Basta un giro al supermercato o dieci minuti di televisione per capire che l’obesità infantile non è solo un problema medico: è un fallimento collettivo. Il marketing aggressivo, la disponibilità continua di cibo ultra-processato e una pubblicità sempre più pervasiva hanno costruito un ecosistema dove scegliere sano è diventato un atto di resistenza. In Italia, un bambino su quattro beve ogni giorno bibite zuccherate e oltre la metà consuma snack dolci più di tre volte alla settimana. E nel silenzio generale, stiamo allevando una generazione che rischia di diventare la più malata della storia.
La trappola dei cibi ultra-processati
Bevande gassate, biscotti confezionati, piatti pronti: sono i protagonisti silenziosi della dieta quotidiana di milioni di bambini, anche nel nostro Paese. Il nuovo report della fondazione Aletheia lancia l’allarme: quasi il 10% dei bambini e adolescenti italiani è obeso, e oltre il 27% è in sovrappeso. Non si tratta solo di cifre: dietro questi numeri si nascondono abitudini alimentari scorrette, spesso indotte da un mercato che privilegia il profitto alla salute pubblica. I bambini italiani fanno sempre meno colazione, consumano poca frutta e verdura, e trovano nelle merendine una risposta rapida, colorata e gustosa alle proprie esigenze energetiche — o, più semplicemente, a un messaggio pubblicitario ben confezionato.
Quando cinque minuti di pubblicità valgono 130 calorie
Nel Regno Unito, dove da ottobre sarebbe dovuta entrare in vigore una normativa che vieta le pubblicità di junk food prima delle 21 (al momento rimandata a gennaio per la potente attività di lobbying delle multinazionali del settore) , uno studio condotto dalla professoressa Emma Boyland ha dimostrato quanto sia sottile ma potente l’influenza degli spot sul comportamento alimentare infantile. Basta una manciata di minuti davanti a uno schermo per portare i bambini a consumare, in media, 130 calorie in più rispetto a chi non è stato esposto alla pubblicità. Non importa se il prodotto mostrato nello spot è lo stesso che si trova nel piatto: ciò che conta è l’attivazione del desiderio di consumo. L’effetto perdura per ore, e vale per tutti i canali — dalla TV ai social, fino ai podcast.
Educare a mangiare (davvero) bene: il ruolo delle scuole
Se il marketing ha le sue responsabilità, è anche vero che la scuola può diventare un presidio fondamentale per invertire la rotta. Come sottolinea ancora il report Aletheia, le mense scolastiche rappresentano una delle poche occasioni in cui bambini e ragazzi ricevono un pasto bilanciato. Ogni dollaro investito in alimentazione scolastica restituisce fino a diciassette volte il suo valore in termini sociali e sanitari. Ma l’Italia, che già spende oltre 12 miliardi di euro l’anno per i pasti scolastici, deve fare un passo in più: trasformare questi luoghi in spazi di educazione alimentare, non solo di distribuzione.
Le merendine tra contaminanti e pubblicità: una riflessione che viene da lontano
Non è la prima volta che su Generiamo Salute si solleva il velo su ciò che si nasconde dietro il packaging accattivante delle merendine. Cinque anni fa, il Dott. Sergio Segantini scriveva un articolo ancora attualissimo, “Le merendine, l’isolamento e le varie opportunità”, in cui si parlava di contaminanti come i MOSH, idrocarburi derivati dal petrolio rilevati in quantità elevate in molti snack confezionati. L’articolo evidenziava anche la presenza di oli minerali nei contenitori di carta riciclata e l’uso di ingredienti come l’olio di palma, tuttora diffuso nonostante le dichiarazioni pubblicitarie. La denuncia era chiara: il mercato spinge verso prodotti a basso costo e alta redditività, con standard qualitativi bassi e rischi ancora poco percepiti dal consumatore medio. Un’analisi che mantiene intatta la sua validità.
La strada verso la prevenzione comincia a casa (e lontano dagli schermi)
Le famiglie non possono essere lasciate sole. È necessario un impegno sistemico: informazione corretta, regolamentazione della pubblicità, investimento nell’educazione alimentare e una maggiore responsabilità dei produttori. È vero che esistono alternative: alimenti di qualità, biologici, locali. Ma scegliere bene richiede tempo, consapevolezza e spesso anche risorse economiche.
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