Un blog ideato da CeMON

Macachi in gabbia: «liberateli!»
3 Settembre, 2026

Macachi in gabbia: «liberateli!»

RedazioneRedazione
A Bologna quattro primati vengono ancora utilizzati nella sperimentazione animale, mentre cresce la richiesta di una ricerca etica e human-based

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Ogni lunedì riceverai una ricca newsletter che propone gli articoli più interessanti della settimana e molto altro.
Tempo di lettura: 2 minuti

Sono rinchiusi nei laboratori sotterranei dell’Università di Bologna. Quattro macachi, utilizzati in esperimenti invasivi e sottoposti a lunghi protocolli di ricerca che, secondo la campagna lanciata dalla LAV, comportano sofferenze fisiche e psicologiche profonde. La mobilitazione partita in queste settimane chiede la loro liberazione definitiva e la conversione dello stabulario verso modelli di ricerca senza animali. In poche ore, la raccolta firme ha coinvolto migliaia di persone e riportato al centro del dibattito pubblico il tema della sperimentazione animale in Italia.

Il caso dei macachi di Bologna

Secondo la documentazione citata dalla LAV, i quattro macachi sarebbero impiegati nello studio dei segnali neuronali cerebrali attraverso procedure considerate altamente invasive. Gli animali verrebbero sottoposti a sessioni sperimentali con apparecchi ferma testa e impianti cranici, oltre a lunghi periodi di confinamento all’interno dello stabulario universitario. La questione ha assunto un forte valore simbolico anche perché il macaco di Giava è stato inserito tra le specie a rischio di estinzione nel 2022. La cattura destinata ai laboratori biomedici rappresenta una delle principali minacce per questa specie. Negli ultimi anni, altri atenei italiani hanno interrotto la sperimentazione sui primati. Bologna resta quindi uno dei casi più discussi nel panorama nazionale.

La richiesta di una ricerca senza animali

La LAV insiste su un punto preciso: oggi esistono strumenti scientifici alternativi sempre più avanzati. Modelli cellulari, simulazioni computazionali e sistemi human-based stanno ricevendo crescente attenzione da parte della comunità scientifica internazionale. Il confronto riguarda anche l’efficacia stessa della sperimentazione animale. Sempre più ricercatori sottolineano i limiti dei modelli animali nel riprodurre fedelmente la fisiologia umana, soprattutto in ambiti neurologici e farmacologici. Per questo motivo, la richiesta avanzata all’Università di Bologna riguarda anche la creazione di una nuova linea di ricerca fondata su metodologie considerate più etiche, più sicure e più vicine alla biologia umana.

Omeopatia e sperimentazione cruelty free

Ci inseriamo in questo dibattito per sottolineare un aspetto storico spesso poco conosciuto. L’Omeopatia è una disciplina nata senza sperimentazione animale. Fin dalle origini, la sperimentazione omeopatica viene effettuata sull’uomo sano attraverso i cosiddetti “provings”, osservazioni controllate delle reazioni dell’organismo a sostanze diluite. Un approccio introdotto da Samuel Hahnemann che esclude la vivisezione e qualsiasi forma di sofferenza animale. L’Omeopatia rappresenta uno dei pochi ambiti della medicina sviluppati attraverso una sperimentazione diretta sull’essere umano sano e consenziente. Quale modello di scienza vuole costruire la medicina del futuro?

LEGGI ANCHE: Il Ledum palustre: un rimedio naturale per le zanzare

Lascia il primo commento