BIO – Medicina Costruzione Sociale nella Post-Modernità – Educational Papers • Anno VI • Numero 21 • Marzo 2017
Scritto in collaborazione con Eugenia D’Alterio – biologa
Introduzione
In articoli precedenti ci siamo occupati del bio-capitale per quanto riguarda le cellule staminali e la genomica1. La produzione e/o estrazione di ricchezza, da parte del bio-capitalismo, comprende, anche, campi meno spettacolari, come le immunoglobuline2. Infatti, i test per allergie e intolleranze alimentari sono un mercato in rapida espansione. In quest’argomentazione esploriamo, seguendo i ricercatori Anne Kerr, Brian Woods, Sarah Nettleton & Roger Burrows3, alcuni degli sforzi di un’azienda leader in questo settore per promuovere e giustificare un suo test “diagnostico” per allergie e/o intolleranze alimentari. L’aspetto su cui si focalizza è quello dei modelli di interazione tra i diversi portatori di interesse, cioè l’aspetto prettamente sociologico della questione. Nell’estrarre4 il “valore latente”5 delle immunoglobuline, particolarmente, delle IgG6 nel mercato, le aziende, che forniscono strumenti per testare questi anticorpi, coinvolgono associazioni di pazienti e sviluppano nuovi modelli idealizzanti circa la salute nei loro sforzi per identificare e gestire gruppi di condizioni croniche che risuonino con il disagio sociale contemporaneo. Ciò che risulta interessante dal punto di vista sociologico è che, piuttosto che mettere in primo piano novità, in termini di pratiche sociali e di business, si scopre che una grande quantità di enfasi viene posta, da parte delle aziende, nello stabilire una certa convenzionalità con la pratica del business e del metodo scientifico. Si scopre, anche, che i circuiti e le reti di ingaggio locali, piuttosto che globali, in cui l’azienda ha operato per assicurare la sua reputazione ed estendere il suo mercato, erano di vitale importanza. Con quest’argomentazione si intende per far riflettere sulle implicazioni del bio-capitalismo per la costruzione della conoscenza e della medicina in particolare, nella contemporaneità.
L’idea sociale dell’allergia come “malattia”
L’allergia come diagnosi, la sua concezione come un insieme di sintomi e la ricerca della sua eziologia, hanno una lunga storia7, ma l’idea che l’allergia è una malattia peculiarmente moderna, raggiungendo proporzioni epidemiche, è più recente. Nel 2003, il Royal College of Physicians (RCP) pubblicò un rapporto che segnalava che il Regno Unito aveva “uno dei più alti tassi di malattie allergiche nel mondo”8. In esso si riferiva che più di 18 milioni di persone nel Regno Unito erano
state diagnosticate con un’allergia e che in un determinato anno oltre il 20% della popolazione stava ricevendo un trattamento9. Da allora, queste dichiarazioni hanno risuonato in tutti i media del Regno Unito10. Insieme all’asma e alla febbre da fieno, l’allergia o l’intolleranza alimentare sono percepite come un problema crescente. Anchese l’attuale prevalenza di allergie e intolleranze alimentari è difficile da misurare ed è, anche, contestata11, l’associazione Allergy UK stimava che nel 2008 il 2% della popolazione del Regno Unito aveva un’allergia alimentare e che il 45% esperiva una qualche forma di intolleranza alimentare12
Gran parte del dibattito all’interno del Regno Unito sulla presunta “epidemia di allergia” prese il suo via da un rapporto del Royal College of Physicians. Esso si incentrava sull’inadeguatezza nella fornitura dei servizi di salute, sulla necessità di servizi specializzati in tema e su una migliore formazione in materia per i medici di medicina generale. Allora, il dibattito assegnava alle allergie e alle intolleranze alimentari la classifica di “condizioni psicosomatiche che affliggono soprattutto donne della classe media”, troppo disponibili ad accettare la diagnosi “alla moda” da parte di alcuni operatori del settore13. I media e alcuni commentatori medici dell’epoca usavano questa concettualizzazione per giustificare la necessità di ampliare la fornitura gratuita di prestazioni in materia di allergia da parte del NHS (Sistema Sanitario Nazionale), sostenendo che cliniche private ed altri operatori del settore commercializzavano test diagnostici e trattamenti per allergie che erano, nella migliore delle ipotesi, inefficaci e, nella peggiore, pericolosi14. In contrasto, i principali fornitori di test non si ritenevano essere operatori fuori dalle convenzioni. In realtà, questi operatori sanitari si ritenevano in linea con le normative vigenti poiché impegnati con metodi e strumenti scientifici tradizionali e, di conseguenza, erano alla ricerca dell’accettazione da parte dell’establishment medico, non ritenendosi fornitori di servizi “non affidabili”. Le alleanze strategiche, con nutrizionisti-imprenditori di spicco, come Patrick Holford15, così come con organizzazioni di beneficenza, quali Allergy UK16 e Action Against Allergy17, e con società commerciali18, significavano che questi test erano omologati e venduti ampiamente, nonostante i continui dubbi sulla loro efficacia tra l’establishment medico e politico19.
Allergie in generale e allergie alimentari, in particolare, di certo parlano di una serie di problematiche quali l’industrializzazione della produzione alimentare e gli ambienti domestici troppo sterilizzati. L’allergia è una “malattia” sia di abbondanza che di interferenze nel mondo naturale20. Come lo storico sociale Greg Mitman ha sostenuto21, c’è una percezione che la ricerca di soluzioni bio-mediche a questi problemi sia controproducente, in quanto le soluzioni bio-mediche non solo non riescono ad entrare in contatto con le complessità delle condizioni bio-sociali e ambientali della salute e della malattia ma, anche, che tale ricerca aggrava il problema, concentrandosi sul profitto, oltre ad essere eccessivamente riduttiva e di breve termine nel suo approccio e pensiero. I test circa le allergie e/o intolleranze alimentari risiedono all’interno di questo complesso come una pratica controversa, per alcuni una fonte di rischio, per gli altri la sua soluzione.
I test allergologici e/o di intolleranza alimentare sono, anche, parte di una più ampia gamma di test sanitari diretti ai consumatori, test che sono fioriti in questi ultimi anni. Stime del 2007 indicavano che l’industria a tema nel Regno Unito aveva già un valore stimato di £99 milioni22. Ci sono molte preoccupazioni circa l’accuratezza di questi test, circa la mancanza di regolamentazione e circa i pericoli di basare una diagnosi sui loro risultati limitati, così come circa la produzione di effetti nocivi per le persone che cambiano la loro dieta inutilmente o aumentando i livelli di ansia per raggiungere e/o mantenere i parametri socialmente desiderabili del “benessere”23. I medici del NHS (Servizio Sanitario Nazionale) nel Regno Unito apparivano particolarmente preoccupati per l’aumento di test costosi e potenzialmente dannosi e per la sfida che ciò poteva rappresentare per la medicina sociale, così come per la loro esperienza e competenza diagnostica di per sé. Da un punto di vista più teorico, Marc Chrysanthou ha suggerito24 che questo sguardo narcisistico verso l’interno del corpo del singolo e il progetto del corpo perfetto (somatopia) ha sostituito le visioni comunitarie della modernità. Altri hanno suggerito che ciò crea “nuove forme di cittadinanza”, come ad esempio, i cittadini con condizioni genetiche anomale, in lotta per diritti specifici, mentre spalleggiano e contestano doveri e obblighi concomitanti … [coinvolgendo] pratiche sociali e rapporti di potere che attraversano mondi on-line e off-line per co-produrre conoscenze genetiche e cittadinanza genetica in più contesti”25. Queste nuove forme di cittadinanza e individualismo sono parte di ciò che è stato chiamato la bio-società e/o la bio-economia. Come Nikolas Rose ha suggerito26, questa bio–economia è strutturata intorno alla ricerca di bio-value [bio-valore], accanto a nuove classi di esperti, soprattutto esperti “spirituali”, come consulenti e nutrizionisti, nonché nuove forme di soggettivazione, in cui le persone assumono nuovi compiti e responsabilità per la loro salute. Nikolas Rose segnala il progetto di ottimizzazione, in particolare, il dovere degli individui a consumare la conoscenza della loro vulnerabilità genetica nel futuro, e l’offuscamento del confine tra trattamento della malattia e miglioramento della norma, come aspetti chiave di queste nuove tendenze, notando che questo processo ha fatto sì che disturbi, in precedenza, di scarso rilievo, come la sindrome dell’intestino irritabile (IBS), sono ormai entrati in vista e presentati come richiedenti identificazione e trattamento. Questo si basa su una nuova economia morale di speranza nel futuro che è ben lungi dall’essere solo una questione riguardante singoli pazienti-consumatori ma, anche, di significato per collettivi di pazienti attivi e gruppi di sostegno che operano alle frontiere della biomedicina per identificare e, infine, curare la loro condizione. Egli ha anche distinto questi aspetti del bio-capitale dal capitalismo del passato, a causa di ciò che egli ritiene il processo di molecolarizzazione, cioè il commercio delle molecole della vita, in particolare DNA e proteine, in contesa con il sangue, gli organi e gli ormoni.
Anche se i test di intolleranza o allergia alimentare non utilizzano i nuovi metodi della genomica e non fanno parte del commercio dei geni o delle linee di cellule staminali, attività che si trovano in prima linea delle biotecnologie sui mercati internazionali, si può sostenere che i test circa l’intolleranza e/o l’allergia alimentare rientrano nella sfera di competenza del bio-capitale27, in quanto essi ritagliano un nuovo mercato per i soggetti “non-sani” oltre i limiti della medicina, utilizzando nuove tecniche delle bio-scienze e della bio-medicina che si fondano sullo studio di una particolare proteina – le immunoglobuline G (IgG). Rajan28 sostiene che la biotecnologia è una forma di impresa inestricabile dal capitalismo contemporaneo, caratterizzato da una rapida commercializzazione della ricerca di base nel campo delle scienze bio-mediche e della vita. Le aziende dedicate all’intolleranza e/o all’allergia alimentare si sono, sicuramente, ampliate ad un ritmo rapido negli ultimi decenni e sono state lodate per la loro imprenditorialità.
Queste aziende sono anche impegnate in un processo di traduzione dal materiale biologico in bio-informazione. Esse si stanno rendendo conto del valore latente delle immunoglobuline IgG (anti-corpi)29 sui quali la medicina classica non si era specificamente interessata. Anche se questa bio-informazione non è esplicitamente mercificata e venduta a terzi per il riutilizzo, è stata utilizzata da accademici che, presumibilmente, effettuavano delle valutazioni “oggettive” ma, visti i giudizi accademici positivi, queste aziende hanno cercato di trasformare queste valutazioni in un vantaggio di mercato. Queste aziende sono anche coinvolte in valori intangibili, attraverso il battage pubblicitario che promette di liberare i loro clienti da intolleranze alimentari. Queste aziende, in definitiva, cercano di raggiungere individui che si identificano con l’auto-monitoraggio della salute e il cambiamento nello stile di vita come valori socialmente desiderabili e, soprattutto, individui in condizioni a rischio in cui l’unico “trattamento” è la sorveglianza e il cambiamento nello stile di vita. Come Rose ha suggerito, la sfida per il bio-capitale “è meno una questione di produzione e commercializzazione di falsità e più una questione di produzione e configurazione di verità,”30 cioè la costruzione sociale di “verità”.
Caso di studio di riferimento
Quest’argomentazione, seguendo i ricercatori Kerr, Woods, Nettleton & Burrows31, si concentra, come sopra indicato, sugli sforzi di un’azienda leader nella produzione, giustificazione e commercializzazione di test di intolleranza e/o allergia alimentare nel Regno Unito. Di particolare interesse, dal punto di vista sociologico, è il fatto che questi sforzi avvengono nel contesto di notevoli controversie sulla metodologia del test e delle implicazioni dei suoi risultati, così come delle controversie sull’eziologia, sulla diagnosi, sul trattamento e sulle implicazioni sociali della, cosiddetta, “epidemia di allergia” in generale. Queste controversie e i percorsi stessi di questa azienda attraverso queste polemiche possono essere interpretati come indicatori di cambiamenti più ampi nei rapporti tra competenze mediche e scientifiche, tra mercato e consumatori e, in quanto tale, questa ricerca costituisce un caso di studio32 con cui esplorare il terreno mutevole del bio-capitale nella società contemporanea, così come le sue implicazioni per il modo in cui gli studiosi analizzano e si impegnano nei dibattiti e nelle pratiche contemporanee in queste aree. In specifico, si esplorano gli sforzi di una singola azienda per estrarre valore latente dalle IgG e per affrontare il suo status problematico al di là del laboratorio. Questo, si potrebbe dire, è andato insieme agli sforzi per rendere il business credibile in termini di standard di qualità e di sviluppo del prodotto: combinando “metodi scientifici” con la “pratica del business”. Nell’esplorazione del terreno mutevole del bio-capitale, esamineremo come l’azienda in questione cercò di creare una divisione tra la propria prassi e quella degli altri servizi interessati alle immunoglobuline E, IgE33, e, in contemporanea, come cercò di costruire, in diversi momenti, ponti tra di loro. Questo processo assunse varie forme, tra le quali si annoverano (1) gli sforzi dell’azienda per sviluppare e creare consenso attorno alla nozione dell’insorgenza ritardata di allergia alimentare”, (2) lo svolgimento di una sperimentazione clinica [clinical trial], e (3) gli sforzi volti ad attirare l’attenzione sull’incertezza circa la funzione sia delle immunoglobuline IgG che delle immunoglobuline IgE. In questi sforzi di posizionamento di marketing, l’azienda attinse e si nutrì da discorsi su come le persone fossero “deluse” dalla scienza medica convenzionale nella ricerca di una diagnosi per i loro problemi e, allo stesso tempo, l’azienda cercava di iscriversi e di impegnarsi con gli standard, metodologici e regimi di regolamentazione, per giustificare l’efficacia del suo approccio. Allo stesso tempo, l’azienda pretese di delegittimare la medicina classica presentandone diagnosi ed eziologia delle allergie e delle intolleranze alimentari come, fondamentalmente, ambigue. In contrasto con i campi d’avanguardia della ricerca genomica, dello sviluppo di farmaci e delle economie dei tessuti intorno agli embrioni e alle cellule staminali, in questa sfera più banale del bio-capitale ciò che è in questione non è tanto la novità quanto la convenzionalità all’interno dei quadri di pratica medica esistenti. Il discorso predominante per i consumatori era, di conseguenza, di sollievo dal passato piuttosto che di speranza per il futuro. Ancora in contrasto con i campi d’avanguardia della ricerca genomica, i suoi rapporti erano, fondamentalmente, locali, piuttosto che globali, rapporti incorporati in particolari settori della politica del Regno Unito, delle comunità di esperti, dei gruppi di sostegno, del NHS [SSN] e degli operatori sanitari alternativi. Accanto a questi aspetti di convenzionalità, sollievo e localizzazione, l’ambiguità strategica circa il know-how e le responsabilità dei pazienti-consumatori e dei fornitori esperti dei servizi, così come il significato della diagnosi e della malattia in sé, sono caratteristiche chiave (ma spesso trascurate) degli assemblaggi istituzionali e tecnologici del bio-capitale. Tutti questi aspetti portano a riflettere circa le implicazioni del bio-capitale nella costruzione sociale della bio-medicina nella post-modernità.
I dati presentati nello studio sono tratti da un più ampio studio finanziato dall’Economic and Social Research Council (ESRC)34 sulla sociologia delle allergie e intolleranze alimentari35. Lo studio esplorativo dei ricercatori Kerr, Woods, Nettleton & Burrows36, riferimento di quest’argomentazione, utilizzò un metodo di approccio misto, attingendo e combinando osservazioni etnografiche, interviste semi-strutturate di approfondimento, gruppi di focalizzazione e forme documentali di analisi. Il suo principale “sito” etnografico è stato l’azienda oggetto della loro ricerca, azienda che è uno dei leader del mercato per i test di intolleranze alimentari che esporta i suoi test verso l’Europa e gli Stati Uniti d’America37.
Testando le allergie e le intolleranze alimentari in contesto: scavando nelle IgG E IgE
I concetti di “allergia” e di “intolleranza” sono stati a lungo impigliati e utilizzati in una vasta gamma di modi di descrivere, definire, spiegare e mettere insieme varie manifestazioni di reattività biologica alterata38. Questo utilizzo multiplo e intercambiabile della terminologia è stato considerato da alcuni studiosi come la causa della confusione che ha circondato la“diagnosi di allergia” e la sua presunta fondatezza scientifica39. Entro i confini del pensiero e della pratica contemporanei, l’allergia clinica, l’allergia in generale, e l’allergia alimentare, in particolare, sono definite come “malattia” derivante da una conseguente risposta del sistema immunitario a un antigene altrimenti innocuo40. Gli anticorpi considerati responsabili di quasi tutte le reazioni allergiche sono le immunoglobuline E (IgE)41. La centralità degli anticorpi IgE e la ridefinizione di allergia in termini immunologici è parte di un processo di standardizzazione sia della terminologia che dei metodi di diagnosi dell’allergia alimentare. Al contrario, il concetto di l’intolleranza alimentare è stato utilizzato storicamente per catturare una varietà di cause ed effetti, tra cui reazioni allergiche, difetti enzimatici e altre risposte idiosincratiche non definite42. Recentemente, l’idea che l’intolleranza alimentare sia, esclusivamente, legata alle risposte non-immuni ha guadagnato una più ampia accettazione43. Quest’accettazione è andata di pari passo con il rifiuto della medicina convenzionale ad accettare gli anticorpi IgG come agente causale nella intolleranza e nell’allergia alimentare. Anche se questa demarcazione stride con l’esperienza comune di allergia alimentare44, il punto di vista clinico dominante è che gli anticorpi IgG, specifici alimentari, “non hanno alcuna rilevanza per la diagnosi di allergia alimentare”45, “né nessun valore predittivo per la gestione alimentare”46, e “non sono di importanza clinica”47. Ciò significa che quasi tutti i test IgG per intolleranza e allergia alimentare venduti sul mercato privato sono respinti dalla stragrande maggioranza degli operatori sanitari, in particolare dagli specialisti in allergia48.
Nei primi anni ‘80, il mercato dei test allergologici diretti ai pazienti (e non ai medici) è stato in gran parte basato sul test citotossico, che era stato proposto da Arthur Black nel 195649 e sviluppato da Bryan and Bryan nel 197150. Questo test comportava che personale di laboratorio osservasse al microscopio come dei leucociti (globuli bianchi) forniti da pazienti reagivano quando erano immessi su vetrini rivestiti con estratto di cibo secco. Se i leucociti cambiavano la loro forma o si disintegravano, questo consentiva di presumere essere un risultato positivo per cui si considerava che il paziente avesse un’allergia a determinati allergeni posti sul vetrino51. Il test veniva venduto da numerose cliniche di moda in Europa e negli Stati Uniti52. Le preoccupazioni circa l’affidabilità del test citotossico sono state poi espresse dal Joint Council of Allergy and Immunology, negli USA, che ha riferito la questione all’attenzione della Food and Drug Administration (FDA) nel 1984. Nel 1985, la FDA eseguì la procedura del “consenso di opinione scientifica” e concluse che il test era infondato e inaffidabile come strumento diagnostico53. Secondo Barrett54, azioni di regolamentazione e pubblicità sfavorevole spinsero il test citotossico fuori dal mercato. Tuttavia, altre iniziative commerciali intorno alla diagnosi di allergia alimentare, rapidamente, si svilupparono, di cui il test ELISA IgG, specifico per il cibo, era uno di questi. Nello sviluppo di questo test, i medici attinsero alla ricerca classica su quello che sembrava essere l’allergia alimentare mediata dalle IgG55 e cercarono di misurare i livelli di IgG sollevati per aiutare a concludere la diagnosi di allergia alimentare ritardata e/o di intolleranza alimentare56. Alla fine degli anni ‘90, medici che credevano nel valore scientifico dei test IgG in vitro per allergia alimentare ritardata, quali Hamilton Dixon57 e James Braly58 sono diventati ambasciatori ardenti dell’idea.
Si torna ora a considerare i processi coinvolti nell’estrazione del valore latente di questa entità problematica (le immunoglobuline IgG e IgE), processi che sono al centro di test per le intolleranze, e a esaminare le più ampie controversie circa il significato dell’intolleranza e dell’allergia alimentare per gli individui e per la società in generale. Queste considerazioni serviranno per definire i test di intolleranza e/o allergia alimentare come una attività legata al bio-capitale, ma servono, anche, per esplorare i vari modi in cui convenzione e novità, condizione di paziente, salute e pratica di business sono negoziati nel processo. L’intenzione è quella di illuminare le dinamiche intorno a competenze e responsabilità in questo ambito del mondo bio-capitalista.
Il test: capitalizzando le IgG
In questa sezione, attingendo a ciò che è stato conosciuto dell’azienda in questione e del suo prodotto,
at-traverso la ricerca di riferimento di quest’argomentazione59, si costruisce una versione “ideal-tipo”60 della procedura di estrazione di bio-capitale utilizzando informazioni tratte da proteine anticorpali
L’azienda pubblicizzava il suo test ampiamente, soprattutto su Internet. Era inoltre possibile acquistare i suoi prodotti in grandi catene di farmacie e attraverso i siti web di nutrizionisti importanti negli ambiti locali. L’azienda esportava il suo test ad altre società commerciali in Europa e negli Stati Uniti, e queste aziende commercializzavano il test come se fosse il proprio prodotto, subappaltando il processo del test all’azienda in questione. L’azienda, attraverso il proprio sito web, vendeva il test direttamente ai consumatori, forniva, regolarmente, notizie e informazioni sul test, pubblicizzava gli endorsement, le testimonianze di pazienti e forniva, anche, i link per accedere a una serie di servizi di sostegno e di ulteriori informazioni. Il test di intolleranza in questione era, anche, parte di un più ampio portafoglio di cosiddetti “test di stile di vita”, compresi i test di funzionalità epatica. L’azienda si presentava come “spingendo i confini della ricerca scientifica” e, anche, come coinvolta in un processo di “restituzione alle persone del controllo della loro salute”. Essa richiamava l’attenzione circa le sue partnership con università e associazioni di beneficenza e sottolineava il suo impegno per l’accuratezza e la trasparenza. Le testimonianze dei pazienti erano particolarmente ricche di esempi di sottile evocazione di responsabilità personale per la salute e degli insuccessi della medicina convenzionale entro la quale il “sollievo” era un tema dominante. Nelle testimonianze, il “sollievo” attraverso la medicina convenzionale veniva presentato come transitorio e dipendente da un intervento medico ripetuto, mentre il sollievo provato dopo i cambiamenti nella dieta raccomandata dopo il test era più duraturo, a condizione che il regime fosse mantenuto61.
Il processo di estrazione di questi risultati era relativamente semplice e non richiedeva grandi quantità di apparecchiature ad alta tecnologia. Quando i clienti acquistavano un test per circa £250, ricevevano un kit per posta contenente una scatola di plastica che a sua volta conteneva una serie di istruzioni, una salvietta e una lancetta sterili, una bacchetta assorbente, un contenitore, un gesso, un paio di guanti di plastica e una busta di plastica pre-affrancata. La scatola era, in sé, racchiusa da una scatola di cartone, che aveva il logo aziendale stampato su di essa, l’immagine di un po’ di cibo e la tag line62 “clinicamente dimostrato” sul davanti. Sotto il lembo anteriore, c’era un modulo con l’informazione per il cliente, alcune testimonianze di clienti e l’approvazione di un medico di base e di un’emittenza radiofonica sanitaria. Sul retro c’erano alcuni dettagli di contatto e la tag line “Better health begins at home” [Una salute migliore comincia a casa]. La scatola di plastica aveva, anche, il logo aziendale e le informazioni di contatto sulla parte anteriore e il marchio CE sul retro (garantendo che il prodotto era conforme con le pertinenti direttive UE). Le istruzioni stampate indicavano al cliente di lavarsi le mani, pulire il lato di un loro dito con l’antisettico, pungerlo con la lancetta e massaggiarlo per rilasciare una goccia di sangue, assorbirla con la bacchetta, posizionare la bacchetta nel conte-nitore e inserirlo nella busta di plastica, con il modulo dei dati del cliente e inviarlo per posta alla società63.
Al suo arrivo al laboratorio un tecnico etichettava il campione di sangue con un numero di identificazione, lo re-idratava e metteva il campione di sangue diluito su un vassoio pre-preparato ELISA. Questo era composto di pozzetti impostati in righe, alloggiati in un contenitore rettangolare di plastica, pozzetti di cui circa 100 erano rivestiti con i prodotti alimentari da testare, e meno di 10 erano controlli. I prodotti alimentari erano, in realtà, estratti proteici allergenici che l’azienda acquistava esternamente e poi standardizzava. I pozzetti di controllo contenevano invece la proteina allergenica estratta dal latte vaccino alla quale erano aggiunti campioni di siero che l’azienda aveva ottenuto esternamente. Il laboratorio aveva già testato i campioni di siero acquistati contro il latte di mucca per produrre reazioni di controllo identificabili che poi si traducevano in un risultato a bassa, media e alta reazione. Uno dei pozzetti era lasciato vuoto per provvedere un background64.
Il vassoio veniva poi agitato per accelerare la reazione anticorpi IgG dei campioni serici procurati e gli antigeni alimentari. Stessa procedura veniva attuata sul siero del campione di sangue umano inviato dai pazienti. Le IgG umane si legavano agli antigeni alimentari e il vassoio veniva lavato nuovamente per rimuovere l’eccesso e veniva aggiunto un colorante chimico: più scuro è il colore più forte è la reazione. I risultati venivano raggruppati in sei categorie a ciascuna delle quali veniva assegnato un punteggio. Il paziente poi riceveva una lettera di accompagnamento, assieme al foglio dei risultati, stampati su una tessera di plastica, più le informazioni relative alla consultazione nutrizionale telefonica a cui avevano diritto. Inoltre il paziente riceveva un modulo per ordinare dei libri sulleallergie alimentari e una cartella contenente guide e consigli su come cambiare la sua dieta. Il foglio dei risultati eraimpostato come una tabella, con quattro colonne e sei righe. Le righe elencavano tipi di alimenti, per esempio, cereali,carni, ecc, e ogni box in cui si intersecavano con le colonne conteneva un singolo alimento, una lista di alimenti o niente. Le colonne seconda, terza e quarta indicavano al cliente cosa evitare, quali alimenti potevano essere consumati liberamente o mangiati meno frequentemente. Se un alimento veniva immesso nella colonna “evitare”, la forza della reazione era anche indicata. La lettera di accompagnamento offriva una spiegazione dei risultati, con il verde che indicava tutti gli alimenti che potevano essere consumati senza restrizioni (anche se la clausola che indicava “se si soffre di reazioni allergiche classiche a qualsiasi di questi alimenti, non mangiateli” veniva aggiunta in stampatello ). Il colore ambra riguardo un alimento era spiegato come indicante una leggera reazione e che l’eliminazione dalla dieta, ogni tre o quattro giorni, poteva essere di beneficio. La colonna rossa, contenente gli alimenti da evitare era spiegata in dettaglio, in questo tipo di linguaggio65:
… Lei ha livelli elevati di anticorpi IgG a questi ali-menti … e dovrebbe cercare di eliminarli comple-tamente dalla sua dieta.Una classificazione da 1 a 5 è utilizzata (con 5 come il più alto valore) per indicare la forza della reazione allergica, anche se questa classificazione non equivale necessariamente alla gravità dei sintomi. Lei potrebbe beneficiare di rimuovere tutti glialimenti nella colonna ‘Evita’ dalla vostra dieta. Si consiglia di provare eliminando quelli con il più alto numero per prima66.
L’azienda sosteneva che se il paziente seguiva la dieta consigliata avrebbe dovuto provare sollievo sintomatico entro due mesi.
A seguito delle critiche suscitate da un suo coinvolgimento in uno studio clinico, l’azienda in questione smise di ritenere una “diagnosi” l’informazione inviata ai clienti ma faceva affermazioni del tipo: “Si prega di notare che questo test non è diagnostica di alcuna condizione. Questo test è rivolto a persone con sintomi cronici e deve essere utilizzato con la consulenza di un nutrizionista qualificato, come aiuto alla gestione alimentare.” Tuttavia, altrove, sul sito web dell’azienda, l’accento era posto più saldamente sulla diagnosi, come nel seguente tipo di dichiarazione:
Le intolleranze alimentari sono in aumento, ma molti malati non sono mai stati effettivamente sottoposti a test o diagnosticati. Vi èuna gamma sorprendente di alimenti a cui le persone ora sono intolleranti. Ef-fettuando un semplice test, clinicamente dimostra-to, gli acquirenti del test sono in grado di diagnosti-care alimenti inadeguati entro un paio di settimane, risparmiando mesi dilavoro cercando di ottenere un appuntamento con il proprio medico67.
Si tenga conto che l’azienda si posizionava come ri-spondente alle necessità dei consumatori di avere una diagnosi, in unterreno dove la medicina classica era ritenuta, implicitamente, mancante.
Finora si è mostrato che il processo di estrazione di valore latente dalle IgG coinvolge trasformare il sangue (del consumatore) in reazioni immunologiche trascritte in un foglio di raccomandazioni dietetiche. Questo va a fianco di molti altri passi importanti: trasformare i “consumatori” in “pazienti attivi”, assumere la responsabilità di migliorare la loro salute, dopo un periodo di ambiguità e dubbi circa i disagi esperiti, in contrasto con la mancanza di risposta da parte della medicina classica alle loro preoccupazioni e coinvolgersi nel processo d’identificazione di problemi che interferiscono con la loro qualità di vita che, anche se banali, sono sempre presenti. Questo processo di estrazione del valore latente delle IgG comporta, anche, i collegamenti dell’azienda agli esperti in aiuto in materia, sotto forma di professionisti nutrizionisti, ingaggiati dall’azienda per fornire consultazioni telefoniche ai clienti (facendosi responsabile anche di distribuire altri materiali promozionali per conto di esperti). In questo processo di estrazione di valore latente si sottolinea, comunque, che l’azienda non fornisce una diagnosi standard, ma si dichiara che iltest è stato testato clinicamente e si è dimostrato di essere un aiuto alla gestione alimentare con la guida e l’esperienza degli esperti a supporto dei pazienti. Questo accorgimento distingue l’azienda e, in contemporanea, l’allinea con le pratiche e i discorsi della medicina classica. Mentre l’azienda pretende di non invadere la sfera diagnostica di una condizione medica, essa vuole, anche, lavorare a fianco della medicina, usando le stesse tecniche, come diete di eliminazione, con la guida di esperti qualificati. Ma l’azienda si spinge ancora più in là, quando si cerca di sfruttare alcune delle certezze e alcune delle ambiguità della medicina classica nella promozione del suo prodotto. Questo si evince se si esplorano tre dimensioni chiave di questa danza di certezza in maniera più approfondita, a cominciare con il confine poco chiaro tra intolleranza alimentare e allergia, e seguendo con l’esplorazione di ciò che queste pratiche ci dicono riguardo le forme contemporanee di bio-capitalismo.

Dall’intolleranza all’allergia?
Come è stato già segnalato, “intolleranza alimentare” era un termine generico usato per fare riferimento a problemi legati all’alimentazione, tra cui allergie alimentari. Più recentemente un divario netto è stato elaborato dalla medicina classica tra allergia alimentare, che coinvolge una risposta immunologica, di solito tramite le IgE68Le immunoglobuline E (IgE) sono un tipo di anticorpi, cioè molecole coinvolte nella risposta immunitaria dell’organismo umano. Sono sintetizzate dai linfociti B, più precisamente dalle plasmacellule. Le IgE hanno fondamentalmente la funzione di proteggere l’organismo dalle infezioni da parte di parassiti e soprattutto elminti. Esse sono anche le principali responsabili delle più diffuse malattie da ipersensibilità che colpiscono la popolazione dei Paesi industrializzati, ossia le allergie.[/efn_note], e intolleranza alimentare che non comporta una risposta immunologica. Quando l’azienda sviluppò il test IgG, esso venne commercializzato come test per l’allergia alimentare ritardata, guardando ad una possibile risposta immunologica attraverso le IgG69 (piuttosto che attraverso le IgE, dominio dell’allergia classica). Tuttavia, la nozione delle IgG come interfaccia di un’allergia alimentare ritardata70 venne sonoramente bocciata dalla medicina classica.
La recente netta demarcazione del confine tra allergia IgE-mediata e l’intolleranza ha fatto sì che l’azienda ora venda il suo test come test per intolleranza alimentare. Questo è un contraddittorio in quanto il test cerca una risposta immunologica, ma l’azienda in questione deve presentare il test come ricerca per una condizione che la medicina classica ritiene non coinvolga una risposta immunologica. L’azienda si trova in questa posizione, in parte a causa della sua lunga collaborazione con professionisti del settore, che continuano a promuovere l’idea di allergia alimentare ritardata e/o di intolleranza alimentare71.
Nel contesto dell’attività aziendale di riferimento l’intolleranza alimentare è distinta dall’allergia perché la sua manifestazione sarebbe ritardata e comporterebbe un’ampissima gamma di espressioni, ma si tratterebbe comunque di una risposta immunologica. L’intolleranza alimentare, di conseguenza, sarebbe inquadrabile all’interno di un discorso di automiglioramento e guarigione, in contrasto con le allergie alimentari che sono presentate come perenni e incurabili. Patrick Holford72, imprenditore nutrizionista, mette la questione in modo leggermente diverso, focalizzandosi sulle “allergie alimentari occulte”, ma egli sottolinea tuttavia la natura sistemica ritardata di queste reazioni, così come la risposta immunologica, notando che, a differenza dell’allergia alimentare classica, nella maggior parte dei casi … si può invertire – e addirittura sconfiggere – l’insorgenza ritardata delle IgG nelle allergie alimentari73.
Il punto chiave di quest’attenzione sulle allergie alimentari ritardate è che questa focalizzazione presenta le allergie come mutevoli e aperte all’intervento individuale. Questa è la ragion d’essere del test IgG, che si concentra sulla responsabilizzazione e sul sollievo da una intolleranza alimentare. Di conseguenza, l’azienda deve mantenere sia una pretesa di essere all’interno del regno dei test di intolleranze alimentari che una pretesa di proporre test per l’insorgenza di allergie alimentari ritardate. Ciò significa che anche se nella letteratura promozionale l’azienda dichiara, chiaramente, che i test sono volti ad identificare intolleranze alimentari, essa descrive il test, anche, come un modo di identificare un’allergia alimentare ritardata. Ad esempio, nella cosiddetta “informazione scientifica” sul suo test, l’azienda rilascia la seguente dichiarazione:
L’intolleranza alimentare può essere causata da problemi con deficit enzimatico o da reazioni a particolari sostanze chimiche negli alimenti. Può anche essere causata da ciò che è noto come allergie alimentari ritardate. Questo è legato all’anticorpo IgG. Allergie alimentari ritardate possono portare a malattia cronica ma, a causa del ritardo tra l’ingestione del cibo e l’insorgenza dei sintomi è difficile identificare la causa della reazione senza test di laboratorio accurati. I nostri test sono in grado di fornire questa precisione. Siamo in grado di individuare reazioni allergiche ritardate al cibo in modo che questi alimenti possono essere evitati. Questo porta ad una risposta immunitaria più stabile e ad un sollievo per il malato74.
Per l’azienda, questa alternanza di presentare il suo test come test per intolleranze alimentari e / o per allergia alimentare ritardata serve a arruolare nutrizionisti e i loro clienti nel progetto aziendale ed evita alcune delle più forti condanne del suo prodotto da parte della medicina classica. Eppure, come si descrive di seguito, l’azienda ha comunque dovuto affrontare molte critiche, forse in modo particolare quando l’azienda cerca di formalizzare e legittimare il suo prodotto entro i limiti della scienza e della medicina.
Scienza come business e business come scienza: forme contemporanee di bio-capitalismo
L’estrazione del valore latente delle IgG non solo dipende da arruolare pazienti-consumatori e, anche, nutrizionisti. Come suggerito in precedenza, è, ugualmente, importante arruolare la “scienza medica”. Quando l’azienda cominciò, essa produceva e commercializzava il test alimentare citotossico, ormai screditato, ma quando l’amministratore delegato precedente era entrato in azienda alla fine del 1990 era già preoccupato per l’affidabilità del test. A quel tempo, l’azienda stava, inoltre, sviluppando un nuovo test utilizzando la metodologia ELISA, che l’amministratore delegato vedeva come uno “strumento scientifico” legittimo con elevata riproducibilità75. Il metodo ELISA è una tecnica biochimica standard utilizzata in una varietà di laboratori nel mondo. Tuttavia, il test ELISA, come succede con qualsiasi sistema di rilevamento di dosaggio immunologico76, può produrre falsi positivi o falsi negativi se non sono progettati e sviluppati accuratamente. L’azienda, quindi, doveva mettere in atto una serie significativa di meccanismi di garanzia della qualità per affrontare questo problema.
Ciò comportò che l’azienda assumesse un nuovo direttore tecnico. Con un background in scienze, sia nel settore privato che nel NHS [Sistema Sanitario Nazionale], il direttore tecnico ha portato con sé una vasta gamma di conoscenze ed esperienze di dosaggio immunologico e test diagnostici relativi. Per lui, le vie per un test di successo (cioè, la sua riproducibilità) erano la standardizzazione (dei protocolli, degli antigeni, delle soluzioni, dei pozzetti nel vassoio, ecc.) e la validazione (delle attrezzature come, ad esempio, il rivestimento delle micropiastre e le attrezzature di lavaggio). Una strategia che il direttore tecnico impiegò per determinare la standardizzazione è stata quella di avviare misure per garantire che l’azienda rispettasse entrambe le direttive di certificati di gestione della qualità: “ISO13485:2003 Quality Management Certificates” e le “European in vitro diagnostic directive 98/79/EC Annex III, Section 6”, che garantivano al test il marchio CE. Attraverso la definizione di procedure operative e di documentazione standard l’azienda ha cercato riproducibilità. Per il direttore tecnico, la riproducibilità era fondamentale poiché un test diventa scientifico quando i risultati possono essere riprodotti indipendentemente dal tempo e dallo spazio. Per l’azienda questo è stato importante non solo all’interno del suo laboratorio nel Regno Unito, ma anche perché l’azienda esporta il suo test a livello globale77.
Qui vediamo credibilità del business e metodo “scientifico” costruiti, simultaneamente, per ottimizzare l’estrazione di valore latente dalle IgG. Anche se queste buone pratiche di laboratorio non sono state contestate, non erano sufficienti a garantire la credibilità su un palcoscenico pubblico più vasto, credibilità che l’azienda stava cercando al fine di mantenere e costruire alleanze con i pazienti e gli operatori in una prospettiva più allargata, rafforzando in tal modo il bio-capitale del loro prodotto. Queste iniziative hanno, tuttavia, portato l’azienda ad un confronto diretto con la medicina.

Gestire l’incertezza: la sperimentazione clinica e oltre
Nel tentativo di gestire le relazioni tra esperti e non esperti a sua favore, l’azienda cercò di arruolare gruppi di pazienti, specialisti, medici di medicina generale e accademici, per osservare, approvare e intraprendere studi clinici sul suo test. Questa è stata una mossa audace, dato il suo collocamento ai margini della medicina e dei rigorosi standard dei clinical trial, ma è stata una mossa vista dall’amministratore delegato come vitale per la loro credibilità a lungo termine.
Costruire alleanze strategiche con il principale gruppo di pressione di pazienti in questo settore è stato un passo importante per garantire futuri consumatori in un settore in crescita. È stato, anche, importante arruolare esperti credibili per condurre i trial [sperimentazione clinica]. Basandosi su collegamenti locali, l’amministratore delegato dell’azienda reclutò un professore per effettuare una verifica dell’indagine che l’azienda aveva condotto tra i propri clienti. La relazione dell’inchiesta concluse che circa la metà dei clienti aveva detto che i loro sintomi si erano ridotti molto o di un bel po’ dopo che avevano cambiato la loro dieta, e che quasi tre quarti di loro affermò che questo effetto era perdurato nel tempo.
Anche se le conclusioni della relazione comprendeva una serie di importanti avvertimenti, come, ad esempio, che i miglioramenti segnalati in sintomi non potevano, necessariamente, essere attribuiti al protocollo dietetico che accompagnava il test, suggerendo che altri fattori potevano essere in gioco tra cui l’effetto placebo, il suo autore ritenne importante che molte persone si erano rivolte all’azienda con una lunga storia di sintomi cronici e che i risultati giustificavano un’ulteriore valutazione mediante test di controllo randomizzati.
L’azienda e il professore, quindi, forgiarono un’alleanza intorno al parere che, al fine di dimostrare chiaramente l’efficacia del test, era necessario condurre una sperimentazione di controllo randomizzato. Il professore giustificò questa scelta descrivendo la sua posizione accademica come “nichilismo terapeutico”. Egli spiegò che la sua posizione di partenza era che “niente funziona” a meno che non si possa dimostrare che un protocollo terapeutico funzioni empiricamente e, sempre se “una sperimentazione ben disegnata dimostra che qualcosa funziona”, in questo caso c’è qualcosa che deve essere presa in considerazione. Egli non era preoccupato dal fatto che “non si comprendesse il motivo di qualcosa in anticipo, perché questo presupponeva che abbiamo gli standard di modelli di come la biologia funziona”, posizione che egli non accettava. Tuttavia, nei suoi sforzi per assicurare il finanziamento per condurre la sperimentazione, egli si scontrò con un insieme molto diverso di credenze78:
“È stato molto difficile ottenere un finanziamento. … Avevamo provato diverse volte di ottenere finanziamento ma era stato impossibile. Avevamo presentato richieste di sovvenzioni … ma era stato molto difficile perché c’era un gruppo di allergologi e immunologi che rifiutavano assolutamente che vi fosse alcun percorso causale possibile e alcuni di loro, semplicemente, dissero che ciò non poteva accadere, che l’idea era ridicola e che non vi era alcun senso nel finanziamento di una sperimentazione”79..
La mancanza di fondi per condurre sperimentazione clinica funzionava come un blocco efficace all’espansione dell’azienda, limitando le opportunità per legittimare il suo prodotto. In assenza di fondi disponibili, il professore propose un trial relativamente semplice. I clienti dell’azienda, in generale, rientravano, sintomatologicamente, in sei gruppi: disturbi gastrointestinali, disturbi della pelle, disturbi di emicrania / cefalea, disturbi respiratori e problemi muscolari e scheletrici, come l’artrite e la fibromialgia. Uno studio randomizzato di controllo su tutti questi sintomi, anche se non impossibile, sarebbe complicato in termini di misure di confronto e di esito. È stato deciso, dunque, di concentrarsi su un singolo gruppo. In quel momento, la revisione stava evidenziando che emicrania e IBS (sindrome del colon irritabile) erano due gruppi significativi. All’epoca, l’azienda aveva qualche difficoltà nel convincere il Migraine Trust a essere coinvolti, in parte perché i ricercatori sull’emicrania e i medici clinici erano fortemente coinvolti nella sperimentazione di farmaci, che non solo portava denaro ai servizi clinici ma, anche, occupava la maggior parte delle loro risorse. L’attenzione quindi era focalizzata sull’IBS. Un altro professore di gastroenterologia che aveva un particolare interesse di questa condizione e, anche, aveva accesso a un campione di pazienti IBS semplici, si unì alla ricerca e cominciarono una sperimentazione clinica [clinical trial] per “valutare il potenziale terapeutico dell’eliminazione di determinati alimenti nella dieta” di pazienti IBS in base alla presenza di anticorpi IgG, come mostrato dal test. I risultati dello studio [del trial] furono pubblicati in una rivista leader di gastroenterologia, mostrando un miglioramento clinicamente significativo nei sintomi dell’IBS in pazienti che avevano eliminato dalle loro diete alimenti a cui erano stati trovati sensibili, come individuato dal test per la presenza di anticorpi IgG a questi alimenti80.
Tuttavia, il trial, subito, attirò critiche da allergologi, in particolare, ma, anche, da un più ampio gruppo di ricercatori e medici che erano preoccupati dalla sfida rappresentata dalla crescita di terapie non accademiche e dalla competenza di professionisti autonomi in questo settore, in particolare nutrizionisti. Una particolare preoccupazione era incentrata sulla metodologia del trial e sull’uso delle cosiddette diete “finte” e “vere”. Questo ha comportato che lo staff dell’azienda generasse un foglio contenente una dieta “vera” (cioè una dieta di eliminazione in base al risultato del test) e un foglio contenente la “dieta finta” per ciascun paziente. La dieta“finta” eliminava un numero uguale di alimenti a cui il paziente mostrava sensibilità IgG, ma non i cibi sostituenti. Ad esempio, il latte vaccino era sostituito con il latte di riso, il grano con uova e il lievito con patate. L’azienda, poi, inviava entrambe le diete, sia la “vera” che le “finte” (sostitutiva) alla squadra accademica coinvolta nel trial che a loro volta davano ai pazienti una delle due diete attraverso la selezione casuale[random]. Nessun paziente né nessun membro del personale clinico e dell’azienda era a conoscenza di quale foglio di dieta stava assegnando o gli era stato assegnato per tutta la durata dello studio. Tuttavia, i critici si domandavano se il test, effettivamente, comportasse un controllo o identificasse benefici derivanti da azioni intraprese a seguito della dieta piuttosto che da abitudini alimentari generali. La critica più dura è venuta da un eminente gastroenterologo che sosteneva che il test delle IgG, sia per intolleranze alimentari che per allergie alimentari, non avevano alcun valore predittivo. Questa posizione echeggiava il giudizio della maggioranza del pensiero clinico accademico sull’allergia: le IgG erano irrilevanti. Pur riconoscendo alcune di queste critiche, il team di ricerca considerava che loro avevano fornito evidenza che il testbasato sulle IgG e la dieta migliorassero la condizione dei pazienti. La loro fiducia emanava anche dalla loro conoscenza dell’IBS come una malattia complessa, i meccanismi della quale non sono ancora chiari. Interpellarono per ulteriori ricerche e sostennero che il dogma corrente non era immune alla sfida81.
Nei dibattiti che si svolsero tra gli attori chiave alla questione, a seguito dei clinical trial, emersero ogni tipo di retorica, chi appellandosi all’empirismo, chi al progresso e alla complessità biologica. L’azienda e i suoi partner nel trial, tra cui l’organizzazione di pazienti, si sono pronunciati contro il dogma medico e la sua intransigenza, mobilitando l’autenticità delle esperienze delle persone e l’umiltà di fronte a sistemi bio-sociali complessi per difendere l’allestimento del trial e la interpretazione dei risultati. Così facendo, cercavano di occupare un po’ del terreno di competenza e conoscenza scientifica, in particolare la fede nell’empirico e un approccio mentale aperto nella ricerca della conoscenza. Allo stesso tempo, cercavano di minare parte del terreno su cui si regge la medicina accademica, mettendo in discussione l’obiettività e l’impegno a estendere i confini della conoscenza. Questi tipi di richiami sono stati importanti per l’azienda nel guadagnare credibilità come business. Per commercializzare il test con successo, l’azienda doveva essere in grado di difendersi dalle accuse di pseudo-scienza e ciarlataneria. Anche se diversi ranghi nella medicina hanno cercato di escludere le IgG dalla storia dell’allergia alimentare, l’azienda è stata in grado di raccogliere un sostegno sufficiente da parte di accademici e di alcuni medici, così come il sostegno di altri gruppi, per sfidare questo tentativo di bandire il test completamente82.
L’azienda iniziò, anche, a tracciare paralleli tra l’incertezza del meccanismo dell’allergia alimentare IgG-mediata e la convenzionale allergia IgE-mediata in un sottile tentativo di sviare le critiche generali dalla misurazione delle IgG. Infatti, è ampiamente riconosciuto che, nonostante l’apparenza di un chiaro mecca-nismo che dimostra i legami tra esposizione agli antigeni, produzione di IgE e sintomi allergici, due grandi enigmi rimangono. In primo luogo, che i livelli di IgE non corrispondono necessariamente con la gravità dei sintomi e, in secondo luogo, che la presenza di anticorpi IgE non si traduce necessariamente in sintomi clinici83. Questi puzzle pongono difficoltà diagnostiche per il valore predittivo positivo (VPP) di entrambi i test cutanei prick84 e gli esami del sangue. Da soli, nessuno dei due test può categoricamente determinare se una persona è clinicamente allergica85. Con i test cutanei, il PPV86 varia a seconda del contesto clinico, il tipo di allergia alimentare, l’estratto allergenico usato e l’età del paziente87, e con il RAST (test di radio-allergo-assorbimento), i livelli di IgE inferiori a 100 kilo units di IgE allergene-specifico per litro (kUA/L) misurano solo sensibilizzazione immunologica, non reattività clinica88. L’azienda indicò questi tipi di dilemmi quando rilevando, in generale, che la presenza di anticorpi non segnala, di per sé, che la malattia è presente, ma, piuttosto il risultato deve essere considerato come parte di un quadro molto più ampio. L’azienda utilizzò questo per sostenere che vi era la necessità di ulteriori ricerche, per cui aveva cercato di trovare partner per condurle, ma l’argomentazione era stata respinta. In breve, l’azienda argomentò che, anche se affrontava enigmi simili a coloro che lavoravano con “vera” allergia (cioè allergia IgE-mediata), l’azienda, in ultima analisi, affrontava una professione medica con paraocchi89.
Tuttavia, questo sforzo di problematizzare le strategie diagnostiche convenzionali e delle IgE, riconoscendo ed estendendo i problemi delle IgG, non è del tutto riuscito. All’interno dell’allergia clinica accademica, si sostiene che non vi è alcun reale dibattito. I medici che intervennero in un importante convegno nel 2006 riconoscevano dei problemi sia con il test cutaneo prick che con le analisi delle IgE nel sangue, ma mantennero la loro utilità come predittivi negativi (vale a dire, se un paziente non mostra IgE specifiche, quindi non avrebbe un’allergia). Una diagnosi positiva di allergia alimentare si basa su altri metodi diagnostici, oltre ai test per le IgE, compresa una storia clinica dettagliata e un esame fisico, diete di eliminazione e di provocazioni alimentari orali, da cui il test in doppio cieco contro placebo [double-blind placebo-controlled food challenge o DBPCFC]90 è considerato come il Gold Standard91. Questi medici sostengono che questi test diagnostici sono utili solo quando impiegati insieme al giudizio clinico.
Questo significava che, anche se la posizione dell’azienda, che sosteneva che i test di IgE affrontavano le stesse incertezze dei test IgG, aveva qualche credito, essa esponeva, anche, la fragilità del proprio test, in quanto le incertezze che l’azienda indicava promuovevano l’uso di altri metodi diagnostici in tandem. Questo è un punto sottolineato da Glenis Scadding92, consulente allergologa presso il Royal National Throat, Nose and Ear Hospital, quando è stata interpellata per fornire evidenza alla House of Lords in materia di regolamentazione per test allergici privati:
Essi dovrebbero essere vietati. Se si fa un test solo circa la metà delle persone con test positivo risulterebbero clinicamente malati, quindi, non dovrebbe essere possibile immettere nel mercato i kit di auto-test, perché questa procedura conduce ad una diagnosi errata. Hai bisogno di entrambi i test e di una storia dettagliata presa da qualcuno che ha una certa esperienza in allergie da fare un’interpretazione del test93.
In termini convenzionali, il giudizio clinico è ciò che conta per l’interpretazione dei test in vitro, indipendentemente dal fatto che si tratti di un test sulle IgG o di un test sulle IgE.
L’azienda cercava di gestire queste affermazioni mettendo i risultati del proprio test nel più ampio contesto del giudizio professionale e incoraggiando i loro clienti a rivolgersi ai loro medici per interpretare i risultati, oltre ad agevolare una consultazione telefonica con un nutrizionista quando i clienti ricevevano i loro risultati. L’azienda desiderava posizionarsi come un’entità che lavorava in partnership con i propri clienti94.95
Questa linea di ragionamento prende come punto di partenza il concetto del paziente “esperto”, investito con il potere di sfidare i limiti e la mancanza di sostegno da parte della medicina accademica nella loro ricerca di spiegazioni. Armati con i loro risultati e l’esperienza positiva del cambiamento di dieta, l’idea è che questi pazienti-consumatori saranno in grado di educare i loro fornitori di cure mediche, dando a loro, pazienti-consumatori, la prerogativa del “reality check” [fare i conti con la realtà] piuttosto che al medico. Nel presentare la loro missione inquesti termini, l’azienda lancia “l’imprenditorialità del paziente” al fianco della propria “imprenditorialità commerciale”, contestando, in questo modo, lo status quo della medicina convenzionale. Pazienti – consumatori e fornitori commerciali sono, quindi, partner del progetto di bio-capitalismo. Allo stesso tempo, entrambi i gruppi di interesse cercano di trasformare la medicina e di essere accettati all’interno del suo establishment. Per i pazienti questa inclusione significa essere presi sul serio dai loro medici, per l’azienda significa essere un fornitore legittimo di servizi di salute, essendo raccomandata dai medici ai loro pazienti, come oggi si illustra in tanti siti web del settore.
Leggendo la documentazione relativa all’azienda in questione, circa il suo progetto di lanciare un test allergenico alimentare, si identifica il teso approccio per mantenere buoni rapporti con una serie di partner chiave, cioè potenziali pazienti, professionisti del settore, altri provider di test allergenici alimentari, gruppi di sostegno, associazioni di volontariato, accademici e organizzazioni imprenditoriali, e per gestire la critica della medicina accademica e governativa, tentando un’alleanza con queste sfere. D’altra parte, l’azienda dichiara che il test fornisce una diagnosi e sottolinea che sia clinicamente dimostrato e scientificamente convalidato. Infatti, l’azienda cerca la verifica attraverso studi clinici e cerca l’approvazione di organizzazioni di volontariato, di medici di base e di clinici. Presenta il test come un aiuto alla gestione alimentare e vuole convincere il NHS [Sistema Sanitario Nazionale nel Regno Unito] dei vantaggi di costo – beneficio del test stesso, a confronto ad anni di interventi farmacologici di efficacia imprecisata. Inoltre, l’azienda dà la sua approvazione al valore legittimante della medicina: il suo dichiarato empirismo. Nel contempo, essa sottolinea la complessità del biosociale, come fa la medicina con il suo linguaggio di determinanti multifattoriali della salute e della malattia. Essa fa eco anche al recente impegno della medicina con i “pazienti esperti” e la responsabilità personale per la salute. Eppure contesta la medicina sulla base di suoi fallimenti a prendere sul serio le patologie croniche delle persone e il suo approccio assiomatico alla divisione tra allergia e intolleranza alimentare e così l’azienda si presenta dalla parte dei pazienti che hanno difficoltà ad essere presi seriamente dai loro medici. In molti modi, offre ai consumatori sollievo, non solo da sintomi fisici ma, anche, dalla loro posizione sociale indeterminata in quanto essi non sono ritenuti “convenzionalmente malati”96. Allo stesso tempo, arruola consumatori nel suo progetto imprenditoriale come partner in questa sfida alle convenzioni, in quanto questi pazienti consumatori porterebbero il messaggio direttamente ai loro medici di base [General Practitioner]. Presentare il suo test come un test per le intolleranze alimentari e per l’allergia alimentare ritardata è, anche, un mezzo attraverso il quale l’azienda cerca di tenere a bada la critica tagliente della medicina e di arruolare i soliti attori di tale critica nei loro progetto, in primis i nutrizionisti. Il discorso aziendale circa i fallimenti della medicina nella cura dei pazienti, circa i diritti (e le responsabilità) dei pazienti a conoscere la loro condizione e, infine, a cambiare la loro vita, è anche un importante interfaccia per mantenere alleanze di sostegno con questo importante gruppo di consumatori del loro prodotto.
Conclusioni
Nel testo è stato segnalato che le immunoglobuline nel campo dei test di forme allergiche e/o alimentari, sono, certamente, un esempio di bio-capitalismo ma che non raggiunge ancora l’attenzione degli esperti più attesi agli sviluppi della ricerca genomica e cellule staminali. È stato sostenuto che questa fosse una storia circa l’estrazione di valore latente dal dominio molecolare. Ma questa è, anche, una storia di rapida commercializzazione, di pazienti attivi e di esperti impegnati nel progetto di ottimizzazione della salute, concentrata su disagi cronici, spesso ignorati o scartati ma che sono fonte di notevole difficoltà e ansia per una percentuale significativa di popolazione. Queste motivazioni rendono la questione degna di esplorazione come forma di bio-capitalismo. Anche se non si pretende che questi sviluppi siano particolarmente univoci quando vengono impostati nel contesto storico più ampio delle dispute di confine intorno ai significati della malattia, della competenza professionale e delle relazioni medico-paziente, si prende atto che alcuni studiosi97 sono, anche, prudenti circa la natura trasformatrice di bio-capitale più in generale. In ogni modo, ammettere di aver scelto di esplorare un settore particolarmente meno influente del bio-capitalismo, lo si fa stimolati da una generale preoccupazione per la tendenza tra gli studiosi di scienze biologiche e biomedicina contemporanee ad essere più attratti dall’orizzonte piuttosto che dal presente e a sopravvalutare il futuro a scapito del presente98.
Le dinamiche di ambiguità che sono state esposte nell’argomentazione sembrano costituire ciò che si potrebbe chiamare “l’ambiguità strategica dell’azienda” circa le responsabilità dei pazienti-consuma-tori e le competenze dei fornitori di servizi esperti, così come circa il significato della diagnosi e della malattia in sé. Questo modello di ambiguità può essere collegato all’enfasi sulle convenzioni piuttosto che sulla novità o l’innovazione al centro della storia aziendale raccontata, anche se va notato che l’estensione di forme più nuove di pazienti imprenditori e di partnership sono anche presenti. È, ugualmente, interessante notare come questi dibattiti e posizionamenti giochino su un palcoscenico abbastanza locale, con un numero limitato di attori impegnati e re-impegnati in dispute circa l’autenticità e la legittimità del test. Naturalmente il test si vende in tutto il mondo ma, spesso, non perché il suo funzionamento sia “scientificamente” accertato ma, piuttosto, per la sua popolarità. Questi aspetti, accanto alle relativamente semplici relazioni commerciali, che non comprendono un’ulteriore estrazione di valore latente, significa che le dimensioni globali di questo settore del bio-capitalismo sono meno problematizzate dalle controversie locali intorno ai pazienti, i trial e la “scienza” della nutrizione. Questi contesti locali, di disputa e collaborazione, modellano le strategie delle aziende per il successo più profondamente che le questioni del commercio globale, sfruttamento commerciale e compatibilità99.
Pertanto si può concludere che questa narrazione consente di identificare alcune caratteristiche relati-vamente banali ma, comunque, importanti degli assemblaggi istituzionali e tecnologici del bio-capitale nei suoi domini meno glamour. Come Woolgar100 e altrove Latour101 hanno sostenuto, il mondano (il banale, il triviale quotidiano) è più importante di quanto si pensi, la sua ubiquità significa che modella le esperienze di molte persone, spesso, in modi che noi trascuriamo. L’intolleranza alimentare è, allo stesso modo, ovunque e in nessun luogo. Disturbi di profilo “triviale” dell’intestino, della pelle e sinusali, colpiscono molti di noi, ma sono disturbi che possono eludere la diagnosi e il trattamento clinico. Viste in questa luce, le dispute circa la validità di un test per questi flussi di fluidi corporei fastidiosi e delle membrane, e circa il suo posto nel reame scientifico prestabilito, sono forse inevitabili. Ma questo studio ha implicazioni al di là del suo immediato dominio, dato che il progetto delle bio-scienze contemporanee e della medicina è concepito come un qualcosa che ha delle implicazioni per la materia della “vita stessa”. Si suggerisce, quindi, che la traduzione delle novità, che appaiono nella routine, in convenzione e la traduzione delle contingenze locali in tendenze globali, siano degne di ulteriore approfondimento, sia come un argomento e una risorsa del bio-capitalismo. Tutto ciò ci porta a chiederci: come evolverà la medicina del domani?
Certamente, la risposta a questa domanda dipende della posizione interpretativa dell’osservatore. Per coloro che pensano che la medicina sia soltanto un mondo a sé, che si autogenera, la risposta al futuro della medicina si troverà nelle sue dinamiche prettamente “scientifiche” e/o divine. Per gi osservatori che consi-derano che la medicina sia anche essa una costruzione sociale la risposta va cercata nella nostra società. In questo senso possiamo constatare che un aspetto dello sviluppo della nostra cultura di consumo orientata verso la salute è la crescita dell’auto-screening e dell’autodiagnosi tra i singoli cittadini, ad es. i test diagnostici venduti al banco, le valutazioni computerizzate della salute, i test genetici fai da te. Questa tendenza è interpretabile come l’espressione di un impulso tipicamente “utopico” postmoderno. Lo sguardo narcisistico diretto verso l’interno del singolo nella post-modernità ha sostituito la visione comunitaria della modernità. In assenza di visioni globali, lo scopo utopico postmoderno diventa il raggiungimento di un corpo perfetto, indistruttibile. Somatopia [utopia del corpo] è l’espressione collettiva di questi progetti di privatizzazione e personalizzazione del corpo. La realizzazione e l’autenticazione di questi progetti sul corpo richiedono la creazione di un “corpo trasparente”. Questo “corpo trasparente” è abilitato e costruito da sviluppi delle tecnologie dell’informazione e della medicina e ciò ha delle implicazioni, politiche e di salute, tutte da esplorare nella nostra società.
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- Si tenga presente la distinzione tra estrazione e creazione di ricchezza. Nella produzione di ricchezza si crea un bene utile che ha un valore di utilizzo o di beneficio per una collettività. Nell’estrazione di ricchezza si estrae denaro mediante la semplice circolazione o spostamento del bene o mediante la rendita che genera la sua proprietà.
- Valore posseduto da un bene, conoscenza o proprietà per generare più valore mediante la sua circolazione nel mercato.
- Le immunoglobuline G (IgG) sono un tipo di anticorpi, cioè molecole coinvolte nella risposta immunitaria dell’organismo umano e sono le più abbondanti nella risposta anticorpale. Sono sintetizzate dai linfociti B, e più precisamente dalle plasmacellule, e sono le immunoglobuline più presenti nel sangue, linfa, fluido cerebrospinale e peritoneale. Anche chiamate gammaglobuline, le IgG sono le immunoglobuline più abbondanti nella risposta anticorpale e costituiscono circa il 70-75% delle immuno-globuline totali presenti nel siero. Sono le più efficaci opsonine di cui l’organismo dispone e hanno la funzione di stimolare la fagocitosi dei microbi da parte dei fagociti e di attivare il complemento. Sono in grado di reagire con i macrofagi, neutrofili e le cellule natural killer (NK) e sono l’unica classe anticorpale efficace contro le tossine batteriche. Sono anche le uniche immunoglobuline in grado di attraversare la placenta nelle donne durante la gravidanza per proteggere il feto. Wikipedia.
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- Allergy UK è un ente di beneficenza medica britannica dedicata ad aiutare le persone con le loro allergie e le loro intolleranze alimentari. È stata fondata nel 1991 come la British Allergy Foundation e nel 2002 il nome operativo dell’ente divenne Allergy UK. Allergy UK dà il suo endorsement ad alcuni prodotti che limitano o eliminano alti livelli di allergeni e dà loro un sigillo di approvazione.
- Ente di beneficenza che mira a promuovere la comprensione e il riconoscimento di condizioni mediche allergiche e malattie legate alle allergie.
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- Rajan K.S. op. cit. p. 6.
- Un anticorpo (immunoglobulina nel caso fosse su un Linfocita B vergine) è una proteina con una peculiare struttura quaternaria che le conferisce una forma a “Y”. Gli anticorpi hanno la funzione, nell’ambito del sistema immunitario, di neutralizzare corpi estranei come virus e batteri, riconoscendo ogni determinante antigenico o epitopo legato al corpo come un bersaglio. In maniera schematica e semplificata si può dire che ciò avviene perché al termine dei bracci della “Y” vi è una struttura in grado di “chiudere” i segmenti del corpo da riconoscere. Ogni chiusura ha una chiave diversa, costituita dal proprio determinante antigenico; quando la “chiave” (l’antigene) è inserita, l’anticorpo si attiva. La produzione di anticorpi è la funzione principale del sistema immunitario umorale.
- Rose, N. op. cit. p. 31.
- Anne Kerr, Brian Woods, Sarah Nettleton & Roger Burrows. op. cit. 2009.
- Il caso di studio (oppure caso studio [case study]) è un metodo di ricerca utilizzato, nell’ambito di questioni complesse, per estendere l’esperienza o rafforzare ciò che è già noto da precedenti ricerche. Viene sfruttato in diverse aree della scienza, in particolare se ne fa ampio uso nelle scienze sociali, e permette di porre enfasi sull’analisi contestuale dettagliata di un numero limitato di eventi o condizioni e le loro relazioni.
- Le immunoglobuline E (IgE) sono un tipo di anticorpi, cioè molecole coinvolte nella risposta immunitaria dell’organismo umano. Sono sintetizzate dai linfociti B, più precisamente dalle plasmacellule. Le IgE hanno fondamentalmente la funzione di proteggere l’organismo dalle infezioni da parte di parassiti e soprattutto elminti. Esse sono anche le principali responsabili delle più diffuse malattie da ipersensibilità che colpiscono la popolazione dei Paesi industrializzati, ossia le allergie.
- The Economic and Social Research Council (ESRC) is the UK’s leading research and training agency addressing economic and social concerns.
- ESRC Award RES-000-23-1134.
- Anne Kerr, Brian Woods, Sarah Nettleton & Roger Burrows. op. cit. 2009.
- Per approfondimento sul materiale e le fonti della ricerca, ibidem.
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- Anne Kerr, Brian Woods, Sarah Nettleton & Roger Burrows. Testing for Food Intolerance: New Markets in the Age of Biocapital. In “BioSocieties”, vol 4, n.1: 3-24, 2009.
- L’ideal-tipo o tipo ideale è una costruzione teorica che in sé contiene i dati storici e contingenti di determinati fenomeni, le cui relazioni e conseguenze sono riconducibili ad un unico modello con il quale è possibile comprendere i tratti essenziali di una realtà storico-sociale. Spesso è un termine estratto dal suo contesto culturale e/o storico che, applicato a realtà diverse, permette di individuare tratti comuni. Sono esempi di tipi ideali i concetti di autorità, potere, feudalesimo, etica protestante.
- ESRC Award RES-000-23-1134 / Anne Kerr, Brian Woods, Sarah Nettleton & Roger Burrows. op. cit. 2009.
- La tag line o tag-line è una frase breve e diretta che riassume in modo istantaneo la vocazione di una marca, di un prodotto o di un’azienda. Il termine è in uso soprattutto in pubblicità.
- ESRC Award RES-000-23-1134 / Anne Kerr, Brian Woods, Sarah Nettleton & Roger Burrows. op. cit. 2009
- Ibidem
- ESRC Award RES-000-23-1134.
- Anne Kerr, Brian Woods, Sarah Nettleton & Roger Burrows. op. cit. 2009.
- Anne Kerr, Brian Woods, Sarah Nettleton & Roger Burrows. op. cit. 2009 / ESRC Award RES-000-23-1134.
- Le immunoglobuline E (IgE) sono un tipo di anticorpi, cioè molecole coinvolte nella risposta immunitaria dell’organismo umano. Sono sintetizzate dai linfociti B, più precisamente dalle plasmacellule. Le IgE hanno fondamentalmente la funzione di proteggere l’organismo dalle infezioni da parte di parassiti e soprattutto elminti. Esse sono anche le principali responsabili delle più diffuse malattie da ipersensibilità che colpiscono la popolazione dei Paesi industrializzati, ossia le allergie.
- Le immunoglobuline G (IgG) sono un tipo di anticorpi, cioè molecole coinvolte nella risposta immunitaria dell’organismo umano. Sono sintetizzate dai linfociti B, e più precisamente dalle plasmacellule, e sono le immunoglobuline più presenti nel sangue, linfa, fluido cerebrospinale e peritoneale. Anche chiamate gammaglobuline, le IgG sono le immunoglobuline più abbondanti nella risposta anticorpale e costituiscono circa il 70-75% delle immunoglobuline totali presenti nel siero. Sono le più efficaci opsonine di cui l’organismo dispone e hanno la funzione di stimolare la fagocitosi dei microbi da parte dei fagociti e di attivare il complemento. Sono in grado di reagire con i macrofagi, neutrofili e le cellule natural killer (NK) e sono l’unica classe anticorpale efficace contro le tossine batteriche. Sono anche le uniche immunoglobuline in grado di attraversare la placenta nelle donne durante la gravidanza per proteggere il feto.
- A causa del ritardo tra l’ingestione del cibo e l’insorgenza dei sintomi è difficile identificare la causa della relazione senza test di laboratorio accurati.
- Allergie ed intolleranze alimentari rientrano nella categoria delle reazioni avverse agli alimenti, che comprende, a sua volta, tutte le malattie ed i disturbi causati dall’ingestione di determinati cibi, additivi o contaminanti alimentari. Queste risposte avverse possono essere classificate in due grandi gruppi, quello delle reazioni tossiche e quello delle reazioni non tossiche. Quest’ultime non sono dovute alla presenza di particolari sostanze avverse ma, pur risultando innocue per la maggior parte delle persone, possono causare gravi problemi a taluni individui. Le allergie alimentari sono un classico esempio di reazioni avverse di tipo non tossico. L’organismo dei soggetti allergici è sensibilizzato nei confronti di alcune sostanze di origine alimentare, comunemente definite allergeni o antigeni. Dire che una persona è sensibilizzata nei confronti di un antigene di natura alimentare equivale ad affermare che il suo organismo produce anticorpi verso alcune sostanze, normalmente innocue, contenute in uno o più cibi. Le reazioni avverse di tipo allergico sono quindi mediate dal sistema immunitario. C’è chi sviluppa un’allergia alle arachidi, chi al kiwi e chi al latte, ma la maggior parte delle persone può consumare questi alimenti senza avere problemi. L’allergia è una reazione avversa a molecole estranee all’organismo, dette antigeni o allergeni, mediata dal sistema immunitario; nel caso delle allergie alimentari l’antigene è rappresentato dalle proteine naturalmente contenute in determinati alimenti. Le allergie alimentari possono dividersi in non IgE mediate ed in IgE mediate. Queste ultime sono le più comuni, dal momento che molte manifestazioni allergiche coinvolgono le immunoglobuline di tipo E (dette IgE o reagine). La seconda categoria di reazioni avverse agli alimenti, in cui rientrano le manifestazioni di tipo tossico o “da avvelenamento”, è legata alla presenza, in un dato cibo o prodotto alimentare, di una o più tossine, come quelle contenute del pesce palla, nelle patate germogliate (solanina), nell’Amanita Phalloides ed in alcune conserve non adeguatamente sterilizzate (botulino). In questo caso la tossicità è comune a tutti gli individui, a condizione che venga ingerita una dose di tossina sufficiente per scatenare la sintomatologia. Le reazioni tossiche agli alimenti sono sempre collegate alla dose, non coinvolgono il sistema immunitario e danno reazioni proporzionali alla quota ingerita. In altre situazioni, come succede per l’intolleranza al lattosio, un alimento risulta tossico solo per alcuni individui. Chi è intollerante al lattosio, per esempio, potrà sopportare dosi abbastanza basse di latte che, qualora venisse assunto a dosaggi straordinariamente elevati, risulterebbe tossico per la stragrande maggioranza degli individui. La stessa acqua può risultare tossica ed addirittura letale se assunta in grandi quantità (superiori ai 10-12 litri al giorno). In ogni caso, dal momento che le intolleranze scaturiscono dal consumo di alimenti privi di tossine, rientrano nella categoria delle reazioni avverse di tipo non tossico.
- Holford P., & Braly J. (2005). Hidden food allergies: Is what you eat making you ill? Piatkus, London, 2005.
- Nancy D Campbell. Toward a critical neuroscience of ‘addiction’. In BioSocieties. Vol. 5, Issue 1, pp. 89-104, March, 2010.
- Anne Kerr, Brian Woods, Sarah Nettleton & Roger Burrows. op. cit. 2009 / ESRC Award RES-000-23-1134.
- ELISA acronimo derivato dall’espressione inglese enzyme-linked immuno sorbent assay (saggio immuno-assorbente legato ad un enzima). Versatile metodo d’analisi immunologica usato in biochimica per rilevare la presenza di una sostanza usando uno o più anticorpi ad uno dei quali è legato un enzima: tale metodica d’indagine rientra nella categoria dei test immunoenzimatici. La sostanza da rilevare può essere un antigene appartenente ad un patogeno o una molecola più piccola, chiamata aptene, come per esempio per riconoscere la presenza di steroidi. Se invece di un enzima, viene usato un radionucleide (spesso l’iodio-125) per rilevare la positività del test, si parla di RIA (radio-immuno assay).
- La tecnica del dosaggio immunologico (Immunoessay) è una tecnica di laboratorio utilizzata per determinare la concentrazione di una macromolecola (ma non necessariamente) in una soluzione attraverso l’utilizzo di un anticorpo o immunoglobulina. La macromolecola rilevata dal dosaggio immunologico rappresenta l’analita ed è in molti casi una proteina. Analiti in fluidi biologici, quali siero o urina, sono spesso misurati utilizzando dosaggi immunologici. I dosaggi immunologici si basano sulla capacità e specificità di un anticorpo di riconoscere e legare una determinata macromolecola in quella che potrebbe essere una miscela complessa di macromolecole.
- Ibidem
- Anne Kerr, Brian Woods, Sarah Nettleton & Roger Burrows. op. cit. 2009.
- ESRC Award RES-000-23-1134
- 80 ESRC Award RES-000-23-1134 / Anne Kerr, Brian Woods, Sarah Nettleton & Roger Burrows. op. cit. 2009.
- Ibidem
- Ibidem
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- Test cutanei. Se l’anamnesi, il diario alimentare o la dieta di eliminazione suggeriscono la presenza di un’allergia specifica, il medico ricorrerà ai test cutanei (scratch test o prick test) per confermare la diagnosi. Nel corso dello scratch test il medico posizionerà un estratto dell’alimento sulla pelle del vostro avambraccio. Poi graffierà la pelle con un ago e controllerà se la zona è gonfia o arrossata: gli eventuali gonfiori e rossori sono sintomo di una reazione allergica locale. Il prick test viene eseguito inserendo un ago sottopelle nell’avambraccio e iniettando una piccolissima quantità di estratto. La positività dello scratch test o del prick test indica che sui mastociti della pelle ci sono IgE (immunoglobuline) specifiche per l’alimento che è stato testato. I test cutanei sono veloci, semplici e relativamente sicuri. È possibile però che il test risulti positivo per un allergene alimentare senza che si verifichi una reazione allergica all’alimento corrispondente, il medico diagnosticherà un’allergia alimentare solo se il test cutaneo è positivo per un allergene specifico e se l’anamnesi delle reazioni suggerisce la presenza di un’allergia allo stesso alimento. http://www.farmacoecura.it/allergie-intolleranze/allergie-alimentari-diagnosi-e-test/
- Clover A. Are the dangers of childhood food allergy exaggerated? Yes. British Medical Journal, 333, 494–496. 2006 / Lessof M. op. cit. 2002.
- Il valore predittivo positivo è la probabilità che i soggetti con un test di screening positivo hanno veramente la malattia. Il valore predittivo negativo è la probabilità che i soggetti con un test di screening negativo veramente non hanno la malattia
- Asero R., et al. Op. cit. 2007 / Sporik R., Hill D.J., & Hosking C.S. Specificity of allergen skin testing in predicting positive open food challenges to milk, egg and peanut in children. Clinical and Experimental Allergy, 30 (11), 1540–1546. 2000 / Strobel S. op. cit. 2002.
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- ESRC Award RES-000-23-1134 / Anne Kerr, Brian Woods, Sarah Nettleton & Roger Burrows. op. cit. 2009.
- Test di provocazione orale o test in doppio cieco contro placebo (double-blind placebo-controlled food challenge o DBPCFC) è attualmente considerato il test di riferimento o gold standard per la diagnosi di allergia alimentare. Il risultato di questa indagine è assai importante, poiché permette di formulare eventuali diete di esclusione, cioè prive dell’allergene evidenziato.
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