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21 Febbraio, 2026

La città come soluzione evolutiva

Infrastrutture urbane come dialogo sociale

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BIO – Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità – Educational Papers • Anno VI • Numero 22 • Giugno 2017

Scritto in collaborazione con Eugenia D’Alterio – biologa

Premessa

Noi, specie umana, abbiamo assolto ruoli che percorrono le tappe della nostra evoluzione da essere migrante, per trovare terreni fertili e selvaggina, a soggetto stanziale che provvedeva alle sue necessità vitali con l’agricoltura e l’allevamento di animali domestici. Ma il trainer della nostra esistenza è stato la necessità di tutelarci e integrarci in agglomerati umani che garantissero protezione e collaborazione per la sopravvivenza. Così inizia l’urbanizzazione in ogni dove e continente. Agglomerati urbani poi, a volte, scomparsi per guerre o carestie o calamità naturali di cui la storia e l’archeologia continuano a darci traccia. Ma con il tempo e il miglioramento delle infrastrutture la necessità di urbanizzazione di massa si è andata stabilizzando a scapito delle attività rurali e non solo, la creazione di periferie, a volte baraccopoli con strutture fatiscenti, non è da sottovalutare ma da valutare la necessità delle popolazioni meno abbienti di sentirsi parte di uno sviluppo che non li contempla di fatto. In tutto questo, finché ogni angolo del nostro mondo non è stato rovistato e colonizzato noi umani non ci siamo mai fermati e l’esplorazione continua, quella cosmica.

Perchè la città

Una definizione specifica, solo, ciò che concordiamo con un termine arbitrario. Non esistono definizioni assolutamente “veritiere” e non si può “verificare” sempre una definizione ma si accetta come punto di partenza e, quindi, la si usa contestualmente. Non dobbiamo, necessariamente, essere d’accordo con le definizioni degli altri, basta contemplarle, altrimenti non possiamo comunicare. Tuttavia, una più esatta definizione avrebbe diverse qualità: catturerebbe l’idea o il concetto generale del termine, sarebbe esplicita, specifica, concreta e avrebbe dei criteri che sono pratici da applicare.

In antropologia ed archeologia una più esatta definizione di città è: fitto insediamento di persone impegnate in attività diverse dalla produzione del proprio cibo, persone e famiglie che producono e usufruiscono di beni e servizi. Noi, cosiddetti cittadini, otteniamo il nostro cibo dalle produzioni fuori dall’insediamento o perimetro urbano. Insediamento urbano che è, quindi, parte di un sistema che comprende una periferia o area circostante che ottiene, a sua volta, dalla città beni e servizi. Questo sistema di scambi città-periferia e viceversa si organizza non solo su un criterio di mercato ma, anche, attraverso qualcosa di più centrale, come tasse e redistribuzione delle risorse. Questo comporta che la città sia economicamente e socialmente più complessa e che noi che ci viviamo siamo interdipendenti1.

Inoltre, nei centri urbani, ci sono quegli spazi materiali che contribuiscono a definire la “città”. Ma cosa lega le varie dimensioni sociali a questi luoghi fisici? Questo legame avviene attraverso ciò che chiamiamo “infrastrutture”, che non sono solo una dimensione materiale ma, anche, una costruzione sociale.

Prima che l’evoluzione umana sviluppasse insediamenti “urbani”, la minore concentrazione umana, nel passato, non richiedeva risorse a cui oggi non sapremmo rinunciare e che fanno la differenza tra piccoli borghi o comuni e le grandi città metropolitane dove si concentrano le istituzioni statali e sociali. In ogni modo, sappiamo che la città non è, per niente, un fenomeno nuovo nella storia dell’umanità e se, solo sommariamente, esaminassimo come noi umani siamo diventati una specie che ha tanti artefatti attorno a sé, ciò potrebbe aiutarci ad avere una visione meno stigmatizzata delle città stesse.

Cultura materiale: i manufatti

Proprio per capire dove siamo oggi, dobbiamo viaggiare nel tempo e ritornare ai nostri primi antenati e pensare alla nostra cultura materiale, cioè agli aspetti visibili e concreti di una cultura, quali i manufatti, utensili della vita quotidiana e delle attività produttive: in sintesi, l’insieme di materiali concreti della vita sociale.

Noi umani non siamo l’unica specie che ha utilizzato e utilizza utensili, ad esempio, gli scimpanzé usano un piccolo ramoscello per catturare le termiti e gli uccelli giardinieri raccolgono ogni genere di piccole cose per allestire vistosamente un nido. Sappiamo, tuttavia, che noi umani siamo stati, col tempo, in grado di costruire utensili duraturi e ad avere un legame con l’ambiente che viene costantemente manifesto nella cultura materiale e sociale.

Prendiamo i primi artefatti che conosciamo con un certo grado di sofisticazione: il bifacciale2, “utensile” di pietra dalle dimensioni di due palme di mani umane messe insieme, l’utensile potenzialmente tagliente intorno ai bordi, è stato ritrovato spesso tra i reperti di origine umana nei siti abitativi protostorici. L’Homo erectus cominciò realizzando questi utensili circa un milione e mezzo di anni fa. Il processo di produzione è abbastanza difficile perché è, per l’appunto, un artefatto bifacciale, il che significa che è necessario modificarlo continuamente mentre si sta costruendo e, quindi, richiede molta ingegnosità. Oggi, se dovessimo fabbricarcene uno senza fare uso della tecnologia, avremmo, certamente, delle difficoltà.

Il bifacciale è un tipo di forma che noi vediamo non solo in Africa, la patria ancestrale originaria della nostra specie, ma anche in Europa, verso la penisola arabica e nel subcontinente indiano. Si può avere un’idea di questo, ma tale somiglianza non ci colpisce fino a quando non conosciamo che gli esempi del subcontinente indiano appaiono, esattamente, come quelli in Africa e in Europa. Un milione e mezzo di anni fa, i soggetti non migravano velocemente distribuendo utensili e costumi da un continente all’altro. Questi utensili venivano ideati e prodotti da uomini del Paleolitico che vivevano a distanze insuperabili anche per una sola generazione.

Un bifacciale sembra un utensile pratico, ma non sappiamo esattamente come è stato utilizzato. Ha molti spigoli acuti tutto intorno in un modo che sembra un po’ contro-intuitivo per un oggetto utile. Di recente è stata avanzata l’ipotesi che il bifacciale potesse rappresentare un’espressione di status sociale e non solo l’espressione fisica di un oggetto pratico.

Studiosi come Steven Mithen3, ad esempio, hanno parlato circa il codice sociale delle asce a mano come strumenti che sono stati utilizzati per prestazioni e spettacoli. Una delle ragioni per cui è plausibile pensare che questa spiegazione sia verosimile è che non solo troviamo questi oggetti identici in diverse parti d’Europa, Asia e Africa, nei medesimi periodi storici, ma, anche, perché li troviamo, in abbondanza, fuori d’ogni contesto di una possibile utilità pratica e non usurati dal loro utilizzo.

Cosa succede se consideriamo che il bifacciale sia stato una sorta di biglietto da visita sociale? Cosa succede se consideriamo che il bifacciale sia stato utilizzato, a pro di monile, per indicare che un individuo era un membro a pieno titolo di una società specifica, forse, utilizzato come richiamo per attirare le donne, ossia l’equivalente di una Ferrari dei nostri tempi nelle epoche antiche del linguaggio primordiale dell’accoppiamento. Ad esempio, se un individuo poteva creare una buona ascia, ciò poteva significare che tale soggetto poteva portare avanti un progetto di vita e, quindi, costituire un potenziale affidabile compagno. Quei manufatti di base del passato ci portano a pensare ai modi in cui gli investimenti sociali e le attività economiche individuali sono tutti avvolti nello stesso pacchetto cognitivo.

Ora cerchiamo di pensare a che tipi di artefatti, qualche centinaio di migliaia di anni fa, gli individui erano legati o con cui si impegnavano di più. Una delle prime cose, nel repertorio umano, è l’ornamento. Sappiamo che già circa centoventimila o centocinquanta mila anni fa le popolazioni usavano l’ocra come una forma di decorazione del corpo. Troviamo tracce di queste usanze in caverne in Sud Africa e in altre parti del mondo.

 Altre forme di decorazione sono, ad esempio, le perline di vetro4. Le perline di vetro, a differenza dell’ascia, non avevano alcuna finalità pratica, esse semplicemente comunicavano qualcosa ai loro simili. Un gruppo di archeologi5 ha fatto un interessante studio della distribuzione dei primi ornamenti in luoghi come il Plateau dell’Anatolia e in Nord Africa. Insieme al lavoro di questo gruppo, l’archeologa Mary C. Stiner6 ha formulato una teoria per spiegare il motivo per cui si trova lo stesso oggetto in tanti luoghi diversi: gli stessi tipi di perline di vetro e gli stessi tipi di conchiglie scelti per fare quegli ornamenti. L’archeologa ha proposto il concetto di “larghezza di banda” come una modalità di comunicazione.

Pensiamo a come, oggi, usiamo gli ornamenti come una modalità di comunicazione. Si possono vedere diversi tipi di orecchini, collane, bracciali, anelli, o piercing e tatuaggi in ogni parte del corpo. Con queste modalità estetiche, in effetti, noi umani continuiamo a comunicare qualcosa. Sono tutti sistemi di comunicazione nella stessa larghezza di banda di comprensione. Un anello di diamante comunica agiatezza, mentre un tatuaggio può esprimere orientamenti di vita e potenza fisica. Tutti questi ornamenti sono all’interno della stessa gamma di comunicazione, eluderla porta a nuove modalità di comunicazione che al momento non sono riconosciute perché non rientrano all’interno della stessa larghezza di banda, ma assimilate e comprese con il tempo.

Se pensiamo a qualcosa come la comunicazione, una cosa importante circa le piccole cose, quale le perline di vetro, è, come sottolinea Stiner, l’idea di ampiezza, o di volume (udibilità). Se stai indossando un ciondolo, esso comunica qualcosa al tuo gruppo. Ad esempio, il valore dell’oggetto affettivo e materiale, e la curiosità se lo hai acquistato o ricevuto. Ma se stai indossando tutta una serie di ciondoli, sei in grado di comunicare in modo più incisivo. Quel senso di ampiezza e volume nella comunicazione è anche qualcosa che sottoscrive la nostra comprensione e l’uso della cultura materiale d’oggi. Se disponiamo di varie paia di jeans e varie paia di scarpe, dovremmo ringraziare i nostri antenati del Paleolitico per aver iniziato la diversità nella cultura materiale che ci ha portato ad essere la specie con tanti artefatti, il più delle volte, inutili!

Dagli artefatti dei gruppi ancestrali torniamo allo studio delle città, deducendone che, nel tempo, esse sono il risultato di una lunga traiettoria di interazioni umane con artefatti e spazi articolati in modi sempre più complessi, con crescente aumento dell’ampiezza o del volume della comunicazione che ha portato alla forma urbana, non solo come la conosciamo ora, ma come è stata originariamente.

Se continuiamo la nostra cronologia, tutti gli artefatti da quelli di utilità pratica a quelli puramente comunicativi e decorativi ciò che assistiamo è a questo schema accelerato di integrazione sociale ed economica con la cultura materiale che, nella forma urbana, si cristallizzata in questa intensa rete, sempre più evoluta, di interazioni e infrastrutture sociali dei nostri tempi che si manifestano nei grossi agglomerati urbani.

Connettività7 urbana: sono le città direttamente collegate alla nostra capacità di specie di interagire gli uni con gli altri?

Ciò che interessa ad un archeologo, riguardo la città, è qual è stato quel punto di svolta tra una vita in un piccolo villaggio e quella offerta in un grande assembramento urbano con un conseguente relativo aumento delle interazioni e integrazioni umane. Questa è stata una domanda importante per conoscere e riconoscere l’evoluzione umana, da soggetto itinerante a quello stanziale. Ma quali sono i vantaggi di vivere in una città, e quali gli svantaggi? Certamente, la città soddisfa sia potenziali scambi che protezione tra i membri di una comunità ma, di contro, attenua il controllo su tante cose. Ad esempio, si perde il controllo, il più delle volte, di chi siano, i nostri vicini di casa, oppure si rinuncia al controllo sulle nostre risorse alimentari. Mentre, in un piccolo borgo è quasi tutto sotto controllo, i campi coltivati sono prossimi se non familiari, ed è sovente l’allevamento di piccoli animali domestici che forniscono carne e uova. Ma certo è che le città sono troppo affollate e gli spazi sono troppo piccoli perché possiamo provvedere noi stessi, certamente i vicini di casa non gradirebbero polli sul balcone. Quindi, ciò che si fa, invece, è fare quel salto di fede per acquistare cibo da chi ce lo procura.

In definitiva, le città, antiche o moderne che siano, si assomigliano. Questo ci fa pensare che le città, come molti altri aspetti nella nostra copertura di repertorio quale specie, non siano innate alla nostra condizione di specie bio-culturale e direttamente collegate alla nostra capacità di interagire con altre persone, pur se le città sono molto giovani nel repertorio storico umano. La fondazione di Roma, ad esempio, risale al 753 a.C.., e le prime città che conosciamo, archeologicamente, risalgono a circa seimila anni, come in Mesopotamia. Ma la nascita delle città è indipendente e ha tempistiche diverse nelle varie parti del mondo. Rappresentando tutte situazioni indipendenti, riguardanti anche flussi migratori in riferimento a conflitti o carestie. Il che suggerisce che la modalità della città sia stata ed è l’unica soluzione possibile per le questioni che man mano si presentavano e si presentano di come fare per garantire e coordinare la sopravvivenza di grandi gruppi di popolazioni.

La potenziale connettività della città ci inquieta se la interpretiamo come interdipendenza, come qualcosa che ci suggerisce che forse noi umani non siamo poi così creativi come abbiamo sempre pensato e, in secondo luogo, questa connettività si adatta con una traiettoria evoluzionistica, di come noi umani ci relazioniamo con la cultura materiale. Ad esempio, gli artefatti sono stati un qualcosa che ha permesso all’umanità di comunicare in circostanze di sviluppo iniziale del linguaggio. Così l’idea della decorazione è venuta in modo indipendente, in molte aree, come modalità di consentire agli individui di valutarsi l’uno   con l’altro in un momento in cui le popolazioni crescevano e i gruppi, spostandosi, si riconoscevano.

Man mano le popolazioni ancestrali diventarono sempre più concentrate, probabilmente, a causa di cambiamenti ambientali o contrasti territoriali che sono accaduti nell’Olocene, a partire da dieci a dodicimila anni fa. Ad esempio aree che diventavano sempre più secche, costringendo le popolazioni in aree che si riducevano in termini di dimensioni ma più ospitali. La valle del Nilo ne è un classico esempio. Quando il Sahara non fu più verde e lussureggiante, le popolazioni si trovarono socchiuse nella valle del Nilo, sia per affrontare le evenienze, meno prevedibili nella mobilità, sia per fissare le loro dimore (stanzialità) e dedicarsi all’approvvigionamento di cibo, con coltivazioni e piccoli animali domestici.

Nella misura che il processo di concentrazione si mescolò ad un senso di opportunità, le popolazioni capitalizzarono sulla comparsa di quelle comunità più fitte al fine di sperimentare di più con i tipi di artefatti che stavano producendo: far crescere la larghezza di banda un po’ di più, impegnarsi  in forme proattive, impegnarsi in nuove forme di comunicazione, sfruttare le opportunità che si verificano quando si ha la sinergia di grandi gruppi umani che si uniscono, motivazioni, probabilmente, presentatesi più e più volte. Escludendo situazioni contingenti come guerre e carestie, le popolazioni hanno sempre cercato di integrarsi, comunicando e raggiungendo il consenso anche nei piccoli spazi di villaggi, borghi, ciò ci suggerisce che, come specie, siamo animali eusociali e che, forse, non abbiamo avuto altro posto dove andare. Né possiamo immaginare di inventare un altro tipo di configurazione di insediamento, poiché le città sono questa configurazione. Per riuscirci, le popolazioni umane hanno impiegato più di un milione di anni di lavoro. Sottilmente, noi siamo il prodotto di quel lungo periodo di produzione di mattoncini cognitivi, sociali ed economici, che ha configurato la città come processo di urbanizzazione.

Se si valutasse questa considerazione con i lavori che fanno gli archeologi negli scavi di centri urbani del passato nel Nord Africa, nel Mediterraneo romano, nel subcontinente indiano e negli antichi centri urbani di tutto il pianeta, le modalità in comune suggeriscono quest’ipotesi della città come soluzione evolutiva.

I centri urbani hanno, generalmente, architettura monumentale, musei e luoghi di culto, e simboli di qualcosa che non è molto pratico o utile, come ad esempio la Torre Eiffel, ma che codificano qualcosa che è tra il rituale e il politico e che costituiscono immagini della vita urbana. I centri urbani hanno grandi piazze aperte, per antonomasia luoghi dove un gran numero di persone possono riunirsi in maniera pacifica o per dare adito a manifestazioni contro politiche o situazioni sociali non volute. Gli archeologi, più di recente, sono alla ricerca di quelle tracce di occupazione urbana effimera, cioè le baraccopoli, riconoscendo che le città sono molto più grandi e più complesse di quello che rappresenta una piramide, un tempio o un palazzo.

L’archeologia contemporanea guarda agli insediamenti urbani nella loro interezza, studiando le tracce del loro passato. Talvolta ciò è reso possibile dai progetti di scavo a lungo termine (vedi Pompei). Questo è il motivo per cui anche in archeologia ci si affida a studi di ricerca a lungo termine, spesso iniziati dai predecessori a cui hanno fatto seguito altri ricercatori.

Le modalità di urbanizzazione passate e recenti sono oggetto di studio di una archeologia moderna che si avvale di moderne tecnologie come il telerilevamento, la modalità più spettacolare viene chiamato LIDAR (Light Detection and Ranging)8. Si tratta di una sorta di mappatura che coinvolge un aerea con un apparato radar montato che può prendere vedute aeree su larga scala, anche attraverso la vegetazione. Questo sistema ha completamente rivoluzionato gli studi dei centri urbani esistiti in luoghi come la jungla del Centro America, ed è immaginabile che la giungla dello Yucatan avesse molte strutture al di là di quei manufatti facilmente osservabili.

Avere un senso di come tutte le città sono state articolate è determinante. Persone come Arlen Chase e Diane Chase9 parlando di aspetti di come le periferie nelle città antiche sono state articolate, le rendono ancora più vicine alla nostra esperienza di vita urbana. Ora ci rendiamo conto che la città non è solo ciò che i leader dichiarano riguardo le loro politiche o la realizzazione di un monumento. La sinergia di una città antica, proprio come la sinergia di una città moderna deriva dall’incontro, dall’interazione, dalla protezione dai conflitti, e, in ultima analisi, dal consenso di un gran numero di individui vincolati solo dal fatto di condividere uno spazio fisico – accompagnati da un incommensurabile quantità di artefatti – al fine di creare una situazione di vita che viene valutata dalle popolazioni umane come molto più pratica, dinamica e integrata rispetto alla vita agreste o isolata.

L’archeologia e i testi antichi, ancora una volta, ci aiutano a descrivere, dal lato umanistico, ciò che significava vivere in una città antica. Già all’epoca ci si lamentava del traffico nelle strade e della sporcizia. Dal punto di vista delle scienze sociali, abbiamo questi ampi, paradigmi generalizzanti che ci permettono di pensare alle questioni comunitarie e ai contrasti da un luogo all’altro.

La ricerca genetica sui reperti ossei e i modelli di manufatti archeologici ci consentono di comprendere modelli di migrazione e di insediamenti urbani. Gli archeologi prendendo sempre a prestito le interconnessioni da tutte le diverse discipline, sono idealmente posizionati per scrivere anche loro la storia di ciò che, genericamente, chiamiamo dell’umanità. Dalla cosiddetta ricerca scientifica e dalle discipline umanistiche, l’archeologia apprende l’utilizzo di grandi modelli sociali interpretativi della realtà, ma, dalla propria ricerca sul campo, coglie, anche, quel momento di individualità, quel momento di comunicazione, che ci suggerisce come la città è stata vissuta. Una delle cose che l’archeologia ha imparato dalla scienza sociale è che le persone, dalle stanziali agli immigrati, pur raccontando le loro esperienze, in altri luoghi, scelgono la città.

Cosa significa la città?

Quando l’archeologo comincia a rilevare gli strati di reperti antichi, si avverte lo stesso tipo di sentimento di conoscenza. La storia del topo di campagna e del topo di città, per esempio, favola di Esopo, probabilmente risale all’India come un tropo10 per realizzare il significato della vita urbana. La favola è ben nota. Un topo di città va a visitare un topo di campagna che gli offre una semplice magra cena campagnola al che il topo di città, deridendo la vita di campagna, invita il topo da campagna ad andare in città e gustarne insieme la bella vita.  Mentre i due si stanno a cibare come imperatori nei fasti della città vengono disturbati da una coppia di cani che forzano i roditori ad abbandonare il festino e a correre al riparo. Dopo l’incidente il topo di campagna decide di tornarvi, preferendo rosicchiare un fagiolo che essere divorato dal timore, preferendo il suo tranquillo quotidiano allo sfarzo.

La maggior parte delle storie che esaltano le virtù della vita di campagna sono state scritte da gente di città durante i loro soggiorni in campagna, perché una volta che ci si addentra nel contesto rurale, se ne apprezzano le virtù, ma certamente manca il dinamismo della vita urbana. Le città sono luoghi in cui individui e popolazioni possono sperimentare trasformazioni. A volte, tali trasformazioni non costituiscono esperienze socialmente desiderabili, come il rischio di malattia che può aumentare derivando dalla promiscuità e dall’insufficienza di servizi igienici. Le città, infatti, sono ambienti in cui la diffusione di una malattia può essere molto rapida, perciò alcune malattie raggiungono grandi numeri vincolati alla grande concentrazione di popolazione. Quando l’urbanizzazione è una realtà, l’attuazione di qualunque bio-politica per allontanare la popolazione già concentrata o in arrivo diventa improbabile o molto difficile e prevale la considerazione, da parte dei cittadini, che la concentrazione di beni e servizi consentono che la loro vita in città sia più garantita. Per cui la tendenza al concentramento e ad una conseguente riduzione dello spazio abitativo documentata dall’archeologia. Ad esempio, nel sito archeologico della città di Koumbi Saleh11, nell’attuale Mauritania meridionale, si può vedere come le camere all’interno delle strutture abitative diventarono più piccole nel corso del tempo. È il caso dell’esperienza odierna in cui il centro della città diventa più costoso e gli spazi abitativi diventano più piccoli. E questo pattern di riduzione dello spazio abitativo l’archeologia continua a documentarlo ovunque. Nell’antica Roma gli spazi abitativi popolari si sviluppavano in edifici di tre o quattro piani. Abbiamo avuto popolazioni che vivevano in affollati spazi ristretti presso l’antica città di Sisupalgarh12. Anche qui vediamo ancora una volta lo stesso pattern di regolazione dello spazio che è risultato essenziale alla soluzione del problema di come fare stare più popolazione nel desiderabile ambito della città.

Infrastrutture come dialogo sociale

Ma questo dinamismo è formalizzato dalle infrastrutture. Nel paesaggio disperso della vita rurale o isolata di montagna non vi è alcuna necessità di formalizzare le connessioni spaziali se in accordo con le disposizioni demaniali; in una città, invece, gli spazi devono essere ben definiti. Palazzi, strade e piazze sono stabiliti da criteri di urbanizzazione e vige, il divieto di edificazione.

Ciò che collega la vita urbana – acquedotto, fogne, carreggiate – sono le principali infrastrutture. Oggi, naturalmente, ne abbiamo molte altre, come ad esempio le linee elettriche e dei trasporti pubblici. Ma le preoccupazioni per le infrastrutture aprono un intero modo di pensare la vita urbana dal punto di vista della persona comune.

Tranne abusi, le infrastrutture sono quelle che connettono noi, in sequenza, con tutti gli altri cittadini, nei nostri quartieri, e fuori della città fino ai più ampi confini regionali, nazionali e continentali. Le infrastrutture in quanto tessuto connettivo fisico sono quelle che Monica L. Smith13 chiama “dialogo materializzato” tra le persone che esercitano l’autorità di organizzare lo sviluppo delle infrastrutture e le persone che sono gli utenti finali delle infrastrutture.

Infatti, la questione dell’infrastruttura urbana non è solo una questione di qualcuno che la costruisce e di utenti che l’utilizzano. Perché vi sia l’infrastruttura ci vuole una leadership per renderla desiderabile, per rendere gestibile il conflitto di interessi e per eseguire i lavori. E ci vuole anche l’esperienza e un concetto imprenditoriale che organizza il layout e la connettività, e la presenza di imprese per il mantenimento dell’infrastruttura urbana, un aspetto altrettanto complesso. Infatti, non è solo il posizionamento dell’infrastruttura. La manutenzione a lungo termine è un aspetto critico nello sviluppo dell’infrastruttura urbana ed essa include persone fisiche della direzione e dell’amministrazione. Ogni problema così va risolto nell’ambito di imprese preposte, ad esempio una buca stradale richiederà l’intervento dell’ANAS o altro ente in tema. Così il senso dell’infrastruttura urbana come forma di dialogo e come forma di comunicazione è quello in cui vi è una direzionalità costante di comunicazione che funzioni in direzioni diverse, la municipalità in prima linea. Ci sono leaders che implementano le infrastrutture, e ci sono utenti che la modificano, l’utilizzano, l’ignorano o, anche, la distruggono.

Quando interpretiamo l’infrastruttura urbana come un tessuto connettivo, possiamo pensare a come questo dialogo materializzato coinvolga la possibilità di replicare le politiche urbane. Ci sono luoghi, come documenta il lavoro di Nikhil Anand, riguardo le infrastrutture idriche in Mumbai, in cui è molto difficile tenere il passo con la domanda di infrastrutture14. Anand parla di ciò che egli denomina “stati gocciolanti”15 [leaky states] per denotare il rapporto tra gli obblighi del governo di provvedere infrastrutture e i destinatari di esse e come questi manipolano gli allacciamenti all’acqua potabile o all’elettricità al fine di essere in grado di ottenere ciò di cui hanno bisogno. Inoltre, il processo di raggiungimento del consenso è qualcosa che è in corso continuamente nelle città.16

Pensiamo a come le popolazioni possono respingere le istruzioni di uso e/o comportamento. L’infrastruttura è ovunque, e viene fornita con le istruzioni circa l’utilizzo. Chiunque può esperire questa dimensione, basta camminare per le strade di una città. Se si inizia a guardare a tutti i luoghi in cui la città si rende riconoscibile (i tombini, i lampioni, le fermate degli autobus, gli ingressi della metropolitana, i parcheggi, i parchimetri), tutto ad un tratto, si inizia a vedere un enorme quantità di istruzioni ovunque.

Siamo una società basata sul testo, quindi queste istruzioni sono scritte per noi: “Non parcheggiare qui dalle 11.00 alle 14.00 il giovedì per la pulizia delle strade”, “Non sostare qui, zona di carico/scarico”. Ci sono infinità di istruzioni coinvolte nel settore delle infrastrutture. Come fanno le persone per ribattere o contestare? Mettono i graffiti sulla proprietà pubblica, scaricano i loro rifiuti domestici in aree vietate allo scopo, usano spazi aperti per attività illecite, di notte, a dispetto delle istituzioni. Lo sviluppo delle infrastrutture non è solo qualcosa che è immaginato e impiantato dalle autorità. La questione dello sviluppo delle infrastrutture urbane comporta lo scontro di interessi, ricerca di consenso e i linguaggi creativi e imprevisti da parte dei residenti.

Come vediamo questa dinamica sociale nella documentazione archeologica? Come vediamo questo dialogo, questa contesa, questa ricerca di consenso attraverso il dialogo tra gli utenti finali e gli esperti?

Pensiamo a come ci si avvicina alla questione dalla prospettiva dell’archeologia. Come l’archeologia interpreta i modi in cui le persone si sono mosse, comunicavano e interagivano tra loro? Cose come il canto e la danza, il dibattito e il dialogo, sono raramente acquisite in forma testuale, quindi l’archeologia deve mostrarsi creativa. Una delle visioni più creative e interessanti sull’utilizzo delle infrastrutture è stato articolata dall’archeologo Scott Branting presso il sito di Kerkenes in Turchia17, centro urbano risalente al primo millennio del calendario dei cristiani romani. Così, di Kerkenes abbiamo una visione precisa dell’urbanistica della città e siamo in grado di vedere tutte le diverse dimensioni di vicoli e strade.

Nel corso degli scavi, Scott Branting esaminò i diversi strati delle strade. Come sappiamo, nelle strade si accumulano piccoli strati e pellicole di sporco e polvere. Egli prese sezioni sottili e le guardò al microscopio. La sua domanda fu: come facciamo a sapere quali strade furono le più utilizzate? Egli esaminò gli strati di polvere per vedere quali percorsi avevano quelli più usurati dall’effetto di tanti piedi che vi camminarono sopra. Le particelle di polvere sui percorsi costituiscono l’impronta, “il reperto” di molte migliaia di singole attività che non potremmo mai avere in modalità scritta, ma che ci dicono come le persone si muovevano attraverso una città antica.

Vediamo ora la questione delle infrastrutture come dialogo dal lato delle scienze sociali. Durante gli scavi di ricerca dell’archeologa Monica L. Smith nell’antica città di Sisupalgarh, in un’area che ricerche precedenti avevano considerato come la strada monumentale di una uscita dal centro urbano, i ricercatori si erano trovati con una piccola struttura e dei materiali che non avevano alcun senso nel contesto. Si trattava di un forno ad uso domestico, ma questo contrastava con la premessa operativa che considerava il luogo un punto di confluenza di passanti. Poiché le dimensioni dello spazio attorno non consentivano di mettere in discussione l’ipotesi che l’area fosse un’area esterna, si è stati costretti a scartare l’idea che l’area potesse essere invece all’interno di una struttura ad uso domestico. Ciò portò a considerare che la casa si trovava proprio nel bel mezzo della strada. Questo portò a considerare che nelle ultime fasi di esistenza del centro urbano qualcuno aveva costruito la propria casa in quello che doveva essere un percorso stradale. Questo, certamente, contrastava con l’idea prestabilita circa gli usi accettati dello spazio urbano.

In un tale contesto di puzzle per l’archeologia, dalla prospettiva delle science sociali era invece plausibile fare riferimento al concetto di replica alle prescrizioni nel dialogo riguardo le infrastrutture. La dinamica delle città ha sempre quella corrente sotterranea di contestazione e disobbedienza che, ovviamente, appare nei conflitti etnici, nei conflitti tra residenti e immigranti e nei conflitti su come le risorse dovrebbero essere spese e i conflitti circa il posizionamento delle infrastrutture. Oggi, quando abbiamo progetti di nuove infrastrutture c’è quasi sempre un “dialogo” su dove dovrebbe andare e a chi dovrebbe servire.

Se pensiamo a questo tipo di dialogo come qualcosa che sarebbe esistito in passato, si ravviva il nostro senso dei centri urbani come luoghi propositivi e di selezione deliberata di attività da parte dei grandi numeri dei loro abitanti ordinari.

Gli archeologi hanno sempre saputo il motivo per cui i leader risiedono in città. Ma dovremmo anche chiederci che cosa facessero l’altro milione di persone nella città di Roma o quell’ altro mezzo milione di persone presso l’antica città di Teotihuacan?

Una risposta si ottiene dalle scienze umane. La scrittura è qualcosa che è stata inventata in città, proprio come le infrastrutture. Non c’era bisogno di scrivere le cose in un villaggio rurale perché tutti avevano gli stessi ricordi di chi possedeva qualcosa e di chi aveva fatto qualcosa. Ma nelle città, sono necessari più meccanismi amministrativi. Nelle città ci sono più persone che comunicano tra loro, ci sono più direttive che devono essere condivise tra una gerarchia amministrativa, ci sono più cose che si desidera ricordare e si dispone di più cose che si desiderano conservare. A volte ciò che si desidera conservare sono testi di economia, come in Mesopotamia, e a volte testi giuridici. Si possono conoscere le minuzie di persone che discussero circa la successione dei beni tra fratelli con i dettagli di chi ottenete cosa, oppure si può sapere di chi avrebbe dovuto riportare tre pecore e ne avrebbe, invece, riportate solo due perché una si era ammalata, e, poi, sapere dei processi legali. Dagli archivi documentali conservati otteniamo questi bellissimi scorci di vita urbana giorno per giorno.

Piccoli frammenti di una vita urbana estintasi nel tempo sono le vestigia di una funzionalità, vivacità, dell’inevitabilità e della resilienza della vita urbana, frammenti che da reperti archeologici diventano simbolo di una realtà urbana umana che resiste e persiste da secoli: la città.

  1. Bruce Owen, Defining city, state, and civilization. In “Anthro”, May 2006.
  2. Bifacciale In paleontologia, utensile di selce del Paleolitico ricavato da ciottoli o grandi schegge che presenta su ambedue le facce lavorazione a distacchi, www.treccani.it/enciclopedia/bifacciale/
  3. Mithen, S. J. The Singing Neanderthals: the Origins of Music, Language, Mind and Body. Weidenfeld & Nicolson, London, 2005 / Mithen, S. J. After the Ice: a global human history, 20,000-5000 BC. Weidenfeld & Nicolson, London, 2003 / Mithen, S. J. The prehistory of the mind : a search for the origins of art, religion, and science, Thames and Hudson, London, 1996.
  4. Il vetro ha origini molto antiche e ancora oggi è difficile stabilire con certezza quale popolo possa vantarne la scoperta. Anticamente furono i popoli della Mesopotamia, ad utilizzare il vetro nel III millennio, forgiandone delle perline. Successivamente anche gli Egizi appresero questa arte che utilizzarono nella produzione di oggetti artistici. I Romani, seppur in maniera rudimentale, crearono le prime finestre con i vetri ma ciò aveva un prezzo esorbitante tale che solo i patrizi potevano permettersele. Il vetro naturale, o ossidiana, è in uso fin dall’antichità. https://www.educazionetecnicaonline.com/2014/02/20/il-vetro/
  5. Francesco d’Errico, Marian Vanhaeren, Nick Barton, Abdeljalil Bouzouggar, Henk Mienis, Daniel Richter, Jean-Jacques Hublin, Shannon P. McPherron and Pierre Lozouet. Additional evidence on the use of personal ornaments in the Middle Paleolithic of North Africa. In “Proceedings of the National Academy of Sciences of the USA”, vol. 106, no. 38: 16051-16056, 2009.
  6. Mary C. Stiner. Finding a common band-width: Causes of convergence and diversity in Paleolithic beads. Biological Theory 9(1): 51-64, 2014.
  7. La connettività è la capacità che sistemi diversi hanno di collegarsi e comunicare fra loro al fine di scambiarsi informazioni.
  8. Arlen F. Chase, Diane Z. Chase, Christopher T. Fisher, Stephen J. Leisz, and John F. Weishampel, “Geospatial Revolution and Remote Sensing LiDAR in Mesoamerican Archaeology,” Proceedings of the National Academy of Sciences 109(32): 12916-2921. 2012.
  9. Ibidem
  10. Fatto retorico caratterizzato da trasposizione di significato.
  11. Kumbi Saleh era un’antica città le cui rovine, scoperte nel 1913, si trovano attualmente nella Mauritania meridionale, ritenuta la capitale dell’Impero del Mali. La fondazione risale al III secolo, da parte dei Mandè che controllavano le vicine rotte commerciali assieme ai berberi Sanhaja. Kumbi Saleh è stata anche identificata con l’antica città di Ghana, capitale dell’omonimo impero. Cadde sotto la dominazione dell’impero nel VII secolo. Nell’XI secolo aveva circa 30.000 abitanti, era quindi una delle più grandi città del continente.
  12. Gli scavi archeologici suggeriscono che già nel quinto secolo prima del calendario cristiano avesse una popolazione di 25.000 abitanti.
  13. Monica L. Smith. The Social Construction of Ancient Cities. Kindle Books, 2010.
  14. Anand, Nikhil. Disconnecting Experience: Making World Class Roads in Mumbai. Economic and Political Weekly 41: 3422-3429. 2006.
  15. Anand, Nikhil. Leaky States: Water Audits, Ignorance and the Politics of Infrastructure. Public Culture 27(2): 305-330. 2015.
  16. Anand, Nikhil and Anne Rademacher. Housing in the Urban Age: Inequality and Aspiration in Mumbai. Antipode 43(5) (2011): 1748-1772. 2011.
  17. Scott Branting. Kerkenes Dag project. The oriental Institute of the University of Chicago. 2010.

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