BIO – Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità – Educational Papers • Anno V • Numero 17 • Marzo 2016
Scritto in collaborazione con Eugenia D’Alterio – biologa
Il garante della determinabilità e della configurazione del mondo
La convenzione meno sospetta delle popolazioni umane è, forse, quella che ci garantisce che vi è una realtà preconfezionata e conoscibile, oggettivamente, mediante le nostre percezioni immediate. Questa convenzione porta alla credenza che si possa effettuare una descrizione perfetta di questa realtà ad opera di alcune menti che oltrepassano i limiti delle normali menti comuni, che risultano, piuttosto, inclini ad una dipendenza percettiva circoscritta alla propria soggettiva.
L’archetipo di una mente capace di riflettere perfettamente una realtà oggettiva è stato centrato nell’assioma dell’esistenza di un osservatore “globale”, tanto per utilizzare un termine attuale. Nelle riflessioni critiche circa le contraddizioni inerenti in queste nostre convinzioni, questo osservatore globale è stato denominato “L’occhio di Dio”1 oppure “l’Interprete Onnisciente”2, mentre nell’ambito della fisica quantistica viene considerato come l’Osservatore Ultimo. L’individuazione della cosiddetta realtà oggettiva, dalle verità alle menzogne e viceversa che ne consegue, e la questione dell’osservatore globale, che tale individuazione richiede, sono, ancora, argomenti caldi nel pensiero convenzionale.
Effettivamente, al nostro pensiero convenzionale appare naturale la determinabilità e la configurazione degli eventi del mondo, pur se la fisica stessa è la scienza che ci istruisce circa la problematicità di queste nozioni e circa le incoerenze logiche e filosofiche della nozione dell’osservatore globale, quale garante della determinabilità e della configurazione degli eventi del mondo. La questione, però, non si limita al mondo della scienza. La nozione dell’osservatore globale, (quale garante della determinabilità e della configurazione del mondo), investe la nostra quotidianità attraverso il modo in cui immaginiamo il mondo e noi stessi e attraverso le nostre convinzioni circa la verità e la menzogna che pervadono e legittimano gli ordinamenti sociali e istituzionali in cui viviamo.
La nozione dell’osservatore globale è, però, incoerente: “essere globale” (cioè onnisciente) ed “essere un osservatore” (necessariamente un soggetto in un contesto) risultano, come si vedrà, caratteristiche incompatibili. Da una decostruzione critica della nozione dell’osservatore globale, risulterebbe che non vi siano “eventi veri“ che avvengono nel mondo. Al riguardo, sia la fisica quantistica che il costruttivismo sociale postulano l’indeterminatezza del mondo come un tutto, in quanto la sua presunta definitezza è legata alle notizie “disinformanti” dell’osservatore globale circa il “vero stato delle cose”.
Nello sviluppare quest’argomentazione, non è rilevante sottolineare che l’idea dell’”osservatore globale” risulti incompatibile con il concetto stesso di “osservatore”, in quanto l’idea dell’osservatore globale blocca la possibilità per una configurazione determinabile degli eventi. Ma ciò che interessa è che questa discussione ci spinge a prendere atto che l’insostenibilità logica dell’idea dell’osservatore globale della realtà oggettiva ci obbliga a discutere l’idea di osservatori locali, idea che ci consente di non assumere l’esistenza di qualche verità o realtà in assoluto se privata delle osservazioni e introspezioni locali.
La riflessione proposta è quella di considerare la possibilità di più osservatori, al posto dell’osservatore globale, sostituendo, così, alla problematica realtà osservata globalmente, una conoscenza in termini di osservazioni locali circa una realtà che non è né del tutto esterna né del tutto dipendente dall’osservatore stesso. Una tale posizione non può che aiutarci a relativizzare i nostri assolutismi e a renderci pragmatici riguardo i limiti delle nostre convinzioni e/o conoscenze.
L’illusione dell’osservatore globale

In questa ben nota immagine, conosciuta come l’Illusione di Baldwin, la linea B sembra molto più lunga della linea A ma, poi, ci rendiamo conto che abbiamo torto, la lunghezza delle linee è la stessa. L’esperienza di effetti ottici sarà capitata molte volte nella nostra vita e ogni volta abbiamo scoperto che si trattava solo di un’illusione. L’inerzia della percezione, però, non può essere evitata. Se qualcosa sembra essere ovvia, si accetta senza un’analisi. Dissipare un’illusione richiede, invece, molto ragionamento. Contribuire a dissipare l’illusione dell’osservatore globale è il compito di quest’argomentazione, ciò comporta mostrare alcune contraddizioni logiche ed epistemiche, associate al concetto dell’osservatore globale, che ci informano circa il vero stato delle cose.
Si cercherà, in primo luogo, di mostrare perché, e in quale contesto, la necessità di questo concetto si è imposta nel corso dell’acquisizione di conoscenze e perché questo concetto fa ancora appello alla nostra mente nel suo pensiero razionale. Solo dopo aver evidenziato la “funzionalità” del concetto dell’osservatore globale nello stabilire le nostre conoscenze e/o certezze sul mondo, si potranno avanzare considerazioni critiche in merito.
Dal punto di vista del suo risvolto pratico, l’argomentazione in materia può venire utile per dimostrare che per parlarne in modo intelligente si può parlare solo di “osservazioni locali”3, cioè relative all’osservatore e al suo contesto, e che nell’acquisizione di conoscenza del mondo si può solo ricorrere a osservazioni o introspezioni reciproche4. In questo senso, l’ipotesi della presenza di una qualche verità assoluta (o di uno stato assoluto delle cose) rimane al di là dei confini delle osservazioni locali, uniche osservazioni ragionevolmente plausibili.
Piuttosto che usare le definizioni di “ultimo”, “onnisciente”, “ideale” oppure “universale”, utilizzate in tanti altri approcci alla questione, in quest’argomentazione si utilizza, intenzionalmente, il concetto dell’”osservatore globale” poiché piuttosto che nasconderlo ciò che si intende fare è “decostruirlo”. Per cominciare si deve realizzare che il concetto stesso non è né “illogico” né “forzato”. Pertanto, sarebbe giustificato definirlo come un concetto che integra i presupposti e le idee a cui la nostra mente si riferisce in determinate circostanze, per esempio quando essa concepisce alcune costruzioni intellettuali, siano esse teorie o argomentazioni. Questo concetto può essere considerato “funzionale” perché descrive le nostre attività quando mentalmente valutiamo alcune situazioni. Spesso, però, ci riferiamo ad esso inconsciamente. Per iniziare a vagliare questo concetto fondamentale nelle nostre convinzioni o convenzioni cominciamo per ammettere la sua funzionalità strumentale nell’elaborazioni dei nostri modelli logici di rappresentazione della realtà, cioè nell’elaborazione delle nostre conoscenze e/o certezze sul mondo.
Funzionalità e contesti del concetto dell’osservatore globale
Questo concetto viene utilizzato, operativamente, in svariati contesti filosofici e scientifici. Prima di tutto, la nozione dell’osservatore globale viene utilizzata in tutti i discorsi relativi ad aree della filosofia come l’epistemologia5, in particolare, quando si affronta il problema della fondatezza o meno delle nostre conoscenze. Al riguardo, il ragionamento di Donald Davidson è che, per dare fondatezza alle nostre convinzioni, siamo costretti ad introdurre la figura dell’”interprete onnisciente”6 che dà legittimità alle nostre interpretazioni “esatte” del mondo. L’ironia di Davidson, per puntualizzare questa nostra operazione cognitiva, è proprio radicale quando asserisce che:
è chiaro il motivo per cui il mondo è semplicemente incomprensibile, poiché supporre che sia intelligibile (conoscibile) è supporre l’esistenza di un interprete onnisciente che definisca correttamente qualcun’altro interprete come sbagliato, e questo è impossibile7.
Davidson, appellandosi all’intelligibilità di un interprete onnisciente, contesta la posizione tradizionale di noi, essere umani, che partendo da un sistema coerente di credenze rifiuta di accettare che le stesse possano risultare “false” riguardo il mondo “reale”8.
Questo argomento contro lo scetticismo tradizionale, circa la partecipazione dell’osservatore nella costruzione della realtà, si trova al centro dell’affermazione di Davidson che ci segnala che l’utilizzo della coerenza delle credenze (cioè l’utilizzo di asserzioni ritenute vere) come prova della verità ci permette di “essere realisti in tutti i reparti”. In particolare, Davidson sostiene che con l’accettazione della coerenza delle credenze, asserita come prova della verità, “noi possiamo accettare la condizione di verità oggettiva come la chiave di senso di una visione realistica della verità e, così, possiamo insistere sull’idea che la conoscenza riguardi un mondo obiettivo (equo) indipendente dal nostro pensiero o linguaggio”9. Pertanto, la funzione della nozione dell’interprete onnisciente (osservatore globale) sarebbe quella di collegare la coerenza delle credenze con la conoscenza di “un mondo obiettivo e pubblico che non sia una nostra elaborazione”10.
L’utilizzo del concetto dell’osservatore globale o interprete onnisciente lo si trova anche in altre discussioni epistemologiche che coprono argomenti strettamente legati alla filosofia della scienza, nelle discussioni sul “realismo” e sullo status di alcune premesse filosofiche fondamentali della scienza11. Ad esempio, Putnam, ampiamente, utilizza tale concetto con il termine l”Occhio di Dio” nelle sue opere. Egli afferma che “l’idea dell’Occhio di Dio ha colpito la teologia, la filosofia, la psicologia e la cultura in generale”12. Secondo il “realismo scientifico” lo scopo della scienza sarebbe quello di scoprire la verità, riguardo gli aspetti osservabili e non osservabili, di una realtà oggettiva e indipendente dalla mente umana, realtà in cui abitiamo. Putnam ed altri hanno obiettato il cosiddetto “realismo scientifico” come una posizione metafisica che presuppone l’esistenza di un punto di vista quale l’Occhio di Dio da cui niente di coerente potrebbe essere proposto. In realtà, secondo Putnam questa è un’immagine ideale di un quadro tutto “perfetto” dell’universo, immagine che, secondo la teoresi metafisica del realismo scientifico, un osservatore onnisciente potrebbe percepire. Un tale concetto deriva dalla meccanica classica di Newton e, in un certo senso, persiste in alcune interpretazioni della fisica quantistica, anche se la maggior parte dei teorici in materia considera che solo le osservazioni locali possono essere invocate e che l’idea di un osservatore globale (ideale) non dovrebbe essere presa in considerazione13. Secondo Putnam, la problematica questione dell’Occhio di Dio si presenta anche nel campo della logica, in particolare nel tentativo di creare un metalinguaggio, incorporando in esso tutti i livelli concepibili. Ma a causa dei paradossi noti del metalinguaggio (Godel, Tarski, Russell) ciò diventa un compito irraggiungibile. Alla fine, il fatto che rimane è che l’uomo non può avere una visione della realtà ricavata con un qualche immaginabile Occhio di Dio. L’uomo è limitato ai modelli concettuali del suo cervello sociale. Perciò Putnam asserisce che il cosiddetto “realismo scientifico” è, quindi, falso. “Non vi è un punto di vista da considerare, quale un Occhio di Dio, che noi possiamo conoscere o immaginare utilmente, ma solo i diversi punti di vista di persone reali che riflettono i vari interessi ai quali le loro teorie e descrizioni sono asservite”14
È interessante notare che gli scienziati ricorrono anche all’ipotesi della conoscenza globale. Il demone di Laplace è un classico esempio di osservatore globale, un osservatore che possiede conoscenza ultima ed è in grado di percepire la posizione precisa e l’impulso di ogni atomo nell’universo in qualsiasi momento e di prevedere i suoi valori passati e futuri. In questa prospettiva Laplace sosteneva, nel 1812, nel suo “Essai philosophique sur les probabilities” che “Possiamo considerare lo stato attuale dell’universo come l’effetto del suo passato e la causa del suo futuro.”
“Un intelletto che a un certo momento potrebbe conoscere tutte le forze che mettono la natura in movimento, e tutte le posizioni di tutti gli elementi di cui la natura è composta, se questo intelletto fosse anche abbastanza vasto per inviare questi dati ad analisi, esso conterrebbe in un’unica formula i movimenti dei più grandi corpi dell’universo e quelli dell’atomo più piccolo; per un tale intelletto nulla sarebbe incerto e il futuro come il passato sarebbero presenti ai suoi occhi “15.
Questo concetto di una conoscenza globale o conoscenza ultima è stato, e per molti aspetti lo è ancora, molto importante per la scienza. Innanzitutto, nell’esperimento mentale di Laplace, l’osservanza ultima di ciò che avviene in natura appare come il principio della controllabilità ultima della natura, della conformità con le sue perpetue e permanenti leggi. In secondo luogo, una serie di risultati che sono significativi per la scienza si è evoluta da questo principio, come ad esempio, lo sviluppo del determinismo.
Parlando in termini riguardanti tempi ancora recenti, tra i cultori delle scienze moderne, ci si riferiva all’ipotesi della conoscenza globale con più entusiasmo, anche per l’interpretazione della fisica quantistica. Tuttavia, quando lo fanno, alludono ad un tipo di conoscenza globale che sarebbe responsabile della generazione di eventi nell’universo.
Il concetto di “osservatore globale” è direttamente collegato alla importante categoria logica e filosofica di onniscienza – un concetto a sé stante. La nozione di onniscienza16, utilizzata attivamente in epistemologia, si riferisce all’agente della conoscenza (soggetto che esegue l’osservazione), sia esso un Dio o l’intelletto ultimo (ad esempio, l’agente razionale onnisciente nella teoria della conferma bayesiana)17.
Una delle principali rappresentazioni filosofiche del concetto dell’osservatore globale è, ovviamente, il concetto del Dio cristiano. Allo stesso tempo, la maggior parte dei contesti filosofici si riferiscono al costituente logico del concetto, trascurandone l’aspetto religioso e, quindi, trapiantando la questione dell’osservatore globale (in particolare, la questione dell’onniscienza) dal reame della teologia al reame della logica.
I discorsi riguardanti l’onniscienza sono strettamente intrecciati con un numero di, cosiddetti, paradossi epistemologici18. Una delle principali questioni, al riguardo, è l’uso della logica della onniscienza. Questo paradosso19 [incongruità dell’onniscienza] si verifica quando viene applicata la logica modale. Nella logica modale, la dimostrabilità di una dichiarazione implica la sua indispensabilità e l’indispensabilità di alcune dichiarazioni implica l’indispensabilità di alcune altre affermazioni che, di fatto, provengono dalle dichiarazioni iniziali. Poi si scopre che possedendo la conoscenza di alcune dichiarazioni, un soggetto che acquisisce conoscenza può trarre conclusioni logiche. Il paradosso [incongruità] dell’onniscienza si restringerebbe poi al riconoscimento del fatto che un soggetto che conosce, in qualsiasi momento, sa tutto quello che deriva dalla sua conoscenza20.
Inoltre, il concetto di onniscienza logica21 o onniscienza teorica è spesso collegato con la nozione di agente ultimo [ULTIMATE AGENT]. Questa particolarità ha a che fare con i contesti interessati allo sviluppo dell’onniscienza logica. Ad esempio, nella teoria dei giochi22 la questione della logica onnisciente si manifesta nel tema della scelta appropriata – qui, la scelta è fatta da un agente [AGENT] razionale che idealmente dovrebbe essere onnisciente. Un altro esempio è nelle teorie delle probabilità, teorie in cui un agente onnisciente, a conoscenza di tutte le possibili probabilità (che, in senso stretto, non sono più probabilità), viene introdotto. Il demone di Laplace è stato il primo agente onnisciente. Conoscitori o credenti sono logicamente onniscienti se conoscono o credono a tutte le conseguenze della loro conoscenza o credenza. Ad esempio, supponiamo che X sia un essere credente (o conoscitore) logicamente onnisciente se e solo se l’insieme di tutte le asserzioni di X sono racchiuse in termini di conseguenze logiche23. Un modello di un conoscitore, logicamente onnisciente, è utilizzato anche nell’analisi semantica dei mondi possibili di Hintikka e nelle teorie di probabilità. Secondo quest’analisi, X conoscerebbe un’asserzione P [PROPOSITION] solo se P è un’asserzione vera in tutti i mondi epistemici possibili.
Modelli epistemici che utilizzano questo tipo di analisi sono stati ampiamente applicati dagli scienziati della teoria informatica che studiano sistemi distribuiti (nei sistemi multi – agenti), e dagli economisti che studiano la teoria dei giochi24. Secondo i modelli semantici della logica epistemica, quest’analisi implica che i conoscitori sono logicamente onniscienti25. Allo stesso tempo, secondo alcuni modelli nella teoria dei giochi o delle probabilità, poiché tutte le verità logiche di qualsiasi funzione di probabilità devono riceverne una e poiché eventuali conseguenze logiche di un’asserzione P devono ricevere almeno una probabilità tanto grande quanto P, qualsiasi uso della teoria della probabilità, per rappresentare le credenze e le convenzioni di un osservatore, dovrà affrontare una versione del problema dell’onniscienza logica.
Nelle aree dell’etica e della meta-etica, troviamo il concetto di “osservatore ultimo” che si basa sullo stesso concetto dell’osservatore globale. Secondo la teoria dell’osservatore ultimo, le frasi etiche esprimono asserzioni (alcune delle quali sono vere) che riguardano gli atteggiamenti di un osservatore ipotetico e ideale26.
“L’idea principale della “teoria dell’osservatore ideale” è che i termini etici dovrebbero essere definiti secondo il modello del seguente esempio: Se ‘X è migliore di Y’ significa che “se un qualcuno, riguardo X e Y, fosse pienamente informato e vividamente creativo e imparziale, in una cornice di calma mentale e in ogni modo normale, questo qualcuno preferirebbe X invece di Y’”27.
In questo caso, l’osservatore ultimo dovrebbe essere dotato di valori etici per essere in grado di giudicare quali asserzioni etiche sono vere e quali false, quindi, l’osservatore è, allo stesso tempo, anche un agente epistemico. Così, come riferito in questa argomentazione, una serie di contesti filosofici e scientifici coinvolgono il concetto di “agente (osservatore) onnisciente”. In un modo o nell’altro, tutti questi approcci si affidano (sia nel modo assertivo che critico) ad un qualche portatore di conoscenza ultima, totale e suprema. In sintesi, questo agente potrebbe essere definito l’osservatore ideale, universale, onnisciente, che in quest’argomentazione chiamiamo l’”osservatore globale”. Certo, sarebbe quasi impossibile venirne fuori con un concetto unificato e universale dell’osservatore globale che sia adeguato per tutti i contesti filosofici e scientifici.

Contraddizioni logiche nel concetto dell’osservatore globale
Dopo aver accennato alla funzionalità strumentale del concetto dell’osservatore globale nell’elaborazione dei nostri modelli logici di rappresentazione della realtà, cioè nell’elaborazione delle nostre conoscenze e/o certezze sul mondo, possiamo delineare anche le sue contraddizioni. Per dimostrare le incoerenze del concetto dell’osservatore globale, quest’argomentazione segue il metodo di analisi critica, in materia, di alcuni teorici dell’epistemologia costruttivista, in modo particolare di come affrontano la questione dell’”osservazione” e dell’”obiettività”. Applicando alcune idee sviluppate dai teorici costruttivisti, si intende mostrare il motivo per cui nella determinabilità e configurazione degli eventi o della realtà esterna è ragionevole ricorrere solo alle osservazioni locali.
In primo luogo, si vuole sottolineare che la maggior parte delle persone è d’accordo nel ritenere che, indipendentemente dal conoscere o meno il vero stato delle cose in merito a una determinata questione, la questione tuttavia sussiste28. Questa è una delle intuizioni cognitive più convincenti ed è piuttosto difficile dimostrarne il contrario.
Tutti sappiamo che l’uva è una infruttescenza, cioè un raggruppamento di frutti, detto grappolo. Il grappolo è composto da un graspo e da numerosi acini di piccola taglia detti chicchi, o più propriamente bacche. Data la difficoltà pratica di determinare la quantità di chicchi di un singolo grappolo, se a qualcuno, ad esempio, venisse in mente di stabilire la quantità di chicchi d’uva raccolta durante la vendemmia del 2015 nella provincia di Siena, molto probabilmente cercheremmo di dissuaderlo da tale capriccio. Nel fare ciò saremmo guidati dall’idea che un’impresa di questo tipo è praticamente irrealizzabile. Capiremmo anche bene che, pure se la quantità di chicchi d’uva potrebbe, in termini pratici, essere non immediatamente determinabile per un osservatore locale, questo numero sarebbe definibile, teoreticamente, per un osservatore globale. Si può assumere comunque che, durante la vendemmia 2015 nella provincia di Siena, un numero concreto e finito di chicchi d’uva sia stato raccolto. Essi non saranno contati dall’osservatore locale, ma “conteggiati”, teoricamente, dall’osservatore globale. Ma poiché tale osservatore globale non potrebbe, concretamente, contare ogni chicco d’uva, la determinabilità di tale quantità sarebbe costruita solo sugli assunti dei nostri modelli logici29, mentre numerosi osservatori locali potrebbero farlo sulla base delle loro osservazioni in loco.
Questo è anche il caso del determinismo della figura ipotetica del demone di Laplace: caso dovuto alla conoscenza del demone circa tutti i parametri fisici e matematici che potevano portare solo ad un determinismo costruito. Così il concetto di “occhio di Dio”, come osserva criticamente Putnam, è responsabile della nostra fiducia in questa conoscenza onnisciente, e, in particolare, della nostra credenza che un soggetto possa detenerla e, per di più, che chiunque di noi può fare riferimento ad essa nel corso delle nostre attività cognitive. In pratica, basandoci sulle nostre convinzioni della determinabilità degli eventi, pur se non possiamo sapere, ad esempio, quale carta arriverà terza presa dall’alto in un mazzo di carte, siamo comunque certi, in concreto, che una specifica carta ci sarà. Allo stesso modo, anche se come osservatori non edotti in materia non possiamo precisare dove una costellazione è localizzata nell’universo, restiamo convinti che la costellazione in questione è completamente definita. Anche nel caso dell’”onniscienza logica”, la disposizione di qualsiasi elemento nella moltitudine è definita e si può sempre, mentalmente, fare riferimento ad un soggetto onnisciente che contiene la conoscenza dell’intera sequenza di elementi nella moltitudine.
In pratica, basandoci sulla nostra credenza della determinabilità degli eventi del mondo, la questione potrebbe essere risolta proprio nel senso del modello di Laplace, indipendentemente dalle limitazioni dell’osservatore locale, dimostrando così il determinismo nell’universo30. Nel fare questo, facciamo una supposizione: nel suo complesso, al mondo non ci sarebbe nulla di indeterminato o sconosciuto. Il mondo sarebbe assolutamente trasparente a se stesso. Una tale assunzione di determinatezza e conoscenza è comprensibile, ma sarebbe piuttosto complicato supporre poi che l’indeterminatezza possa essere così pervasiva oltre i limiti di osservazioni locali, in quanto se così fosse, il significato stesso di determinatezza (conoscenza) sarebbe perso. Se non c’è nessuno (compreso l’osservatore globale) che non sappia quanti chicchi d’uva vengono raccolti nel corso di una vendemmia, non ha senso nemmeno parlare di tale ignoranza. L’unica conclusione sensata a cui si potrebbe arrivare rimanderebbe, per lo più, ad una certa determinatezza globale. Infatti, noi potremmo conoscere solo ciò che è determinato. Questa concettualizzazione è collegata al fatto che, nonostante i vari “punti di vista”, si presume che c’è una verità assoluta e che il mondo è fisso e definito31. Se noi non assumessimo più una posizione del genere, allora, non sarebbe possibile nemmeno dare un’unica versione ai dati eterogenei. Perché tale operazione sia realizzabile, si deve supporre che esista un sistema di osservazione che configura l’evento corretto in un tutto universale32. Tuttavia, nonostante l’uso di tali assunzioni, esse non sono evidenti e possono essere messe in discussione, come si mostrerà di seguito.

L’assunzione di determinatezza e conoscenza
La credenza intuitiva riguardo l’esistenza di una verità e della determinatezza di un mondo fisso e definito, con la quale tutti i nostri giudizi sul mondo sono infusi, è condizionata dal fatto che, insito nel concetto di verità, c’è l’idea del soggetto-osservatore che interviene nel ruolo di garante trascendente (il Dio filosofico, l’osservatore finale/ultimo, il soggetto onnisciente). IN EFFETTI, UN “OSSERVATORE GLOBALE” È UNA FIGURA CHE DERIVA DA UNA NOSTRA COSTRUZIONE MENTALE E CHE CARATTERIZZA LA NOSTRA PERCEZIONE DEL MONDO. Qui stiamo parlando di una qualche idea che sta alla base di alcuni concetti stereotipati circa l’esistenza del mondo. Nonostante l’incoerenza di questa idea, essa ha alcuni punti di forza determinando alcuni concetti mentali stereotipati non solo in relazione al mondo ma, anche, in termini del concetto logico della verità, concetto che, a sua volta, è collegato alla nozione che l’attribuzione di verità è sempre associata a un determinato evento (o fatto) del quale si parla come il correlato di conferma [CORRELATE OF CONFIRMATION]33 o di prova, poiché solo la conferma o dimostrazione si può ritenere vera o falsa34. Di fatto, la comprensione di un evento (o fatto) comporta un concetto di verità o falsità che non ha senso senza un evento. In questo caso, “un evento” viene interpretato (costruito) come una certa situazione, qualcosa che sta accadendo o meno e che corrisponde ad una dichiarazione che può essere vera o falsa. Sembra che la mente faccia appello all’intuizione dell’osservatore globale in relazione al modello di pensiero, di cui sopra, che ritiene che insito nel concetto di verità c’è il soggetto osservatore nel ruolo di garante.
In contrasto con la persuasività intrinseca di questa intuizione, essa contiene una contraddizione interna. Ma prima, vediamo cosa dà inizio a questa intuizione. In un certo senso, è difficile dichiarare questa intuizione superflua o artificiale, perché la nostra mente ricorre attivamente ad essa ogni volta che ritiene che qualche situazione persisterà, anche in assenza di un’osservazione locale. Questo perché noi consideriamo che la nozione di verità sia un concetto puramente epistemico – esso ha senso in una condizione in cui si dice che la conoscenza corrisponde ad una determinata situazione. Ad esempio, se un soggetto “X” osserva che ci sia l’oggetto “Y” e se ci capita di confermarlo (cioè se anche noi osserviamo l’oggetto “Y”), assumiamo che questa affermazione sia “vera”, ma “falsa” in caso di non corrispondenza. La corrispondenza, a sua volta, implica la partecipazione di due parti in un processo: un oggetto di conoscenza (ciò che è osservato) e un agente della conoscenza (osservatore “X”). Ed è proprio questa l’idea dell’agente di conoscenza che prende il posto dell’osservatore globale quando si parla della verità che non abbiamo altri mezzi per dimostrare. Pertanto, la nozione di un osservatore globale simboleggia l’idea di un agente di conoscenza che rende la dichiarazione circa la verità significativa. In questo senso, questo concetto potrebbe essere sostituito con un’altra parola o termine ma non può essere rifiutato.
Ma c’è un altro argomento formale, a sostegno dell’osservatore globale come soggetto o agente della conoscenza, che promuoverebbe l’introduzione dell’idea dell’osservazione globale. Ci si potrebbe opporre a tale introduzione facendo appello al fatto che non vi è alcuna necessità di complicare la questione e che l’idea di un osservatore globale è già sufficiente poiché, strettamente parlando, l’idea dell’osservazione globale contiene la stessa incoerenza dell’idea di un osservatore globale. Inoltre, l’introduzione dell’idea dell’osservazione globale non è fondamentale per dimostrare tale contraddizione. Infatti, in un senso prettamente logico, l’osservazione globale richiede un agente osservatore (osservatore globale) che conduca una tale osservazione. (In definitiva, l’osservazione senza un osservatore e la conoscenza senza qualcuno che possieda questa conoscenza sarebbero qualcosa senza senso).
Poi, per segnalare il motivo per cui alcuni filosofi fanno specifico riferimento all’osservatore globale (soggetto, agente) e non solo, si segnala quanto segue. A scopo illustrativo, supponiamo che l’osservatore globale sia il testimone globale, in particolare il soggetto in grado di apparire in tribunale come testimone. Prendiamo come premessa che nelle nostre costruzioni cognitive usiamo spesso la nozione di testimone globale anche quando la situazione non riguarda procedimenti giudiziari. Per spiegare cosa si intende dire supponiamo che nel corso di un procedimento penale il giudice interroghi diversi testimoni e che tutti diano testimonianze diverse e incomplete. Sarebbe piuttosto difficile giudicare con tali informazioni contrastanti e insufficienti, ma il giudice fa del suo meglio per creare un quadro completo e obiettivo del fatto in questione mettendo insieme piccole porzioni di informazioni fornite dai testimoni (osservatori locali). In tal modo, il giudice si comporta come se stesse costruendo un testimone finale o ultimo in grado di fornire un resoconto preciso dell’accaduto. Tale testimone, in fondo, sarebbe un testimone collettivo perché si prevede che esso possieda la conoscenza di ogni descrizione possibile dell’accaduto ossia di ciò che ogni possibile testimone ha visto dal suo punto di osservazione diverso, eventualmente, da altri testimoni.
Allo stesso modo, ciò che una telecamera riprenderà dipenderà dall’azione dell’operatore e dal suo punto di osservazione, ma la registrazione sarà imparziale ed esprimerà ciò che è realmente accaduto? Non appena ci appropriamo della registrazione, essa smette di essere solo una registrazione e si trasforma nell’occhio di chi la guarda. Tuttavia, preferiamo considerare che l’occhio sia imparziale, vale a dire, perfetto. Questo è il modo attraverso il quale si arriva al concetto di “ultimo” / “finale” o dell’”osservatore globale” che, di fatto, è il testimone finale. Se non avessimo avuto quest’idea, forse, non avremmo provato a trovare la vera immagine dell’accaduto (e dire questo ai giudici), dal momento che avremmo pensato che la verità diventa una realtà solo se garantita da un testimone finale. Avremmo creduto che la verità sarebbe stata la stessa se la registrazione fosse stata attuata dalla sola telecamera e che nessuno avesse osservato ciò che veniva automaticamente ripreso? Nella misura in cui non crediamo a ciò, non ci limitiamo con il concetto di osservazione (registrazione della telecamera), ma ricorriamo al concetto del soggetto-osservatore come testimone finale che ha osservato l’accaduto nella sua interezza.

Osservatore globale garante della determinatezza di un evento locale: limiti qualitativi e quantitativi
Così, l’argomento più importante a favore dell’introduzione di un osservatore globale è l’interpretazione del mondo basata sugli eventi. L’”elemento” più semplice del mondo è una condizione o evento (un certo stato di cose o di un rapporto)35. Anche una semplificazione del mondo limitata alle sue particelle elementari non ci permetterebbe di scoprire gli elementi all’interno della fondazione del mondo che siano neutrali, cioè situati al di fuori di un determinato tipo di insieme. Tale semplificazione ci consente di individuare alcune delle possibili configurazioni degli elementi stessi. A sostegno di questa ipotesi possiamo mostrare che nel tentativo di estrarre un elemento da una configurazione un’altra debba essere formata in cui sarebbe situato l’elemento stesso e che, in realtà, gli elementi non esistono oltre i limiti di una configurazione36. Pertanto, l’elemento di base nel mondo sarebbe una condizione o un evento e, a sua volta, dovrebbe esserci un osservatore per accompagnare l’evento stesso o essere parte di esso.
Questa interpretazione critica dell’osservazione, nelle sue caratteristiche generali, è vicina alle idee del costruttivismo epistemologico37. Il costruttivismo è un approccio nella teoria della conoscenza, in cui si ritiene che una persona (osservatore) non riflette il mondo circostante, ma lo crea (modella) e costruisce attivamente nei processi di percezione e di pensiero38. L’osservazione, in questo caso, è intesa non come un processo passivo, ma come un processo attivo. La realtà non è esterna all’osservatore e non è indipendente da esso, la realtà è creata nel processo di interazione (ad esempio, nel processo di comunicazione: linguistica, cognitiva o sociale) e un osservatore è, a sua volta, modellato nel processo stesso. L’importante è che nessuno dei due (realtà e osservatore) preceda l’altro. Infatti, non ha senso parlare della realtà prima dell’osservatore e viceversa, le azioni devono essere concomitanti. In questo approccio, come “l’obiettività è il delirio di un soggetto che considera che l’osservazione possa essere fatta senza l’osservatore”39 così è inutile immaginare un osservatore prima del suo incontro con la realtà, oggetto dell’osservazione40. In un certo senso, l’osservazione è un processo che plasma sia “il campo dell’osservatore” che “ciò che è osservato.” Qui, nessuno degli elementi (osservatore e ciò che è osservato) svolge il ruolo di primo piano, ma si fanno riferimento l’uno con l’altro, formando un cerchio creativo e subendo un processo di co-evoluzione41.
Per cui, se è necessario un sistema di osservazione per la constatazione di un evento singolo, in assenza di un osservatore locale, si potrebbe assumere l’esistenza di un osservatore globale garante della determinatezza dell’evento42. L’indeterminatezza locale (ad esempio, nessuno di preciso ha visto chi ha commesso un omicidio) convertita in globale (questo, in linea di principio non è noto) potrebbe trasformarsi in una vera e propria catastrofe epistemologica dal momento che non siamo in grado di assumere un’indeterminatezza del mondo basata sull’accaduto. Ma, dato che non ci può essere un oggetto/evento osservabile senza un osservatore locale e nel caso in cui tutti gli osservatori locali non siano disponibili o di pareri contrastanti, siamo tentati di dire che la realtà (ossia l’evento), in loro assenza o in caso di pareri contrastanti, è “inesistente”. Per evitare ciò, in una serie di contesti filosofici, gli osservatori locali sono sostituiti con un osservatore ultimo (globale), in presenza del quale oggetti ed eventi rimangono “esistenti”, cioè, certi. Un classico argomento del genere era l’argomento di George Berkeley circa l’esistenza di Dio, il quale funge da garante dell’esistenza di tutte le cose. Così, in alcuni contesti della scienza post-moderna, in particolare in meccanica quantistica, possiamo incontrare dei ragionamenti che fanno riferimento a qualche garante globale della determinabilità di un evento, in particolare l’osservatore finale, assicurando così condizioni di giudizio e conferma43, cioè la probabilità che qualcosa sia effettivamente avvenuto.
Di conseguenza, occorre introdurre un’istanza assolutamente consapevole di osservazione che, prima di tutto, garantisca la determinatezza del mondo e costituisca un criterio di verifica locale del noto contro l’ignoto.
Il termine “osservazione” è qui utilizzato con piuttosto ampia applicabilità, vale a dire che il termine “osservazione” non solo fa riferimento a “constatazioni” che si adattano alle informazioni dell’esperienza ma a qualsiasi conoscenza che coinvolge un elemento di giudizio o di conferma. Ad esempio, l’applicazione del termine “osservazione” alle equazioni matematiche o alle leggi della fisica denoterebbe semplicemente una “conoscenza” di esse. Con il termine “verità”, invece, si fa riferimento ad una situazione che potrebbe essere registrata dall’osservatore globale. In questo senso, il limite della procedura di accertamento della veridicità sarà questo ricorso ad una convenzione (cioè all’esistenza di un osservatore globale). Strettamente parlando, il fatto che questa situazione possa essere osservata significa anche che essa deve essere e sarà osservata, ma per mantenere l’idea di verità, a cui spesso noi facciamo riferimento, la sola esistenza di una tale possibilità sarebbe sufficiente, vale a dire che se una certa situazione può essere osservata da un osservatore globale, allora, esiste anche in assenza di un osservatore locale.
Se il sistema di osservazione globale è direttamente collegato alla nostra comprensione di verità e di realtà, perché un evento richiederebbe la partecipazione di un osservatore locale? Dal punto di vista di approcci differenti o contrastanti, questa connessione potrebbe sembrare apparente, ad esempio, come von Foerster propone:
“Dopo la teoria della relatività di Einstein e il principio dell’incertezza assoluta di Heisenberg, siamo ora in possesso del dato di fatto che una descrizione (dell’universo) ha in sé [racchiude] qualcuno che lo descrive (ossia che l’osserva)”44
Ma possiamo anche provare ad introdurre alcuni argomenti filosofici, sostenendo una correlazione fondamentale tra l’osservatore e l’evento. La configurazione di un evento è legata all’osservazione mediante due criteri: limitazioni qualitative e limitazioni quantitative.
Con limiti qualitativi si intende la necessità di imposizione di una concettualizzazione specifica (un mezzo di percezione) in modo che l’evento sia percepito. Ad esempio, una lampada da tavolo su di un tavolo è il risultato di un processo di percezione definito che può essere giustapposto ad un altro mezzo. Ad esempio, eventuali macchie colorate alla base della lampada possono essere configurate in altro modo come un qualcos’altro chiamato “X”45. Inoltre, se vediamo un quadro e ne distinguiamo i confini di oggetti e figure, nel corso della percezione, l’occhio non vede contorni casuali accidentalmente uniti in qualcosa di complesso, ma rigorosamente oggetti intesi (costruiti e interpretati) come se noi già sapessimo quello che avremmo visto in modo predefinito. Lo psicologo Ulrich Neisser ha dimostrato, infatti, che TUTTO CIÒ CHE È PERCEPITO ENTRA NEL CERVELLO NON NELLA SUA FORMA PRIMORDIALE, “COME ESISTE LÀ FUORI”, MA È INSERITO IN UN CERTO PATTERN PREDEFINITO (“format”). E il formato effettivamente esistente è modellato dalla somma di tutti i precedenti atti di percezione46. Ciò che l’occhio effettivamente riceve è un enorme insieme di punti, un insieme di “pixel” visivi, comprendente nei suoi limiti i contenuti di ciò che si percepisce. Durante questo processo, nulla, in prospettiva, permette la contemplazione per creare confini tra ciò che vediamo come “la lampada”, “il tavolo su cui la lampada è in piedi”, “il quadro appeso al muro dietro la lampada” e così via. Nulla ci impedisce di unire pixel sulla retina dell’occhio e ottenere risultati diversi. Unendo le linee di oggetti in un modo diverso saremmo praticamente in grado di rimodellare il mondo, e in questo mondo nuovi oggetti sarebbero definiti. Ad esempio, unendo “il bordo del tavolo” con “la testata del letto” avremmo un qualcos’altro, ossia l’oggetto “X”, come ancora “non trovato” nella nostra precedente ontologia47.
Inoltre, la percezione dell’osservatore non solo struttura la realtà ma la struttura in una certa completezza integrale48, in modo che noi possiamo percepire, ad esempio una casa in una determinata forma o un qualsiasi oggetto, applicando il processo di completamento della strutturazione di una forma o di un oggetto49. Se dovessimo contare semplicemente sulla nostra esperienza emotiva saremmo in grado di vedere molto poco. Ancora più importante, quello che vedremmo sarebbe senza alcun significato, come il telaio di una casa non ancora definita. Per permetterci di vedere una “casa” in un’immagine concreta, siamo spinti da una certa capacità virtuale di circonvallare mentalmente l’immagine per assumerla come qualcosa di completo. Il collegamento tra evento ed osservatore, operato sulla base del criterio dei limiti qualitativi, può anche essere colto attraverso la differenza nella percezione di due linee tracciate assolutamente identiche, ma supponiamo che un osservatore locale percepisca la prima più lunga della seconda, mentre un altro osservatore locale la percepisca più corta della seconda. Poiché la prima linea non può essere allo stesso tempo più corta o più lunga della seconda linea, ne deduciamo che l’osservazione è qualitativamente peculiare per ognuno dei due osservatori locali50.
La varietà nei limiti qualitativi, nella misura in cui l’evento prende forma, può essere il risultato di una configurazione nozionale o di valore. L’idea alla base di questo principio è semplice: imponendo diversi sistemi di valori o sistemi nozionali noi possiamo ottenere vari ordini di eventi o fatti51. Se dovessimo chiederci quello che potremmo vedere dal punto di vista dei fatti “nudi” come, ad esempio, osservando la scena di un omicidio, con qualche sforzo, noteremmo che, probabilmente, non c’è nulla di “omicidiale” in ciò che è stato osservato, ma ci sono solo gli spostamenti fisici di corpi, qualcosa che possiamo osservare direttamente. Il sentimento di indignazione etica o di orrore che interviene è, in senso stretto, di origine predefinito – la sua natura non è fattuale52. Per permetterci di vedere un evento di “omicidio” nello spostamento di corpi, abbiamo bisogno di una rete semiotica determinata, mediante la cui implementazione i dati eterogenei sarebbero configurati in un evento completamente determinato e molto drammatico. Detto questo, un’interpretazione puramente fisica di ciò che accade non è altro che un tipo di configurazione, e la sua eventuale pretesa definitezza sarebbe anche infondata. Diverse configurazioni di eventi risultano essere vere per la fisica del macromondo e del micromondo53, così come un evento descritto nel linguaggio di strutture molecolari sarebbe distinto da un evento descritto in termini di sistemi di valori. In questo senso, una comprensione di un “fatto puramente neutro” è una sorta di finzione operativa, poiché i fatti sono sempre relativi a sistemi di osservazione determinati. Quindi, ad esempio, se alcune forze politiche vedono cose buone nel caso di aggressione ad un politico, mentre altre forze politiche vedono cose cattive nello stesso evento, uno dei modi in cui si può sfuggire ad una situazione di interpretazioni contrastanti sarebbe quello di indicare la neutralità di valore dell’evento stesso e dal punto di vista del soggetto osservatore globale come un qualcosa che non è né buono né cattivo, ma semplicemente definibile come fatto fisico. La fisica degli eventi, tuttavia, è tanto legata ai tipi di osservazione quanto le opinioni valutative sono legate a vari sistemi di valori. Ecco perché l’evento può essere configurato in modo diverso: come fatto fisico (aggressione) o come fatto legato ad un sistema di valori54.
Tali sono le manifestazioni della condizione qualitativa della configurazione di un evento. La cosa più importante da capire è che in varie condizioni di percezione (osservazione) i dati possono essere configurati come eventi differenti. Il criterio chiave di questa varietà è la sua connessione all’osservatore locale.
Il secondo criterio mediante il quale avviene la configurazione di un evento legata all’osservazione sono le LIMITAZIONI QUANTITATIVE. Con questo criterio si fa riferimento alla condizione di limitare tutto ciò che è percepito a ciò che viene assegnato come evento. Ad esempio, la descrizione dell’evento di parcheggiare un’auto non è tutto ciò che sta accadendo in quel determinato periodo di tempo, ma è parte di una selezione limitata di azioni che sono le condizioni quantitative della configurazione dell’evento stesso. Detto questo, il compito di descrivere completamente l’evento (che consiste in più azioni concomitanti) può rivelarsi praticamente irrealizzabile per i limiti cognitivi dell’osservatore locale. Per quanto riguarda l’osservatore globale, invece, una descrizione completa dell’evento è ottenibile in questo caso ma, allora, il singolo evento sembrerebbe neutralizzato. La questione è che il calcolo dell’intera somma di possibili eventi, producibile in un periodo di spazio-tempo determinato, spoglia l’esercizio di senso e rende inutili gli sforzi per formare un unico evento55. In senso stretto, descrivere un’azione dal punto di vista della continua prosecuzione di una serie durevole di micro-atti non cattura l’evento, ma registra soltanto materiale di cui è costituito l’evento56. Così questa singola serie di micro-azioni nell’evento stesso, da cui si potrebbe tentare di elaborare [costruire] l’evento di parcheggiare un’auto, inevitabilmente, crollerebbe, non lasciandoci la possibilità di coglierla singolarmente. Un’osservazione globale prenderebbe in considerazione la posizione dei passanti localizzati accanto al luogo di parcheggio e il loro aspetto esteriore, così come la presenza di fiori su un eventuale prato vicino, gli spostamenti di un verosimile gatto in giro in quel prato, così come la posizione delle case vicine e così via. Continuando in una lunga lista, l’”evento” in sé perde i suoi contorni e si disperde. In definitiva, per una completezza di descrizione di un evento dovremmo anche tenere conto dei più piccoli cambiamenti, e tutto questo sarebbe poi simile ai paradossi di Zenone, come una descrizione di un “evento” che non finirà mai, né mai inizierà57. Ad esempio, nel tentativo di descrivere il momento del parcheggio dovremmo descrivere quale millimetro quadrato del pneumatico toccò per prima il millimetro quadrato dell’asfalto, quale toccò il secondo e così via. In altre parole, per una globalità di osservazione, dovremmo tenere conto di tutti i dettagli della posizione dell’Universo al momento del parcheggio dell’auto58. Ciò significherebbe che logicamente nessun parcheggio avviene più, poiché un “parcheggio” non è altro che una limitazione dell’intera somma di altri atti a favore di una selezione isolata. La stessa cosa succederebbe se avessimo provato a descrivere gli eventi dal punto di vista di tutti i registri e livelli (dall’atomico a quello di un sistema di valori). La sincronizzazione ed equalizzazione dei processi dello status dell’evento che si svolgono su diversi livelli (come il movimento di elettroni nella benzina nel serbatoio di un auto in fase di parcheggio o come le sensazioni fisiche del conducente e il suo processo di pensiero concomitante) rappresentano un tipo di de-configurazione dell’evento stesso, poiché coglie tutte le dimensioni della realtà, di cui l’evento è un frammento.
La condizione quantitativa della configurazione implica anche una limitazione cronologica sull’evento. Poiché gli eventi sono rappresentati in un ordine temporale, la loro inquadratura temporale propone una interpretazione dell’osservatore. Per esempio, se stiamo parlando di un evento storico, allora il problema comporterà la definizione di quando l’evento inizia e quando finisce59. A titolo di esempio, dove dovremmo collocare l’inizio della Rivoluzione Francese? Questo è uno degli eventi più significativi della storia e avrebbe, a quanto pare, i propri confini nel tempo. Eppure è la presa della Bastiglia che gli storici hanno concordato di definire come l’inizio della Rivoluzione Francese. In questo caso, tuttavia, i ricercatori sono guidati da un approccio convenzionale: occorre concordare sulla data che simboleggerà l’inizio della manifestazione in questione. Inoltre, ci rendiamo conto che alcune cause, che si sono originate casualmente e che portarono all’evento, ebbero luogo anche prima. A questo punto, potremmo affermare che l’evento “La Rivoluzione Francese” è qualcosa di effimero, se non vi è un quadro preciso di significato e tempo che la rappresenti e la localizzi spazialmente. Ciò è possibile quando si scelgono alcune situazioni (tipo Presa della Bastiglia) e ne sacrifichiamo altre60.
In questo modo, un evento può essere formato solo a condizione dell’enfasi selettiva61. Formare (o strutturare) un evento significa volutamente discernere, ossia distinguere e separare un elemento dall’altro, ad esempio, il sostanziale dal superfluo. Qui, è applicabile lo schema di Gregory Bateson: “la differenza che fa la differenza”62. Questo è collegato prima di tutto a dove e a come vengono impostati i limiti. Se i limiti non sono impostati e tutto risulta essere parte di una serie di azioni equivalenti, allora non avremo un evento63. In questo processo, l’enfasi e l’estrazione di azioni specifiche restano di competenza dell’osservatore locale, la cui selettività è, immediatamente, dettata dalla sua posizione (località). L’osservatore effettua la selezione quantitativa delle azioni, definendone il frammento e il livello dell’ordine descrittivo. Tali sono le manifestazioni della condizione quantitativa di configurazione di un evento.
Affinché entrambe queste condizioni, qualitative e quantitative, vengano soddisfatte, l’osservatore ha bisogno di fondamenta specifiche – vale a dire quelle che sono caratteristiche distintive dell’osservazione locale. Perché l’evento sia formato, abbiamo bisogno di estrarre alcuni dati e di metterne da parte altri, cioè dovremmo vedere alcuni e non tutti gli altri. Dovremmo avere, anche, delle basi per l’istituzione di un quadro specifico di valori o significati. L’esistenza di un tale quadro assicura una distribuzione di interessi, priorità e preferenze. In questo processo, l’intera somma di queste fondamenta (basi) coincide con la posizione limitata e relativa dell’osservatore. “Avere fondamenta” significa attenersi a un piano di osservazione di alcuni livelli e non prestare alcuna attenzione agli altri. In questo modo, si può dire che se ci sono basi reali, allora l’osservazione che avviene è locale. Qui si deve, anche, ricordare che l’osservatore, il processo osservato e il processo di osservazione, formano tutti un’unità che non può essere scomposta. Un’osservazione non può essere fatta senza un osservatore che, mentre struttura un evento, conforma anche se stesso. L’osservatore, modellando se stesso e creando costrutti (interpretazioni) nella sua percezione, struttura (interpreta) il mondo. Questo è un ciclo creativo che, come von Foerster definisce, è il gekrümmte Raum, spazio curvo in cui un osservatore è determinato nel processo di definizione di un evento64. Inoltre, poiché ogni configurazione si basa su fondamenta uniche, si potrebbe supporre che tutti gli osservatori locali siano cognitivamente chiusi65 [limitati].

Configurazione degli eventi: chi ne è il garante?
Se la configurazione degli eventi del mondo è delegata agli osservatori locali, pur se limitati dalle proprie basi cognitive, come potremmo ritenere un “osservatore globale” essere garante della configurabilità degli eventi nel mondo? Dopo una più attenta analisi, la nozione di osservatore globale e la nozione di garante della configurazione degli eventi nel mondo risulterebbero incompatibili. La conseguenza epistemologica più rilevante di questa contraddizione sarebbe quella di indurci a postulare che non ci sono eventi “assoluti” ma puramente eventi relativi, mentre per l’osservatore globale gli eventi del mondo non si verificherebbero se non in un’assolutezza globale, ma privi di fondamenta. Ma se mancano le basi (le fondamenta) della configurabilità, come possono esserci eventi nel mondo? Quale infondata configurabilità degli eventi del mondo garantirebbe l’osservatore globale? Per l’osservatore globale nessun evento avrebbe luogo se non in un’assolutezza, ma in una tale situazione egli dovrebbe anche astenersi dal giudizio e dal rappresentarsi quale garante della configurabilità degli eventi del mondo. Una via di uscita da una tale situazione di non-senso sarebbe dichiarare, per assurdo, che se per l’osservatore globale non possono esserci eventi locali, l’unico evento riguardo l’osservatore globale sarebbe l’evento stesso della sua presenza, evento configurato dagli osservatori locali che propendono per la sua esistenza.
La contraddizione indicata è collegata alla possibilità che l’osservatore globale non abbia alcuna base per cui preferire un evento e disconoscerne altri altrettanto verosimili. Se la base viene ottenuta separando l’essenziale dall’inessenziale, e ciò viene dettato dalle preferenze personali – dalle particolarità della prospettiva – dalle differenze di punti di vista e così via, tutto ciò sembra alla portata dell’osservatore locale quando si concentra sul configurabile o meno. In tal caso, un evento comprenderebbe semplicemente un passaggio da una configurazione ad un’altra. Potendo eliminare tali discrepanze, cioè se le configurazioni fossero totalizzate, come avviene con l’osservatore globale, la base per la formazione dell’evento sarebbe rimossa66.
Da questa circostanza si potrebbero dedurre due conseguenze. La prima e più radicale conseguenza è che l’osservatore globale non potrebbe configurare gli eventi perché avrebbe bisogno di una base [fondamenta] ma questa base lo trasformerebbe in osservatore locale. La seconda, conseguenza, meno forte, è che, anche se l’osservatore globale può formulare tutti gli eventi possibili, in fase di riproduzione degli stessi egli non sarà in grado di separarli l’uno dall’altro o indicare quali di essi l’evento in questione sia in realtà. Per questo secondo caso, si può aggiungere che anche se si assumesse, tuttavia, che l’osservatore globale può osservare tutti gli eventi, questo ancora non significa che egli sarà in grado di capire ciò che è osservabile (visibile). Nella misura in cui “comprendere” denota un procedimento logico, cioè determinatezza, vale a dire, la demarcazione di una cosa da un’altra e informazioni dall’ignoto al noto, questa comprensione si rivelerà essere bloccata dall’osservatore globale, condizione dovuta alla totalità dell’osservazione.
Nel caso della determinatezza – cioè, l’imposizione di confini che separano e distinguono una cosa dall’altra – così come avviene nei termini della logica tradizionale di “questo non è quello” – un accordo sarà raggiunto per l’osservatore locale ma non per l’osservatore globale. Questo è collegato al fatto che durante l’osservazione globale, nulla può essere limitato. Nell’osservazione globale il contesto o l’ambiente sono eliminati e questo cancella i confini della definibilità. Ma poiché possiamo comprendere solo ciò che è definito, la comprensione non può essere raggiunta se vi è una rimozione delle condizioni della definibilità.
La stessa cosa si verifica durante l’impossibilità di spostarsi dall’ambito dello sconosciuto al conosciuto, perché la comprensione è l’atto di riconoscimento di ciò che è stato precedentemente sconosciuto67. Affinché la comprensione avvenga, dobbiamo distinguere una situazione di conoscenze da una situazione di ignoranza; in caso contrario, si potrà verificare la conoscenza ma la comprensione sarà assente. Nella osservazione globale è escluso il passaggio dallo sconosciuto al conosciuto, dato che l’osservazione globale non assume lacune di ignoranza. Piuttosto, si tratta della presentabilità dell’intera somma dei dati senza lasciare spazio alcuno per atti complementari di comprensione. La comprensione, per così dire, corrisponderà alla condizione dell’evento stesso che, mancando all’osservatore globale la comprensione, diventa indefinito. E così, dal momento che la comprensione è la caratteristica essenziale di un’osservazione di base locale, rimane ancora la necessità di chiarire ulteriormente come “il garante”, al quale affidiamo la configurabilità degli eventi del mondo, possa conciliare la contraddizione di una ”osservazione globale” limitata nella sua definibilità.

“Niente è realmente accaduto”
Malgrado la contraddizione evocata, ci si potrebbe chiedere, ancora una volta, perché abbiamo bisogno di collegare l’osservazione globale ad un osservatore. La risposta è che abbiamo bisogno di farlo. Le problematiche di questa risoluzione, tuttavia, comportano una perdita dell’evento riguardo il mondo, ossia la perdita di una configurabilità determinata nella sua definibilità, come accennato nel paragrafo precedente. Quindi, se il mondo esiste deve essere determinato (ossia deve esserci una specie di mondo) e deve consistere di eventi. La determinatezza, tuttavia, assume limitabilità e, di conseguenza, configurazione locale (del tipo quando qualcosa di determinato avviene in una situazione e se qualcos’altro non si verifica).
La giustificazione per l’introduzione di un osservatore globale, così come la sua inevitabile incoerenza, possono essere visualizzati in un modo molto semplice. Il tandem “soggettivo – oggettivo” è un rapporto fondamentale del nostro processo mentale attraverso il quale otteniamo la nostra percezione del mondo. Spesso, la filosofia usa quest’espressione per indicare che c’è una percezione soggettiva (personale e parziale) e una percezione oggettiva verso la quale dovremmo progredire. Secondo questo “lessico”, se vi è un osservatore soggettivo, ci dovrebbe essere, anche, l’osservatore oggettivo. Di solito, è in questo contesto che si pone la necessità di introdurre qualcosa di simile all’osservatore globale (osservatore oggettivo assoluto). Ad esempio, Putnam scrive a questo proposito, analizzando il concetto del punto di vista dell’”Occhio di Dio”68 che, così, gli ideali della scienza sarebbero sostenuti dall’idea che dobbiamo superare un osservatore soggettivo (locale) e progredire verso un osservatore oggettivo (imparziale ed assoluto). Il concetto di uno scienziato ideale, per esempio, sarebbe simile al concetto di tale osservatore imparziale, che osserva tutto nella sua realtà. Ma un osservatore obiettivo e un osservatore globale sono la stessa cosa. A differenza del termine “osservatore globale”, “osservatore obiettivo” mostra che quando si sostituisce la parola “osservatore” con la parola “soggetto” (l’osservatore è il soggetto, e viceversa), allora possiamo chiaramente e distintamente vedere una contraddizione evidente nell’espressione “un soggetto oggettivo”. La frase “un soggetto oggettivo” è un tipico esempio di un ossimoro. Tuttavia, stranamente, il fondamento della concezione del mondo si basa spesso su questo particolare concetto contraddittorio.
Così si può concludere che ogni evento affidato ad un osservatore globale (oggettivo) è irreale (poiché senza un osservatore locale non esiste né soggetto né evento ma solo una nuvola ipotetica di cose che, a loro volta, devono essere determinate in una configurazione), e che la realtà è “priva da eventi” (poiché senza un osservatore locale la realtà resta priva della determinatezza). Riflettendo sul vero stato delle cose, noi diamo per scontato che ci sia qualcuno che abbia osservato l’evento reale (del tipo come è stato commesso il “delitto” e chi l’ha commesso); ma se l’osservatore globale esiste, allora, a quanto pare, non può osservare nulla. L’evento dell’omicidio esisterà solo per l’osservatore locale ma non per l’osservatore globale, perché se quest’ultimo avesse osservato l’omicidio sarebbe diventato locale. Così, anche se l’osservatore globale esiste, egli non osserva il “delitto” ma, piuttosto, esiste in un mondo che Democrito ha descritto con l’aiuto dei suoi ben noti “atomi e vuoto” e avendo in mente la non-strutturazione e la non-configurazione dell’esistenza iniziale del mondo69. “Atomi e vuoto” significa, a suo modo, un livello minimo di configurazione del mondo e, dal momento che dobbiamo essere coerenti, l’”atomicità” potrebbe essere scartata in favore di puro vuoto.
La metafisica classica ci insegna che la realtà non deve essere dipendente da interpretazioni dell’osservatore70. Ancora una volta, liberata dalle interpretazioni, la realtà perde ogni determinatezza e, quindi, se esiste è una “non-realtà”. Un evento senza l’osservatore che lo configura, a sua volta, è irreale in quanto l’evento deve la sua esistenza ad un osservatore. Come von Foerster ammette: “L’ambiente, come lo percepiamo, è una nostra invenzione”71. Al di là dei limiti di tutte le possibili configurazioni attribuibili, la realtà appare indeterminabile ed extra-eventuale, il che potrebbe semplicemente significare che niente avviene al suo interno. Eccetto per le configurazioni locali, il mondo esiste meramente come un non-cosa72. Da qui si potrebbe supporre che se dovessimo mai essere in grado di stare al posto dell’osservatore globale e guardare il mondo attraverso i suoi occhi, è possibile che potremmo essere stupiti dal fatto che percepiremmo il nulla.
Questo ci porta a una complicazione logica legata all’idea della divina onniscienza, idea che, in quest’argomentazione, è stata rimarcata per discuterla come un esempio dei paradossi dell’onniscienza. Secondo la descrizione classica, che è ben nota e che in parte si rifà all’antichità greca ma anche alla metafisica cristiana, Dio è l’osservatore globale che, in virtù della potenza della sua peculiarità (globalità), abbraccia o contiene (come equipotente) tutte le possibili configurazioni73. Tuttavia, una serie di difficoltà si presentano. In primo luogo, come anticipato, se due qualità che si escludono a vicenda (essere globale ed essere osservatore) si predicano per un oggetto, siamo obbligati a dichiarare la neutralità dell’oggetto in relazione a queste qualità. Le configurazioni che si escludono a vicenda non possono essere combinate in un unico stato di cose. In secondo luogo, anche se l’osservatore globale è concepito come unico sulla base della sua capacità di mantenere tutte le possibili configurazioni, la qualità di unicità non ci autorizza a evitare, sin dall’inizio, i paradossi della formazione di queste stesse configurazioni. Paradossale è anche che l’osservatore globale non è in condizione di formare l’evento, perché questo si verifichi gli necessiterebbe essere, contemporaneamente, anche un osservatore locale.
Tuttavia, se vogliamo evitare queste evidenti contraddizioni, stabiliamo che l’unicità dell’osservatore globale non comporta la sua capacità autonoma di contenere configurazioni multiformi ma, piuttosto, la sua capacità di contenere la varietà di altre osservazioni locali, non formulate da lui. Eppure anche così ci sono problemi. Siccome l’osservatore globale è integrato come attestante del vero stato delle cose, ci aspettiamo da lui un’unica constatazione o verifica assoluta. Ma se alla domanda di “cosa è realmente accaduto” egli si limita a mettere fuori configurazioni equipotenti da osservatori locali, la sua globalità acquisisce uno status eccessivamente neutrale. In questo caso, l’osservatore globale osserva l’intero spettro degli eventi e, tuttavia, essi sono ordinati, necessariamente, in base alla mancanza di giustificazioni. Allora, se l’osservatore globale dovesse comparire in un tribunale ipotetico a rispondere ad una domanda su un possibile caso di omicidio, egli direbbe di aver visto “la reciproca attività di particelle elettriche e campi”, “lo spostamento della posizione dei macro corpi”, “l’omicidio”, e così via, secondo un’imprevedibile lunga lista di eventi. Nel caso di enumerazione semplice, tuttavia, la testimonianza dell’osservatore globale potrebbe rivelarsi alquanto inutile. Ma se è pronto a scegliere a favore di una versione e non di un’altra, egli dovrebbe smettere di essere un osservatore globale e trasformarsi in un osservatore locale.
Possiamo anche cercare di introdurre il concetto di un osservatore globale come un sistema di registrazione neutra che cattura tutto ciò che si verifica, per esempio sotto forma di un sofisticato sistema di registrazione installato in un luogo opportuno. L’eventuale efficacia della registrazione è necessaria perché essa sia in grado di catturare ciò che sta accadendo a tutti i livelli: non solo a livello macrofisico ma, ipoteticamente, a livello atomico e subatomico. Tale ipotesi comunque non garantisce la risoluzione del problema, in quanto decifrare una tale registrazione necessiterebbe di un osservatore-interprete, la cui interpretazione ci riporterebbe al livello locale. Possiamo anche provare a supporre che se si osserva ciò che è osservato tramite sistemi di registrazioni ad altissime prestazioni, il livello globale di osservazione sarà mantenuto in modo permanente. Ma in questo caso, si porrebbe una situazione ancor più paradossale perché quando alcuni sistemi di registrazione osservano altri sistemi si creerebbe un “regresso all’infinito” delle osservazioni, regresso che non produrrebbe alcun risultato a causa della sua natura paradossale. In caso di interruzione arbitraria dell’osservazione ci si sposterebbe o a livello locale o si convertirebbe l’intera catena in qualcosa di inosservabile, cioè si oscurerebbe ciò che si osserva e se continuassimo la serie di registrazioni all’infinito, non arriveremmo mai ad alcun risultato, il che renderebbe l’intera procedura inutile. Pertanto, l’idea di un osservatore globale come l’autorità finale od ultima o massima, sommando tutte le osservazioni intermedie, presenta anch’essa un problema74 (La dichiarazione ‘Dio è morto’ implicherebbe che è impossibile individuare l’osservatore finale)”75.
Inoltre, la testimonianza dell’osservatore globale potrebbe rivelarsi essere priva del suo effetto desiderato in quanto un appello all’osservatore globale, come garante della verità, non renderebbe la rappresentazione sullo stato reale delle cose.
Il paradosso da cui è così estremamente complicato sfuggire sarebbe molto probabilmente che troviamo difficile immaginare [una] verità senza un osservatore globale ma, contemporaneamente, abbiamo anche difficoltà ad immaginarlo. In ogni caso, immaginare la verità del mondo diventa possibile solo se introduciamo nella nostra esperienza la credenza dell’esistenza [o la convinzione dell’esistenza] di un osservatore globale, ovvero di un osservatore onnisciente.
Un’altra conclusione, forse più pratica di quanto sopra esposto come via d’uscita da “un vicolo cieco”, potrebbe essere racchiusa nella seguente dichiarazione: per aggirare i paradossi avrebbe senso discutere solo di osservazioni locali che sono limitate ad osservazioni o introspezioni soggettive, personali, quindi parziali ma sempre scambievoli76 e non assumere l’esistenza di alcuna verità in assoluto, perché l’interpretazione di ciò che è osservato ha un valore meramente relativo all’osservatore stesso.
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- L’osservazione è una modalità di elaborazione conoscitiva, funzionale a molteplici finalità, che si inseriscono in un progetto più generale di descrizione e comprensione del contesto umano entro il quale si compiono degli eventi. (J. Massonat). Quindi, è un processo mirato alla comprensione delle caratteristiche che denotano i fatti per collocarli in una rete di senso. È un procedimento selettivo e si differenzia dal semplice “guardare” perché lo sguardo dell’osservatore è guidato dalle ipotesi che egli ha formulato e mira a ottenere le informazioni rilevanti nel modo più accurato ed efficace.
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- Ibidem
- Ibidem p.145.
- Laplace P. S. A philosophical essay on probabilities. Translated into English from the original French sixth edition by F. W. Truscott and F. L. Emory. Dover, New York, 1951, 4f
- Per la maggior parte le discussioni riguardo l’onniscienza si trovano nei contesti della teologia analitica. Per approfondimenti: Zeh H. D. The problem of conscious observation in quantum mechanical description. In “Foundations of Physics Letters”, Vol. 13, pp. 221-233. 2000 / Zeh H. D. Basic concepts and their interpretation. In “Joos E., Zeh H. D., Kiefer C., Giulini D. J. W., Kupsch J. & Stamatescu I.-O. (eds.) Decoherence and the appearance of a classical world in quantum theory. Second edition. Springer, New York: 7–40. 2003.
- Bovens L. & Hartmann S. Bayesian epistemology. Clarendon Press, Oxford. 2003.
- Grim P. Against omniscience: The case from essential indexicals. In “Noûs”, Vol. 19, Issue 2, pp: 151-180. 1985.
Chisholm Roderick. Knowledge and belief: ‘De dicto’ and ‘de re’. In “Philosophical Studies”, Vol. 29, Issue, pp. 1-20. 1976.
Castañeda Hector-Neri. Omniscience and indexical reference. In “Journal of Philosophy”, Vol. 64, Issue 7, pp: 203-210. 1967. - Se l’enunciato postula che, in quanto onnisciente, Dio conosce ogni cosa, ne consegue il paradosso, logico, che si domanda se Dio possa sapere qualcosa di cui stabilisce che non si possa sapere nulla.
- Stalnaker R. The problem of logical omniscience I. In “Synthese” Vol. 89, No. 3 Belief and Rationality, pp: 425-440. 1991.
- Stalnaker R. op. cit.. 1991.
- La teoria dei giochi è la scienza matematica che studia le situazioni di conflitto ricercandone soluzioni competitive e cooperative tramite modelli. Si tratta dunque dell’analisi delle decisioni individuali in situazioni di interazione con altri soggetti rivali (due o più), tali per cui le decisioni di uno possono influire sui risultati conseguibili dall’altro/i secondo un meccanismo di retroazione, e finalizzate al massimo guadagno del soggetto.
- Ibidem
- La teoria dei giochi è la scienza matematica che studia e analizza le decisioni individuali di un soggetto in situazioni di conflitto o interazione strategica con altri soggetti rivali (due o più) finalizzate al massimo guadagno di ciascun soggetto, tali per cui le decisioni di uno possono influire sui risultati conseguibili dall’altro/i e viceversa secondo un meccanismo di retroazione, ricercandone soluzioni competitive e/o cooperative tramite modelli.
- Hintikka J. & Halonen I. Epistemic logic. In “Routledge encyclopedia of philosophy”. Vol. 1. Routledge, London, pp:752-753. 1998.
- Firth R. Ethical absolutism and the ideal observer. In “Philosophy and Phenomenological Research” Vol. 12, No. 3, pp: 317-345. 1952.
- Brandt R. B. Ethical theory: The problems of normative and critical ethic. Prentice Hall, Englewood Cliffs. 1959.
- Questa asserzione presumibilmente non include la fisica quantistica.
- Brentano F. The true and the evident. Translated by Roderick Chisholm, Ilse Politzer, and Kurt Fischer. Routledge. London, 1966 Originalmente pubblico in Tedesco nel 1930.
- Bishop R. C. Deterministic and indeterministic descriptions. In Harald Atmanspacher & Robert C. Bishop (eds.) Between Chance and Choice. Interdisciplinary Perspectives on Determinism. Imprint Academic, Thorverton, Exeter UK. Pp. 5-31. 2002.
- Vision Gerald. Veritas: The correspondence theory and its critics. MIT Press, Cambridge MA. 20.
- Lombard Lawrence Brian. Events: A metaphysical study. Routledge and Kegan Paul, London. 1986.
- The Dream of Reality: Heinz von Foerster’s Constructivism. Confirmation and correlation. I costruttivisti contestano l’idea che la nostra esperienza corrisponda alla realtà. Loro sostengono invece che noi “ri-conosciamo” una realtà attraverso la intercorrelazione delle attività dei vari organi di senso. È attraverso queste correlazioni calcolate che riconosciamo una realtà. Non esistono risultati indipendentemente dagli osservatori. I sistemi di osservazioni posso solo correlare le loro esperienze sensoriali con se stessi e tra loro. “Tutto quello che abbiamo sono correlazioni”, dice von Foerster. “Vedo la matita e tengo una matita; posso correlare la mia esperienza della matita e utilizzarla.” … Vi è infatti una frattura epistemologica profonda che separa le due nozioni di realtà, quella caratterizzata per uso dell’articolo determinativo (“la realtà”), l’altro dall’articolo indefinito (“una realtà”). La prima dipende dal presupposto che le osservazioni indipendenti confermano l’esistenza del mondo reale, la seconda, dal presupposto che la correlazione di osservazioni indipendenti porta alla costruzione di un mondo reale. Vale a dire, la scuola dell’articolo determinativo sostiene che la mia sensazione del tatto è la conferma per la mia sensazione visiva che “qui c’è un tavolo”. La scuola dell’articolo indefinito sostiene che la mia sensazione del tatto, in correlazione con la mia sensazione visiva, genera un’esperienza che io definirei “qui c’è un tavolo”. …, non possiamo vedere ciò che sentiamo o sentire ciò che vediamo. Vi sono soltanto deduzioni derivanti dal correlare due modalità sensoriali. La visione stereoscopica fornisce un altro esempio di come scambiamo conferma per correlazione. Noi non confermiamo quello che vediamo con l’occhio sinistro con quello che vediamo con l’occhio destro, e non è vero il contrario. Ogni occhio ci presenta un quadro diverso. Correlando queste due immagini, costruiamo qualcosa di nuovo, la percezione della profondità.
- Armstrong, David Malet. A world of states of affairs. Cambridge Studies in Philosophy. Cambridge, 1997.
- Questo è praticamente ciò che Wittgenstein chiamava una configurazione di oggetti (“il mondo è costituito da fatti, non da cose,” Wittgenstein 1961: §1.1). Tradizionalmente, questa posizione è stata sufficiente per la metafisica classica, in parte perché l’ontologia aristotelica manifesta anche una preferenza per il primato dei fatti e non delle cose, dal momento che le sostanze (cose) non sono date nella loro forma pura, ma sempre limitate dalle restanti nove categorie (qualità, quantità, relazione, azione, subire gli effetti, e così via). Quando parliamo di una sostanza o cosa, siamo anche in dovere di dire ciò che accade ad essa e non possiamo separare una sostanza da come essa viene in essere. Ross W. D. (ed.) (1928) The works of Aristotle translated into English. Second edition. Clarendon Press, Oxford.
- Wilson N. L. Facts, events, and their identity conditions. In “Philosophical Studies”, Vol. 25, Issue 5, pp: 303-321. 1974.
- Questo approccio è stato sviluppato in vari campi da autori diversi: da Jean Piaget in epistemologia genetica o psicologia dello sviluppo del bambino, da Heinz von Foerster nella teoria e nella cibernetica dei sistemi, da Gregory Bateson in antropologia, da Ulric Neisser in psicologia della percezione, da Paul Watzlawick in psicoterapia, da Ernst von Glasersfeld in psicologia cognitiva, da Humberto Maturana e Francisco Varela in neuroscienze e nelle scienze cognitive, da Niklas Luhmann in sociologia e politica e da Bernhard Poerksen in etica. Esistono anche altre versioni.
- Poerksen, Bernhard. The certainty of uncertainty: Dialogues introducing constructivism. Imprint Academic, Exeter UK, 2004
Rockmore, Tom. On constructivist epistemology. Rowman & Littlefield Publishers, Oxford, 2005. - Poerksen, B. op. cit. p. 148.
- Foerster H. von & Poerksen B. Understanding systems. Conversations on epistemology and ethics. Kluwer, New York, 2002.
- Segal, Lynn. The dream of reality. Heinz von Foerster’s constructivism. Norton, New York, 1986.
- Richmond, Frank L.. The Ultimate Observer: Quantum Physics and God. CreateSpace Independent Publishing Platform. 2009.
- Ibidem
- Foerster H. von. Notes on an epistemology for living things. In “Foerster H. von, Observing systems”. pp. 258-265. Intersystems Publications, Seaside CA. 1981, p. 258-
- Dal punto di vista di neurofisiologia, solo macchie colorate appaiono alla retina e nient’altro.
- Neisser, Ulrich. Cognition and reality. Principles and implications of cognitive psychology. W. H. Freeman, San Francisco, 1976.
- Wertheimer, Max. On perceived motion and figural organization. Edited by Lothar Spillmann, MIT Press, Cambridge MA, 2012. Originale tedesco pubblicato con il titolo di “Experimentelle Studien über das Sehen von Bewegnung” nel 1912.
- Husserl, Edmund. Psychological and transcendental phenomenology and the confrontation with Heidegger (1927–1931). Translated by T. Sheehan and R. Palmer, Kluwer, Dordrecht, 1997. Originale tedesco pubblicato nel 1932.
- Husserl, Edmund. Experience and judgment. Translated by J. S. Churchill and K. Ameriks. Routledge, London. 1973. Originale tedesco pubblicato nel 1940.
- Wertheimer, M. op. cit.
- Bennett Jonathan. What events are. In “Casati Roberto & Varzi Achille C. (eds.) Events. Aldershot, Dartmouth. pp. 137-151. 1996.
- Wittgenstein Ludwig. Tractatus logico-philosophicus. Translated by D. F. Pears and B. F. McGuinness. Humanities Press, New York. 1961. Originale tedesco pubblicato nel 1921.
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- Husserl, E. op. cit. 1973.
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- Richmond, F. op. cit. 2009.
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- Ad esempio: la Presa della Bastiglia fu preceduta dall’assalto all’L’Hôtel National des Invalides. Les Invalides era stato concepito come un ospizio per i veterani dell’esercito che si erano distinti. Dal momento che i ribelli hanno dovuto respingere le truppe dell’esercito, il popolo è salito su Les Invalides, dove erano conservate delle arme, e sequestrato diecimila pezzi bellici. La presa di Les Invalides si è rivelata tutt’altro che un’operazione semplice, con scontri con l’esercito e un gran numero di vittime. Nei magazzini di Les Invalides, però, nonostante la riserva solida di arme, polvere da sparo non è stato trovato, dal momento che era già stata precedentemente spedita alla Bastiglia. Nello stesso tempo, una massa enorme di persone si precipitò sulla Bastiglia, che non aveva bisogno di essere “presa”, e in effetti, questo è stato un assedio. La presa della roccaforte divenne un assalto pur se non c’era bisogno di un assalto. Eppure è stata la Bastiglia a diventare il simbolo della rivoluzione francese, e il giorno della presa della Bastiglia ha cominciato ad essere considerato l’inizio della Rivoluzione francese. Hibbert, Christopher. The French revolution. Penguin, Harmondsworth, 1992.
- Thomson, Judith Jarvis. J. Acts and other events. Cornell University Press, Ithaca NY, 1977.
- Bateson Gregory. Steps to an ecology of mind. Jason Aronson, New Jersey, 1987. Originariamente pubblicato nel 1972.
- Gill K. On the metaphysical distinction between processes and events. Canadian Journal of Philosophy 23: 365-384. 1993. Ristampato in “Casati R. & Varzi A. C. (eds.) (1996) Events.” Aldershot, Dartmouth: 477-496.
- Foerster H. von & Poerksen B. op. cit. 2002.
- Ibidem
- Badiou, A. Being and event. Translated by Oliver Feltham. Continuum, New York, 2005.
- Husserl, E. op. cit. 1997.
- Putnam H. op. cit. 1990, 2007.
- Taylor, Christopher Charles Whiston. The atomists: Leucippus and Democritus. Fragments, a text and translation with commentary. University of Toronto Press, Toronto, 1999, p.46.
- Russell B. Our knowledge of the external world. W. W. Norton, New York. 1929.
- Foerster H. von. On constructing a reality. In “Foerster H. von, Understanding understanding: Essays on cybernetics and cognition”. Springer, New York: 211–227. 2003 p. 212 Originalmente pubblicato nel 1973.
- Frank L. Richmond. The ultimate observer: quantum physics and god. CreateSpace Independent Publishing Platform. 2009.
- Se ci atteniamo alla terminologia cristiana, possiamo più semplicemente e, ovviamente, spiegare il punto principale del paradosso in esame: il mondo materiale è nel peccato; l’uomo materiale è peccatore, e in virtù del suo peccato originale, sempre vede il mondo con un tocco di distorsione. Allora la domanda sorge spontanea: è possibile a Dio, come un essere privo di peccato, vedere ciò che una persona vede? Se è così, allora è anche peccatore; ma se egli non è peccatore, allora non può vedere ciò che l’uomo vede, e quindi, non vi è nessun osservatore globale.
- Luhmann, Niklas. The paradox of observing systems. Cultura Critique No. 31, pp. 37–55. 1995.
- Luhmann, Niklas. The reality of the mass media. Stanford University Press. 2000 p.87.
- Foerster, op. cit. 1981 & Luhmann, op. cit. 1990.









