BIO – Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità – Educational Papers • Anno V • Numero 17 • Marzo 2016
Scritto in collaborazione con Eugenia D’Alterio – biologa
Preliminare
Che l’ambiente sociale influenzii la vita umana è, oramai, un postulato talmente attestato da non necessitare di accreditamento bibliografico, similmente è attestato il fatto che l’efficacia nella fornitura di assistenza medica è relazionata al riconoscimento dei determinanti sociali della salute, includendo fattori etnici razziali. Analoga-mente è accettato che, siccome le realtà sociali affettano la salute dei pazienti e l’efficacia dei trattamenti, queste dimensioni sociali non possono essere ignorate nelle valutazioni e nei piani di interventi socio-sanitari anche per i migranti. Al contempo, si può affermare che i medici, generalmente, traducono le complessità sociali come una realtà che richiede più lavoro, lavoro che non è né ben retribuito né centrale alla loro esperienza clinica né adeguato alle necessità contingenti1.
Questo preliminare, però, non é volto ad introdurre un’argomentazione circa l’applicazione dei principi delle discipline sociali alla medicina, pratica a volte denominata “medicina sociale”, né volto a migliorare le competenze dei sanitari nel contestualizzare la cura dei pazienti, poiché tali finalità appartengono alle scuole mediche e, quindi, esulano i limiti dell’attività del progetto editoriale BIO. In effetti, questo preliminare serve a giustificare l’occuparci del più largo contesto socio-politico in cui si costruisce anche quell’insieme di pratiche che denominiamo “medicina”. Quest’argomentazione si interessa alla Bio-politica dell’immigrazione, con lo scopo di fornire spunti di riflessione sulla questione che si discostano dal repertorio ricorsivo ed autoreferenziale delle interpretazioni politiche – massmediatiche.
Oltre il concetto della frontiera come “linea”
Dopo il tramonto di crescita economica, sviluppo sociale e stabilità demografica, la questione immigrazione e, di conseguenza, del controllo delle frontiere scuote le nostre società. Già nel febbraio del 2002, il governo britannico pubblicò un White Paper2 sotto il titolo di “Secure Border, Safe Haven. Integration with Diversity in Modern Britain”3, delineando una serie di meccanismi per contrastare “richieste di asilo contraffatte” e l’”immigrazione illegale” e per rinforzare la coesione sociale nella società britannica. Il titolo stesso del documento è indicativo di questa doppia sfida alla politica contemporanea, principalmente la politica riguardo la sicurezza (di ciò che è ritenuto come “legittimo” all’interno del paese) e la protezione (protezione da tutto ciò che è esterno e potenzialmente rischioso)4. La politica d’immigrazione si trova, in effetti, a metà strada tra le politiche riguardo le frontiere e le politiche di protezione. In tal modo, essa cavalca sia la logica dell’inclusione che quella dell’esclusione e, in contemporanea, condivide le pratiche dei diritti (umani) e della violenza (fisica e simbolica)5. La politica d’immigrazione è, in effetti, un crogiolo di funzioni, discorsi e significati contraddittori, asimmetrici e concorrenziali. Per chiarire ciò che si intende comunicare con quest’asserzione è necessario soffermarsi sia sulla nozione di “frontiera” (confine) sia su quella di “protezione” ed esaminare la stretta interazione e la scottante tensione tra le due nozioni.
Recentemente sono emersi diversi tentativi di ripensare la “questione” delle frontiere oltre il concetto tradizionale di frontiera come “linea” che, semplicemente, demarca i confini di un stato tra l’interno e l’esterno. L’opera di Etienne Balibar, “Politics and the Other Scene”6 costituisce un’incisiva e penetrante analisi di ciò che è diventata la nozione di frontiera. In questa sua disamina Balibar sostiene che le frontiere non agiscono più come semplici divisori territoriali che separano spazialità di uno stato da un altro. Le frontiere, piuttosto, stanno diventando sintomatiche dell’instaurazione di un mondo di apartheid o di una pratica duale per la circolazione di individui.7 Ricorsivamente, questa dualità nella circolazione è anche ciò che dota le frontiere delle loro eterogeneità funzionali e delle loro pluralità di significati. Al riguardo, Balibar identifica tre aspetti principali di queste caratteristiche ambigue delle frontiere8.

La funzione di configurazione del mondo delle frontiere
Balibar inizia con ciò che egli denomina “sovra-determinazione delle frontiere”, un aspetto che è intrinseco alla “funzione di configurazione del mondo” che esse compiono9. Quindi, oltre alla sua funzione simbolica nei confronti dell’autodeterminazione dello Stato, la frontiera delimita anche le differenze economiche, linguistiche, culturali, sociali e politico-antropologiche e segnala la sovrapposizione di vari momenti storici.
Infatti, questo aspetto di sovra-determinazione trova risonanza attraverso tutto il discorso del documento del Ministero degli Affari Interni del Regno Unito sull’asilo e sull’immigrazione10, specialmente nei termini di come la nozione di confini sicuri è proposta come un importante veicolo per migliorare la comunità e le relazioni razziali e per preservare un senso di “britannicità”. Da tener presente, anche, che il White Paper in questione è stato rilasciato a seguito di “eventi” specifici, inclusi l’11 settembre in USA e i disordini sociali nelle città britanniche di Bradford, Burnley e Oldham, dove scontri violenti tra la polizia, giovani britannici musulmani di origine asiatica e l’estrema destra, ebbero luogo nel 2001. Tuttavia, questi eventi, importanti nel fornire la forza motrice per l’introduzione di varie misure di sicurezza e meccanismi di controllo dell’immigrazione, sono solo piccoli esempi comparati ad una lunga e complicata storia d’immigrazione in Gran Bretagna11 .
Pertanto, la frontiera, o almeno come essa è concepita e mobilitata, è sovra-determinata nella misura in cui essa è sia un’espressione che un risultato di una miriade di operazioni e fattori storici, geo-politici e socio-culturali che continuamente si incrociano e si sovrappongono. La crescente preoccupazione sulla sicurezza delle frontiere è parte integrante degli sforzi in corso per trovare una cura ai “mali” che si pensa vengano arrecati dall’aumento del movimento globale delle popolazioni, specialmente lo spostamento di popolazioni “indesiderate”.
La natura polisemica delle frontiere
Altra caratteristica riguardo le frontiere nel pensiero di Balibar è la natura polisemica della frontiera12, polisemica in quanto essa crea esperienze esistenziali diverse in funzione delle popolazioni che si confrontano con le frontiere stesse. Ad esempio, sappiamo bene che attraversare le frontiere europee con un passaporto europeo non è lo stesso che cercare di attraversarle con un passaporto africano13. Così, avviene che mentre alcuni hanno diritto al “passaggio indisturbato”, altri patiscono un “eccesso di confine” limitante.
Al riguardo, la nozione di frontiera acquisisce significati differenti e produce materiali ed esperienze psicologiche diverse che non hanno niente in comune tranne che il nome: frontiera14. Del resto, Balibar sostiene che le frontiere sono disegnate per stabilire una “differenziazione di classe internazionale” per mezzo della quale i ricchi affermano un surplus di diritti15 attraverso il loro passaporto o la loro carta di identità, mentre i “poveri” continuano ad esercitarsi, come nella fatica di Sisifo, circolando su e giù, fino a quando la frontiera stessa diventa il luogo dove risiedono o fino a quando diventano loro stessi il confine, la frontiera.
Per questi “soggetti”, senza reddito, la frontiera diventa una zona pericolosa che implica “la questione della vita e della morte”16. Stazionare ad una frontiera vuole dire anche stazionare in un paese di transito che può rivelarsi anch’esso ostile. La frontiera diventa così una zona di negoziazione dove identità, esistenze e modi di presentarsi sono, continuamente, messi in discussione17. Alla fine, la frontiera diventa un surrogato di “casa”. Un esempio di aree di stallo si trova nel fenomeno proliferante delle zone di transito e dei centri di raccolta in cui le “popolazioni in attesa” sono piazzate, a volte per mesi o addirittura per anni, come sospese nel tempo. Tutto questo è indicativo della funzione polisemica e paradossale delle frontiere per cui i punti di transito presentano, come osserva Marc Augé, “condizioni di privilegio per alcuni e disumane per altri”. Ossia, le frontiere prendono forma di via di transito sicure per soli soggetti “regolari” mentre assumono forma di centri di reclusione per altri18.
Per cui, non solo le frontiere funzionano in modo disuguale in base allo status delle persone, reddito e provenienza, ma, anche, riguardo “le cose” e rispetto alle persone stesse, nel senso che, mentre la libera circolazione di capitali, di merci, di informazioni, e così via, è incoraggiata in quanto sostiene la dottrina del libero mercato e perpetua il capitalismo globale, la circolazione e i flussi di persone sono continuamente e vigorosamente filtrati, ostacolati e, talvolta, bloccati del tutto. Questa modalità solleva quello che Balibar19 chiama “la questione empirico-trascendentale dei bagagli”, in altre parole, “la questione riguardo se le persone trasportano cose o se le cose trasportano persone”20. Tale questione scatena subito la necessità di riflettere sul fatto che, per quanto riguarda le frontiere, alcune persone vengono trattate come cose, sia in termini delle varie tecnologie di scanning a cui sono sottoposte alla frontiera, e sia in termini dei circuiti di traffico di esseri umani attraverso i quali devono passare prima di raggiungere il confine “fatale”. Questo offuscamento dei confini, tra ciò che G. Fuller21 chiama “apparenze ontologiche”22, equivale alla “depersonalizzazione” delle persone, rendendole, per usare la potente fraseologia di Perera, “roba di contrabbando: traffico di clandestini, carico umano, di non persone”23.
L’Unione Europea sta investendo massicciamente in nuova tecnologia studiata per rilevare persone nascoste nei mezzi di trasporto verso e all’interno dell’Unione. Tale tecnologia include scanner a raggi X/gamma, sensori per rilevare la presenza di battito cardiaco ed apparecchiature per immagino – grafia medica ad onde millimetriche24.

Eterogeneità e ubiquità delle frontiere
Altra caratteristica, riguardo le frontiere nel pensiero di Balibar, riguarda l’eterogeneità e l’ubiquità delle frontiere26. Quest’ubiquità ed eterogeneità delle frontiere comprende pratiche per verifiche sia “all’interno” di un territorio che nella sua mutevole periferia, e meccanismi, più sottili, per l’accesso ai servizi sanitari pubblici, alle prestazioni sociali, alle procedure di richiesta per un conto corrente bancario, alla richiesta di una carta d’identità e così via. Queste attività burocratiche possono, infatti, funzionare come una frontiera interna alla stessa e come un filtro di legittimazione.
Da qui traspare un movimento dialettico in cui la frontiera, come la conosciamo, è al tempo stesso “moltiplicata” e “ridotta”, “diradata” e “raddoppiata”, tanto che il rapporto quantitativo tra frontiera e territorio viene invertito27. In altre parole, la frontiera è il paese-in-divenire: la frontiera diventa zona di stallo piuttosto che confine netto e, ancora, il confine diventa pseudonimo di casa. Ciò significa che le frontiere non sono al confine della politica ma “sono spazio stesso della politica”28 e come tali sono alla radice dell’”idealità” stessa che continua a dirigere riguardo a identità, cittadinanza, diritti, obblighi e così via. In questo modo, la frontiera emerge tanto più istituzionalmente come “condizione di possibilità di tutta una serie di istituzioni”29, la cui gestione, spesso, coincide con la gestione dell’identità e la gestione del corpo attraverso la tecnologia biometrica. Ciò che scaturisce dalla triangolazione di queste formulazioni (frontiera come zona limite, frontiera come casa e frontiera come istituzione) è una problematizzazione dell’intera esperienza (fenomenologica)30 dell’attraversamento delle frontiere, così come appare al soggetto, in termini di politica e di vita o morte, il che rende la questione “politica” dei migranti una questione essenzialmente “bio-politica”.
Si può essere un cittadino o si può essere un apolide ma è difficile immaginare di essere un confine.31
Tuttavia, al fine di capire cosa è racchiuso nel concetto di “bio-politica dei migranti”, si deve almeno “immaginare” cosa si prova ad essere un confine, che cosa si prova a vivere come un essere-soglia, la cui esistenza non è né questa né quella, la cui presenza non è né qui né là. Poiché questo diventa sempre più la “realtà” di milioni di persone, al punto che ora possiamo comodamente, o piuttosto a disagio, affermare che “essere un confine” è una categoria, a tutti gli effetti, della tassonomia sociale32. “Tassonomicamente” parlando, “essere un confine” è la condizione di quell’umano che vive una vita che consiste in un’attesa di vivere, ossia una non-vita33. La bio-politica d’immigrazione è, precisamente, la gestione di quell’attesa di vivere: l’attesa di vivere di quelle popolazioni umane che sono forzatamente piazzate in affollati centri di ferma o di accoglienza dove sono oggetto di sorveglianza e di scannerizzazione delle loro individualità, di quelle popolazioni la cui richiesta di asilo o di immigrazione sono sotto valutazione delle autorità competenti (processo che può durare diversi anni, prolungando lo stato di “semi-vita” nel quale si trovano milioni di immigrati e di richiedenti asilo), e di quelle popolazioni che, per mancanza di spazio nei centri di ferma o accoglienza, sono “abbandonate” nelle strade senza permesso di soggiorno, lavoro ed assistenza.
La bio-politica dei migranti è, quindi, la gestione della non-vita: la non-vita di coloro le cui richieste sono state respinte e di quelli qualificati insufficientemente, entrambi soggetti all’espulsione obbligatoria. Inoltre, la non vita dei “senza documenti” [i cosiddetti clandestini] sottoposti ad un costante stato di angoscia e paura per non avere un permesso di soggiorno, e, tantomeno, soggetti a fornire la manovalanza meno pagata e con nessuna tutela giuridica. Ancora, la non-vita di coloro che Peter Nyers34 chiama “deportspora”: una diaspora miserabile creata dal moltiplicarsi dei “corridoi di espulsione transnazionali”. La bio-politica d’immigrazione è, anche, la gestione della morte, la morte di migliaia di rifugiati e dei cosiddetti migranti “clandestini” annegati in mare, asfissiati in tir, investiti dai treni e assassinati in liti e conflitti con i trafficanti. In breve, bio-politica dei migranti è sinonimo della gestione della morte dei superflui35, di ciò che Bertrand Ogilvie chiama in modo inquietante “l’homme jetable”: l’essere umano “usa e getta” che nessuno vuole o necessita36.
Ma vi è, anche, un altro aspetto della bio-politica dei migranti, un aspetto che difficilmente può essere trascurato: la gestione della vita. La vita del gruppo appartenente alla categoria dei “quasi”: quasi – cittadini, cittadini-temporanei, in-attesa-di-diventare-cittadini, potenziali-cittadini e così via. In breve, la gestione della vita di tutti quelli che possono dimostrare la loro “legittimità” e “utilità”. Infatti, quando si tratta della politica dell’immigrazione contemporanea, legittimità e utilità sono inestricabilmente legate senza possibilità di separazione. E il loro legame è uno dei meccanismi per “setacciare, attraverso le forme desiderabili e indesiderabili, persone e migrazione, al fine di estrarre i massimi benefici economici dai processi globali37. Marcatamente, in “Secure Borders, Safe Haven”, il governo britannico riconosce che la “migrazione apporta enormi benefici: aumento delle competenze, livelli elevati di attività economica, diversità culturale e collegamenti globali”38. Pertanto, certe forme d’immigrazione, come quella dei lavoratori specializzati, sono incoraggiate e gestite attraverso una varietà di schemi39. Questi programmi sono una rappresentazione dell’”elitismo economico”40 nella misura in cui essi attuano come un mezzo per “distribuire i vivi nel dominio del valore (denaro) e dell’utilità”41, mentre stabilisce e mantiene le frontiere deliberatamente diverse tra coloro che possono contribuire “di più all’erario pubblico” e coloro che hanno “poco o niente da offrire”42. A questo proposito, la politica d’immigrazione sta diventando sempre più simile alla “gestione di un business”43, aspetto che viene alla ribalta, soprattutto, nel tipo di linguaggio adottato in tutti i documenti della Commissione Europea riguardo l’immigrazione. In effetti, in questi documenti il sistema imprenditoriale riguardo l’immigrazione viene considerato come un sistema per massimizzare i benefici per l’Unione Europea derivato dal capitale umano qualificato richiesto per competere nel mercato globale44.
I criteri del business nella bio-politica dei flussi migratori
Dal momento che al giorno d’oggi, ogni business o azienda deve fare affidamento, in un modo o nell’altro, sulle tecnologie dell’informazione per sopravvivere alla spietatezza economica del mercato globale e massimizzare il suo “vantaggio competitivo”. La politica d’immigrazione fa anche affidamento sul suo “pesante investimento” in miriadi di soluzioni tecnologiche per organizzare la gestione del suo business e garantire che solo il “giusto tipo fra gli altri” (cioè l’esperto, il necessario) sia autorizzato ad entrare nelle business premises [il paese]. Questo affidamento sulla tecnologia per identificare chi è autorizzato ad entrare nel circuito “territoriale” della produzione del reddito è stato completato da un processo di “esternalizzazione” per cui il controllo sul flusso di movimento è condotto a distanza – per esempio, attraverso sistemi di visti rigorosi e dei consolati situati in paesi terzi – al fine di mantenere gli stranieri più poveri e dei potenziali richiedenti asilo a distanza, per quanto possibile, dalle frontiere dell’UE45. In questo modo, la tecnologia biometrica è adottata come uno strumento per facilitare e automatizzare lo smistamento delle identità attraverso l’identificazione e l’autenticazione. Funziona come un software anti-virus progettato per bloccare l’infiltrazione dell’indesiderabile (carico umano), da un lato, pur consentendo il passaggio del desiderabile46 (capitale umano) dall’altro. La tecnologia biometrica può, quindi, essere considerata come un collegamento tra i diversi aspetti della bio-politica dei migranti (la gestione di coloro che aspettano di vivere, la gestione della non vita, ovvero la gestione della morte e della vita) in modo da contribuire al duplice movimento incorporato all’interno di quest’ultima per cui il confine viene contemporaneamente, in modo selettivo e in modo non uniforme, chiuso e aperto. La modalità di pensiero stile business, che sostiene e governa la politica d’immigrazione, è stata anche gradualmente strisciante nella politica in materia di asilo, sollevando preoccupazione per il collegamento della problematica dell’asilo alle questioni economiche, quello che alcuni hanno chiamato la “raccolta dei rifugiati” (in stile vendemmia) utilizzando come criterio le capacità e il potenziale di assimilazione piuttosto che la necessità di una protezione47. Oltre a questo, ci sono altri motivi per cui è necessario essere scettici e non dare per scontata una protezione assoluta da parte dello Stato ospitante e, quindi, affrontare la questione della protezione con molta cautela.
In effetti, il fine ultimo del sistema di asilo dell’Unione Europea è quello di determinare chi necessita di protezione e chi no, provvedendo un rifugio sicuro e una rapida integrazione alla società europea di coloro che sono in necessità di tale protezione ed eliminando, velocemente, coloro che non sono in necessità. Ogni volta che uno Stato medita o meno di concedere asilo ad un individuo, lo Stato sta facendo un intervento nella politica di protezione. Questo è un problema politico importante perché la capacità di decidere su questioni di inclusione ed esclusione è un elemento chiave del potere sovrano48.

La politica dell’asilo come esercizio di bio-potere e di bio-sovranità
In un certo senso, si può affermare che la capacità dello Stato di decidere a chi sarà concessa la protezione e a chi no trasforma la sfera dell’asilo in un ambito del bio-potere: il potere di “far vivere” (coloro che hanno ottenuto asilo) e di “lasciar morire” (coloro che sono ritenuti non meritevoli o non effettivamente bisognosi di protezione). Naturalmente, nella documentazione al riguardo ciò che rimane esplicito è solo la prima funzione del bio-potere: il far vivere, articolata attraverso lo slogan di “rifugio sicuro”. Per quanto riguarda la funzione del bio-potere di “lasciar morire”, essa è nascosta dietro il denso discorso circa la legittimità e la sicurezza49. Ciò nonostante, difficilmente si può non sentire il suo eco riverberante ogni volta che la minaccia della deportazione è invocata. Infatti, la promessa di protezione e la minaccia di espulsione lavorano in tandem attraverso le disposizioni burocratiche della politica dell’accoglienza50. Queste pratiche rivelano la concomitanza delle due funzionalità del bio-potere (lasciar vivere e lasciar morire) e l’ambivalenza intrinseca della politica di asilo.
In un altro senso (ma non troppo separato dal primo), il fatto che lo Stato abbia la tendenza a “monopolizzare” la decisione riguardo a chi sarà concessa la protezione e a chi no e a determinare da solo i termini e le condizioni di tale protezione, trasforma la questione dell’asilo anche in una questione di sovranità. Come P. Nyers sostiene, e come vediamo oggi all’interno della Unione Europea, questo monopolio non è solo una “determinazione umanitaria”, ma una “fonte cruciale di legittimazione per il potere sovrano” e un momento importante per le varie “(ri)fondazioni nazionali e internazionali”51. Quindi, se il discorso della tutela potrebbe darci una ragione per pensare che il cosiddetto “processo di asilo umanitario” pone un limite sul funzionamento della sovranità dello stato-nazione, ci dà anche una ragione di credere che una diversa modalità di sovranità è costantemente al lavoro. Questa modalità di sovranità non è altro che ciò che Anne Caldwell chiama la “bio-sovranità: una forma di sovranità che opera secondo la logica dell’eccezione piuttosto che della legge, applicata alla vita materiale piuttosto che alla vita giuridica”52. Ogni volta che il governo “interviene” nelle politiche di protezione, esso “solleva la questione sullo status della vita” e richiede una decisione sovrana sulla vita”53 Ogni volta che agisce per decidere la sorte dei richiedenti asilo o di coloro che hanno perso ogni status possibile eccetto “la nudità astratta di essere umano e nient’altro che umano”54, il governo produce lungo il percorso un’”umanità detrito”55; una umanità che non è più umana e che è resa suscettibile di diverse disposizioni organizzative eccessive, comprese quelle della detenzione, della deportazione, delle impronte digitali obbligatorie e così via. Hannah Arendt ci ricorda, già negli anni ’60 del secolo scorso, che, “solo con un’umanità organizzata in una società totalitaria, identificata completamente con la narrativa dello stato-nazione, la perdita della patria e dello status politico potrebbe diventare identica all’espulsione del tutto dal umanità come concepita”56.
Pertanto, il discorso del “rifugio sicuro” non deve ingannare nessuno, né nessuno dovrebbe essere sorpreso dal fatto che l’organizzazione umanitaria dello Stato57 e il suo intervento nel settore della protezione sono coesistenti con forme di violenza che catturano la nuda vita dei richiedenti asilo e dei migranti irregolari nella rete del suo potere bio-sovrano. A volte, è nel nome della tutela che la violenza viene esercitata. A volte, è la logica stessa dell’umanitarismo che giustifica pratiche eccezionali intrise di intenzioni e impulsi sovrani. Come sostiene S. Žižek 58, “l’oggetto privilegiato della bio-politica umanitaria […] viene privato dalla sua piena umanità attraverso l’aria di superiorità con cui fornisce la protezione”. Egli continua a aggiungere che i campi profughi e la fornitura di aiuti umanitari “sono le due facce, “umana” e “disumana”, della stessa matrice formale socio-logica” [della stessa logica sociale]59.

Conclusione: l’umanità irretita nelle ritualità degli stati-nazioni, delle fedi religiose e delle più svariate costruzioni sociali
Lo spunto di riflessione che quest’argomentazione sulla bio-politica dei migranti vuole proporre è che, come alternativa al repertorio ricorsivo politico massmediatico circa ciò che accade nei confini dell’Unione Europea con la crisi della gestione della vita dei richiedenti asilo e dei migranti e con i vari tentativi di rifondazioni nazionali ed internazionali che scuotano l’Europa, ancora nella precaria secolarizzazione in cui siamo costretti ad abitare per via della conoscenza acquisita su ciò che denominiamo vita e uomo, dal momento che la gestione della vita diventa oggetto del potere politico questa funzione di bio-sovranità che viene conferita al potere politico stesso lo rende inevitabilmente ambiguo, portatore di liberazione ed oppressione, di sicurezza e di pericolo, per cui il sogno della gestione moderna della vita attraverso la politica era e rimane sempre vicino al “genocidio”60. Quest’osservazione di Foucault ci pone di fronte alla nostra responsabilità etica in quanto cittadini di uno stato con un governo esecutivo di una bio-politica agita nel nostro nome.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale e con la globalizzazione successiva, l’“umanità” è emersa come oggetto di gestione politica, nello stesso modo in cui i “popoli” sono l’oggetto di gestione degli stati-nazioni. Al riguardo, ancora i “popoli” sono chiamati a legittimare i governi degli stati-nazioni, il potere dell’”umanità” è, però, meno apparente. Infatti, è questo che Hanna Arendt ci anticipava. Come società organizzate noi non ci confrontiamo con la nudità di essere nient’altro che umani. Nelle nostre società organizzate, l’umanità è irretita nelle ritualità degli stati-nazioni, delle fedi religiose, delle più svariate costruzioni sociali, siano esse istituzioni o semplici idealità. Quest’umanità, classificata fondamentalmente in popoli, razze e religioni, è ancora poco allenata a percepirsi come una specie che è capitata per caso senza niente prestabilito sul suo destino. Ricordare questo brivido della nostra condizione iniziale potrebbe essere utile a risvegliarci da tante fantasticherie che, piuttosto che conservarci, accentuano le nostre sofferenze quotidiane.
La globalità dei flussi finanziari e dei mercati, col suo carico di flussi umani, comporta l’esposizione dell’umanità, in quanto tale, ad ogni tipo di ineguaglianza riguardo le condizioni materiali di esistenza e a complesse asimmetrie cognitive e simboliche che contengono dislivelli indicibili riguardo l’interpretazione della morte e della vita! Dinnanzi a questi scenari, a cui queste asimmetrie ci espongono, è semplicistico affrontare i flussi umani dell’economia globale, flussi alla ricerca di una nuova cittadinanza mondiale, con la bio-politica dei traballanti stati-nazionali.
Come invertire la rotta?
- Heidi L. Behforouz, M.D., Paul K. Drain, M.D., M.P.H., and Joseph J. Rhatigan, M.D. BECOMING A PHYSICIAN Rethinking the Social History. The New England Journal of Medicine, Vol. 371, No. 14, October 2, 2014.
- Con il termine White Paper [libro bianco] si indica un documento ufficiale pubblicato da un governo o da un’organizzazione al fine di rendere ufficiale un rapporto, per esempio nel caso delle proposte avanzate dalla Commissione europea riguardo all’azione dell’Unione europea in un’area specifica.
- UK Home Office White Paper on Asylum and Immigration: “Secure Borders, Safe Haven. Integration with Diversity in Modern Britain.” UNHCR. Disponibile on-line.
- Ajana, Btihaj. Governing through biometrics. The Biopolitics of Identity. Palgrave MacMillan, London, 2013, p. 52.
- Ibidem
- Balibar, E. Politics and the Other Scene. Verso, London, 2002.
- Ibidem p. 82.
- Ibidem p. 78.
- Ibidem p. 79.
- UK Home Office White Paper on Asylum and Immigration: “Secure Borders, Safe Haven. Integration with Diversity in Modern Britain.”
- Walters, W. Secure borders, safe haven, demopolitics. In “Citizenship Studies”, Vol. 8, no. 3, pp. 237-260. 2004, p. 239.
- Balibar, E. op. cit. p. 81.
- E in tal caso, molto dipende da quale tipo di passaporto africano la persona è titolare. Molto probabilmente un cittadino bianco sudafricano ha il diritto a procedere senza dilazioni come qualunque altro cittadino europeo e probabilmente in modo più spedito da un cittadino europeo di origine nigeriana.
- Balibar, E. op. cit. p. 81.
- Ibidem p. 83.
- Ibidem p. 77.
- Ibidem p. 90.
- Marc Augé in Fuller, G. Life in transit: Between airport and camp. In “Borderlands e-Journal”, vol. 2, no. 1, 2003.
- Balibar, E. op. cit. p. 91.
- Ibidem
- Fuller, G. op. cit. 2003.
- “apparenze ontologiche” in quanto ciò che accade viene interpretato come un disegno che niente ha a che vedere con le azioni sociali poiché ciò che accade sarebbero le condizioni della vita e del mondo, come quelle che hanno determinate l’esistenza degli oceani terrestri, dei dinosauri, dell’universo, del mercurio e cosi via, includendo tutto quanto esiste e che non dipende dell’azione dell’uomo.
- Perera, S. What is a camp?, in “Borderlands e-Journal”, vol. 1, no. 1, 2002 http://www.borderlandsejournal.adelaide.edu.au/vol1no1_2002/perera_camp.html.
- UK Home Office White Paper, op. cit. p. 96.
- Balibar, E. op. cit. p. 81.[/efn_not4]. In breve, le frontiere non rappresentano più solamente dei confini, nel senso che non sono più costituite, unicamente, dall’aspetto “materiale” di un blocco fisico, ma sono, illimitatamente e invisibilmente, “attualizzate” [materializzate] all’interno di connaturati processi salottieri e di amministrazione “interna” e di organizzazione burocratica. Come tali, le frontiere sono ovunque, o, almeno, “ovunque i controlli selettivi si trovino”25Ibidem p. 34.
- Ibidem p. 92.
- Ibidem
- Ibidem p. 84.
- Fenomenologico: modo di apparire delle cose al soggetto, ma anche le cose stesse in quanto si danno nei fenomeni.
- André Green, in Balibar E. op. cit. 88,
- Balibar e altri studiosi della questione asseriscono che “essere un confine sia uno stato ontologico per eccellenza”. Parlare di ontologia in questo caso sarebbe omologare tale condizione, emersa da dinamiche umane e geografiche molto complesse, all’eruzione di un vulcano o all’esistenza di un fiume, evento o condizione che non originano da azioni umane. Per questa ragione preferiamo denominare questa condizione una “categoria della tassonomia sociale” perché tale “classe” emerge da dinamiche umane e non da ontologia alcuna.
- Balibar, E. op. cit. p. 83.
- Nyers, P. Abject cosmopolitanism: The politics of protection in the anti-deportation movement. In Third World Quarterly”, vol. 24, no. 6, pp. 1069-1093, 2003, p. 1070.
- Balibar, E. op. cit. p. 142.
- Ogilvie, B. L’Homme jetable. Essai sur l’exterminisme et la violence extrême, Éditions Amsterdam, Paris, 2012.
- Nira Yuval-Davis, Flava Anthias & Eleonare Kofman. Secure borders and safe haven and the gendered politics of belonging: Beyond social cohesion. In “Ethnic and Racial Studies”, Vol. 28, Issue 3, Special Issue: Migration and Citizenship. 2005, pp. 513-535.
- UK Home Office. Op. cit. p. 9.
- Ad esempio, il “Highly Skilled Migrant Programme”, i “Points-Based Work Permits” e il “Sector Based Scheme”.
- Cohen, S. No One Is Illegal: Asylum and Immigration Control, Past and Present. Trentham Books Ltd, Staffordshire, 2003, p. 72.
- Foucault, M. History of Sexuality: The Will to Knowledge. Allen Lane, UK. 1979, p. 144.
- Cohen, S. op. cit. p. 73.
- Walters, W. Op. cit. p. 244.
- UK Home Office White Paper, op. cit. p. 42.
- Bigo, Didier. Globalized (In)security: The Field and the Ban-Opticon. https://www.researchgate.net/publication/240616734_Globalized_inSecurity_the_Field_and_the_Ban-opticon_1 p.6
Nira Yuval-Davis, Flava Anthias & Eleonare Kofman. op. cit. p. 518. - Nira Yuval-Davis, Flava Anthias & Eleonare Kofman (op. cit. p. 520) considerano che questo smistamento delle identità consente un meccanismo di drenaggio di popolazione istruita e competente dal Terzo Mondo. Loro lo chiamano “l’exode des cerveaux” [drenaggio dei cervelli].
- Nira Yuval-Davis, Flava Anthias & Eleonare Kofman. op. cit. p. 518.
- Nyers, P. op. cit. p. 1071.
- Ajana, Btihaj. op. cit. p. 60.
- Ibidem
- Nyers, P. op. cit. p. 1090.
- Caldwell, Anne. Bio-Sovereignty and the Emergence of Humanity. In “Theory & Event”. Vol. 7, Issue 2, 2004, p. 3.
- Ibidem p. 11.
- Arendt, Hanna. The origin of Totalitarianism. Harcourt Brace Jovanovitch, London, 1966.
- Rajaram, P.R. & Grundy-Warr, C. The irregular migrant as homo sacer: Migration and detention in Australia, Malaysia, and Thailand. In “International Migration”, vol. 42, no. 1, 2004, pp. 33-64.
- Arendt, Hanna. op. cit. p. 267.
- Al riguardo, si può sollevare l’obiezione che gli interventi umanitari in materia di asilo non sono sempre gestiti dallo stato. Un tale monopolio non esiste, in quanto vi sono altri attori che prendono parte nelle operazioni umanitarie, quali ONG, gruppi impegnati nei diritti umani e organizzazioni religiose. Tuttavia, molti studiosi in materia sostengono che rimane il fatto che queste organizzazioni umanitarie condividono con lo stato lo stesso oggetto del loro intervento, vale a dire la vita di coloro che cercano protezione. Al riguardo, merita considerazione l’osservazione di Agamben che sostiene che le organizzazioni umanitarie, malgrado loro stesse, “mantengono una solidarietà con i poteri stessi che cercano di combattere”. Agamben, Giorgio. Homo Sacer: Sovereign Power and Bare Life. Stanford University Press. California, 1998, p. 133.
- Žižek, S. Welcome to the Desert of the Real. Verso, London, 2002, p. 91.
- Ibidem
- Hanna Arendt sostiene che le politiche tecno-burocratiche sono epitome dal governo di Nessuno che è il più tirannico di tutti perché non prepone nessuno che possa essere interpellato riguardo ciò che viene fatto. Queste politiche di gestione della vita sono organizzate ed attuate in modo che nessuno può essere ritenuto responsabile. Arendt, Hanna. On Violence. Hartcourt Brace. New York, 1969, p. 233.








