La rappresentazione della vecchiaia nella cultura contemporanea sta lentamente cambiando. Per decenni abbiamo associato l’avanzare dell’età a una parabola discendente, fatta di perdite progressive e irreversibili. Oggi questa narrazione convive con un’altra, più articolata. È l’immagine di una terza età attiva, in cui persone tra i 65 e i 90 anni continuano a lavorare, viaggiare, imparare, praticare sport, contribuire alla vita sociale e familiare con un ruolo tutt’altro che marginale. L’allungamento della speranza di vita ha reso questa fascia della popolazione più numerosa e più visibile, e con essa è cresciuta l’esigenza di ripensare gli strumenti con cui la scienza medica descrive l’invecchiamento. Un nuovo studio dell’Università di Yale, pubblicato sulla rivista Geriatrics, offre un contributo rilevante a questo cambiamento di prospettiva. Gli autori, Becca R. Levy e Martin D. Slade, hanno analizzato per la prima volta con questa ampiezza un aspetto raramente indagato dalla ricerca gerontologica: il miglioramento delle funzioni cognitive e fisiche in età avanzata, non solo la loro tenuta o il loro declino.
Il pregiudizio della decadenza inevitabile
Gli autori partono da un dato culturale prima ancora che clinico. Una revisione della letteratura scientifica ha rilevato che l’invecchiamento viene descritto in modo pressoché unanime come un processo di perdita. Un’indagine internazionale su quasi 40.000 persone ha mostrato che il 65% degli operatori sanitari e l’80% della popolazione generale ritiene, erroneamente, che tutti gli anziani sviluppino demenza. Negli Stati Uniti, il 77% degli adulti sopra i 40 anni si aspetta un declino cognitivo con l’età. Anche gli strumenti di valutazione raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per misurare le capacità cognitive e fisiche in età avanzata sono costruiti per rilevare solo la presenza o l’assenza di declino, senza contemplare la possibilità di un miglioramento. Questo impianto metodologico, spiegano Levy e Slade, ha una conseguenza diretta sulla ricerca: quando le prestazioni degli anziani vengono mediate come gruppo omogeneo, i casi di miglioramento vengono assorbiti e resi invisibili dalla media complessiva, che tende comunque verso il basso. Chi migliora viene trattato come un’eccezione statistica, non come parte di un fenomeno da studiare.
Lo studio: undicimila persone seguite fino a dodici anni
Per verificare se il miglioramento in tarda età fosse un fenomeno reale e diffuso, i ricercatori hanno utilizzato i dati dell’Health and Retirement Study, un’indagine longitudinale su un campione rappresentativo della popolazione statunitense condotta dall’Istituto per la Ricerca Sociale dell’Università del Michigan con il sostegno del National Institute on Aging. Il campione per l’analisi cognitiva comprendeva 11.314 partecipanti, con un’età media al basale di 68 anni. La funzione cognitiva è stata misurata con il TICS (Telephone Interview for Cognitive Status), un test telefonico validato che esplora memoria a breve termine, richiamo differito e abilità di calcolo. Il campione per l’analisi fisica comprendeva 4.638 partecipanti, con un’età media di 74 anni. La funzione fisica è stata misurata con la velocità del cammino su un percorso di 2,5 metri, un parametro che in letteratura viene definito il “sesto segno vitale” per la sua capacità di predire ospedalizzazioni, disabilità e mortalità. Ogni partecipante è stato seguito dal basale fino all’ultima rilevazione disponibile, per un periodo che ha raggiunto in alcuni casi i 12 anni, con una media di circa 8 anni. I ricercatori hanno inoltre misurato le convinzioni sull’invecchiamento con una scala validata a cinque item, che assegna un punteggio da 5 a 30 in base a quanto la persona associa alla propria età un’immagine positiva o negativa.
Quasi un anziano su due migliora, non solo resiste
Il primo risultato dello studio riguarda la frequenza del miglioramento. Il 45,15% dei partecipanti ha mostrato un miglioramento in almeno una delle due funzioni, cognitiva o fisica, rispetto al valore di partenza. Scendendo nel dettaglio, il 31,88% è migliorato nella cognizione e il 28,00% nella velocità del cammino. Se si include anche chi ha mantenuto stabile la propria funzione senza peggiorare, la quota sale al 51,06% per la cognizione e al 37,56% per il cammino. Un dato interessante riguarda la sovrapposizione tra i due tipi di miglioramento. La correlazione tra il progresso cognitivo e quello fisico è risultata debole (r = 0,09), e solo il 44% di chi è migliorato in un dominio lo è anche nell’altro. Il 66% dei partecipanti che ha registrato un progresso lo ha fatto in un solo ambito, cognitivo o fisico, un dato che mette in discussione l’idea diffusa secondo cui salute cognitiva e salute fisica procedano sempre insieme in età avanzata. Gli autori sottolineano un aspetto metodologico importante. Se si trattano i partecipanti come un gruppo omogeneo e se ne calcola la media, il quadro che emerge è di declino, con un punteggio TICS che scende di 1,39 punti e una velocità del cammino che si riduce di 11,69 cm/s. È solo osservando la distribuzione individuale, e non la media del gruppo, che il miglioramento diventa visibile. Per confermare la solidità del dato, i ricercatori hanno ripetuto le analisi con criteri più severi, richiedendo un miglioramento superiore a un punto nel TICS o a 5 cm/s nella velocità del cammino: anche in questo caso il 22,50% è migliorato in cognizione e il 26,71% nel cammino. Il pattern si è confermato anche limitando l’analisi ai soli partecipanti che partivano da una funzione normale al basale, segno che il miglioramento non riguarda solo chi recupera da una condizione di deficit iniziale, ma coinvolge anche chi già si trovava entro i parametri di normalità.
L’effetto delle convinzioni positive sull’età
Il secondo obiettivo dello studio era verificare se un fattore modificabile, le convinzioni sull’invecchiamento, potesse prevedere questo miglioramento. Il riferimento teorico è la stereotype embodiment theory, secondo cui le persone interiorizzano fin da giovani immagini positive o negative della vecchiaia, provenienti dal contesto sociale e culturale. Queste immagini diventano rilevanti per la propria salute nel momento in cui la persona si riconosce come anziana. I risultati confermano l’ipotesi. Le convinzioni positive sull’età hanno previsto il miglioramento cognitivo sia considerando le variabili di controllo (età, sesso, etnia, sintomi depressivi, problemi di sonno, scolarità, stato civile, patologie cardiovascolari e diabete, isolamento sociale), sia senza correggere per queste variabili. Per la velocità del cammino l’associazione è risultata ancora più marcata. Tutte le stime sono risultate statisticamente significative, e il pattern si è mantenuto stabile in ogni analisi di sensibilità condotta dagli autori, incluse quelle limitate ai partecipanti con funzione normale al basale. Gli autori richiamano anche un proprio lavoro precedente, che aveva collegato le convinzioni negative sull’età con la presenza di biomarcatori dell’Alzheimer, come l’accumulo di placche e grovigli neurofibrillari e la riduzione del volume dell’ippocampo. Resta da chiarire, con ricerche future, se le convinzioni positive abbiano un effetto biologico opposto, favorendo per esempio la plasticità neuronale o la rigenerazione delle cellule satellite del muscolo.
Riconsideriamo la Terza età
Le implicazioni che gli autori traggono da questi dati toccano sia la pratica clinica sia il modo in cui la ricerca gerontologica definisce i propri strumenti. Se il 45% del campione ha mostrato un miglioramento, estrapolando il dato alla popolazione statunitense significherebbe che oltre 26 milioni di persone anziane stanno vivendo un progresso funzionale, reale ma statisticamente invisibile ai metodi di misurazione tradizionali. Gli autori propongono di ampliare la definizione stessa di biomarcatore dell’invecchiamento, includendo indicatori di miglioramento e stabilità accanto a quelli di declino, e di rivedere concetti come quello di “invecchiamento accelerato”, oggi definito solo in termini di peggioramento. Sul piano clinico, segnalano un problema concreto: alcuni operatori sanitari tendono a non proporre percorsi di riabilitazione o prevenzione agli anziani, partendo dal presupposto implicito che un miglioramento sia improbabile. I dati raccolti in questo studio contraddicono questo presupposto.
La vecchiaia, osservata con strumenti capaci di rilevare anche il progresso e non solo la perdita, mostra una variabilità individuale molto più ampia di quanto la narrazione dominante lasci intendere. E tra i fattori che sembrano orientare questa variabilità c’è qualcosa che, a differenza della genetica, può essere in parte coltivato: l’immagine che ciascuno costruisce, insieme alla società in cui vive, della propria età.
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