L’Antropocene: potente narrativa sul rapporto uomo e natura

L'ecologia della Terra é stata già ampiamente trasformata da cacciatori-raccoglitori, agricoltori e pastori prima di 12.000 anni fa
17 Febbraio, 2024
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BIO – Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità – Educational Papers • Anno X • Numero 40 • Dicembre 2021

L’influenza umana sulla trasformazione irreversibile della vita sul pianeta Terra: l’avvento dell’agricoltura

Stando a Lucas Stephens,1 Erle Ellis,2 e Dorian Fuller3, una rivoluzione, avvenuta nell’ambito dell’archeologia, ha messo in luce la straordinaria portata dell’influenza umana sul passato e sul futuro del nostro pianeta. La transizione dell’umanità dalla caccia e dalla raccolta all’agricoltura contiene uno degli sviluppi più rilevanti nella storia umana e della Terra stessa. Le società umane, le popolazioni vegetali e animali, la composizione dell’atmosfera, persino la superficie terrestre stessa, sono state, tutte, trasformate, in modo irreversibile, con l’avvento dell’agricoltura.

Alla domanda su quale sia la transizione che abbia impattato irreversibilmente la vita sulla Terra, infatti, oggi molte persone possono nominare la Rivoluzione Neolitica4 oppure segnalare la Mezzaluna Fertile (cioè la Mesopotamia) su una mappa. Secondo Stephens, Ellis & Fuller, questa comprensione, diffusa, sull’avvento dell’agricoltura può essere considerata il prodotto di anni di lavoro da parte degli archeologi che hanno, diligentemente, portato alla luce falci, mole ed altre unità di misura di quantità così come contenitori di stoccaggio, artefatti che, nell’interpretazioni degli esperti, raccontano della nascita di nuove tecnologie per la coltivazione e l’addomesticamento degli animali.5

Seguendo la breve introduzione all’antropocene di Erle Ellis,6 la storia congetturata o costruita dagli studiosi sarebbe più o meno questa: a partire dal Vicino Oriente circa 11.000 anni fa, gli umani avevano scoperto come controllare la riproduzione del grano e dell’orzo, il che accelerò il rapido passaggio all’agricoltura. Nel giro di 500-1.000 anni, sorse una manciata di piccoli villaggi agricoli, ognuno con diverse centinaia di abitanti che mangiavano pane, ceci e lenticchie, presto anche la carne, allevando pecore e capre sulle colline ed alcuni allevando altri animali domestici utili all’agricoltura o allevati a scopi alimentari.

Questo stile di vita sedentario si diffuse, quando gli agricoltori migrarono dalla Mezzaluna Fertile attraverso la Turchia e, da lì, oltre il Bosforo e attraverso il Mediterraneo in Europa. Si sarebbero, altresì, spostati a est dall’Iran, nell’Asia meridionale e nel subcontinente indiano, e a sud dal Levante, nell’Africa orientale. Man mano che agricoltori e pastori popolarono nuove aree, disboscarono foreste per creare campi e portarono con sé i loro animali, cambiando, per sempre, gli ambienti locali. Nel tempo, i progressi dell’agricoltura permisero ad insediamenti, sempre più grandi e densi, di prosperare, dando, alla fine, origine a città e civiltà, come quelle della Mesopotamia, dell’Egitto, dell’Indo e, in seguito, di altre in tutto il Mediterraneo ed altrove.

Per molti decenni, lo studio degli albori dell’agricoltura si concentrarono solo su poche altre regioni oltre alla Mesopotamia o Mezzaluna Fertile. In Cina, miglio, riso e maiali diedero origine alle prime città e dinastie cinesi. Nel Messico meridionale, furono mais, zucca e fagioli ad essere coltivati ​​per la prima volta ed sostennero civiltà successive come gli Olmechi o i Puebloans del sud-ovest degli USA. In Perù, la patata, la quinoa e i lama nativi furono tra le specie, addomesticate 5.000 anni fa, che resero possibili le civiltà successive nelle Ande. In ciascuna di queste regioni, il passaggio all’agricoltura innescò tendenze di aumento della popolazione umana e di insediamenti in crescita che richiedevano quantità crescenti di legno, argilla e altre materie prime dagli ambienti circostanti, come suggeriscono i lavori di Stephens, Ellis e Fuller.7

Eppure, nonostante tutta la sua portata e influenza, questo quadro della diffusione dell’agricoltura risulterebbe incompleto, stando agli stessi Stephens, Ellis e Fuller. Le nuove tecnologie hanno, in effetti, cambiato il modo in cui viene praticata l’archeologia, dal modo in cui si esaminano gli avanzi di cibo antico a livello molecolare, all’uso della fotografia satellitare per tracciare i modelli di irrigazione in interi paesaggi. Le recenti scoperte stanno ampliando la nostra consapevolezza di quanto sia stato precoce, esteso e trasformativo l’uso della terra da parte degli esseri umani. L’ascesa dell’agricoltura non è stata una rivoluzione di un unico momento nel tempo che si verificò solo in poche regioni ma, piuttosto, un pervasivo spostamento socio-ecologico avanti e indietro attraverso soglie sfocate in molte località.

Riunendo le conoscenze collettive di oltre 250 archeologi, il progetto ArchaeoGLOBE8 costutuisce il primo database globale e crowdsourcing di competenze archeologiche sull’uso del suolo negli ultimi 10.000 anni. Da questo database9 emergere una narrazione completamente diversa della trasformazione della Terra rispetto a quella comunemente riconosciuta dalle scienze naturali. ArchaeoGLOBE ha rivelato che le società umane trasformarono la maggior parte della biosfera terrestre molto prima e più profondamente di quanto fosse stato pensato, intuizione che porta serie implicazioni sul modo in cui comprendiamo la relazione dell’umanità con la natura e il pianeta nel suo insieme.

 

L’Antropocene profondo: cosa significa natura e dove essa si trova

Proprio come la recente ricerca archeologica abbia sfidato le vecchie definizioni di agricoltura e abbia offuscato i confini tra agricoltori e cacciatori-raccoglitori, tale ricerca starebbe, altresì, portando gli esperti a ripensare a cosa significhi natura e dove essa si trovi. Le profonde radici di come l’umanità abbia trasformato il globo porrebbero una sfida al paradigma emergente dell’Antropocene, in cui il cambiamento ambientale causato dall’uomo viene generalmente visto come un fenomeno del XX secolo o dell’era industriale. Invece, risulta più chiaro che mai che la maggior parte dei luoghi che consideriamo “incontaminati” o “non toccati” abbiano a lungo fatto parte delle società umane per ricoprire ruoli ecologici cruciali. Di conseguenza, cercare di districare gli ecosistemi “naturali” da quelli che le persone abbiano, effettivamente, gestito per millenni sta diventando sempre meno realistico, come suggeriscono Stephens, Ellis e Fuller.10

La nostra comprensione dell’agricoltura primitiva deriva, stando a Greger Larson e i suoi collaboratori di ricerca,11 principalmente dai resti materiali del cibo: semi, altri resti di piante e ossa di animali. Gli archeologi tradizionalmente documentano questi reperti da siti scavati e li usano per tenere traccia delle date e della distribuzione di popolazioni e pratiche diverse. Negli ultimi decenni, tuttavia, i professionisti sono diventati più abili nell’individuare le prime tracce dell’addomesticamento, basandosi su progressi all’avanguardia in chimica, biologia, imaging e informatica.

Gli archeologi hanno notevolmente migliorato la loro capacità di tracciare l’evoluzione delle colture, grazie ai progressi nella loro capacità di recuperare minuscoli resti di piante, dai microfossili di silice alle minuscole cicatrici di attaccamento dei cereali, dove i semi si attaccano al resto della pianta, come reiterano gli studi sulla diversità delle prime colture eseguiti da Glynis Jones, Soultana Valamoti & Michael Charles.12 Insieme alle prime colture effettuate dagli umani, sono apparse anche erbe infestanti agricole e parassiti dello stoccaggio come topi e tonchi. Sempre più spesso, i ricercatori sono in grado di identificare una comunità biotica più ampia che emerse intorno ai primi villaggi e si diffuse con l’agricoltura, come documentano le ricerche di Dorian Fuller & Nicole Boivin circa le colture, i bovini e i commensali nell’Oceano Indiano.13 Ad esempio, le erbacce che ebbero origine nella Mezzaluna Fertile o Mesopotamia insieme alle prime colture di grano e orzo si presentano, ugualmente, nelle prime comunità agricole in luoghi come la Germania e il Pakistan.14

In questa nuova prospettiva, le collezioni di ossa di animali forniscono la prova di come nel passaggio da mandria a gregge gli animali siano cambiati fisicamente attraverso il processo di addomesticamento. I segni di macellazione sulle ossa vengono oggi utilizzati dagli studiosi per aiutarsi a ricostruire le strategie di abbattimento. Dalle età e dalle dimensioni degli animali, gli archeologi possono dedurre15 le popolazioni di gregge e mandrie in termini di età e rapporti tra i sessi, il che rivelano come la pastorizia differisca dalla caccia. Perfino gli stessi sistemi di allevamento variano, alcuni concentrati solo sulla produzione di carne e altri anche sul latte e sulla lana, come documentano le ricerche di Nimrod Marom & Guy Bar-Oz. Le possibilità dei modelli di misurazioni di ossa e semi hanno fatto passi da gigante con tecnologie quale la morfometria geometrica,16 una complessa analisi matematica della forma che consente una comprensione più sfumata di come le varietà si sono evolute e si sono spostate tra le regioni, stando alla ricerca condotta da Claudio Ottoni e colleghi sull’addomesticamento dei maiali e sulla dispersione mediata dall’uomo nell’Eurasia occidentale rivelati attraverso il DNA antico e le morfometrie geometriche.17 Anche i metodi biomolecolari si sono moltiplicati. Il recupero dei profili di amminoacidi da ossa animali frammentate, ad esempio, permettono di discernere da quali animali provengano, anche quando sono troppo degradati per l’identificazione visiva. L’uso e l’analisi sempre più sofisticati del DNA antico consentono ora ai ricercatori di monitorare con grande dettaglio lo sviluppo e la distribuzione di animali domestici e colture, come reitera la ricerca del gruppo di Da-Wei Cai e colleghi relativa all’analisi del DNA di resti archeologici di pecore in Cina.18

Gli archeologi hanno anche utilizzato la spettrometria di massa,19 come nel caso dello studio del mais nell’altopiano del Messico, eseguito da Piperno e Flannery, con questa tecnica che coinvolge ioni di gas, per individuare quali specie siano state cotte insieme in base alla presenza di biomolecole quali i lipidi, e come documentano, similmente, McGovern, Glusker, Moreau et al nella loro ricostruzione del banchetto funerario del re Midas.21 Gli isotopi stabili di carbonio e azoto provenienti da ossa e semi animali forniscono informazioni su dove e come venivano gestiti piante e animali, consentendo agli studiosi di delineare, in modo più completo, le antiche reti alimentari dalle condizioni del suolo al consumo umano come propongono le ricercatrici Margaret Schoeninger e Katherine Moore, con i loro studi sugli isotopi stabili dell’osso in archeologia.22 Gli isotopi di stronzio nelle ossa umane e animali, nel frattempo, consentono loro di identificare le migrazioni durante la vita di un singolo organismo, rivelando interconnessioni a lunga distanza, più numerose e anteriori di quanto precedentemente immaginato, come hanno puntualizzato Kudson e Buikstra con le loro ricerche archeologiche sulla mobilità residenziale e l’uso delle risorse della comunità dei Chiribaya nel sud del Perù nelle quali analizzano l’isotopo di stronzio nello smalto e nell’osso dei denti.23 La datazione al radiocarbonio era già possibile negli anni ’50, ma i recenti miglioramenti che hanno ridotto le dimensioni dei campioni e i margini di errore, consentendo agli esperti di costruire cronologie a grana fine e datare direttamente le singole colture.24

 

La maggior parte della biosfera terrestre era già significativamente influenzata dalle attività umane, anche prima dell’addomesticamento di piante e animali

Con tutti questi nuovi dati, ora è possibile raccontare una storia molto più ricca e diversificata sulle graduali evoluzioni e disseminazioni dell’agricoltura iniziale, sostengono Stephens, Ellis e Fuller nel loro saggio sull’antropocene profondo. I dati oggi disponibili, consentono di affermare, ad esempio, che negli ultimi 6.000 anni, le isole britanniche sono state trasformate da una collezione di colture importate, erbe infestanti e bestiame che hanno avuto origine millenni prima nel Vicino Oriente. Allo stesso modo, miglio, riso e maiali dalla Cina centrale sono stati diffusi fino alla Thailandia e da 4.000 anni fa tali attività hanno iniziato a trasformare gran parte dei boschi tropicali della regione in campi agricoli come propone Fuller nel suo studio circa i percorsi verso le civiltà asiatiche, tracciando le origini e la diffusione del riso e delle culture del riso.25 Emergono costantemente nuove storie, inclusa quella che il sorgo, un raccolto di cereali, è stato addomesticato nelle savane del Sudan orientale più di 5.000 anni fa, prima dell’arrivo di pecore o capre addomesticate in quella zona, come suggeriscono Winchell, Stevens, Murphy, Champion e Fuller nelle loro ricerche di evidenze sull’addomesticamento del sorgo nel quarto millennio A.C. nel Sudan orientale.26 Una volta che il sorgo fu combinato con pecore, capre e bovini del Vicino Oriente, l’agro-pastoralismo si sarebbe diffuso rapidamente in gran parte dell’Africa sub-sahariana già 2000 anni fa.

Gli sviluppi nella ricerca dei microfossili27 di silicio vegetale (fitoliti), stando agli studi di Carol Lentfer e Roger Green,28 hanno aiutato a tracciare la coltivazione di banane dall’isola di Nuova Guinea più di 7.000 anni fa, da dove si diffuse attraverso l’isola del sud-est asiatico e infine attraverso l’Oceano Indiano fino all’Africa, più di un millennio prima che Vasco da Gama navigasse dall’Africa all’India. Queste tecniche hanno anche rivelato origini agricole impreviste, come il cereale dimenticato, il miglio marrone, come si desume dalle ricerche di Eleonor Kigwell-Banham e di Dorian Fuller.29 Quest’ultima fu la prima coltura di base dell’India meridionale, prima di essere ampiamente sostituita da colture come il sorgo che sono state traslocate dall’Africa. Molte persone possono essere sorprese nell’apprendere che l’antica tradizione agricola nel bacino del Mississippi si basava sul Chenopodium berlandieri,30 Polygonum erectum 31 e sambuco di palude circa 3.000-4.000 anni fa, molto prima che l’agricoltura del mais arrivasse nel Midwest americano, come documentano gli studi di Kristen Gremillion, nella sua ricerca sulla lavorazione delle sementi nell’origine della produzione alimentare nell’Est del Nord America.32

In questa nuova narrativa sul rapporto uomo e natura, che rende più remoto l’antropocene, gli archeologi non si limitano più a studiare i materiali accuratamente scoperti negli scavi. Essi esaminano, addirittura, i paesaggi, i modelli di insediamento e le infrastrutture costruite delle società del passato per avere un’idea dei cambiamenti accumulati che noi umani abbiamo apportato ai nostri ambienti. Al riguardo, hanno sviluppato un repertorio di tecniche che consentiono loro di studiare le tracce di antichi popoli su scale molto più grandi di un singolo sito: dal semplice camminare e documentare la densità delle ceramiche rotte sul terreno, all’esame di immagini satellitari, utilizzando lidar (luce e laser) e droni per costruire modelli 3D, anche alla ricerca di anomalie magnetiche del sottosuolo per tracciare i muri delle città sepolte, come si desume dai lavori di Cristina Corsi, Bozidar Salpšak e Frank Vermeulen.33 Ciò che si rileverebbe sarebbe una lunga azione di continuo sfruttamento, traslocazione e gestione degli ecosistemi.

Di conseguenza, emergono, continuamente, nuove rivelazioni sul nostro passato profondo. Recenti scoperte nell’Amazzonia sud-occidentale hanno mostrato che le popolazioni coltivavano zucca e manioca più di 10.000 anni fa e il mais solo poche migliaia di anni dopo, come documenterebbero gli studi di Umberto Lombardo, José Iriarte, Lautaro Hilbert et al sulle colture del primo Olocene e la modifica del paesaggio in Amazzonia.34 Tale trasformazione l’avrebbero fatta vivendo in un paesaggio ingegnerizzato composto da migliaia di isole boscose artificiali, all’interno di una savana allagata stagionalmente.

Alcune delle scoperte più sorprendenti sono venute dall’applicazione del lidar intorno alle città Maya, sepolte sotto la volta tropicale dell’America centrale. I laser penetrano questa copertura per definire le forme di tumuli, piazze, piattaforme cerimoniali e lunghe strade rialzate che in precedenza erano indistinguibili dalla topografia della giungla. Uno studio recente in Messico, condotto da Takeshi Inomata et al sull’architettura monumentale della civiltà Maya,35 ha spostato indietro il periodo di tempo per la costruzione monumentale a quello che si era soliti considerare l’inizio della civiltà Maya – 3000 anni fa – e ne consegue che i monumenti erano più diffusi di quanto si credesse in precedenza.

Queste transizioni non erano lineari o assolute. Risulta ormai chiaro che di solito ci fosse stato un lungo continuum di sfruttamento, traslocazione e gestione di piante, animali, forme del terreno ed ecosistemi ben prima (e spesso dopo) l’addomesticamento.36 Ciò rende, in effetti, più difficile tracciare linee solide tra società di cacciatori-raccoglitori e agricoltori, oppure tra società che praticavano strategie di sussistenza diverse. Su scale temporali archeologiche che vanno da centinaia a migliaia di anni, l’uso del suolo potrebbe essere pensato invece come un arazzo di antro-ecosistemi in continua evoluzione con gradi di trasformazione più o meno elevati – ambienti più o meno a forma umana o “addomesticati”.

 

L’ipotesi dell’Antropocene anticipato

Nel 2003, il climatologo William Ruddiman ha introdotto l’ipotesi di un Antropocene anticipato che comporta l’idea che l’uso del suolo agricolo abbia iniziato a riscaldare il clima della Terra migliaia di anni fa.37 Mentre alcuni aspetti di questo primo cambiamento climatico globale rimangono irrisolti tra gli scienziati, esiste un forte consenso38 sul fatto che il cambiamento nell’uso del suolo sia stato il più grande motore del cambiamento climatico globale fino agli anni ’50 e rimanga, ancor oggi, uno dei principali motori del cambiamento climatico. Di conseguenza, le mappe globali dei cambiamenti storici nell’uso del suolo e i loro effetti sulla copertura vegetale, sui suoli e sulle emissioni di gas serra, sarebbero una componente fondamentale di tutti i modelli contemporanei per la previsione del clima futuro della Terra, come sostiene Ruddiman con la sua ipotesi che propone che l’era antropogenica sia iniziata migliaia di anni fa, molto prima di quanto popolarmente sia creduto.

La deforestazione, la lavorazione della terra e altre pratiche agricole altererebbero il clima regionale e globale perché rilasciano gas serra dalla vegetazione e dal suolo, oltre ad alterare lo scambio di calore e umidità attraverso la Terra. Nella prospettiva di quest’ipotesi, questi effetti si invertirebbero quando la terra viene abbandonata e la vegetazione si riprende o viene ripristinata. I primi cambiamenti nell’uso del suolo agricolo avrebbero, di conseguenza, importanti implicazioni nella comprensione dei cambiamenti climatici del passato, presente e futuro.

Stando a Kees Klein Goldewijk, Arthur Beusen, Jonathan Doelman, e Elke Stehfest, la principale mappa globale dell’uso storico del suolo utilizzata39 nei modelli climatici sarebbe HYDE, considerato un database storico dell’ambiente globale, che combina modelli storici e contemporanei di utilizzo del suolo e popolazione in tutto il pianeta negli ultimi 12.000 anni. Nonostante questo enorme arco di spazio e di tempo, con notevoli eccezioni, HYDE, effettivamente, si basa in gran parte su dati di censimenti storici che risalgono al 1960, per lo più provenienti dall’Europa.

Il creatore di HYDE è un collaboratore di ArchaeoGLOBE40 che ha richiesto a lungo l’aiuto di storici, scienziati e archeologi per costruire una base empirica più solida per le mappe globali, specialmente per il passato profondo, dove i dati sono, in effetti, particolarmente carenti. I dati necessari per migliorare il database HYDE esistono, ma risiedono in un formato di difficile accesso: le conoscenze specialistiche degli archeologi che lavorano in siti e regioni di tutto il mondo. Il problema è che nessun archeologo avrebbe l’ampiezza o la profondità delle conoscenze richieste.

Gli archeologi in genere studiano singole regioni e periodi di tempo e hanno solo conoscenze di base su aree più ampie. Anche i metodi di ricerca e la terminologia non sono standardizzati in tutto il mondo, rendendo le sintesi difficili, rare e soggettive. Per costruire un database globale completo dell’uso del suolo passato, si renderebbe necessario raccogliere informazioni da centinaia di specialisti regionali e confrontarle, consentendo a questo mosaico di studi individuali di emergere come un’unica immagine. Questo è ciò che gli esperti hanno fatto, attentamente, per ArchaeoGLOBE, secondo Stephens, Ellis e Fuller.

Al riguardo, nel 2018, sono stati intervistati più di 1.300 archeologi in tutto il mondo che hanno sintetizzato le loro risposte in ArchaeoGLOBE.41 Il formato del questionario si basava su 10 sezioni temporali della storia (da 10.000 anni fa, all’incirca, all’inizio dell’agricoltura, al 1850 d.C.42, corrispondente all’era industriale in Europa). Ugualmente comprendeva 146 regioni geografiche, quattro livelli di prevalenza dell’uso del suolo e cinque categorie di uso del suolo, cioè 1. foraggiamento/caccia/raccolta/pesca; 2. pastorizia; 3. agricoltura estensiva; 4. agricoltura intensiva; e 5. urbanistica.43

Alla fine sono state ricevute 711 valutazioni regionali da 255 singoli archeologi, risultando in una mappa della conoscenza archeologica da considerare come globalmente completa, pure se irregolare. Dopo sintesi e un’attenta analisi, i risultati elaborati dagli esperti di ArchaeoGLOBE (insieme ad altri 117 coautori) sono stati pubblicati nel 2019 su Science.44 Sono stati anche resi disponibili online45 tutti i dati e le analisi, in ogni fase del processo di ricerca – anche prima che avessero finito di raccoglierli – nel tentativo di stimolare la cultura della condivisione aperta della conoscenza nell’archeologia come disciplina.46

La raccolta di dati risultante consente ai ricercatori di confrontare i sistemi di utilizzo del suolo nel tempo e in diverse regioni, nonché di aggregare i loro impatti globali cumulativi in ​​punti diversi negli ultimi 10.000 anni. Quando i partecipanti hanno confrontato i risultati di ArchaeoGLOBE con quelli in HYDE, hanno scoperto che le valutazioni archeologiche mostrano un uso del suolo agricolo molto più antico e diffuso di quanto suggerito da HYDE – e, quindi, un uso del suolo più intensivo di quanto fosse stato preso in considerazione nelle valutazioni del cambiamento climatico. In effetti, gli inizi dell’agricoltura intensiva in ArchaeoGLOBE sono stati precedenti a quelli di HYDE, in più della metà delle attuali regioni agricole della Terra, spesso di 1.000 anni o più.

Pertanto, circa 3000 anni fa, l’ecologia terrestre della Terra sarebbe già ampiamente trasformata da cacciatori-raccoglitori, agricoltori e pastori, con più della metà delle regioni valutate impegnate in livelli significativi di agricoltura o pastorizia. Ad esempio, stando a Lane, Horsley, Charami e Bittner,47 il bacino di Kopaic nella regione greca della Beozia fu bonificato e convertito da palude a terreno agricolo nel XIII secolo a.C. Questa pianura – di circa 1.500 ettari (15 kmq) di estensione – circondata da ripide colline calcaree, era stata un grande lago poco profondo dalla fine dell’ultima era glaciale. I residenti della tarda età del bronzo della zona, membri di quella che chiamiamo cultura micenea, costruirono un sistema infrastrutturale idraulico su vasta scala per drenare il terreno acquitrinoso e rivendicarlo per l’agricoltura. Hanno canalizzato fiumi, scavato canali di drenaggio, costruito lunghe dighe ed espanso doline naturali per dirigere l’acqua fuori da quello che sarebbe diventato un terreno ricco di sostanze nutritive. Alla fine, quando la civiltà micenea crollò al termine dell’età del bronzo, il bacino si allagò di nuovo tornando al suo precedente stato di palude. La leggenda narra che Eracle riempisse le doline come vendetta contro un re locale. L’area non sarebbe stata bonificata con successo fino al XX secolo.

Gli esempi precedenti evidenziano una tendenza generale che gli archeologi hanno documentato, vale a dire che l’agricoltura e la pastorizia hanno gradualmente sostituito il foraggiamento e la caccia e la raccolta in tutto il mondo. Ma i dati mostrano, altresì, che ci furono inversioni e diverse economie di sussistenza, dal foraggiamento all’agricoltura, che operarono in parallelo in alcuni luoghi. Inoltre, l’agricoltura e la pastorizia non furono le uniche pratiche che trasformarono gli ambienti. L’uso del suolo da parte di cacciatori-raccoglitori era già diffuso in tutto il mondo (82 per cento delle regioni) già 10.000 anni fa. Attraverso la raccolta selettiva e la traslocazione delle specie preferite, la caccia (a volte fino all’estinzione) e l’uso del fuoco per alterare drasticamente i paesaggi, la maggior parte della biosfera terrestre era già significativamente influenzata dalle attività umane, anche prima dell’addomesticamento di piante e animali.

ArchaeoGLOBE48 viene considerato sia una causa che una conseguenza di un drammatico cambiamento di prospettiva su come l’uso del suolo molto prima del previsto abbia prodotto un cambiamento ambientale globale a lungo termine. La conoscenza archeologica sta diventando sempre più uno strumento cruciale per comprendere l’effetto cumulativo dell’umanità sull’ecologia e sul sistema Terra, compresi i cambiamenti globali del clima e della biodiversità. Come disciplina, la mentalità dell’archeologia si trova in contrasto con le precedenti prospettive fondate sulle scienze naturali, che hanno a lungo enfatizzato una dicotomia tra uomo e natura.

 

Il mito di un mondo naturale incontaminato

Nel paradigma del “mito incontaminato” delle scienze naturali convenzionali, come lo definì il geografo William Denevan,49 le società umane sono solo diventate di recente delle distruttici, o quanto meno delle disturbatrici, di un mondo naturale per lo più incontaminato. Denevan stava reagendo contro la rappresentazione dell’America pre-1492 come un paradiso incontaminato, e usò le prove sostanziali della modifica del paesaggio indigeno per sostenere che la presenza umana era forse più visibile nel 1492 che nel 1750, come sostiene Valerie Hansen nel suo interessante libro, The year 1000. When explorer connected the the wolrd – and globalization began.50 Le recenti concezioni popolari dell’Antropocene rischiano di creare un errore simile, tracciando una linea sottile e luminosa nel 1950 e descrivendo ciò che verrà dopo come una nuova, moderna forma di disastro ecologico. I cambiamenti umani nell’ambiente sarebbero cumulativi e sarebbero stati sostanziali su scale diverse nel corso della nostra storia. La profonda traiettoria dell’uso del suolo rivelata da ArchaeoGLOBE è contraria all’idea di individuare un singolo momento catalitico che avrebbe cambiato radicalmente il rapporto tra l’umanità e il sistema Terra.

Il mito della terra incontaminata spiega anche perché i luoghi senza un uso intensivo del suolo contemporaneo siano spesso soprannominati “selvaggi” – come le aree delle Americhe spopolate dalla grande morte post-colombina. Tali interpretazioni, perpetuate dagli scienziati, hanno a lungo sostenuto le narrazioni coloniali in cui i cacciatori-raccoglitori indigeni e persino le terre agricole sono descritte come inutilizzate e mature per un uso produttivo da parte dei coloni, stando a Abhams e Nowachi.51

La nozione di una Terra incontaminata pervadeva, ugualmente, il pensiero dei primi ambientalisti negli Stati Uniti come John Muir. Erano intenti a preservare ciò che interpretavano come la nobiltà della natura da una massa di vita naturale inferiore. Questi ambientalisti comprendevano anche quelli desiderosi di gestire aree selvagge per mantenere gli animali trofeo che amavano cacciare. Ad esempio, il governatore della California costrinse, violentemente, i popoli indigeni a lasciare la Yosemite Valley nel XIX secolo, lasciando il posto alla conservazione della natura selvaggia. Queste idee andavano di pari passo con una visione suprematista bianca dell’umanità che considerava gli immigrati e i poveri come tipi di specie invasive. Non richiedeva un grande salto nella teoria per passare da una nozione di natura incontaminata a vedere gran parte dell’umanità come l’opposto: una massa contaminata e deturpante. In entrambi i regni, umano e naturale, l’obiettivo era escludere persone indesiderabili per preservare i bastioni del mondo “incontaminato”. Queste espressioni estreme di una visione dicotomica della natura e della società sono possibili solo ignorando la crescente evidenza di cambiamenti umani a lungo termine nell’ecologia della Terra: gli esseri umani, come sostengono Rebecca Bliege Bird e Dale Mimmo52 erano, e siamo ancora, come puntualizza Beth Lord53, componenti essenziali della maggior parte degli ecosistemi “naturali”, come sottolinea anche Derek Skillings nel suo lavoro sulla difficoltà di circoscrivere la vita.54

Noi esseri umani, stando a tutta la ricerca citata, abbiamo, continuamente, alterato la biodiversità su molte scale. Abbiamo cambiato il mix locale di specie, le loro aree di distribuzione, i loro habitat e le loro nicchie per migliaia di anni. Molto prima dell’agricoltura, la predazione umana selettiva di molte specie non addomesticate avrebbe già plasmato il loro corso evolutivo, come argomentano Alexis Sullivan, Douglas Bird e George Perry nel loro lavoro circa il comportamento umano come motore ecologico a lungo termine dell’evoluzione non umana.55 Anche le relativamente piccole popolazioni di cacciatori-raccoglitori del tardo Pleistocene erano in grado di influenzare, negativamente, le popolazioni animali, portando all’estinzione o al punto di estinzione molte specie di fauna e isole. Ma ci sarebbero stati anche diffusi adattamenti sociali ed ecologici a questi cambiamenti. Al riguardo si può sostenere che la gestione umana può persino aumentare la biodiversità dei paesaggi e può sostenere questi aumenti per migliaia di anni. Ad esempio, come documentano Chris Brierley, Katie Manning e Mark Maslin,56 la pastorizia potrebbe aver contribuito a ritardare l’aridificazione del Sahara causata dal clima, mantenendo per secoli foreste miste ed ecosistemi di praterie nella regione.

Questo riconoscimento dovrebbe indurci a ripensare cosa intendiamo, realmente, per “natura” e “deserto”. Se per “natura” intuiamo qualcosa di separato o non toccato dagli umani, non c’è quasi nessun posto sulla Terra in cui tali condizioni siano esistite a lungo e lo stesso si potrebbe asserire riguardo al clima terrestre. Se l’uso precoce del suolo agricolo abbia iniziato a riscaldare il nostro clima migliaia di anni fa, come suggerisce la recente ipotesi antropogenica, ciò implica che non esiste un clima “naturale” da più dei millenni fino ad oggi ipotizzati.

Stando a questi spunti che emergono dalle ricerche odierne in materia, un chiaro apprezzamento per il profondo intreccio tra il mondo umano e quello naturale si rende vitale, se si vuole seriamente affrontare le sfide ecologiche senza precedenti dei nostri tempi. D’altra parte, romanticizzare ingenuamente una Terra incontaminata ci nasconderebbe una visione globale e complessa della situazione. Comprendere che la natura è indissolubilmente legata alle società umane è fondamentale per la visione del mondo di molte culture indigene ma rimane una prospettiva nuova e spesso controversa all’interno delle scienze naturali. Ora, in cambio, starebbe guadagnando importanza all’interno dei circoli di conservazione, dove sta cambiando l’atteggiamento su come consentire una gestione sostenibile e resiliente della terra e degli ecosistemi.

Considerare gli umani e la natura come intrecciati non significa proporre che dovremmo alzare le spalle di fronte alle attuali tendenze climatiche, alla deforestazione incontrollata, all’accelerazione dei tassi di estinzione o alla diffusione di rifiuti industriali. In effetti, l’archeologia fornisce numerosi esempi di collasso della società e dell’ecosistema: un avvertimento su cosa succede se ignoriamo le conseguenze del cambiamento ambientale causato dall’uomo, come ci propone Karl Butzer.57

Ma le crisi ecologiche non sarebbero inevitabili. Come abbiamo visto in questa breve relazione, noi umani abbiamo a lungo mantenuto ambienti sostenibili adattando e trasformando le nostre società. Come dimostra il lavoro degli studiosi in materia, noi umani abbiamo plasmato l’ecologia di questo pianeta per migliaia di anni e continueremo a plasmarla. Si argomenta che viviamo in un momento unico della storia, in cui la nostra consapevolezza umana del nostro ruolo nel cambiare il pianeta sta aumentando proprio nel momento in cui lo stiamo facendo cambiare ad un ritmo allarmante. Appare ironico che i progressi tecnologici stiano accelerando, contemporaneamente, sia il cambiamento ambientale globale che la nostra capacità di comprendere il ruolo degli umani nel plasmare la vita sulla Terra. In definitiva, tuttavia, un apprezzamento più profondo di come gli ambienti della Terra siano collegati ai valori culturali umani ci aiuta a prendere decisioni migliori e mette, addirittura, la responsabilità per il futuro del pianeta sulle nostre spalle.

Dovremmo, ragionevolmente, abbandonare l’idea politicamente e psicologicamente caricata che l’Antropocene sia un grande crimine contro la natura. L’Antropocene è una conseguenza della vita sulla Terra; … un’espressione della natura, come sostiene James Lovelock in Novacene,58 ricordando che Lovelock segue Spinoza nel pensare che gli umani e le nostre azioni siano espressioni della natura, perfino quando sembra che la distruggano. Cercando il nostro vantaggio e trasformando il nostro ambiente, noi umani non distruggiamo la natura: naturalmente siamo la natura che si trasforma. Gli effetti di queste attività non sono, dal punto di vista della natura, né buoni né cattivi. Queste trasformazioni naturali, semplicemente, non fanno dipendere il proprio comportamento da valutazioni di ordine morale.

______________Note _________________

1 Ricercatore senior presso l’Environmental Law and Policy Center di Chicago.

2 Professore di geografia e sistemi ambientali presso l’Università del Maryland, membro dell’Anthropocene Working Group e del Global Land Programme, affiliato senior del Breakthrough Institute e consulente del movimento Nature Needs Half nonché autore di Anthropocene: A Very Short Introduction (2018).

3 Professore di archeobotanica all’University College di London.

4 La rivoluzione neolitica o rivoluzione del neolitico, detta anche transizione demografica del neolitico, rivoluzione agricola o prima rivoluzione agricola, fu la transizione su larga scala di molte delle culture umane durante il periodo neolitico da uno stile di vita di caccia e raccolta ad uno di agricoltura e sedentarietà, favorendo un incremento della popolazione umana. Fu in queste prime comunità sedentarie che divenne possibile fare osservazioni ed esperimenti con le piante e su come nascessero e crescessero. Questo nuovo tipo di conoscenza portò alla coltivazione delle piante.

5 Lucas Stephens, Erle Ellis, and Dorian Fuller. The deep Anthropocene. In “AEON”, 1 October 2020

6 Erle Ellis. Anthropocene: A short Very Story Introduction. Oxford University Press, Mar. 2018

7 Lucas Stephens, Erle Ellis, and Dorian Fuller, op. cit. 1 October 2020

8 Il progetto ArchaeoGLOBE si sviluppa attraverso una piattaforma online assai collaborativa per la rapida valutazione degli impatti del passato umano. Il progetto è stato avviato nel 2018 presso l’Università del Maryland Baltimore County e da allora ha prodotto la prima valutazione globale collaborativa online delle conoscenze archeologiche sull’uso del suolo. Ora con sede presso l’Istituto Max Planck per la scienza della storia umana, il progetto sta entrando in una nuova fase e si stanno sviluppando nuovi centri di ricerca.

9 https://archaeoglobe.com/

10 Lucas Stephens, Erle Ellis, and Dorian Fuller, op. cit. 1 October 2020

11 Greger LarsonDolores R. PipernoRobin G. AllabyMichael D. PuruggananLeif AnderssonManuel Arroyo-KalinLoukas BartonCynthia Climer VigueiraTim DenhamKeith DobneyAndrew N. DoustPaul GeptsM. Thomas P. GilbertKristen J. GremillionLeilani LucasLewis LukensFiona B. MarshallKenneth M. OlsenJ. Chris PiresPeter J. RichersonRafael Rubio de CasasOris I. SanjurMark G. Thomas, and Dorian Q. Fuller. Current perspectives and the future of domestication studies. PNAS, 111 (17) 6139-6146, April 29, 2014 

12 Glynis Jones, Soultana Valamoti & Michael Charles. Early crop diversity: A “new” glume wheat form northern Greece. In “Vegetation History and Archaeobotany”, vol. 9pages 133–146, 2000

13 Dorian Q. Fuller & Nicole Boivin. Crops, cattle and commensals across the Indian Ocean. In “Plantes et Sociétés. 42-43, 2009

14 Glynis Jones, Soultana Valamoti & Michael Charles, op. cit. 2000

15 Nimrod Marom & Guy Bar-Oz. The Prey path: A Regional History of Cattle (Bos taurus) and Pig (Sus scofra) Domestication in Northern Jordan Valley, Israel. PLoS ONE 8(2): e55958, 2013

16 Le informazioni sulla variabilità tra le diverse specie di animali e piante, fondamentali per la ricostruzione delle dinamiche evolutive e per lo studio dei fenomeni di speciazione, sono ancora oggi ottenute principalmente attraverso l’analisi biomolecolare del genoma e delle proteine, attraverso lo studio delle strutture citologiche e tramite l’indagine delle abitudini etologiche ed ecologiche delle specie. Per secoli, invece, la classificazione tassonomica degli organismi e lo studio della diversità della vita si sono basati sulla descrizione qualitativa della forma delle strutture biologiche. A partire dagli inizi del ventesimo secolo, con un certo ritardo rispetto alle altre discipline scientifiche, anche lo studio delle forme biologiche ha vissuto la propria “rivoluzione quantitativa”, attraverso l’utilizzo delle misure lineari dei tratti morfologici, quali lunghezze, larghezze e distanze tra punti (morfometria) per comparare gli individui. Questo approccio, che ha offerto agli studi biologici rigore e oggettività, è ancora utilizzato con buoni risultati in combinazione con altre metodologie, ma si presenta oggi inadeguato per risolvere parte dei problemi che i biologi affrontano nello studio delle differenze di forma. Una nuova rivoluzione si è avuta in questo campo a partire dagli anni Novanta, con la nascita della morfometria geometrica, un insieme di metodi che si propongono di analizzare le differenze tra le forme biologiche catturando la geometria complessiva (e non semplici misure) delle strutture biologiche.

17 Claudio Ottoni, Linus Girdland Flink, Allowen Evin, Christina Geörg, Bea De Cupere, Wim Van Neer, László Bartosiewicz, Anna Linderholm, Ross Barnett, Joris Peters, Ronny Decorte, Marc Waelkens, Nancy Vanderheyden, François-Xavier Ricaut, Canan Çakırlar, Özlem Çevik, A. Rus Hoelzel, Marjan Mashkour, Azadeh Fatemeh Mohaseb Karimlu, Shiva Sheikhi Seno, Julie Daujat, Fiona Brock, Ron Pinhasi, Hitomi Hongo, Miguel Perez-Enciso, Morten Rasmussen, Laurent Frantz, Hendrik-Jan Megens, Richard Crooijmans, Martien Groenen, Benjamin Arbuckle, Nobert Benecke, Una Strand Vidarsdottir, Joachim Burger, Thomas Cucchi, Keith Dobney, Greger Larson. Pig Domestication and Human-Mediated Dispersal in Western Eurasia Revealed through Ancient DNA and Geometric Morphometries. In “Molecular Biology and Evolution”, Vol. 30, Issue 4, pages 824-832, April 2013

18 Da-Wei Cai, Lu Han, Xiao-Lei Zhang, Hui Zhou, Hong Zhu. DNA analysis of archaeological sheep remains from China. In “Journal of Archaeological Science”, Vol. 34, Issue 9, pages 1347-1355, September 2007

19 D. R. Piperno and K. V. Flannery. The earliest archaeological maize (Zea mays L.) from highland Mexico: New accelerator mass spectrometry dates and their implications. PNAS 98 (4) 2101-2103, February 13, 2001 

20 Il banchetto reale è stato ricostruito da residui in vasi trovati all’interno della tomba. Il gruppo ha analizzato chimicamente i contenuti organici antichi di vasi dal Tumulo MM, ‘Midas Mound’, sito del Gordion nel centro Turchia che sembra sia la probabile tomba del re Mida. L’analisi avrebbe rivelato che un pasto piccante di pecora o capra e legumi si mangiava dalle persone in lutto a una festa prima della sepoltura. Il gruppo di studiosi avrebbe anche identificato una bevanda fermentata mista di vino d’uva, birra d’orzo e idromele nella più completa età del ferro per bere mai trovato, comprendente numerosi recipienti in bronzo per mescolare e servire e più di 100 ciotole. Oltre a fornire prove dirette e drammatiche per antica cucina e costumi mediterranei, i loro ritrovamenti avrebbero un importante attinenti agli antecedenti culturali di regno frigio di Mida e sul una più ampia applicazione delle tecniche di archeologia molecolare ad altri cibi antichi e le bevande.

21 McGovern, P., Glusker, D., Moreau, R. et al. A funerary feast fit for King Midas. Nature 402, 863–864 (1999)

22 Margaret J. Schoeninger & Katherine Moore. Bone stable isotope studies in archaeology. In “Journal of World Prehistory”, Vol. 6, pages 247-296, 1992

23 K. J. Knudson, J. E. Buikstra. Residential mobility and resource use in the Chiribaya polity of southern Peru: strontium isotope analysis of archaeological tooth enamel and bone. In “International Journal of Osteoarchaeology”, Vol. 17, Issue 6, pages 563-580, November/December 2007

24 Lucas Stephens, Erle Ellis, and Dorian Fuller, op. cit. 1 October 2020

25 Fuller, D.Q. Pathways to Asian Civilizations: Tracing the Origins and Spread of Rice and Rice Cultures. In “Rice”, 4, 78–92 (2011).

26 Frank Winchell, Chris J. Stevens, Charlene Murphy, Louis Champion and Dorian Q Fuller. Evidence for Sorghum Domestication in Fourth Millennium BC Eastern Sudan: Spikelet Morphology from Ceramic Impressions of the Butana Group. In “Current Anthropology”, Volume 58, Number 5, October 2017

27 Il termine fossile viene abitualmente usato per indicare resti integri o parziali di organismi un tempo viventi; più in generale, viene usato per una qualsiasi testimonianza di vita geologicamente passata (antecedente all’epoca attuale): resti animali, quali ossa, denti, uova, conchiglie; resti vegetali, quali foglie, tronchi, pollini; evidenze di attività vitale (strutture di bioturbazione come tane e orme); tracce legate all’alimentazione (coproliti).

28 Carol J. Lentfer, Roger C. Green. Phytoliths and the evidence for banana cultivation at the Lapita Reber-Rakival Site on Waton Island, Papua New Guinea. In A Pacific Odyssey: Archaeology and Anthropology in the Western Pacific. In “Journal of the Australian Museum, Supplement, 2002

29 Kingwell-Banham E. and Fuller D.Q. Brown Top Millet: Origins and Development. In: Smith C. (eds) Encyclopedia of Global Archaeology. Springer, New York, NY. 2014

30 Il Chenopodium berlandieri, noto anche con i nomi di pelle d’oca, huauzontle, e quarti di agnello, è una pianta erbacea annuale della famiglia Amaranthaceae. Specie diffusa in Nord America, dove la sua estensione si estende dal Canada a sud fino a Michoacán, in Messico.

31 Il Polygonum erectum, comunemente chiamato knotweed eretto, è una specie erbacea nordamericana della famiglia del grano saraceno. Si trova principalmente nella parte nord-orientale e nord-centrale degli Stati Uniti, ma con popolazioni sparse in altre parti degli Stati Uniti e anche in Canada.

32 Gremillion, Kristen J. Seed Processing and the Origins of Food Production in Eastern North America. In “American Antiquity”, vol. 69, no. 2, pp. 215–233. 2004 

33 Bevan B.W., Smekalova T.N. Magnetic Exploration of Archaeological Sites. In: Corsi C., Slapšak B., Vermeulen F. (eds) Good Practice in Archaeological Diagnostics. Natural Science in Archaeology. Springer, Cham. 2013

34 Lombardo, U., Iriarte, J., Hilbert, L. et al. Early Holocene crop cultivation and landscape modification in Amazonia. Nature 581, 190–193 (2020). 

35 Takeshi Inomata et alMonumental architecture at Aguada Fénix and the rise of Maya civilizationNature. Published June 3, 2020.

36 Lucas Stephens, Erle Ellis, and Dorian Fuller, op. cit. 1 October 2020

37 Ruddiman, W.F. The Anthropogenic Greenhouse Era Began Thousands of Years Ago. In “Climatic Change”, 61, 261–293, 2003 

38 IPCC, 2019: Summary for Policymakers. In: Climate Change and Land: an IPCC special report on climate change, desertification, land degradation, sustainable land management, food security, and greenhouse gas fluxes in terrestrial ecosystems [P.R. Shukla, J. Skea, E. Calvo Buendia, V. Masson-Delmotte, H.- O. Pörtner, D. C. Roberts, P. Zhai, R. Slade, S. Connors, R. van Diemen, M. Ferrat, E. Haughey, S. Luz, S. Neogi, M. Pathak, J. Petzold, J. Portugal Pereira, P. Vyas, E. Huntley, K. Kissick, M. Belkacemi, J. Malley, (eds.)]. In press.

39 Klein Goldewijk, K., Beusen, A., Doelman, J., and Stehfest, E.: Anthropogenic land use estimates for the Holocene – HYDE 3.2, Earth Syst. Sci. Data, 9, 927–953, 2017

40 https://archaeoglobe.com/

41 https://archaeoglobe.com/

42 La locuzione italiana dopo Cristo, comunemente abbreviata in d.C., denota la seconda delle due fasi di un particolare sistema di datazione temporale al cui centro viene posta quella che fu erroneamente ritenuta la data di nascita di Gesù Cristo, fondatore del cristianesimo.

43 Lucas Stephens, Erle Ellis, and Dorian Fuller, op. cit. 1 October 2020

44 ArchaeoGLOBE Project. Archaeological assessment reveals Earth’s early transformation through land use. In “Science”, Vol. 365, Issue 6456, pp. 897-902, 30 Aug 2019

45 https://dataverse.harvard.edu/dataverse/ArchaeoGLOBE

46 Lucas Stephens, Erle Ellis, and Dorian Fuller, op. cit. 1 October 2020

47 Michael F. Lane, Timothy J. Horsley, Alexandra Charami & Weston S. BittnerArchaeological geophysics of a Bronze Age agricultural landscape: the AROURA Project, central mainland Greece, Journal of Field Archaeology, 41:3, 271-296, 2016

48 https://archaeoglobe.com/

49 William M. DenevanThe Pristine Myth: The Landscape of the Americas in 1492, Annals of the Association of American Geographers, 82:3, 369-385, 1992

50 Valerie Hansen. The Year 1000. When Explores Connected the World – and Globalization began. Scribner, 2020

51 Abrams, M.D., Nowacki, G.J. Native American imprint in palaeoecology. Nature Sustainability 3, 896–897, 2020

52 Bliege Bird, R., Nimmo, D. Restore the lost ecological functions of people. Nature Ecology & Evolution 2, 1050–1052, 2018

53 Beth Lord. Kant and Spinozism. Transcendental Idealism and Immanence from Jacobi to Deleuze. Palgrave Macmillan UK, 2011

54 Derek J Skillings. Life is not easily bounded. In AEON 20 October 2017

55 Sullivan, A., Bird, D. & Perry, G. Human behaviour as a long-term ecological driver of non-human evolution. Nature Ecology & Evolution 1, 0065, 2017

56 Brierley, C., Manning, K. & Maslin, M. Pastoralism may have delayed the end of the green Sahara. Nature Communications 9, 4018, 2018

57 Karl W. Butzer. Collapse, environment, and society. PNAS 109 (10) 3632-3639; March 6, 2012

58 James Lovelock. Novacene. L’età dell’iperintelligenza. Bollati Boringhieri, 2020

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