Foundation, il Cato Institute, l’Institute of Economic Affairs, il Centre for Policy Studies e l’Adam Smith Institute. Essi hanno, inoltre, finanziato posizioni accademiche e dipartimenti, in particolare presso le università di Chicago e della Virginia.

Nella sua evoluzione, il neoliberismo è diventato più stridente. Il punto di vista di Hayek che i governi avrebbero dovuto regolare la concorrenza per impedire la formazione di monopoli diede piede, tra apostoli americani come Milton Friedman, alla convinzione che il potere di monopolio poteva essere visto come ricompensa per l’efficienza. Un’altra cosa è accaduta durante questa transizione: il movimento perse il suo nome. Nel 1951, Friedman era felice di definire se stesso come un neoliberista. Poco dopo, però, il termine cominciò a scomparire. Ed anche se l’ideologia è diventata più nitida e il movimento più coerente, il nome perso non è stato mai sostituito da alcuna alternativa comune.

In un primo momento, nonostante il suo finanziamento massiccio, il neoliberismo è rimasto ai margini. Il consenso del dopoguerra era quasi universale: le ricette economiche di John Maynard Keynes sono state ampiamente applicate, la piena occupazione e il sollievo alla povertà erano obiettivi comuni negli Stati Uniti e gran parte dell’Europa occidentale, le aliquote top delle imposte erano alte e i governi cercavano esiti sociali senza imbarazzo, sviluppando nuovi servizi pubblici e reti di sicurezza, anche per contrastare eventuali progressi sociali nell’Unione Sovietica.

Ma nel 1970, quando le politiche keynesiane hanno cominciato a perdere consenso e le crisi economiche hanno colpito su entrambi i lati dell’Atlantico, le idee neoliberiste hanno cominciato a dominare nel mondo mediatico e accademico dello establishment. Con l’aiuto di giornalisti addetti e consiglieri politici, gli elementi del neoliberismo, in particolare le sue prescrizioni di politica monetaria, sono stati adottati dall’amministrazione Carter negli Stati Uniti e dal governo Callaghan in Gran Bretagna. Dopo, Thatcher e Reagan presero il potere e il resto del pacchetto seguì presto: tagli massici alle tasse per i ricchi, frantumazione dei sindacati, deregolamentazione, privatizzazione, esternalizzazione e concorrenza nei servizi pubblici. Attraverso il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, il Trattato di Maastricht e l’Organizzazione Mondiale del Commercio [WTO], sono state imposte le politiche neoliberiste – spesso senza il consenso delle popolazioni degli stati – in gran parte del mondo. Più notevole era la sua adozione tra i partiti che un tempo appartenevano alla sinistra. 

La deregolamentazione neoliberista ha significato la libertà di disconoscere i sindacati e la contrattazione collettiva. La libertà dalla regolazione ha significato la libertà di imporre tassi di interesse iniqui e di progettare strumenti finanziari tossici. L’abbattimento delle imposte ai ricchi ha significato la negazione alla distribuzione della ricchezza, facendo tornare la povertà dove sembrava abolita. Inoltre, come documenta Naomi Klein in “The Shock Doctrine”, i teorici neoliberisti hanno sostenuto l’utilizzo delle crisi per imporre politiche impopolari, mentre le popolazioni sono assorte nel momento critico, come è successo a New Orleans appena dopo l’uragano Katrina, quando il sistema educativo fu radicalmente privatizzato. 

Dove le politiche neoliberiste non possono essere imposte a livello nazionale, esse sono imposte a livello internazionale, attraverso trattati commerciali che incorporano la risoluzione delle controversie tra investitori privati – Stato, utilizzando tribunali off-shore in cui le corporazioni possono premere per la rimozione delle protezioni sociali e ambientali. Quando i parlamenti hanno votato di limitare le vendite delle sigarette, proteggere i rifornimenti idrici da compagnie minerarie, congelare le bollette energetiche o evitare che le imprese farmaceutiche sfruttino lo Stato, le corporazioni hanno fatto causa, spesso con successo. 

Un altro paradosso del neoliberismo è che la concorrenza globale si basa su una quantificazione e un confronto globali. Il risultato è che i lavoratori, quelli in cerca di lavoro e/o di servizi pubblici, sono soggetti ad un cavilloso e soffocante regime di valutazione e monitoraggio, progettato per identificare i vincitori e punire i perdenti. La dottrina proposta da Von Mises, che ci avrebbe liberato dai passaggi cavillosi della burocrazia della pianificazione centrale, ne ha, invece, creato una ancora più cavillosa e invisibile. La crescita economica è stata nettamente più lenta nell’era neoliberista (dal 1980 sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti d’America) di quanto non fosse nei decenni precedenti, ma non per i molto ricchi. La disuguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza, dopo 60 anni di declino, è aumentata rapidamente in questo periodo, a causa della distruzione dei sindacati, delle riduzioni fiscali alle corporazioni, della speculazione finanziaria e dei grandi patrimoni, dell’aumento degli affitti, della privatizzazione e della deregolamentazione. 

La privatizzazione e/o aziendalizzazione dei servizi pubblici, quali energia, acqua, treni, salute, istruzione, strade e carceri, ha permesso a aziende e corporazioni di istituire caselli di fronte a beni essenziali, rendendo il loro utilizzo, sia per i cittadini che per i governi, a pagamento. Quando si paga un prezzo “deregolamentato” per un biglietto del treno, solo parte della tariffa compensa gli operatori per i soldi che spendono in carburante, salari, materiale rotabile e altri esborsi. Coloro che possiedono e gestiscono servizi privatizzati o semi-privatizzati, acquistando o prendendo in concessione i beni dello Stato a prezzo di svendita, fanno fortune investendo poco e caricando molto. 

La finanziarizzazione, come osserva Andrew Sayer in “Why we can’t afford the rich”17, ha avuto un impatto simile. “Come la rendita”, sostiene, “l’interesse è … rendita che matura senza alcun sforzo”. Mentre i poveri diventano più poveri e i ricchi diventano più ricchi, i ricchi acquistano sempre più il controllo su un’altra risorsa cruciale: il denaro. Il pagamento di interessi è, decisamente, un trasferimento di denaro dai poveri ai ricchi. Nella misura in cui i prezzi degli immobili e il ritiro del finanziamento dello Stato caricano le popolazioni con debito, le banche e i loro dirigenti fanno piazza pulita. Sayer sostiene che gli ultimi quattro decenni sono stati caratterizzati da un trasferimento di ricchezza non solo dai poveri ai ricchi, ma tra le fila dei ricchi: da quelle che fanno i loro soldi con la produzione di nuovi beni o servizi a coloro che fanno i loro soldi controllando i patrimoni esistenti e raccogliendo le rendite, gli interessi o le plusvalenze. Il reddito dal lavoro è stato soppiantato dalla rendita. 

Le politiche neoliberiste sono ovunque afflitte da fallimenti del mercato. Non solo sono le banche troppo grandi per fallire, ma lo sono anche le corporazioni ora incaricate di fornire servizi pubblici. Come Tony Judt ha sottolineato in “Ill Fares the Land”18, Hayek ha dimenticato che i servizi nazionali vitali non possono essere autorizzati a crollare, il che significa che la concorrenza non può fare il suo corso. Gli affaristi prendono i profitti, lo Stato mantiene il rischio. Maggiore è il fallimento, più estrema l’ideologia diventa. I governi usano le crisi (neoliberali) sia come pretesto e occasione per tagliare le tasse, privatizzare i restanti servizi pubblici, strappare pezzi nella rete di sicurezza sociale (anche sanitaria), deregolamentare le imprese e ri-regolare i cittadini. Lo stato, assediato dalle politiche neoliberiste, affonda i denti in ogni organo del settore pubblico. 

Forse l’impatto più critico del neoliberismo non è la crisi economica che ha causato ma la crisi politica. Nella misura in cui il dominio dello Stato è ridotto, la nostra capacità di cambiare il corso della nostra vita attraverso il voto si contrae. Invece, la teoria neoliberista afferma che le persone possono esercitare le loro scelte attraverso le loro capacità di acquisto. Ma alcuni hanno più da spendere in politica rispetto ad altri: nella democrazia dei grandi consumatori e azionisti, il voto pesa in funzione degli azionisti. Il risultato è un disempowerment dei lavoratori e della classe media. Nella misura in cui i partiti di destra e gli ex-partiti di sinistra adottano politiche neoliberiste simili, il disempowerment si trasforma in disenfranchisement [privazione dei diritti civili]. Un gran numero di popolazione è stato abbandonato dalla politica. Al riguardo, Chris Hedges osserva che “i movimenti fascisti costruiscono la loro base non dalla politica attiva ma con i politicamente inattivi, i “perdenti” che si sentono, spesso in modo corretto, che non hanno voce o ruolo da svolgere nell’establishment politico”19. Quando il dibattito politico non dialoga più con la popolazione, la gente diventa reattiva, direttamente, agli slogan, ai simboli, alle sensazioni. Di conseguenza, per i sostenitori del politico outsider e contestatore delle élite i fatti e gli argomenti dei politici dell’establishment risultano irrilevanti. 

Se la fitta rete di interazioni tra popolazioni e Stato viene ridotta a nulla di più che autoritarismo e obbedienza, l’unica forza residua che lega le conflittualità delle popolazioni è il potere dello Stato. Il totalitarismo, Hayek stesso temeva, è più probabile che emerga quando i governi, dopo aver perso l’autorità morale che deriva dalla fornitura di servizi pubblici e di interesse sociale, si riducono a blandire, minacciare e, infine, ridurre le popolazioni all’obbedienza20. 

Le parole usate dal neoliberismo spesso nascondono più di quanto dichiarano. “Il mercato” suona come un “sistema naturale” che dovrebbe influenzarci allo stesso modo della gravità o della pressione atmosferica. Ma il mercato è irto di relazioni di potere. Ciò che “il mercato vuole” tende a significare ciò che le corporazioni ed i loro capi vogliono. “Investimento”, come nota Sayer, significa due cose molto diverse. Uno è il finanziamento di attività produttive e di utilità sociale, l’altro è l’acquisizione di patrimoni esistenti [existing assets] per estrarne rendite, interessi, dividendi e plusvalenze. Il neoliberismo, utilizzando lo stesso termine per le diverse attività mimetizza le fonti della ricchezza”, che ci porta a confondere l’estrazione (o prelievo) di ricchezza con la creazione di ricchezza. 

Il carattere anonimo dell’ideologia del neoliberismo e le confusioni riguardo la propria visione del mondo sono compatibili con la delocalizzazione e l’anonimato del capitalismo odierno: il modello di franchising che assicura che i lavoratori non sanno per chi veramente lavorano, le società registrate attraverso una rete di regimi di segretezza off-shore (rete così complessa che anche la polizia di stato non può scoprire i diretti beneficiari), il regime fiscale che raggira i governi e i prodotti finanziari che nessuno capisce. 

L’avanzamento del neoliberismo riflette, anche, il fallimento della sinistra. Quando l’economia del laissez-faire (lasciar fare o abolizione di ogni vincolo alle attività economiche) portò alla catastrofe nel 1929, Keynes ideò una teoria economica globale per sostituirla. Quando la gestione keynesiana della domanda colpì le riserve finanziarie negli anni ‘70, non c’era un’alternativa pronta. Così, quando il neoliberismo è crollato nel 2008 non c’era ancora un’alternativa. Questo è il motivo per cui il neoliberismo passeggia. La sinistra e il centro non hanno prodotto alcun nuovo quadro generale del pensiero economico per sviluppare un nuovo sistema. Ogni invocazione di Keynes è un’ammissione di fallimento. Proporre soluzioni keynesiane alle crisi del XXI secolo è ignorare problemi evidenti: è difficile mobilitare le persone intorno a vecchie idee; i difetti esposti negli anni ‘70 non sono stati corretti e, soprattutto, l’establishment non ha nulla da dire sulla nostra situazione più grave, ossia la crisi della globalizzazione. Il keynesismo agisce stimolando la domanda dei consumatori per promuovere la crescita economica, ma la domanda dei consumatori e la crescita economica sono diventati i motori stessi della globalizzazione.

 

Come intendiamo interpretarci, in quanto specie eusociale, per avanzare nuove proposte in tema di bio-politica?

Ciò che la storia mostra, sia del keynesismo che del neoliberismo, è che non è sufficiente descrivere che siano sistemi falliti, ma occorre sviluppare un programma consapevole per affrontare la ricostruzione della realtà sociale. Ciò richiede, però, operazioni di svelamenti o interpretazioni sia delle narrative del potere e sia delle narrative della sottomissione, comprendendo le narrative circa noi umani che solo pochissimi individui potrebbero e vorrebbero affrontare, tra i miliardi delle popolazioni mondiali. E la solitudine, in questo contesto, si rivela, proprio, donchisciottesca. Come contributo a quest’operazione di disvelamento, si vuole ricordare che, poiché ciò che assumiamo o siamo come identità è condizionato dal contesto in cui viviamo, è necessario investigare gli effetti del neoliberismo riguardo a ciò che pensiamo di noi come umani. Come intendiamo interpretarci, in quanto specie eusociale, è fondamentale a qualunque nuova proposta di governo, di riorganizzazione nazionale o transnazionale e di bio-politica, cioè a qualunque nuova costruzione della realtà sociale. 

  1. Zachary Steel, Claire Marnane, Changiz Iranpour, Tien Chey, John W Jackson, Vikram Patel and Derrick Silove. The global prevalence of common mental disorders: a systematic review and meta-analysis 1980–2013. In “International Journal of Epidemiology”, 1-18, 2014.
  2. Ad esempio, l’informazione disponibile sull’Inghilterra documenta che un quarto di un milione di bambini sotto i cinque anni riceve cure per turbe mentali. Fonte: Denis Campbell and Sarah Marsh. Quarter of a million children receiving mental health care in England. In “The Guardian” 3 October 2106
  3. George Monbiot. Neoliberism – the ideology at the root of all our problems. The Guardian, 15 April 2016.
  4. Il termine thinspiration (da “thin”,magro e “inspiration”, inspirazione) indica il fenomeno che ha preso piede sul web e sui social network in cui gli utenti vengono esortati alla “magrezza a tutti i costi”. La Thinspo nasce come “superamento” del concetto di anoressia mentale per fare una correlazione “positiva” con le scelte sane e salutari di un buon regime alimentare. Di fatto però trova il suo capo nei siti e blog “pro-Ana”, quelli che istigano all’anoressia. Navigando in rete ci si imbatte facilmente in blog e siti in cui le adolescenti (ma non solo) si auto-incoraggiano alla magrezza assoluta. «Se non sei magra non sei attraente ed essere magri è più importante che essere sani», si legge nel “decalogo pro-Ana”, dove ragazze disturbate confrontano i loro pasti (o meglio, digiuni), istigandosi a perdere più peso nel minor tempo possibile.
  5. Rhiannon Lucy Cosslett. Thinner, smoother, better: in the era of retouching, that’s what girls have to be. The Guardian, 8 September 2016.
  6. Denis Campbell & Haroon Siddique. Mental Illness soars among young women in England – survey. The Guardian, 29 September 2016.
  7. La questione del bio-potere e della bio-politica è stata sollevata da Foucault nelle sue indagini circa le dinamiche dei modelli di sovranità che regolano i rapporti fra diritto e vita, pur se il termine bio-politica è un concetto utilizzato per la prima volta da George Bataille all’inizio del Novecento. La bio-politica è il terreno in cui agiscono le pratiche con le quali la rete di poteri gestisce le discipline del corpo e le regolazioni delle popolazioni. È un’area di incontro tra potere e sfera di vita. Il bio-potere o potere sulla vita si sviluppa nella Modernità in due direzioni: (1) la gestione del corpo umano nella società dell’economia di mercato e della finanza, la sua utilizzazione e il suo controllo e (2) la gestione del corpo umano come specie, base dei processi biologici da controllare per una bio-politica delle popolazioni. Tra queste pratiche di controllo si annovera la medicina. Il controllo delle condizioni della vita umana diventa un affare politico, un affare economico. Con la secolarizzazione degli stati, si rovescia la vecchia simbologia del potere, legato al sangue e al diritto di morte, in una nuova, in cui il potere, mediante gli apparati di stato, garantisce la vita. In questo modo, il potere, più di prima, ha accesso al corpo. Ma al contempo il Novecento mostra che nella Modernità, più che mai nella storia, la politica mette in gioco la vita delle persone.
  8. Naomi I. Eisenberg. The neural bases of social pain: Evidence for shared representations with physical pain. In “Psychosomatic medicine”, 74 (2): 126-135, 2012 / Franklin D. McMillan. The psychobiology of social pain: Evidence for a neurocognitive overlap with physical pain and welfare implications for social animals with special attention to the domestic dog (Canis familiaris) Physiology & Behavior, Volume 167, 154-171. 2016.
  9. Ibidem
  10. Louise C. Hawkley and John P. Capitano. Perceived social isolation, evolutionary fitness and health outcomes: a lifespan approach. In “Philosophical Transactions of the Royal Society. Biological sciences. 370 (1669): 20140114, 2015.
  11. Ibidem
  12. Byron Egeland & Alan Sroufe. Developmental sequelae of maltreatment in infancy. New Directions for Child and Adolescent Development. Vol. 1981, Issue 11, 2006.
  13. Paul Verhaeghe. What About Me? The struggle for identity in a market-based society. Scribe. Melbourne, 2014.
  14. Britain the loneliness capital of Europe, John Bingham, Social Affairs Editor. The Telegraph, 18 Jun 2014.
  15. Gli obiettivi dell’associazione sono ben incarnati dai punti dello statuto: analisi della crisi del pensiero liberale; ridefinizione del ruolo dello stato; lotta all’uso della storia per fini ostili alla libertà; riformulazione delle leggi per la protezione dei diritti privati da gruppi e individui che li minaccino; promozione di standard minimi non ostili al funzionamento del mercato; creazione di un ordine internazionale che salvaguardi le relazioni economiche internazionali. Tra i suoi membri figurarono anche Luigi Einaudi e Bruno Leoni che ne fu presidente fino alla morte. Attualmente gli italiani che ne fanno parte sono Antonio Martino, Domenico da Empoli, Alberto Mingardi, Angelo Maria Petroni, Sergio Ricossa.
  16. Un think tank (letteralmente serbatoio di pensiero in inglese) è un organismo, un istituto, una società o un gruppo, tendenzialmente o apparentemente indipendente dalle forze politiche (compresi think tank governativi), che si occupa di analisi delle politiche pubbliche e quindi nei settori che vanno dalla politica sociale (social policy) alla strategia politica, dall’economia alla scienza e la tecnologia, dalle politiche industriali o commerciali alle consulenze militari. In Italia i think tank più conosciuti nel campo della politica internazionale sono ISPI e IAI. Ve ne sono poi altri più generalisti quali Italia Futura e Arel/Associazione TrecentoSessanta presiedute rispettivamente da Luca Cordero di Montezemolo e da Enrico Letta. Oltre a queste vi sono altre “fondazioni di matrice politica” nel panorama italiano quali FareFuturo di Adolfo Urso, ItalianiEuropei di Massimo D’Alema, Liberadestra di Gianfranco Fini, Nuova Italia di Gianni Alemanno, Magna Carta di Gaetano Quagliariello, Medidea di Giuseppe Pisanu, Liberal di Ferdinando Adornato, ItaliaDecide di Luciano Violante, Folder di Antonio Di Pietro, Sardegna Democratica di Renato Soru, Sudd di Antonio Bassolino e Mezzogiorno Europa nato per volontà dell’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
  17. Andrew Sayer. Why we can’t afford the rich. Policy Press at the University of Bristol. London, 2015.
  18. Tony Judt. Ill fares land. Pengiun, New York, 2011
  19. Chris Hedges. The Revenge of the Lower Classes and the Rise of American Fascism. In “truthdig drilling beneath the headlines”, 8/8/2016.
  20. Jane Mayer. Dark Money: The Hidden History of the Billionaires Behind the Rise of the Radical Right. The New York Review of Books. March 10, 2016.

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