È una svolta storica nella politica sanitaria occidentale: per la prima volta dopo decenni di espansione continua, gli Stati Uniti riducono in modo significativo il numero di vaccinazioni pediatriche raccomandate a tutti i bambini. La decisione, annunciata all’inizio del 2026 dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC), segna una discontinuità netta rispetto al paradigma del “più è meglio” che ha dominato la medicina preventiva degli ultimi quarant’anni e apre una riflessione che va ben oltre i confini americani.
Una crescita troppo rapida
Negli ultimi decenni negli USA il calendario vaccinale pediatrico è cresciuto in modo “ipertrofico”, passando da poche decine di dosi negli anni Ottanta a oltre 80 nella prima parte dei Duemila, culminando, alla vigilia del 2026, in un programma che raccomandava routine fino a 17 malattie con decine di somministrazioni.
Questa espansione è avvenuta in assenza di studi sistematici sul calendario nel suo complesso, senza una valutazione robusta degli effetti cumulativi o di confronti rigorosi su rischi e benefici a lungo termine. Ormai da tempo molti medici, genitori e ricercatori indipendenti sostengono che più vaccinazioni non equivalgano automaticamente a più salute, e che sia necessario un approccio più cauto e personalizzato.
Cosa è cambiato davvero
La revisione CDC non elimina alcun vaccino dal mercato, ma sposta diverse immunizzazioni fuori dalla raccomandazione universale:
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Vaccini contro COVID-19, influenza, epatite A ed Epatite B, rotavirus e meningococco non sono più indicati a tutti i bambini ma solo in base a rischio o a decisione clinica condivisa.
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Restano raccomandati per tutti i bambini vaccinazioni contro morbillo, parotite, rosolia, poliomielite, varicella, pertosse, tetano, difterite e alcuni altri patogeni, anche se con dosaggi e calendari rivisti.
La motivazione ufficiale è quella di allineare le raccomandazioni statunitensi a quelle di altre nazioni sviluppate, favorendo però l’autonomia delle famiglie e la fiducia nelle scelte sanitarie.
Dalla medicina di massa alla scelta informata
Il cuore della svolta americana non è ideologico, ma metodologico. Si passa da un approccio uniforme e obbligatorio a un modello che riconosce il valore del giudizio clinico individuale e del consenso informato. In altre parole, la prevenzione non viene più trattata come un automatismo burocratico, ma come un processo che richiede dialogo, responsabilità e prudenza. È una correzione di rotta che intercetta una domanda reale della società: quella di una medicina meno dogmatica e più attenta ai limiti della conoscenza scientifica, soprattutto quando si parla di interventi preventivi su organismi in fase di sviluppo.
Perché questo riguarda anche l’Italia
Negli Stati Uniti si è aperto uno spazio di riflessione critica che in Italia è in larga parte assente o censurato, dove discussioni aperte sui rischi potenziali, sulla sovraesposizione vaccinale e sull’autonomia decisionale dei genitori faticano ad affermarsi nei dibattiti istituzionali. La scelta americana potrebbe offrire un modello di confronto per il nostro sistema sanitario: una medicina preventiva che non è più un automatismo standardizzato, ma uno spazio di dialogo medico-famiglia, attento alle condizioni individuali e alla responsabilità informata. Per un blog come Generiamo salute, che da tempo segnala i rischi di programmi troppo rigidi e salutiamo con soddisfazione un passo che, pur non essendo perfetto, valorizza la libertà di scelta e la trasparenza delle decisioni mediche
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Redazione




