L’Italia è tra i Paesi con la speranza di vita più alta al mondo, oltre 83 anni. Gli ultra novantenni aumentano rapidamente e, secondo le proiezioni, supereranno il milione e trecentomila entro il 2040. Una trasformazione demografica di questa portata cambia tutto, dalla sanità alle reti familiari, fino alla tenuta psicologica delle comunità.
Per anni il dibattito pubblico ha oscillato tra due immagini opposte dell’anziano: il peso sociale oppure il nonno rassicurante. La realtà è molto più complessa. Oggi milioni di over 65 mantengono una buona salute, fanno sport, partecipano alla vita culturale, svolgono attività di volontariato e rappresentano una risorsa concreta per il tessuto sociale. Allo stesso tempo cresce un disagio spesso ignorato, che trova nell’alcol uno dei segnali più evidenti.
Gli over 65 non sono “vecchi”
La soglia dei 65 anni continua a essere usata come riferimento statistico, ma descrive sempre meno la realtà. Sempre più persone arrivano a quell’età con un buon livello di autonomia, una rete sociale attiva e una discreta salute fisica e cognitiva. Secondo i dati Istat, la percentuale di over 65 che si dichiara in buona salute è aumentata sensibilmente negli ultimi quindici anni. Cresce anche la pratica sportiva, che in vent’anni è più che raddoppiata. Molti anziani continuano a lavorare nel volontariato, nell’assistenza sociale, nella cultura e nelle attività educative.
I “nonni civici” presenti davanti alle scuole, gli orti sociali urbani, il supporto digitale tra anziani, l’accompagnamento di persone fragili e le esperienze intergenerazionali mostrano una generazione ancora capace di produrre legami, competenze e senso di comunità. La vecchiaia attiva esiste davvero. Il problema è che non riguarda tutti allo stesso modo.
L’alcol cresce tra gli anziani
Mentre aumenta la longevità, cresce anche il numero di anziani che consumano alcol in modo rischioso. I dati 2024 dell’Osservatorio Nazionale Alcol dell’Istituto Superiore di Sanità parlano di circa 2 milioni e 450 mila over 65 con comportamenti classificati a rischio. Il dato rompe una narrazione molto radicata in Italia, quella del consumo moderato e controllato legato alla tradizione mediterranea. Oggi il consumo fuori pasto tra gli anziani è in forte aumento, soprattutto tra le donne. Crescono anche i casi di binge drinking, un modello di assunzione associato storicamente ai più giovani.
Dietro quei numeri ci sono persone che spesso non percepiscono il problema. Un bicchiere in più la sera, un’abitudine quotidiana che si intensifica dopo la pensione, la solitudine riempita con rituali apparentemente innocui. In molti casi manca completamente la consapevolezza del rischio.
Dopo i 65 anni il corpo cambia
L’organismo di un settantenne metabolizza l’alcol in modo molto diverso rispetto a quello di un quarantenne. Con l’età diminuisce l’acqua corporea, rallenta l’attività epatica e renale e aumenta la sensibilità agli effetti dell’etanolo. Anche quantità considerate moderate possono produrre effetti importanti. Cadute, alterazioni cognitive, problemi di equilibrio, disturbi del sonno e peggioramento delle capacità decisionali diventano più frequenti.
Il quadro si complica ulteriormente con la politerapia farmacologica. Molti anziani assumono farmaci per la pressione, anticoagulanti, antinfiammatori, sedativi o medicinali cardiovascolari. L’interazione tra alcol e farmaci può diventare pericolosa anche con dosi apparentemente basse. Le linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità raccomandano agli over 65 di limitare fortemente il consumo e di valutare l’astensione in presenza di terapie farmacologiche o patologie croniche.
La solitudine come fattore sanitario
L’aspetto più interessante è che questi dati si intrecciano con un altro fenomeno enorme: la solitudine. Vedovanza, pensionamento, riduzione delle relazioni sociali, figli lontani, difficoltà motorie e perdita progressiva del proprio ruolo sociale espongono molti anziani a una sensazione di invisibilità che può diventare devastante. La psicologia dell’invecchiamento parla sempre più spesso di “capitale relazionale”. Le relazioni umane influenzano salute e longevità quasi quanto lo stile di vita. Chi mantiene una rete sociale attiva tende a conservare più a lungo funzioni cognitive, autonomia e stabilità emotiva.
Il volontariato assume un valore enorme. Aiutare gli altri crea reciprocità, senso di utilità e appartenenza. Molti studi mostrano che le persone anziane impegnate in attività sociali strutturate presentano livelli inferiori di depressione e isolamento. La fragilità dell’anziano non dipende soltanto dall’età biologica. Dipende dalla qualità delle relazioni che lo circondano.
Il grande fallimento della prevenzione
C’è poi un paradosso: gli anziani sono la fascia della popolazione che incontra più frequentemente il medico di base. Eppure il consumo problematico di alcol resta spesso invisibile. I sintomi vengono confusi con il normale invecchiamento. Problemi di memoria, instabilità, alterazioni dell’umore e stanchezza cronica raramente fanno scattare domande specifiche sul rapporto con l’alcol. Secondo i dati dell’ISS, solo una piccola parte delle persone con danni già evidenti legati all’alcol viene presa in carico dai servizi sanitari. La prevenzione resta insufficiente e frammentata. Il problema riguarda soprattutto gli anziani soli, quelli che vivono ai margini delle reti familiari o comunitarie. Persone che nessuno vede davvero, pur essendo ogni giorno davanti agli occhi di tutti.
Integrare l’anziano nel tessuto sociale
L’Italia continua a discutere dell’invecchiamento quasi esclusivamente in termini economici e previdenziali. La questione è molto più ampia. Riguarda la qualità delle relazioni, la struttura delle città, il ruolo delle comunità e la capacità di dare senso agli ultimi decenni della vita. Gli anziani rappresentano una risorsa enorme di esperienza, memoria e competenze. Quando restano coinvolti nella vita collettiva generano benessere anche per gli altri. Quando vengono lasciati soli, aumentano fragilità psicologiche, dipendenze e malattie.
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