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Perché l'uomo maneggia ancora la peste
10 Ottobre, 2026

Perché l’uomo maneggia ancora la peste

RedazioneRedazione
Dopo la morte di una tecnica in un istituto antipeste siberiano, il contagio in Europa appare improbabile e la domanda sui laboratori resta aperta

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Lo scorso 2 ottobre è morta a Shelekhov, nella Siberia meridionale, una tecnica di laboratorio di 28 anni dell’istituto antipeste di Irkutsk. L’ente sanitario russo Rospotrebnadzor ha parlato di polmonite di origine sconosciuta. Alcuni media locali hanno ipotizzato una peste polmonare causata dalla rottura di una provetta, ricostruzione che la stessa agenzia ha smentito, come riassume Il Post. La diagnosi di peste non risulta confermata. Questo articolo usa la vicenda come punto di partenza per una riflessione sul rapporto tra l’uomo e i patogeni che custodisce nei propri laboratori.

Un rischio per l’Italia vicino allo zero

I dati disponibili tranquillizzano. Il Rospotrebnadzor ha comunicato che tutti i contatti della donna hanno concluso l’osservazione medica e che quasi 5.000 test di laboratorio non hanno rilevato microrganismi patogeni pericolosi, e ha definito false le voci su un secondo caso. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie ha riferito a Euronews che, sulla base delle informazioni disponibili, non risultano casi secondari né trasmissione prolungata tra persone, e ha ricordato che i viaggi tra Irkutsk e l’Unione europea sono scarsi, soprattutto a causa della guerra in Ucraina. Il quadro arriva in buona parte da fonti russe e richiede prudenza.

La peste polmonare si trasmette attraverso particelle respiratorie, in genere durante contatti ravvicinati con una persona malata. Guarisce con comuni antibiotici se la terapia parte entro 24 ore dalla comparsa dei sintomi, e l’OMS indica per i pazienti l’isolamento e per i contatti una profilassi antibiotica di sette giorni, procedure che i sistemi sanitari europei conoscono. I sintomi della forma polmonare compaiono rapidamente, anche in meno di 24 ore dal contagio, e questo facilita l’isolamento e il tracciamento rispetto a un virus come SARS-CoV-2, che si trasmette anche da persone prive di sintomi. Il rischio che questa vicenda raggiunga l’Italia si colloca vicino allo zero.

I focolai di peste che l’uomo sa gestire

La peste è una zoonosi che circola tra piccoli mammiferi e pulci in tutti i continenti tranne l’Oceania. Tra il 2019 e il 2025 sono stati segnalati all’OMS 2.646 casi confermati e 423 decessi, concentrati soprattutto nella Repubblica Democratica del Congo e in Madagascar. Nell’isola africana i casi di peste bubbonica si registrano quasi ogni anno durante la stagione epidemica, che va da settembre ad aprile, e vengono contenuti con antibiotici, controllo delle pulci, isolamento dei malati e profilassi dei contatti.

Questa gestione è un esempio di approccio One Health. La sorveglianza regolare delle popolazioni animali in cui la peste è presente, unita a interventi rapidi quando compaiono epidemie tra gli animali, ha ridotto i focolai umani. Una malattia di origine naturale, con un serbatoio animale noto e un’epidemiologia stabile da decenni, trova risposte collaudate. L’inquietudine di questi giorni nasce da fattori che riguardano i laboratori.

Una lunga storia di batteri trasformati in armi

L’istituto di Irkutsk studia la peste, e la ricerca sulla peste ha una storia che comprende anche le armi. Durante la Seconda guerra mondiale l’Unità 731 dell’esercito giapponese sperimentò Yersinia pestis come strumento bellico, e i suoi dirigenti evitarono il processo per crimini di guerra in cambio delle informazioni consegnate agli Stati Uniti, come ricostruisce un saggio pubblicato dalla Montana State University. Nell’Unione Sovietica il programma Biopreparat lavorò sugli stessi agenti. Ken Alibek, ex alto dirigente passato in Occidente, ha raccontato che alla fine degli anni Ottanta i ricercatori sovietici ottennero un batterio della peste arricchito con tossine, un’arma che non entrò mai in produzione prima del crollo dell’URSS.

Nel 1979 un rilascio di spore di antrace da una struttura militare di Sverdlovsk, l’attuale Ekaterinburg, uccise decine di persone. Per anni le autorità sovietiche attribuirono l’epidemia a carne contaminata, fino all’ammissione di Boris Eltsin nel 1992. La Convenzione sulle armi biologiche del 1972 vieta lo sviluppo e lo stoccaggio di questi agenti e non prevede un sistema internazionale di verifica.

Nulla indica che l’istituto di Irkutsk svolga attività militari, e il Rospotrebnadzor sostiene che negli esami sulla donna non è emerso alcun microrganismo legato al suo lavoro. Il precedente storico spiega perché una versione ufficiale povera di dettagli, proveniente da uno Stato con questa tradizione di smentite, convince poco gli osservatori. Il timore più serio riguarda la possibilità che un batterio noto venga modificato per resistere ai farmaci o sfuggire alla diagnosi. Oggi la peste si cura perché i ceppi in circolazione rispondono in larga parte agli antibiotici comuni, e un ceppo alterato cancellerebbe questo vantaggio.

L’illusione di dominare la natura

Chi lavora con i patogeni più letali condivide la convinzione che un agente isolato in provetta resti sotto controllo. I programmi militari cercano un vantaggio strategico, mentre la ricerca civile e di difesa mette a punto diagnosi, vaccini e terapie, e l’OMS stessa raccomanda la vaccinazione per il personale di laboratorio esposto.

La storia smentisce questa convinzione a intervalli regolari. Sverdlovsk nel 1979 ne è un esempio. Nel 1978 a Birmingham una fotografa medica, Janet Parker, contrasse il vaiolo in un edificio universitario che ospitava un laboratorio con il virus e divenne l’ultima vittima conosciuta della malattia, due anni prima della dichiarazione di eradicazione. La tecnologia riduce il rischio, che resta diverso da zero, e ogni struttura che conserva un agente come Yersinia pestis affida la propria sicurezza alla propria infallibilità.

Wuhan e il prezzo della diffidenza

Il confronto con SARS-CoV-2 pesa sul modo in cui l’opinione pubblica legge il caso siberiano. Nel 2020 chi ipotizzava un incidente nel laboratorio di Wuhan veniva accusato di complottismo, e quella reazione ha irrigidito il dibattito per anni. Oggi l’ipotesi di un incidente legato alla ricerca si discute apertamente. Nel gennaio 2025 la CIA ha dichiarato con bassa confidenza che un’origine legata alla ricerca è più probabile di una naturale, con il Dipartimento dell’Energia e l’FBI su posizioni analoghe a diversi livelli di confidenza, e nel marzo 2025 il New York Times ha pubblicato un articolo secondo cui l’opinione pubblica è stata fuorviata sull’origine della pandemia.

Il Congresso americano ha riaperto il fascicolo. Il 29 luglio Anthony Fauci, ex direttore dell’istituto statunitense per le malattie infettive, ha invocato il Quinto Emendamento oltre cento volte davanti alla commissione del Senato presieduta da Rand Paul. Paul lo accusa di aver mentito al Congresso sui finanziamenti alla ricerca di Wuhan. Il 6 agosto la commissione ha votato otto a sette, con i repubblicani a favore e i democratici contrari, per dichiararlo in oltraggio al Congresso a causa del suo rifiuto di rispondere, e ha trasmesso gli atti al Dipartimento di Giustizia, a cui spetta decidere se procedere. Fauci dal gennaio 2025 gode di una grazia preventiva concessa da Joe Biden. Una domanda legittima sulla sicurezza dei laboratori merita una risposta documentata. Quando riceve un’accusa di complottismo, la diffidenza cresce e la fiducia nelle istituzioni sanitarie diminuisce.

La trasparenza come misura di sicurezza

Un laboratorio che custodisce un patogeno letale può pubblicare i propri protocolli di biosicurezza, accettare ispezioni indipendenti e notificare tempestivamente all’OMS ogni incidente. Questi impegni costano poco rispetto alle conseguenze di un errore. All’8 ottobre l’OMS non ha ricevuto da Mosca un quadro completo e la sua direttrice per la gestione delle epidemie, Maria Van Kerkhove, ha rivolto alle autorità russe una domanda diretta: di cosa è morta effettivamente la tecnica di Irkutsk? Quella domanda è ancora senza risposta.

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