Immagina di avere un problema di salute cronico. Niente di urgente, ma qualcosa che richiede controlli regolari, esami, magari il coordinamento tra più specialisti. Oggi, in Italia, hai due opzioni: aspetti settimane per un appuntamento dal tuo medico di famiglia nel suo studio, oppure vai al pronto soccorso e aspetti ore in mezzo ad altri che stanno peggio di te. Quella che sembrava la soluzione a questo problema si chiama Casa della comunità: un luogo fisico dove medici di famiglia, infermieri e specialisti lavorano insieme, nello stesso posto, per seguire i pazienti cronici e fragili senza costringerli a peregrinare tra ambulatori diversi. Le strutture sono quasi pronte, finanziate con miliardi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Mancava solo la riforma per portarci i medici. E quella riforma, il 10 giugno 2026, è stata ritirata.
È ufficiale: la riforma della medicina territoriale che prevedeva, tramite decreto legge, l’inserimento dei medici di famiglia nelle Case della comunità e il passaggio alla dipendenza per una parte di loro è stata ritirata. Mesi di lavoro, bozze, tavoli tecnici e accordi con le Regioni si sono dissolti in poche ore, vittima di una guerra intestina alla maggioranza di governo. Di questa riforma si parla da mesi, in realtà da anni, già dai tempi dell’Esecutivo di Mario Draghi. Il risultato è sempre lo stesso: uno stallo, una retromarcia, un rinvio. E i cittadini restano al punto di partenza.
Cosa prevedeva la riforma Schillaci
La direzione era chiara: rendere pienamente operative le Case della comunità, trasformare la presenza dei medici di famiglia nelle strutture territoriali da attività accessoria a componente strutturale del sistema e aprire, accanto alla convenzione, un canale di dipendenza selettiva per le funzioni a maggiore intensità organizzativa. In concreto, il decreto prevedeva l’obbligo per i medici di assistenza primaria e i pediatri di libera scelta di assicurare una quota minima di attività nelle Case della comunità: almeno sei ore settimanali per 48 settimane l’anno per i medici non già assoggettati al debito orario previsto dall’Accordo collettivo nazionale per il ruolo unico. Le Regioni avrebbero potuto incrementare tale quota sulla base di numero degli assistiti, densità abitativa, aree interne o montane, carenze assistenziali e indicatori di cronicità e fragilità.
Il piano prevedeva anche una riorganizzazione del personale di supporto. Per le 1.350 strutture hub (circa una ogni 40-50 mila abitanti) il fabbisogno di infermieri di famiglia era stimato in 20-30 mila unità, con circa 10.000 unità di personale amministrativo e tecnico necessarie per deburocratizzare il lavoro del personale sanitario. A ogni Casa della comunità avrebbero afferito 10-15 studi dei medici di famiglia. Il testo assegnava al nuovo Accordo collettivo nazionale 2025-2027 il compito di disciplinare l’impiego del debito orario nelle Case della comunità, la partecipazione alla rete territoriale dei servizi, la presa in carico strutturata dei pazienti cronici e fragili, e l’uso di sistemi informativi interoperabili.
Perché era necessaria: cronicità, demografia e pronto soccorso al collasso
Il problema che la riforma intendeva affrontare è reale e urgente. Le cure primarie, per come sono attualmente organizzate, non sono in grado di rispondere ai bisogni epidemiologici e demografici della popolazione. Con un’alta prevalenza di malati cronici, spesso pluripatologici, si rende necessaria una riorganizzazione del territorio in équipe che possano lavorare sia in ambito sanitario che sociale, valutando i bisogni dei pazienti e definendo interventi multidisciplinari. L’obiettivo dichiarato era quello di cambiare un modello giudicato non più adeguato di fronte a pronto soccorso congestionati, carenza di professionisti e domanda crescente di assistenza. Riportare il paziente cronico e fragile sul territorio, lontano dall’ospedale, è una priorità di salute pubblica prima ancora che una questione organizzativa. Il progetto aveva anche una copertura economica significativa: a disposizione solo per il 2026 ci sarebbero poco meno di 300 milioni per incentivare i medici a lavorare in team con le altre figure che dovrebbero popolare queste strutture, tra cui medici specialisti e infermieri.
Il nodo del Pnrr: strutture pronte, medici assenti
Dietro la riforma c’è anche una scadenza europea che non ammette deroghe. Il Pnrr impone che entro il 2026 la sanità territoriale sia pienamente operativa, con Case della comunità funzionanti e un modello organizzativo definito. Senza questi passaggi, il rischio è che l’investimento europeo si traduca in infrastrutture incomplete e prive di reale capacità di presa in carico. L’investimento prevede l’attivazione di 1.288 Case della comunità entro la metà del 2026, che potranno utilizzare sia strutture già esistenti sia nuove, per un costo complessivo stimato in 2 miliardi di euro. Edifici finanziati con fondi europei che rischiano di aprire le porte senza avere al loro interno i professionisti necessari a farle funzionare. Il rischio ora è che diverse strutture, soprattutto al Centro Sud dove si registrano i maggiori ritardi, si trasformino in scatole vuote senza personale medico e servizi.
Veti di partito e una riforma che si arena in Parlamento
Come si arriva al naufragio? La bozza elaborata dal ministero della Salute è stata di fatto bloccata dalla stessa maggioranza che avrebbe dovuto portarla in aula. Le perplessità sul progetto erano diffuse trasversalmente: il timore era che un passaggio troppo brusco verso la dipendenza potesse snaturare il rapporto fiduciario tra medico e paziente, uno dei capisaldi storici della medicina generale italiana, senza garantire in cambio un modello alternativo davvero funzionante. Le voci scettiche hanno prevalso all’interno della maggioranza, per prima Forza Italia, a cui si sono unite Fratelli d’Italia e la Lega. A esprimere forti dubbi sarebbe stata la stessa premier Giorgia Meloni. Le opposizioni rivendicano la spaccatura: “Una riforma annunciata come decisiva viene ritirata perché Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega si sono fatte la guerra”, spiega Ilenia Malavasi, capogruppo Pd in Commissione affari sociali della Camera. Sandra Zampa, capogruppo del Pd in Commissione Sanità del Senato, ha aggiunto che il Parlamento non ha mai potuto discutere le linee del progetto, definendo la cosa inammissibile.
Il medico di famiglia: una figura preziosa da ripensare, non da smantellare
Al di là delle responsabilità politiche, il naufragio della riforma riapre una domanda che vale la pena affrontare con onestà. Il medico di famiglia resta uno dei pilastri più preziosi del Servizio sanitario nazionale: una figura che conosce la storia clinica del paziente, lo orienta nel labirinto del sistema sanitario pubblico e rappresenta spesso l’unico argine alla deriva verso il privato per chi non può permetterselo. Il punto è che negli ultimi anni questa figura è stata messa sotto pressione da più parti, e la riforma Schillaci ha probabilmente sottovalutato quanto quella pressione fosse già al limite. Un carico burocratico crescente, un numero di assistiti spesso insostenibile e la carenza strutturale di nuovi medici di medicina generale hanno trasformato il lavoro quotidiano del medico di famiglia in qualcosa di molto diverso da quello per cui si era formato. Chiedere a chi è già in affanno di riorganizzare la propria attività attorno a un nuovo modello, senza un confronto preventivo sufficientemente approfondito sulle condizioni concrete di esercizio della professione, ha reso il progetto fragile prima ancora che arrivasse in aula. Le Case della comunità possono ancora essere una risposta, ma funzioneranno solo se costruite insieme ai medici che dovranno abitarle, e con una visione che alleggerisca i vincoli invece di aggiungerne di nuovi.
Il piano B: sei ore a settimana e speranza nella convenzione
Se l’idea del decreto è ormai tramontata, si punta al piano B: accelerare sulla nuova convenzione relativa al triennio 2025-2027 da firmare con i medici di famiglia, nella quale prevedere un debito orario di almeno sei ore a settimana che i medici dovranno trascorrere nelle nuove strutture. Il segnale politico è chiaro: sulle grandi riforme della sanità territoriale il percorso si fa più stretto e più complesso. Sei ore settimanali su base convenzionale, al posto di una riforma strutturale del sistema: il confronto dice tutto sulla distanza tra i problemi reali della sanità territoriale e la volontà politica di affrontarli. I pazienti con malattie croniche, gli anziani soli, i fragili che intasano i pronto soccorso per mancanza di alternative: per loro, per ora, cambia poco o nulla.
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