BIO – Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità – Educational Papers • Anno XV • Numero 57 • Marzo 2026
La teoria della stabilità egemonica e la fine della Pax Americana
Non stupisce gli studiosi della cosiddetta storia universale che, con la nostra tendenza accademica ufficiale a naturalizzare e universalizzare le esperienze storiche occidentali, molti lettori siano sorpresi dell’asserzione del titolo di quest’articolo: i quindici secoli di un mondo senza egemonia! Per i non addetti in materia questo titolo potrebbe costituire un’eresia nonché un qualcosa che risulta innaturale.
Risulta ugualmente naturale per storici con antenati provenienti dall’Oceano Indiano coinvolgersi in un’argomentazione che annuncia che l’ordine internazionale liberale o Pax Americana, vale a dire, l’ordine mondiale costruito dagli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale, stia volgendo al termine. Mi riferisco, specificamente, ai miei ospiti principali per questa discussione Manjeet S Pardesi1 e Amitav Acharya2, entrambi coautori del recente e polemico libro Divergent Worlds: What the Ancient Mediterranean and Indian Ocean Can Tell Us About the Future of International Order3.
Non sorprende nemmeno che mettere in discussione la naturalezza universale dell’idea dell’ineluttabilità di un’egemonia mondiale, benché in certe cerchie accademiche sia un dibattito ordinario, porti nell’opinione pubblica dei cittadini occidentali a timori di disordine e caos e, cosa ancora peggiore, di un’imminente egemonia cinese o Pax Sinica.
Ciò che Manjeet S Pardesi e Amitav Acharya intendono con la divulgazione del loro lavoro è segnalarci che questo modello di pensiero, che prevede la necessità di una potenza dominante o egemonica a garanzia della stabilità globale, è stato sviluppato dagli studiosi statunitensi di relazioni internazionali del XX secolo ed è noto come teoria della stabilità egemonica (HST)4.
In particolare, intendono evidenziare, a beneficio di un allargamento delle nostre visioni del mondo, che la teoria della stabilità egemonica si è sviluppata a partire dal lavoro dell’economista americano Charles P. Kindleberger. In effetti, nel suo acclamato libro del 1975 The World in Depression 1929-19395, Kindleberger sosteneva che: “Il sistema economico mondiale è instabile a meno che qualche paese non lo stabilizzi” e che, nel 1929, “gli inglesi non potevano e gli Stati Uniti non volevano”. Sebbene Kindleberger fosse principalmente interessato all’ordine economico, stando a Manjeet S Pardesi e Amitav Acharya6, la sua visione fu trasformata dagli studiosi di relazioni internazionali, che associarono l’egemonia a ogni sorta di cose. In particolare, Pardesi e Acharya7 propongono che, dopo aver introiettato la teoria della stabilità egemonica ci si aspetta, generalmente, che una potenza egemonica svolga uno o tutti e tre i ruoli principali: in primo luogo, come potenza militare dominante che garantisce pace e stabilità; in secondo luogo, come attore economico centrale all’interno del sistema globale; e, in terzo luogo, come leader culturale e ideologico, diffondendo attivamente le proprie idee politiche in tutto il sistema o fungendo da modello che altri cercano di emulare.
Nell’interpretazione Pardesi e Acharya8, la teoria della stabilità egemonica si estende a tutti gli aspetti della Pax Americana per cui la potenza navale statunitense è vista come un “bene pubblico” fornito dall’egemone che garantisce i beni marittimi comuni del mondo. Tuttavia, nel contesto odierno, segnalano Pardesi e Acharya9, molti pensatori ora guardano la crescente potenza della Cina, in particolare quella navale, come una sfida all’ordine internazionale liberale guidato dagli Stati Uniti e temono che questo attacco all’egemonia statunitense preannunci disordine. Difatti, segnalano Pardesi e Acharya10, il ritorno del presidente statunitense Donald Trump alla Casa Bianca ha, ovviamente, accentuato questi timori liberali, soprattutto negli Stati Uniti ma, anche, tra gli alleati dell’America, in particolare nei suoi partner occidentali. La premessa della teoria della stabilità egemonica, elaborata dagli americani all’apice del secolo americano, precisano Pardesi e Acharya11, è tuttavia errata. Sotto questo aspetto, loro sostengono, contravvenendo al nostro pensiero convenzionale in materia, che la storia ci mostra che esistono altre vie per raggiungere l’ordine internazionale e che la stabilità non richiede l’egemonia. Al riguardo, ci segnalano che la lunga storia dell’Asia marittima indica che, contrariamente a questa teoria americana sull’ordine internazionale, un egemone non è necessario per un ordine mondiale funzionante.
Da quando la teoria delle relazioni internazionali è emersa nel mondo moderno con l’ascesa della potenza europea, la documentazione utilizzata da Pardesi e Acharya12 nella loro discussione, consente loro di segnalare che essa ha teso a naturalizzare e universalizzare le esperienze storiche occidentali. Gli studiosi occidentali di relazioni internazionali, precisano Pardesi e Acharya13, amano guardare la Roma classica come il caso paradigmatico di una marina egemonica. In una tale visione, la marina romana aveva garantito la stabilità di un sistema commerciale marittimo, il Mediterraneo. Le élite anglo-americane, di conseguenza, furono educate a considerare la Pax Britannica nel XIX secolo e la Pax Americana dopo la metà del XX secolo come fondate sulla Pax Romana nel Mediterraneo classico e come legittime eredi di quest’ultima.
Il paradigma dell’Ordine Multiplo dell’Oceano Indiano Orientale Classico
Tuttavia, puntualizzano Pardesi e Acharya14, non esiste alcuna legge che imponga di utilizzare la storia del Mediterraneo classico sotto l’egemonia romana come modello per comprendere la storia o la teoria delle relazioni internazionali. Infatti, la documentazione citata da Pardesi e Acharya nel loro libro, Divergent Worlds: What the Ancient Mediterranean and Indian Ocean Can Tell Us About the Future of International Order15, espone come l’Oceano Indiano orientale classico, dal I al XV secolo d.C. circa, corrispondente all’attuale Asia sud-orientale, costituisca un ordine mondiale coerente con caratteristiche particolari. Naturalmente, segnalano Pardesi e Acharya, poiché questo ordine asiatico esisteva prima dell’arrivo delle potenze imperiali europee, gli studiosi di relazioni internazionali iniziano solo ora ad apprezzare come esso abbia garantito stabilità a lungo termine in assenza di una potenza egemonica e, in particolare, come sia emerso dal ruolo cruciale delle potenze regionali (o non egemoniche) in quel sistema. Sotto quest’aspetto Pardesi e Acharya16 ritengono che tale ordine asiatico fornisca un modello efficace per l’ordine mondiale emergente ora, dopo l’egemonia statunitense. Quest’ordine emergente è ciò che loro chiamiamo un ordine multiplo, di cui l’Oceano Indiano orientale classico costituisce il caso paradigmatico17. Nel loro ragionamento, quest’ordine avrebbe fornito all’Asia marittima un modello duraturo e stabile di interazioni tra un gruppo di stati senza un egemone o una potenza mondiale che ne dettasse i termini.
Stando alle loro referenze per sostenere quest’interpretazione dell’ordine multiplo, all’inizio dell’era volgare [Common Era]18, il corridoio oceanico tra le potenze manifatturiere di Cina e India era la parte più dinamica dell’economia mondiale. Alcuni importanti storici mondiali sostengono addirittura che l’Asia godesse di un “vantaggio economico” sull’Europa occidentale fino alla Rivoluzione Industriale (circa 1800). Al riguardo, secondo lo storico Angus Maddison19, Cina e India potrebbero aver rappresentato metà del PIL mondiale durante questi 18 secoli. Il Sud-est asiatico – lo spazio tra Cina e India – era centrale nel mondo marittimo, collegando queste due potenze economiche20

La navigazione del Sud-Est asiatico
Sugli elementi riferiti da Pardesi e Acharya21, originariamente, nella seconda metà del I millennio a.C., furono i popoli del Sud-Est asiatico, in particolare quelli appartenenti ai gruppi austronesiani, a tracciare le rotte marittime verso la Cina e l’India. Per secoli, stando alle loro fonti, i popoli del Sud-Est asiatico svolsero un ruolo chiave nel collegamento del mondo orientale dell’Oceano Indiano. Almeno dalla metà del I millennio a.C., i popoli del Sud-Est asiatico commerciavano con la Cina e l’India su navi di propria progettazione che viaggiavano utilizzando le tecniche di navigazione locali. Secondo una fonte cinese del III secolo d.C., riportata da Pardesi e Acharya22, le navi del Sud-Est asiatico, probabilmente provenienti dall’attuale Indonesia, erano lunghe più di 50 metri e potevano trasportare 600- 700 passeggeri e 600 tonnellate di merci. Nell’VIII secolo d.C. potevano trasportare più di 1.000 persone.
Nella descrizione elaborata da Pardesi e Acharya23, la navigazione del Sud-Est asiatico fu la chiave per i collegamenti marittimi tra Cina e India, soprattutto fino all’inizio del II millennio. Un esempio riferito da loro è l’ambasciata dell’imperatore Han Wudi24 a Huangzhi (Kanchi) nell’India meridionale nel II secolo a.C. che avrebbe viaggiato su navi austronesiane. Un’altra missione Han, secondo i nostri studiosi di riferimento, a Huangzhi all’inizio dell’era volgare non avrebbe viaggiato su navi cinesi, il che significa, quasi certamente, che avrebbe viaggiato su navi austronesiane. Allo stesso modo, riferiscono Pardesi e Acharya25, Yijing26, il pellegrino buddista cinese che visitò il regno di Sriwijaya in Sumatra nel VII secolo d.C., proseguì verso Tamralipti nell’India orientale lungo il Golfo del Bengala su una nave reale del maharaja (re) di Sriwijaya. Stando a loro, documenti archeologici e letterari confermano che le “grandi navi e flotte commerciali” dei regni del Sud-est asiatico navigarono tra il Golfo del Bengala e il Mar Cinese Meridionale fino alla prima metà del II millennio a.C. I capitani delle navi del Sud-est asiatico, si desume, avrebbero giocato un ruolo centrale in queste reti di trasporto marittimo e commerciale.

I regni mandala del Sud-est asiatico
Nell’interpretazione di Pardesi e Acharya27 le comunità politiche del Sud-est asiatico erano in feroce competizione per il commercio marittimo. Tuttavia, sostengono, che a differenza del Mediterraneo romano, l’Oceano Indiano orientale era privo di una potenza navale egemonica che dominasse intere rotte commerciali. Nel parere di Pardesi e Acharya, mentre i regni mandala del Sud-est asiatico – un sistema di governo decentralizzato, che prende il nome dai simboli indù e buddisti raffiguranti un cerchio all’interno di un quadrato – erano impegnati in rivalità commerciali e guerre, nessuna comunità politica del Sud-est asiatico era in grado di controllare l’intera rotta marittima che si estendeva dal Mar Cinese Meridionale al Golfo del Bengala. Quest’arte della ricerca di Pardesi e Acharya consente loro di asserire che non esisteva un’egemonia navale in questo mondo marittimo28. Nel loro discernimento, ciò era almeno in parte correlato alla natura dell’organizzazione politica del mandala29 e alle relative pratiche belliche nel Sud-est asiatico. La “comunità politica del mandala”, un termine teorizzato dallo storico O. W. Wolters30, si riferisce al regno di autorità di un re il cui potere si irradiava da un centro e includeva altri sovrani simili di livello inferiore nella gerarchia. Il potere di un sovrano mandala diminuiva con la distanza e/o si sovrapponeva ai margini dell’autorità di altri regni mandala. In ogni modo, nella tesi di Pardesi e Acharya31, nessuno avrebbe esercitato l’egemonia in queste acque dopo il 1025 e tuttavia il commercio marittimo avrebbe continuato a prosperare.
Per tutto il periodo classico, sostengono Pardesi e Acharya32, il Sud-est asiatico fu il regno di centinaia di mandala, alcuni più grandi di altri. Nella loro interpretazione, il sistema dei mandala non solo avrebbe affermato l’autonomia dalle maggiori potenze regionali, come quelle di Cina e India, ma avrebbe creato anche un ordine internazionale stabile fino alla metà del II millennio d.C.33, quando fu sconvolto dall’avvento della colonizzazione europea della regione. I regni dei mandala sorsero e caddero mentre si contendevano il commercio marittimo, ma le comunità politiche sconfitte non furono incorporate burocraticamente o territorialmente nel regno del vincitore. Al contrario, il monarca perdente era materialmente e ritualmente subordinato al monarca vittorioso come sovrano inferiore. Di conseguenza, sostengono i nostri referenti in quest’argomentazione, i sovrani del Sud-est asiatico miravano solo a controllare le proprie acque locali, anziché dominare l’intera rotta commerciale marittima a lunga distanza tra Cina e India. In questo mondo interattivo e interconnesso, suggeriscono Pardesi e Acharya34, se un mandala locale scompariva, un altro ne assumeva la posizione nodale.
Nel loro discernimento, sebbene il mandala di Sriwijaya35, emerso a Sumatra nel VII secolo d.C., potrebbe rappresentare un’anomalia, esso rafforza il modello più ampio. Cercando di dominare lo Stretto di Malacca, stando alle fonti riferite da Ronald Findlay e Kevin H. O’Rourke in Power and Plenty: Trade, War, and the World Economy in the Second Millennium36, Sriwijaya potrebbe aver tentato di controllare tutti i commerci tra l’Oceano Indiano e il Mar Cinese Meridionale. Una sostanziale resistenza agli sforzi di Sriwijaya sorse, tuttavia, stando alle referenze di Pardesi e Acharya37, da altre potenze politiche lungo lo Stretto. Inoltre, altri regni mandala, in particolare il regno di Heling a Giava e il regno di Champa nell’attuale Vietnam meridionale, avrebbero inviato più missioni tributarie in Cina di quante ne avesse inviate Sriwijaya durante l’Impero Tang. In altre parole, le rivendicazioni di Sriwijaya sul controllo dello Stretto di Malacca sono, nell’opinione di Pardesi e Acharya, probabilmente esagerate, sebbene vi esercitasse certamente una qualche forma di influenza simile a quella dei mandala. Per loro ciò che è importante da sottolineare è che il commercio marittimo tra India e Cina attraverso il Sud-est asiatico era fiorito sia prima dell’ascesa di Sriwijaya nel VII secolo, sia dopo il suo apice nell’XI secolo. Pertanto, anche se Sriwijaya avesse esercitato, temporaneamente, una qualche forma di egemonia nello Stretto di Malacca, ciò non era evidentemente necessario per far funzionare quel sistema commerciale. In particolare, lo Stretto di Malacca era solo un segmento – seppur importante – del mondo commerciale dell’Oceano Indiano orientale tra Cina e India. Altri importanti passaggi marittimi tra India e Cina includevano lo Stretto della Sunda [Sonda]38 e lo Stretto di Lombok39, e una combinazione di rotte marittime e terrestri attraverso la penisola thailandese-malese e attraverso il Golfo del Bengala fino al Myanmar e alla Cina meridionale. In ogni modo, a giudizio di Pardesi e Acharya40, nessuna entità politica del Sud-Est asiatico fu in grado di dominare l’intera rete.
Al riguardo, aggiungono questi studiosi, anche l’intervento di grandi potenze, come le potenze indiane e siniche, non portò a un dominio egemonico (o al controllo del mare) sull’intero mondo orientale dell’Oceano Indiano. Come segnalano loro41, le più importanti campagne militari indiane nel Sud-est asiatico furono gli attacchi condotti dall’Impero Chola42 nell’XI secolo, nel 1017, nel 1025 e negli anni 1070.
Presumibilmente, assumono Pardesi e Acharya, i Chola stavano reagendo all’interferenza degli Sriwijaya nei loro commerci con la Cina. Nella loro interpretazione, uno dei risultati più importanti dell’invasione del 1025 è stato il controllo dei Chola sul porto di Sriwijaya, nel Kedah, all’estremità settentrionale dello Stretto di Malacca. Tuttavia, ci tengono a sottolineare Pardesi e Acharya, i Chola non controllavano i confini meridionali di questo Stretto e, di conseguenza, nemmeno dello Stretto di Malacca.
In ogni modo, sostengono che i Chola distrussero anche la pretesa egemonica degli Sriwijaya sullo Stretto. Nell’arte della ricerca di Pardesi e Acharya, nessuno ha esercitato più l’egemonia in queste acque dopo il 1025, ma il commercio marittimo avrebbe continuato a prosperare. In effetti, uno dei pilastri della loro interpretazione è il loro postulato che sostiene che i commercianti indiani avevano solcato le acque dell’Asia marittima insieme ai loro omologhi del Sud-est asiatico fin dall’inizio dell’era volgare.

I commercianti cinesi e l’arrivo dei mongoli
In questo quadro interpretativo i commercianti cinesi, al contrario di quelli indiani, svolsero un ruolo prevalentemente passivo fino al 1090, durante il periodo Song. A giudizio di Pardesi Acharya43, prima di allora, erano proprio questi i commercianti d’oltremare, le cui reti commerciali e di spedizione si estendevano fino alla Cina, piuttosto che le reti cinesi che si estendevano oltreoceano. In conformità con la loro interpretazione, l’ingresso dei commercianti cinesi in questo mondo commerciale avvenne in assenza di coercizione e una marina propriamente cinese oceanica fu creata solo nel 1132. Mentre i cinesi del XII secolo costruivano la loro potente flotta, “adottarono alcune delle competenze dei loro vicini meridionali”, imparando molto dalla cantieristica del Sud-est asiatico, segnalano l’archeologo Pierre-Yves Manguin ed altri studiosi44. In base a Pardesi e Acharya45, l’ingresso dei Song nel commercio marittimo su una nuova scala portò allo stato ingenti entrate, ma potrebbe anche aver contribuito alle sue difficoltà fiscali. Il crescente consumo di beni provenienti dall’Oceano Indiano orientale da parte dello stato cinese determinò un consistente deflusso di denaro dalla Cina. Nonostante la loro imponente flotta (la marina Song era probabilmente la più grande al mondo all’epoca) i cinesi, stando a Pardesi e Acharya, non tentarono di conquistare il Sud-est asiatico. A loro giudizio, i Song consideravano la loro marina principalmente come una forza difensiva contro i Mongoli del nord, contro i quali alla fine persero la battaglia con la conquista mongola della Cina.
A differenza di Sriwijaya e dei Song, i Mongoli, ipotizzano Pardesi e Acharya46, aspiravano davvero alla conquista di ciò che nel loro contesto storico era il mondo. Nel XIII secolo, inviarono massicce spedizioni navali al regno di Champa (antica civiltà vietnamita) e di Giava e ambasciate marittime nell’India meridionale, costringendo l’India meridionale a sottomettersi all’autorità mongola. Nel 1292-93, nel tentativo di conquistare Giava, la dinastia Yuan, guidata dai Mongoli, a detta di Pardesi e Acharya, inviò in Cina 1.000 navi e 20.000 soldati, oltre alla cavalleria. Nonostante la loro impressionante flotta, in base alle fonti dei nostri studiosi di riferimento, le campagne mongole nel Sud-est asiatico marittimo fallirono. A giudizio di Pardesi e Acharya, la spinta navale degli Yuan sarebbe stata guidata dall’ideologia politica di conquista del mondo e non da ragioni economiche, e, di conseguenza, non tentarono di ristrutturare i flussi commerciali nel Sud-est asiatico. Tuttavia, i Mongoli non furono in grado di dominare “nemmeno una parte considerevole delle rotte marittime, tanto meno la totalità”, come ha suggerito lo storico Thomas T. Allsen47.
Tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo, i sovrani cinesi della successiva dinastia Ming, stando a Pardesi e Acharya48, cercarono di superare i loro predecessori mongoli-Yuan tentando di sottomettere l’intero mondo orientale dell’Oceano Indiano al cosiddetto “sistema dei tributi”. Tentarono persino di estendere l’influenza Ming all’Oceano Indiano occidentale. Le imponenti spedizioni navali di Zheng He (tra il 1405 e il 1433) cercarono di controllare e regolamentare il commercio marittimo nel Sud-est asiatico e nell’Oceano Indiano, ma, a giudizio di Pardesi e Acharya, l’economia Ming non dipendeva dal commercio marittimo. Sotto quest’aspetto, le fonti del lavoro di Thomas Allsen Culture and Conquest in Mongol Eurasia49, permettono di pensare che le entrate del primo stato Ming provenissero dalle tasse fondiarie (non dal commercio marittimo) e le spedizioni navali non sarebbero state lanciate per sostenere i commercianti cinesi etnici in quella regione. Piuttosto, si potrebbe desumere dalle fonti che le spedizioni Ming avrebbero tentato di dimostrare la potenza e lo status della Cina nell’Asia marittima e oltre. Secondo lo storico Edward Dreyer50, né Zheng He né i primi imperatori Ming «avrebbero avuto una teoria del potere marittimo» come documenterebbe la sua opera Zheng He: China And the Oceans in the Early Ming Dynasty, 1405-1433. Inoltre, lo studioso asiatico Tansen Sen ha osservato in Buddhism, Diplomacy, and Trade: The Realignment of India–China Relations, 600–140051 che gli “incontri” di Zheng He erano un’eccezione in quanto “differivano significativamente da quelli dei periodi precedenti e non furono mai più replicati da nessuna corte futura in Cina”. Pertanto, anche quando la Cina divenne attiva nell’Oceano Indiano orientale durante i periodi Song, Yuan e i primi Ming, il commercio regionale, stando a Tansen Sen52, non veniva svolto sotto l’egida dello stato o della marina cinese.
I cinesi etnici, come evincono Pardesi e Acharya dalla loro interpretazione dell’opera di Dreyer Early Ming China: A Political History, 1355-143553, avevano iniziato a stabilirsi nel Sud-est asiatico a partire dal periodo Song. Tuttavia, osservano Pardesi e Acharya, le attività navali della Cina durante i periodi Song, Yuan e i primi Ming non furono intraprese per sostenere gli interessi mercantili di questi commercianti cinesi. Per loro, sebbene la presenza di questi commercianti cinesi abbia certamente incrementato il commercio nell’Oceano Indiano orientale, i mercanti cinesi etnici non dominavano questo commercio. Nella loro interpretazione, nessun singolo stato o gruppo etnico deteneva un dominio esclusivo sul commercio marittimo dell’Oceano Indiano orientale, come puntualizza anche Tansen Sen in Buddhism, Diplomacy, and Trade: The Realignment of India–China Relations, 600–140054.

Durante i primi 15 secoli dell’era volgare nessuna comunità politica svolse un ruolo egemonico nel mondo dell’Oceano Indiano orientale
Durante questi quasi 15 secoli, ribadiscono Pardesi e Acharya55, nessuna comunità politica – nemmeno la Cina imperiale – ha svolto il ruolo di stabilizzatore egemonico nel mondo dell’Oceano Indiano orientale. A giudicare dai tre ruoli principali della teoria della stabilità egemonica – ovvero dai loro ambiti di sicurezza, economico o culturale/ ideazionale – non c’era alcun egemone nell’Oceano Indiano orientale classico.
In primo luogo, non c’era un egemone navale o una Pax Sinica in questo mondo marittimo. Le comunità politiche mandala del Sud-est asiatico continuarono a combattere e competere per il commercio marittimo legato alla formazione dello stato. Ad esempio, Angkor e Champa erano vigorose rivali, e Angkor potrebbe persino aver stretto un’intesa con i Chola dell’India meridionale prima del loro attacco a Sriwijaya all’inizio dell’XI secolo56. Prima dell’emergere della Cina come potenza marittima sotto i Song, la Cina cercò di gestire questo mondo commerciale solo retoricamente, impartendo istruzioni ai suoi “affluenti” del Sud-est asiatico57. Tuttavia, osservano Pardesi e Acharya, il mandato giuridico di tale potere cinese era in gran parte limitato alla parte cinese di questo mondo marittimo, poiché dettava le modalità di interazione con la Cina, anziché stabilire le regole di questo sistema. Nel frattempo, il conflitto tra i sistemi politici mandala continuava. In seguito, sotto la dinastia mongola-Yuan e i primi Ming, fu la stessa Cina imperiale a essere fonte di coercizione e guerra su larga scala, anziché facilitare l’istituzione della Pax Sinica, come postulato dalla teoria della stabilità egemonica, puntualizzano Pardesi e Acharya58.
In secondo luogo, nonostante alcuni conflitti e violenze – tra i sistemi politici mandala del Sud-est asiatico e tra questi mandala e le loro controparti indiane e siniche – l’Asia marittima era un mondo commercialmente dinamico, privo di un unico centro economico onnicomprensivo. Il sistema politico in stile mandala non fu imposto da alcun sistema politico indiano al Sud-est asiatico attraverso la coercizione. La Cina non era il centro economico di questo mondo commerciale. L’India era altrettanto importante, e al suo interno diverse regioni e sistemi politici si contendevano il primato. La Cina potrebbe essere stata la più grande economia di questo sistema, soprattutto durante i periodi dei grandi imperi (Han, Sui, Tang, Song, Yuan e Ming). L’India, tuttavia, era il principale produttore di uno dei beni manifatturieri più importanti del mondo premoderno: i tessuti di cotone. Lo storico Stephen F. Dale59 ha sostenuto che la cosiddetta “Via della Seta” fosse in realtà la “Via del Cotone” in senso inverso. I tessuti di cotone indiani venivano commerciati con il Sud-est asiatico fin dal I secolo d.C., ed erano anche inclusi nei beni scambiati tra le comunità del Sud-est asiatico e la Cina. Persino l’India, tuttavia, non era né “il capo indiscusso” né il “coordinatore del sistema” del commercio di tessuti di cotone. Le comunità del Sud-est asiatico non erano le periferie di alcuna potenza economica egemone cinese o indiana. Le reti di navigazione del Sud-est asiatico giocarono un ruolo fondamentale nel processo di connettività marittima attraverso l’Oceano Indiano orientale e immettevano anche i propri prodotti in queste reti commerciali. Inoltre, le esportazioni del Sud-est asiatico, in particolare spezie e metalli, non costituivano materie prime o input per le principali industrie manifatturiere dei centri cinesi e indiani.
Infine, in terzo luogo, l’Oceano Indiano orientale non cadde sotto il dominio culturale o ideologico della Cina durante questi 15 secoli. È noto che le potenze egemoniche estendono, come ha affermato lo studioso di affari internazionali Charles Kupchan, “le norme che garantiscono l’ordine all’interno dei propri sistemi politici” alle “loro sfere di influenza in espansione”. Tuttavia, i regni mandala del Sud-est asiatico erano sistemi politici influenzati dagli indiani, a differenza degli stati centralizzati-burocratici di stile sinico. Il sistema politico in stile mandala non fu imposto da alcun sistema politico indiano al Sud-est asiatico attraverso la coercizione o l’imperialismo. La cosiddetta indianizzazione del Sud-est asiatico fu quasi interamente pacifica. Le spedizioni Chola dell’XI secolo furono lanciate secoli dopo l’emergere di Funan nel I secolo d.C.. Funan, nell’attuale Cambogia e Vietnam, è ampiamente considerata la prima comunità politica indianizzata del Sud-est asiatico. Questo mondo mandala prosperò per secoli e il regno di Majapahit nella Giava orientale, l’ultimo dei principali stati indianizzati del Sud-est asiatico, sopravvisse fino al 1530.
Indianizzazione buddista del Sud-est asiatico
Come suggeriscono Pardesi e Acharya, basandosi sugli studi di Tansen Sen60, gli stessi asiatici orientali avevano adattato le idee indiane di arte di governo e diplomazia per soddisfare le proprie esigenze politiche, economiche e sociali. La formazione dello Stato in questo mondo indianizzato del Sud-est asiatico non dipendeva dal riconoscimento formale di alcun organismo politico del subcontinente indiano61. Come si desume dall’opera di Sen62, un ambizioso sovrano di un mandala poteva raggiungere i propri obiettivi replicando meticolosamente l’ideale sistema politico indiano, come delineato nella letteratura sanscrita e nelle opere politico-religiose indo-buddiste, all’interno del proprio regno. Questo approccio, ragionano Pardesi e Acharya63, non solo avrebbe attratto i subordinati, ma avrebbe anche promosso un senso di unità e scopo ideologico. Infatti, stando a loro, la creazione di queste forme politiche comportò processi di autolegittimazione nel Sud-est asiatico attraverso profonde interconnessioni con l’India. Angkor Wat, ad esempio, un complesso di templi indo-buddisti che è anche la più grande struttura religiosa del mondo, si trova nel Sud-est asiatico, nell’attuale Cambogia, così come Borobudur, il più grande tempio buddista del mondo, che si trova nell’attuale Indonesia. Sebbene questi monumenti fossero ispirati alle concezioni indiane di regalità e arte di governo, in India non esiste né Angkor Wat né Borobudur64.
Cercando di allargare la loro descrizione di un mondo senza egemonia, Pardesi e Acharya, utilizzando, tra altre fonti, l’opera di Tansen, segnalano che i sovrani di Sriwijaya si definivano chakravartin buddisti, o monarchi universali. Nel loro racconto annoverano che in un’ambasciata inviata in Cina nel 1017, un sovrano di Sriwijaya si definì addirittura “Re delle Terre dell’Oceano”. Sebbene le élite cinesi potessero considerare le comunità politiche del Sud-Est asiatico come “vassalli” che “sorvegliavano i mari” per conto del tianzi cinese (“Figlio del Cielo” o imperatore universale) per mantenere aperte le rotte commerciali, questa era poco più che retorica sinocentrica65. Dopotutto, puntualizzano, in pratica, i cinesi si avvicinavano al Sud-est asiatico e all’India “non come portatori di quella che consideravano una civiltà superiore, ma come ricercatori di una conoscenza sacra”66. Ad esempio, il monaco buddista cinese Yijing, menzionato sopra, si recò a Sriwijaya e in India nel VII secolo per studiare il sanscrito e approfondire la conoscenza del buddhismo, anziché diffondere la civiltà cinese in terre “barbare”. Allo stesso modo, sebbene i cinesi potessero percepire il sistema politico di Angkor come un “tributario”, i suoi sovrani non erano subordinati politici o culturali della Cina. Al contrario, analogamente ai sovrani universali cinesi, si definivano conquistatori del mondo e “Signori della Terra”. Inoltre, le loro conquiste si estendevano oltre la costruzione di monumentali architetture indo-buddiste, come Angkor Wat. La loro capitale, anch’essa chiamata Angkor, potrebbe essere stata la più grande città preindustriale del mondo, date le sue avanzate capacità ingegneristiche e idrauliche67.
Tutti questi particolari portano l’euristica di Pardesi e Acharya a sostenere che fu la gestione condivisa dell’Asia marittima a garantire stabilità. Durante questi 15 secoli, i cinesi non tentarono di sinizzare il Sud-est asiatico oltre il Dai Viet (o Vietnam settentrionale), che rimase sotto l’influenza di vari imperi cinesi per un millennio, fino al 938-939 d.C. Anche dopo, per diversi secoli, continuò a far parte delle aspirazioni politiche delle élite cinesi, che continuarono a nutrire l’ambizione di riconquistare il Dai Viet. Tuttavia, al di là del Dai Viet, il Sud-est asiatico era un mondo indianizzato. Nel 1415, quando il Dai Viet era sotto l’occupazione Ming e Zheng He navigava nell’Oceano Indiano, il sovrano Cham Virabhadravarman, in quello che oggi è il Vietnam meridionale, eseguì rituali indiani durante la sua cerimonia di consacrazione68.
Tuttavia, merita essere sottolineato, per l’arte della ricerca di Pardesi e Acharya, che il Sud-est asiatico non può essere stimato come una periferia culturale dell’India durante questi 15 secoli. In particolare, le comunità politiche indiane e del Sud-est asiatico si impegnarono alla pari. Ad esempio, Atiśa, l’eminente monaco buddista indiano che diffuse il Buddhismo in Tibet, aveva studiato in precedenza con maestri buddhisti del Sud-Est asiatico come Dharmakīrtiśrī a Sriwijaya nell’XI secolo69. In altre parole, anche gli indiani (e, indirettamente, i tibetani) acquisirono conoscenze dalle loro controparti del Sud-Est asiatico. Inoltre, Pardesi e Acharya aggiungono che, come ha osservato lo storico William Dalrymple in The Golden Road. How Ancient India Transformed the World70, sebbene i templi Chola dell’India meridionale siano cinque volte più grandi di “qualsiasi cosa li abbia preceduti”, i templi di Angkor “superano di gran lunga i loro contemporanei indiani”. I regni mandala del Sud-Est asiatico, governati da sovrani chakravartin, erano a pieno titolo importanti centri politici, economici e culturali. Non erano né culturalmente inferiori alle loro controparti indiane, né politicamente subordinati alla Cina. Nonostante le loro diverse basi, la coesistenza e le interazioni commerciali reciprocamente vantaggiose tra l’autoproclamato Figlio del Cielo cinese e i sovrani chakravartin universali delle comunità mandala continuarono per secoli71.

La gestione condivisa dell’Asia marittima garantì la sua stabilità
Dunque, in base ad una documentazione accurata e stesa, Pardesi e Acharya72, possono affermare che in assenza di una marina egemonica che esercitasse il controllo del mare, fu la gestione condivisa dell’Asia marittima – in contrapposizione alla gestione egemonica – a garantire stabilità. Questa gestione condivisa, sostengono, emerse dalle decisioni decentrate di diverse potenze, grandi e minori, che collettivamente garantivano il bene pubblico della sicurezza delle rotte marittime nell’Oceano Indiano orientale. Il punto che Pardesi e Acharya intendono sottolineare è che il potere marittimo non dipende solo dalla potenza navale, perché è determinato anche dalla “prospettiva e tradizione marittima” del sistema politico, come aveva già sostenuto anche lo studioso di relazioni internazionali Hedley Bull in The Anarchical Society: A Study of Order in World Politics73. Il potere marittimo rimase disperso nell’Oceano Indiano orientale, come spiegato in precedenza. I diversi attori di questo mondo marittimo decentrato seguirono una moltitudine di pratiche, mossi dal proprio interesse personale e dal perseguimento delle proprie specifiche esigenze funzionali e sociali.
Le comunità politiche del sud-est asiatico collegavano l’Oceano Indiano orientale con le loro navi e i loro capitani, rifornendo al contempo queste società di materie prime locali. I sistemi politici indiani, orientati verso est, portarono tessuti di cotone e altri importanti manufatti così come idee politiche. Anche il cosiddetto “sistema tributario” cinese gestiva le modalità di interazione solo all’estremità cinese di quel sistema. Il “tributo” era una facciata rituale per l’interazione commerciale con la Cina e all’interno della Cina. Attraverso pratiche di governo molto diverse, le comunità politiche del sud-est asiatico stabilirono anche relazioni commerciali durature con le comunità politiche indiane al di là del Golfo del Bengala. E gestivano le loro relazioni reciproche sulla base di idee di creazione dello stato e commercio influenzate dagli indiani, date le loro formazioni politiche mandala. Dunque, stando a Pardesi e a Acharya74, il “sistema tributario” cinese era solo una componente di un mondo molto più ampio e interconnesso nell’Oceano Indiano orientale, che prosperò per secoli, il tutto, puntualizzano questi studiosi, in assenza di una potenza egemonica. Anche i mari rimasero liberi nell’Oceano Indiano orientale classico, nonostante gli stati si contendessero il controllo delle rispettive acque locali.
La teoria dell’Ordine Multiplo o Ordine Non Egemonico e il declino della Pax Americana
Per tutto quanto riferito in precedenza, Pardesi e Acharya, sostengono che l’Oceano Indiano Orientale Classico sfida il paradigma della stabilità egemonica e dimostra che intense interazioni commerciali e culturali possono tenere insieme i sistemi internazionali. Questo Ordine Multiplo non era né egemone-centrico né ruotava attorno a una, due o poche grandi potenze. L’Ordine Multiplo non dipende solo dal potere materiale degli attori, perché anche le idee politiche contano. Inoltre, gli attori locali – o le potenze non-grandi – svolgono ruoli attivi e formativi nella creazione e nella definizione dell’Ordine Multiplo. Così concettualizzato, l’Oceano Indiano orientale classico incarna un modello in contrasto con il Mediterraneo classico durante l’egemonia romana. Fornisce inoltre importanti spunti sull’ordine multiplo emergente nell’Indo-Pacifico contemporaneo, con il declino dell’ordine internazionale liberale guidato dagli Stati Uniti di America.
Stando a Pardesi e Acharya, è possibile ricavare idee dalla storia dell’Oceano Indiano orientale classico per aiutarci a comprendere le trasformazioni reali del mondo odierno. Utilizzare il paradigma dell’ordine multiplo comporta la possibilità di contrastare il pensiero statunitense che rimanere ancorato all’idea della necessità di un egemone. Al riguardo, va però segnalato che Pardesi e Acharya non stanno insinuando che la storia si ripeterà in questo mondo marittimo. Tuttavia, come ha osservato Wang Gnu75, noto storico dell’Asia, quando “si conosce abbastanza della storia, questo può in qualche modo prepararci a ciò che gli individui e le società potrebbero fare in futuro”. In altre parole, la storia ci aiuta a mostrare la gamma del possibile e, in questo modo, allarga il nostro pensiero.
Per il pensiero di Pardesi, di Acharya e Gnu e di tanti altri accademici citati e non in quest’argomentazione, nonostante i timori diffusi, l’ascesa della Cina come potenza navale indo-pacifica non implica un tentativo contro-egemonico di soppiantare l’egemonia “liberale” degli Stati Uniti di America. Sebbene gli USA rimangano la più grande economia mondiale, la Cina li ha superati come principale nazione commerciale al mondo nel 2013. Entro il 2020, in termini di dimensioni della flotta, la marina cinese era emersa anche come la più grande marina al mondo. L’ascesa economica e militare della Cina ha attenuato il predominio degli Stati Uniti, soprattutto nell’Asia marittima o nell’Indo-Pacifico. Nel loro ragionamento, è tuttavia improbabile che ciò porti all’egemonia cinese. Ci sono diverse ragioni per questo, tra cui la geografia strategica della Cina, vicini forti come Giappone e India, e il fatto che gli USA rimangano potenti e impegnati in quella regione, anche attraverso le loro alleanze militari di lunga data76.
Quindi, per questi studiosi, il declino dell’egemonia statunitense nell’Indo-Pacifico non implica l’emergere dell’egemonia cinese. Ancora più importante, nei termini di un dibattito che propone un mondo senza un’egemonia guida, sarebbe che, nelle interpretazioni di questi accademici, l’assenza di una potenza egemonica in questa regione non implicherebbe disordine. Per questi pensatori, Cina e USA competono per la posizione relativa o il rango nell’ordine globale e mirano a garantire l’accesso ai beni marittimi regionali. La loro competizione geostrategica implica sforzi di proiezione di potenza navale, non di controllo del mare, perché l’egemonia non è o non sarebbe più praticabile. Gli Stati Uniti cercano le capacità per proiettare potenza nelle acque vicine alle coste cinesi, mentre la Cina è desiderosa di proiettare potenza nel Mar Cinese Meridionale e nell’Oceano Indiano per proteggere i propri interessi. Inoltre, non sono le uniche grandi potenze navali nella regione, poiché anche altre come India, Giappone, Australia, Francia e Regno Unito fanno parte delle dinamiche regionali. Nel contesto di quest’interpretazione del quadro geopolitico è importante sottolineare che il ritorno della Cina al potere non viene visto come “un evento isolato”. L’Asia, effettivamente, sta altresì assistendo alla crescita di altri centri di potere, compresa l’India, per cui è probabile che il pluralismo ideologico sia un tratto distintivo della regione in futuro77.
Soprattutto, la regione sta assistendo alla diffusione di potere, capacità di azione e legittimità tra gli attori regionali del sud-est asiatico e tra le organizzazioni regionali come l’Associazione delle Nazioni del sud-est asiatico (ASEAN). Di conseguenza, l’iniziativa locale (del sud-est asiatico) è importante in questo mondo di molteplici grandi potenze regionali. Le norme regionali incarnate nella “via ASEAN” stanno plasmando attivamente le interazioni politico-militari e politico-economiche della regione. Gli stati del Sud-est asiatico stanno coinvolgendo e compromettendo (omni-enmeshing)78 tutte le principali potenze, individualmente e collettivamente, rifiutando l’egemonia di un singolo attore79. Gli stati del sud-est asiatico stanno anche cercando di limitare la rivalità tra grandi potenze, evitando, a questo proposito, partnership con le grandi potenze che si bassino su ideologie politiche escludenti, privilegiando relazioni che concedano a tutte le ideologie accesso alla regione80. Inoltre, molti stati del sud-est asiatico stanno contribuendo collettivamente alla gestione dei beni comuni marittimi – le cruciali vie d’acqua locali – attraverso iniziative locali come le pattuglie dello Stretto di Malacca (intraprese congiuntamente da Indonesia, Malesia, Singapore e Thailandia) e le pattuglie marittime di Sulu-Sulawesi (intraprese congiuntamente da Indonesia, Malesia e Filippine). In altre parole, in quella regione si starebbe delineando un ordine non egemonico.
È l’accrescimento delle scelte decentralizzate di queste molteplici grandi potenze regionali che, collettivamente, produce i beni pubblici del commercio e della sicurezza nell’Indo-Pacifico. In altre parole, oggi nell’Indo-Pacifico si sta delineando un ordine multiplo che riecheggia il classico Oceano Indiano orientale. Questo è uno spazio geopolitico in cui l’azione attiva del sud-est asiatico era, e rimane, costitutiva. Pertanto, è probabile che gli USA siano l’ultima superpotenza navale a dominare i mari, poiché il nostro futuro punta, stando a Pardesi e Acharya, verso un mondo non egemonico. Come in passato, quando coesistevano i sistemi politici indiano, sud-orientale asiatico o indiano adattato alle esigenze locali e sinico, è probabile che anche in futuro il pluralismo ideologico sia un tratto distintivo della regione, dati i molteplici sistemi politici ed economici dell›Indo-Pacifico.
Stando a Pardesi e Acharya, non c’é da temere il tramonto dell’ordine internazionale liberale guidato dagli USA e un ordine multiforme sta già prendendo forma oggi. Il mondo classico dell’Oceano Indiano orientale ha molto da insegnarci sul XXI secolo, insistono i nostri pensatori di riferimento in quest’argomentazione. Lo stesso vale per altre storie, che possono aiutarci a superare i pregiudizi sorti nel pensare alle relazioni internazionali e agli ordini mondiali a partire da proposizioni universalizzanti sviluppate durante la Guerra Fredda. L’approccio globale e storico alle relazioni internazionali evita, inoltre, l’impulso di contrapporre le teorie statunitensi del XX secolo al sinocentrismo o all’indocentrismo. L’Oceano Indiano orientale storico ci consente di pensare al presente e al futuro in modi nuovi, che potrebbero aiutare l’Occidente, cioè gli USA e l’Unione Europea, a prendere decisioni includenti e a costruire un ordine mondiale meno instabile e più inclusivo nella distribuzione della ricchezza. La storia del Sud-est asiatico offre lezioni per il futuro. Con la fine della Pax Americana, starebbe emergendo un ordine multipolare, qualcosa che la politica dei poteri proprietari di Occidente continua a rifiutare apertamente attraverso i loro delegati istituzionali, quali i governi rappresentativi, sia in USA che in Europa, e le loro organizzazioni internazionali, come la NATO. Nel frattempo, le popolazioni di queste società rimangono, tediate o eccitate, irretite nell’iper-connessione vuota dello sciame digitale.
- Manjeet S. Pardesi è professore associato di relazioni internazionali presso il Programma di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e membro dell’Asia Research presso il Centre for Strategic Studies della Te Herenga Waka–Victoria University di Wellington in Nuova Zelanda. È co-autore con Amitav Acharya di Divergent Worlds: What the Ancient Mediterranean and Indian Ocean Can Tell Us About the Future of International Order (2025).
- Amitav Acharya è titolare della Cattedra UNESCO in Sfide e Governance Transnazionali e Professore Emerito presso la School of International Service dell›American University di Washington, DC. È coautore con Manjeet S. Pardesi di Divergent Worlds: What the Ancient Mediterranean and Indian Ocean Can Tell Us About the Future of International Order (2025).
- Manjeet S Pardesi and Amitav Acharya. Divergent Worlds: What the Ancient Mediterranean and Indian Ocean Can Tell Us About the Future of International Order, published by Yale University Press in 2025.
- Ibidem
- Reviewed Work: The World in Depression: 1929-1939. Charles P. Kindleberger. Review by: E. S. Shaw. In Journal of Money, Credit and Banking. Vol. 7, No. 3 (Aug., 1975), pp. 398-401, Ohio State University Press
- Manjeet S Pardesi and Amitav Acharya, op. cit. 2025.
- Ibidem
- Ibidem
- Ibidem
- Ibidem
- Ibidem
- Ibidem
- Ibidem
- Ibidem
- Manjeet S Pardesi and Amitav Acharya, op. cit. 2025.
- Ibidem
- Ibidem
- La locuzione era volgare (dal latino aera vulgaris, e.v.; anche era comune) è l’equivalente areligioso del termine d.C., che sta per dopo Cristo. L’espressione “Common Era” (abbreviata in CE) è un sistema di cronologia utilizzato per identificare gli anni, che è equivalente al sistema “Anno Domini” (AD), ma con l’intento di evitare connotazioni religiose. In italiano, si traduce con “Era Volgare” (o “Era Comune”) e gli anni precedenti vengono indicati con “Before Common Era” (BCE), che è l’equivalente di “avanti Cristo” (a.C.).
- Maddison, A. The World Economy: Historical Statistics, Development Centre Studies, OECD Publishing, Paris, 2003
- Angus Maddison. Class Structure and Economic Growth India and Pakistan Since the Moghuls. Routledge, 2010 (Prima ed. 1972).
- Manjeet S Pardesi and Amitav Acharya, op. cit. 2025.
- Ibidem
- Ibidem
- Han Wudi è stato imperatore in Cina della Dinastia Han dal 141 a.C. al 87 a.C.. Il suo regno durò 54 anni, un record che non fu battuto fino al regno dell’Imperatore Kangxi più di 1.800 anni dopo, e rimane il record per gli imperatori etnici Han. Attuò una politica accentratrice limitando il potere dell’aristocrazia e ristabilendo il controllo imperiale su feudi e marchesati. Sotto W. ci fu un grande sviluppo della burocrazia imperiale e il confucianesimo, di cui il filosofo Dong Zhongshu fu il massimo rappresentante, divenne dottrina ufficiale dello Stato. W. sviluppò il sistema di reclutamento dei funzionari istituendo nel 124 l’università imperiale, dove formare giovani capaci nello studio dei classici confuciani. In campo economico W. istituì monopoli imperiali su sale, ferro, alcool e sulla moneta. I monopoli erano necessari per finanziare le imponenti campagne militari che W. lanciò contro l’impero degli xiongnu a nord della Grande muraglia, stabilendo il controllo Han sull’Asia centrale e sulla «via della seta».
- Manjeet S Pardesi and Amitav Acharya, op. cit. 2025
- Yìjìng (義淨) influente monaco buddista cinese, pellegrino e traduttore di testi dal sanscrito al cinese, noto per i suoi viaggi in India tra il 671 e il 695.
- Manjeet S Pardesi and Amitav Acharya, op. cit. 2025.
- Ibidem
- Il termine indica le formazioni politiche “tradizionali” del Sud-est asiatico, descrivibili come regni federali o rapporti di vassallaggio tra centri egemoni e periferia. Fu adottato dagli storici europei del XX secolo per evitare il termine “stato” nel senso convenzionale. Mandala è una parola di lingua sanscrita che significa cerchio. Nelle dottrine politiche, Mandala descrive un modello di potere politico diffuso in uso tra i potentati storici del Sud-est asiatico nel quale il potere locale era più importante della leadership centrale.
- Early Indonesian commerce: a study of the origins of Śrīvijaya. By Wolters O. W. pp. 404, 5 maps. Ithaca, New York, Cornell University Press, 1967. 70s. – Volume 100 Issue 2 – C. Hooykaas.
- Manjeet S Pardesi and Amitav Acharya, op. cit. 2025.
- Ibidem
- Il II millennio d.C. corrisponde al periodo che va dal 1° gennaio 1001 al 31 dicembre 2000. È stato un’epoca segnata da grandi cambiamenti e definito per il ruolo predominante dell’Europa occidentale nel corso di questo periodo.
- Manjeet S Pardesi and Amitav Acharya, op. cit. 2025.
- Srivijaya (traslitterato anche Sriwijaya e Śrivijaya, dal sanscrito Śrī, titolo onorifico che significa fulgido o raggiante). Sriwijaya era un impero talassocratico buddista con sede nell’isola di Sumatra (nell’odierna Indonesia). Si formò nella prima metà del VII secolo ed esercitò grande influenza su buona parte del Sud-est asiatico. Fu probabilmente una confederazione di diverse città-Stato che si svilupparono in diversi porti della regione. Secondo le fonti provenienti dagli annali cinesi della dinastia Tang (618-907), Srivijaya fu conosciuto in Cina dapprima con il nome Shih-li-fo-shi (室利佛) e, a partire dal 904, come San-fo-chi (三佛斉), nome che compare anche negli annali della dinastia Song. Un’interpretazione di tali fonti ritiene che tra questi due periodi vada inserito il periodo Kha-ling, caratterizzato dal dominio della dinastia Sailendra a Giava. Altre fonti importanti sono le inscrizioni ritrovate nella penisola malese e nell’arcipelago malese. Il regno ebbe fine nel XIII secolo con le invasioni provenienti da Giava. Superando anche il sultanato Majapahit e il Sultanato di Sambas, fu il più grande Stato sorto tra Borneo e Indonesia, con una superficie di 1.200.000 km2 nel 1200 d.C. Fonte: Ronald Findlay, Kevin H. O’Rourke, Power and Plenty: Trade, War, and the World Economy in the Second Millennium, Princeton University Press, 2009.
- Ronald Findlay, Kevin H. O’Rourke, Power and Plenty: Trade, War, and the World Economy in the Second Millennium, Princeton University Press, 2009
- Manjeet S Pardesi and Amitav Acharya, op. cit. 2025.
- Lo stretto della Sonda è uno stretto di mare che si trova in Indonesia e che separa le isole di Giava e Sumatra; esso mette in comunicazione il mar di Giava con l’oceano Indiano. Il nome deriva dal termine indonesiano pasundan, che significa “Giava occidentale”.
- Lo stretto di Lombok è un braccio di mare che collega il mar di Bali con l’Oceano Indiano, situato fra le isole di Bali e Lombok, in Indonesia.
- Manjeet S Pardesi and Amitav Acharya, op. cit. 2025.
- Ibidem
- I Chola furono una delle principali dinastie della zona tamil dell’India.
- Manjeet S Pardesi and Amitav Acharya, op. cit. 2025.
- George Coedès, Louis-Charles Damais, Hermann Kulke, Pierre-Yves Manguin. Kedatuan Sriwijaya: kajian sumber prasasti dan arkeologi. Ecole Française d’Extrême-Orient (EFEO) Centre de Jakarta, 2014.
- Manjeet S Pardesi and Amitav Acharya, op. cit. 2025.
- Ibidem
- Allsen TT. Culture and Conquest in Mongol Eurasia. Cambridge University Press; 2001.
- Manjeet S Pardesi and Amitav Acharya, op. cit. 2025.
- Allsen TT. op. cit. 2001.
- Edward Dreyer. Zheng He: China And the Oceans in the Early Ming Dynasty, 1405-1433. Pearson College Div, 2006.
- Tansen Sen. Buddhism, Diplomacy, and Trade: The Realignment of India–China Relations, 600–1400. Rowman & Littlefield Publishers. 2015
- Ibidem
- Edward Dreyer. Early Ming China: A Political History, 1355-1435. Stanford University Press, 1982
- Tansen Sen, op. cit. 2015.
- Tansen Sen, op. cit. 2015
- Tansen Sen, op. cit. 2015
- Ibidem
- Manjeet S Pardesi and Amitav Acharya, op. cit. 2025.
- Stephen F. Dale. Indian Merchants and Eurasian Trade, 1600–1750. Cambridge University Press, 1994.
- Tansen Sen, op. cit. 2015.
- Ibidem
- Ibidem
- Manjeet S Pardesi and Amitav Acharya, op. cit. 2025.
- Ibidem
- Ibidem
- Ibidem
- Ibidem
- Ibidem
- Tansen Sen, op. cit. 2015.
- William Dalrymple. The Golden Road. How Ancient India Transformed the World. Bloomsbury UK, 2024.
- Ibidem
- Manjeet S Pardesi and Amitav Acharya, op. cit. 2025
- Hedley Bull. The Anarchical Society: A Study of Order in World Politics. Red Globe Press London, 1977.
- Manjeet S Pardesi and Amitav Acharya, op. cit. 2025.
- Wang Gnu. China Reconnects: Joining A Deep-Rooted Past To A New World Order. WSPC, 2019.
- Manjeet S Pardesi and Amitav Acharya, op. cit. 2025 & Wang Gnu, op. cit. 2019.
- Ibidem
- L’onni-enmeshment è una strategia di politica estera, introdotta da Evelyn Goh nel 2007, che mira a includere tutte le principali potenze regionali in una rete di relazioni strategiche e di cooperazione, piuttosto che scegliere una parte contro un’altra. L’obiettivo è la stabilità regionale attraverso l’interconnessione, utilizzando vari strumenti come le istituzioni multilaterali, gli accordi di libero scambio e la cooperazione in materia di sicurezza.
- Manjeet S Pardesi and Amitav Acharya, op. cit. 2025 & Wang Gnu, op. cit. 2019.
- Ibidem









