Il pensiero di Bernard Stiegler: Technē come phàrmakon – parte seconda

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6 Luglio, 2024
Tempo di lettura: 10 minuti

BIO – Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità – Educational Papers • Anno XIII • Numero 50 • Giugno 2024

PARTE PRIMA

L’idea del phàrmakon di Platone e Derrida applicata da Stiegler alla tecnica

 

Alla fine del XX secolo, Stiegler aveva iniziato, stando a Norton, ad applicare questa idea platonica del phàrmakon e della polivalenza della physis o natura alle tecnologie dei nuovi media, come la televisione, che avrebbe portato allo sviluppo del concetto che, seguendo Derrida, Stiegler chiamò col vecchio termine greco di phàrmakon, idea che suggerisce che non usiamo semplicemente i nostri strumenti digitali. Invece, essi entrerebbero nel nostro vissuto e ci modificherebbero, farmacologicamente, come i medicinali.

Oggi quest’analogia si potrebbe portare ancora più in là. Secondo Norton, Internet ci presenta un enorme archivio di informazioni formattate e facilmente accessibili. Siti come Wikipedia conterrebbero terabyte di conoscenza, accumulati e tramandati nel corso di millenni. Allo stesso tempo, questo scambio di quantità di informazioni senza precedenti consente la diffusione di una quantità senza precedenti di disinformazione e di altri contenuti dannosi. Nella prospettiva della teoresi del phàrmakon, il digitale è, allo stesso tempo, un veleno e una cura, come aveva postulato Derrida.

Questo tipo di, per così dire, polivalenza avrebbe portato Stiegler a pensare più deliberatamente alla tecnica piuttosto che alla tecnologia. Come sostiene Norton, per Stiegler, ci sono rischi intrinseci nel pensare in termini di quest’ultima: quanto più le tecnologie digitali diventano onnipresenti nelle nostre vite, tanto più facile diventa dimenticare che questi strumenti sono prodotti sociali costruiti dai nostri simili umani. Il modo in cui consumiamo la musica, i percorsi che seguiamo per andare dal punto A al punto B, il modo in cui condividiamo noi stessi con gli altri, tutti questi aspetti della vita quotidiana sono stati rimodellati dalle nuove tecnologie e dagli esseri umani che le producono. Eppure raramente ci fermiamo a riflettere su cosa questo significhi per noi umani. Stiegler credeva che questo atto di oblio creasse una profonda crisi per tutti gli aspetti dell’esperienza umana. Dimenticando, perdiamo la nostra importantissima capacità di immaginare modi di vivere alternativi. In una tale prospettiva, il futuro ci appare limitato, addirittura predeterminato, dalle nuove tecnologie.

Stiegler, stando ai suoi studiosi, è meglio conosciuto per il suo primo libro, pubblicato nel 1994, La Technique et le temps, volume 1: La Faute d’Épiméthée. Nella prima considerazione in materia aveva sottolineato il legame vitale tra la nostra comprensione delle tecnologie che utilizziamo e la nostra capacità di immaginare il futuro. E l’oggetto di un tale lavoro sarebbe la tecnica intesa come orizzonte di ogni possibilità a venire e di ogni possibilità di futuro. Egli aveva inteso il nostro rapporto con gli strumenti generati dalla tecnica come la forza determinante per tutte le possibilità future, sostenendo che la tecnica sia la caratteristica distintiva dell’esperienza umana, purtroppo trascurata dai filosofi, da Platone e Aristotele fino ai giorni nostri. Per Stiegler, sebbene René Descartes, Husserl e altri pensatori avessero posto importanti domande sulla coscienza e sull’esperienza vissuta o fenomenologia e sulla natura della verità (sempre metafisica) o della conoscenza (sempre un discorso epistemologico), non riuscirono a spiegare i modi in cui le tecnologie ci aiutano a trovare, o a guidarci verso, risposte a queste domande. Nella storia della filosofia, la tecnica è l’impensato, secondo Stiegler.

Per sottolineare ulteriormente l’importanza della tecnica, Stiegler si rivolse al mito della creazione, raccontato da Esiodo in Ἔργα καὶ Ἡμέραι,1 [Le opere e i giorni], considerato scritto intorno al 700 a.C. Secondo il mito, durante la creazione del mondo, Zeus aveva chiesto al titano Epimeteo di distribuire i talenti biologici individuali a ciascuna specie. Epimeteo diede ali agli uccelli perché potessero volare e pinne ai pesci perché potessero nuotare. Quando arrivò agli umani, tuttavia, Epimeteo non aveva avuto più doti biologiche da distribuire. Epimeteo, il cui nome secondo Stiegler, significa in greco colui che riflette in ritardo, chiese aiuto a suo fratello Prometeo. Prometeo, poi, avrebbe rubato il fuoco agli dei, presentandolo agli umani al posto della dote biologica. L’uomo, ancora una volta, sarebbe nato da un atto di oblio, proprio come nella teoria dell’anamnesi di Platone. La differenza con la storia di Esiodo è che qui la tecnica fornisce una base materiale per l’esperienza umana. Privo da ogni dote biologica, l’Homo sapiens avrebbe dovuto sopravvivere utilizzando strumenti, a cominciare dal fuoco.

L’idea dell’ambivalenza del phàrmakon applicata alla tecnica, per Stiegler, offre le opportunità per stabilire relazioni interpretative, positive o negative, con gli strumenti. Ma dove si trova semmai il pericolo? – scrisse al riguardo il poeta Friedrich Hölderlin in una citazione a cui Stiegler si riferì spesso. Il pericolo si trova nel suo rovescio cioè nella sua possibilità di far crescere anche il potere salvifico. Mentre Derrida si concentrò sulla capacità della parola scritta di sovvertire la sovranità del soggetto individuale, Stiegler allargò il campo di comprensione del concetto di phàrmakon per includere una varietà di media e tecnologie. In questa teoresi, non solo la scrittura, ma le fabbriche, le server farm e persino gli psicofarmaci possiedono la capacità del phàrmakon di avvelenare o curare il nostro mondo e, soprattutto, la nostra comprensione di esso. In questa prospettiva, lo sviluppo tecnologico può potenzialmente distruggere la nostra percezione di noi stessi come soggetti razionali e coerenti, portando a sofferenza e distruzione diffuse. Ma la tecnica potrebbe anche fornirci un nuovo senso di cosa significhi essere umani, portando a nuove modalità di espressione e pratiche culturali.

In De la misère symbolique, volume 2: La Catastrophe du sensible (2005),2 Stiegler considera l’effetto che le nuove tecnologie, in particolare quelle che accompagnarono l’industrializzazione, possono avere sull’arte e sulla musica. L’industria, definita dalla produzione di massa e dalla standardizzazione, è stata spesso considerata antitetica alla libertà e all’espressione artistica. Ma Stiegler ci esorta a dare uno sguardo più attento alla storia dell’arte per vedere come gli artisti abbiano risposto all’industrializzazione. In risposta agli effetti di standardizzazione dei nuovi macchinari, ad esempio, Marcel Duchamp e altri membri dell’avanguardia del XX secolo avrebbero utilizzato strumenti industriali per inventare nuove forme di espressione creativa. Nel dipinto Nu descendant un escalier n ° 2 del 1912. Nudo che scende le scale, n. 2], Duchamp utilizzò le nuove prospettive temporali rese possibili dalla fotografia e dal cinema per dipingere un tipo di ritratto radicalmente diverso. Ispirato dalla capacità della fotocamera di catturare il movimento, fotogramma dopo fotogramma, Duchamp dipinse una modella nuda che appare in più istanti, contemporaneamente, come una serie di fotografie time-lapse sovrapposte l’una all’altra. L’immagine divenne una sensazione immediata, un’icona della modernità e del conseguente intreccio tra arte e tecnologia industriale.

Per Stiegler, le innovazioni tecniche non sono mai prive di implicazioni politiche e sociali. Il fonografo, ad esempio, potrebbe aver standardizzato le esecuzioni musicali classiche dopo la sua invenzione alla fine del 1800, ma avrebbe ugualmente contribuito allo sviluppo del jazz, un genere popolare tra i musicisti a cui era impedito l’accesso al mondo elitario della musica classica. Grazie al grammofono, i musicisti neri, come il pianista e compositore Duke Ellington, furono in grado di imparare i loro strumenti a orecchio, senza prima imparare a leggere la notazione musicale. L’industrializzazione della performance musicale da parte del fonografo avrebbe portato paradossalmente alla libera improvvisazione degli artisti jazz.

La tecnica attira la nostra attenzione sulle capacità di creazione del mondo dei nostri strumenti, ricordandoci al tempo stesso la natura costruita della nostra realtà tecnologica. La vasta conoscenza della tecnica di Stiegler, che abbraccia di tutto, dai primi strumenti agricoli al televisore, non trascura nemmeno le nuove innovazioni. Nel 2006, Stiegler fondò l’Institut de recherche et d’innovation, un’organizzazione presso il Centre Pompidou di Parigi dedicata all’esplorazione dell’impatto che la tecnologia digitale ha sulla società contemporanea. La convinzione di Stiegler nel potere della tecnologia di plasmare il mondo che ci circonda ha spesso portato ad accusarlo di essere un tecno-determinista convinto che l’intero corso della storia sia modellato da strumenti e macchine.

Viviamo in un’assenza di epokhē perché avremmo perso il nostro percorso di pensiero e di essere

Stando a Bryan Norton, certamente Stiegler pensa che la tecnica definisca chi siamo come esseri umani, ma questo processo non sempre ci vincolerebbe a risultati predeterminati. Al contrario, secondo Norton, ci fornisce, contemporaneamente, un orizzonte materiale di possibile esperienza. La teoria della tecnica di Stiegler ci spinge a ripensare la storia della filosofia, dell’arte e della politica per poter comprendere meglio come il nostro mondo sia stato plasmato dalla tecnica. E, in questa sua visione, acquisendo questa consapevolezza storica, spera che, alla fine, progetteremo strumenti migliori, utilizzando la tecnica per migliorare il nostro mondo in modo significativo.

Ciò non significa nemmeno, ci avverte Norton, che Stiegler sia stato un tecno-ottimista, che vedeva ciecamente la tecnologia digitale come una panacea per i nostri problemi. Una preoccupazione particolare che espresse riguardo alla tecnologia digitale riguarda la sua capacità di standardizzare il mondo in cui viviamo. I big data, per Stiegler, minacciano di limitare la nostra percezione di ciò che è possibile, invece di ampliare i nostri orizzonti e aprire nuove opportunità di espressione creativa. Proprio come i film di Hollywood del XX secolo producevano e distribuivano l’ideologia del capitalismo consumistico al resto del globo, Stiegler ci suggerisce, stando ai suoi studiosi, che le aziende tecnologiche come Google e Apple spesso diffondono valori nascosti alla vista. Un potente esempio di ciò potrebbe essere il primo concorso di bellezza completamente giudicato dall’intelligenza artificiale. Come discusso dalla sociologa Ruha Benjamin nel suo libro Race After Technology (2019),3 gli sviluppatori di Beauty.AI avrebbero pubblicizzato il concorso come un’opportunità per giudicare la bellezza senza pregiudizi. Ciò che scoprirono, tuttavia, è che lo strumento che avevano progettato mostrava una preferenza schiacciante per i concorrenti bianchi.

In Automatic Society, Volume 1: The Future of Work (2019), Stiegler4 mostra come i big data possano standardizzare il nostro mondo riorganizzando lavoro e occupazione. Gli strumenti digitali sono stati inizialmente visti come una forza dirompente in grado di spezzare i ritmi monotoni della grande industria, ma l’ascesa di forme di lavoro flessibili nella gig economy ha creato un’enorme sottoclasse. Un nuovo proletariato di autisti Uber e altri lavoratori precari lavora ora in condizioni estremamente instabili. A loro vengono negate anche le tradizionali tutele dell’occupazione della classe operaia. L’economia digitale non sempre offre alternative desiderabili poiché i precedenti modi di lavorare e di vivere vengono distrutti.

Una preoccupazione particolarmente urgente che Stiegler aveva affrontato, prima della sua prematura scomparsa nel 2020, è stata la capacità degli strumenti digitali di sorvegliarci. L’ascesa di grandi corporations tecnologiche come Google e Amazon ha significato l’intrusione di strumenti di sorveglianza in ogni aspetto della nostra vita. Le case intelligenti dispongono di feed video 24 ore su 24 e le società di marketing spendono miliardi per raccogliere dati su tutto ciò che facciamo online. Nei suoi ultimi due libri The Neganthropocene (2018)5 e The Age of Disruption: Technology and Madness in Computational Capitalismo (2019),6 Stiegler suggeriva che la crescita di strumenti di sorveglianza diffusi fosse in contrasto con il promesso phàrmakon delle nuove tecnologie. Sebbene gli strumenti di tracciamento potrebbero essere utili, ad esempio, per limitare la diffusione di malattie dannose, vengono anche utilizzati per negarci mondi di possibili esperienze.

La tecnica, nel bene e nel male, influenza ogni aspetto della nostra vita. Il nostro stesso senso di chi siamo è modellato e rimodellato dagli strumenti che abbiamo a nostra disposizione. Il problema, per Stiegler, è che quando prestiamo troppa attenzione ai nostri strumenti, piuttosto che al modo in cui vengono sviluppati e utilizzati, non riusciamo a comprendere la nostra realtà. Secondo lui, rimaniamo intrappolati, limitandoci a descrivere il mondo tecnologico, nei suoi termini, e rendendo ancora più difficile districare gli effetti delle tecnologie digitali e delle nostre esperienze quotidiane. Incoraggiandoci a prestare maggiore attenzione a questa capacità di creare mondo, con il suo potenziale di danneggiare e guarire, Stiegler ci mostra che qualcos’altro è possibile. Ci sono altri modi di vivere, di essere, di evolversi. Dalla sua prospettiva, sarà la tecnica, non la tecnologia, a dare al futuro il suo nuovo volto.

Mezzo secolo fa Adorno e Horkheimer avevano sostenuto, con grande preveggenza, che il nostro mondo, sempre più razionalizzato, stava assistendo all’emergere di un nuovo tipo di barbarie, in parte, grazie agli effetti opprimenti delle industrie culturali. Stando a Norton, ciò che Adorno e Horkheimer non avrebbero previsto, o forse non potevano prevedere era che, con la rivoluzione digitale e la pervasiva automazione ad essa associata, gli sviluppi che avevano intravisto si sarebbero fortemente accentuati, dando luogo alla perdita della ragione e alla perdita della ragione di vivere. Gli individui sono ora sopraffatti dall’enorme quantità di informazioni digitali e dalla velocità dei flussi digitali, dando luogo a una sorta di selvaggio West tecnologico in cui ci ritroviamo sempre più impotenti, spinti fino alla follia dalla nostra mancanza di azione.

Come possiamo trovare una via d’uscita da questa situazione? Bernard Stiegler avrebbe sostenuto che dovremmo prima riconoscere la nostra epoca come un’epoca di fondamentale disgregazione e distacco. Viviamo in un’assenza di epokhē, in senso filosofico, con cui Stiegler avrebbe inteso dire che abbiamo perso il nostro percorso di pensiero e di esseri umani. Intrecciando resoconti potenti della sua storia di vita, comprese le lotte contro la depressione e il tempo trascorso in prigione, Stiegler, suggeriscono i suoi studiosi, invoca una nuova epoca basata sul potere pubblico. Stando a lui dovremmo creare nuovi circuiti di significato al di fuori dei percorsi algoritmici stabiliti. Solo forse così, avrebbe ipotizzato, potrebbero risorgere forme di pensiero e di vita che restituirebbero significato e aspirazione all’individuo.

______________Note _________________

1 Le opere e i giorni (Ἔργα καὶ Ἡμέραι): poema di Esiodo nel quale si illustrano la necessità del lavoro da parte dell’uomo, consigli pratici per l’agricoltura e giorni del mese nei quali è necessario compiere determinate attività. L’opera è collocabile nell’VIII secolo a.C.

2 Bernard Stiegler. De la misère symbolique, volume 2: La Catastrophe du sensible, Paris, Galilée, 2005, traduzione di Rosella Corda La Miseria Simbolica Volume 2. La catastrofe del sensibile, Milano, Meltemi editore, 2021

3 Ruha Benjamin. Race After Technology. Abolitionist Tools for the New Jim Code. Polity, 2019 / Dalle app di tutti i giorni agli algoritmi complessi, Ruha Benjamin attraversa l’hype dell’industria tecnologica per capire come le tecnologie emergenti possono rafforzare la supremazia bianca e approfondire la disuguaglianza sociale. Benjamin sostiene che l’automazione, lungi dall’essere una storia sinistra di programmatori razzisti che tramano nel dark web, avrebbe il potenziale per nascondere, accelerare e approfondire la discriminazione pur apparendo neutrale e persino benevola rispetto al razzismo di un’era precedente. Presentando il concetto del “Nuovo Codice Jim”, mostra come una serie di progetti discriminatori codifichino l’ineguaglianza amplificando, esplicitamente, le gerarchie razziali; ignorando ma in tal modo replicando le divisioni sociali; o mirando a correggere i pregiudizi razziali, ma alla fine facendo esattamente il contrario. Inoltre, sostiene in modo convincente la razza stessa come una sorta di tecnologia, progettata per stratificare e santificare l’ingiustizia sociale nell’architettura della vita quotidiana. Il suo saggio fornisce strumenti concettuali per decodificare le promesse tecnologiche con uno scetticismo sociologicamente informato. Così facendo, ci sfida a mettere in discussione non solo le tecnologie che ci vengono vendute, ma anche quelle che noi stessi produciamo.

4 Bernard Stiegler & Daniels Ross. Automatic society, Volume 1: The Future of Work. / Nel luglio 2014 il quotidiano belga Le Soir afermava che Francia, Belgio, Regno Unito, Italia, Polonia e Stati Uniti avrebbero potuto perdere tra il 43 e il 50% dei posti di lavoro entro dieci-quindici anni. In tutto il mondo, l’automazione integrata, uno dei risultati chiave della cosiddetta “economia dei dati”, sta portando a una drastica riduzione dell’occupazione in tutti i settori: dalla professione legale alla guida dei camion, dalla medicina allo stivaggio. In questo primo volume di una nuova serie, il principale teorico culturale Bernard Stiegler sostiene una soluzione radicale alla crisi posta dall’automazione e dal capitalismo consumistico più in generale. Egli chiede di separare il concetto di “lavoro” (partecipazione intellettuale significativa) da “occupazione” (lavoro disumanizzante e banale), con l’obiettivo finale di sradicare del tutto l’“occupazione”. In questo modo nasceranno modelli economici nuovi e alternativi, in cui gli individui non saranno più semplicemente sfruttati per il lavoro, ma produrranno attivamente ciò che consumano. Basandosi sostanzialmente sulle sue teorie esistenti e interagendo con un’ampia gamma di figure – da Deleuze e Foucault a Bill Gates e Alan Greenspan – Automatic Society si rivolge a studenti e studiosi di scienze sociali e umanistiche, nonché a chiunque sia interessato alla questione centrale del futuro del lavoro.

5 Bernard Stiegler. The Neganthropocene. Open Humanities Press, 2018 / Mentre superiamo punti critici che mettono a rischio il futuro del biota, mentre un regime post-verità istituisce la negazione e mentre gli assistenti della Silicon Valley ci rubano decisione e memoria, l’editing genetico e la biforcazione ingegnerizzata finanziariamente avanza sul ronzio crescente degli innumerevoli tossine e oppiacei concettuali da cui Anthropocene Talk si è affascinato; in breve, mentre “l’Antropocene” si rivela come una trappola senza uscita, Bernard Stiegler colpisce e si muove oltre il vortice entropico e il socius dell’Ultimo Uomo mnemonicamente spogliato che alimenta il vortice. Nei saggi e nelle conferenze qui intitolati Negantropocene, Stiegler apre un fronte completamente nuovo che va oltre la “banalità” senza uscita dell’Antropocene. Stiegler delinea un piano di battaglia per andare oltre, anzi scrollarsi di dosso, il compimento del nichilismo che l’era del caos climatico inaugura. Inteso come la reiscrizione di concetti filosofici, economici, antropologici e politici all’interno di un rinnovato pensiero di entropia e negentropia, il pensiero di Stiegler “Neganthropocene” prosegue gli incontri con Alfred North Whitehead, Jacques Derrida, Gilbert Simondon, Peter Sloterdijk, Karl Marx, Benjamin Bratton e altri affrontando una vasta gamma di tecniche contemporanee: cinema, automazione, neurotecnologia, capitalismo delle piattaforme, governance digitale e terrorismo. Questo è un lavoro che dovrà essere digerito da tutti i lavoratori critici che hanno invocato l’Antropocene in termini confusi, sarcastici o pedagogici, solo per ritrovarsi ad aver scelto il click-bait del termine stesso, dal momento che anche coloro che non rischiano definizione nella e mediante la maggiore entropia.

6 Bernard Stiegler. The Age of Disruption: Technology and Madness in Computational Capitalism. Polity, 2019

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