Il mare siamo noi. Non è una metafora poetica, è biologia pura. E quello che sta accadendo a Napoli con l’aumento dei casi di epatite A è la dimostrazione più concreta, e più scomoda, di quanto la nostra salute sia inseparabile da quella dell’ambiente. Quando si parla di medicina One Health, si intende proprio questo: la salute umana, animale e ambientale non sono compartimenti stagni, ma un unico sistema interconnesso. E quando uno di questi elementi si altera, gli altri seguono inevitabilmente. A Napoli, oggi, questa teoria ha preso forma in modo molto concreto.
L’aumento anomalo dei casi di epatite A a Napoli
Nei primi mesi del 2026, in Campania si è registrato un aumento significativo dei casi di epatite A, con numeri superiori di molte volte rispetto alla media degli anni precedenti. I ricoveri presso l’ospedale Cotugno hanno superato la soglia di attenzione, pur senza configurare una vera emergenza clinica. La maggior parte dei pazienti aveva consumato frutti di mare crudi, in particolare cozze e ostriche. Ed è qui che il discorso cambia prospettiva. I molluschi bivalvi non sono “colpevoli”, sono filtri biologici. Vivono filtrando grandi quantità d’acqua e, così facendo, accumulano tutto ciò che quell’acqua contiene: nutrienti, batteri e virus. Se l’acqua è contaminata, il mollusco diventa un concentrato di contaminazione. L’epatite A si trasmette infatti per via oro-fecale, spesso proprio attraverso alimenti o acqua contaminati da scarichi non adeguatamente trattati. Questo passaggio è fondamentale, perché sposta l’attenzione dal piatto all’ecosistema.
Cosa sono le “scolmate”
Tra le ipotesi più accreditate sull’origine del contagio c’è quella delle cosiddette “scolmate”. Parliamo, in sostanza, di sversamenti di acque reflue non depurate direttamente in mare, spesso dovuti a piogge intense o a sistemi fognari che vanno in sovraccarico. Secondo le ricostruzioni, proprio queste esondazioni avrebbero portato acque fecali nelle zone di allevamento dei molluschi, contaminandoli con il virus dell’epatite A. Il passaggio è brutale nella sua semplicità: fogne → mare → molluschi → piatto → organismo umano. E il ciclo si chiude.
Quando si parla di “scolmate”, si rischia di immaginare eventi eccezionali o guasti improvvisi. In realtà il meccanismo è molto più sistemico. Il sistema fognario di Napoli, come quello di molte grandi città, è in parte progettato per gestire insieme acque piovane e reflui urbani. Quando però le piogge diventano intense, la rete va in sovraccarico e si attivano gli sfioratori di troppo pieno, dispositivi che hanno una funzione precisa: evitare il collasso del sistema scaricando l’eccesso direttamente in mare. Il problema è che quell’“eccesso” non è solo acqua piovana, ma anche acque fognarie non trattate.
Questo fenomeno è noto da anni: dopo forti piogge, tratti di costa napoletana si trasformano in veri e propri recapiti fognari, con acque torbide e cariche di materiale organico. Non si tratta quindi di un evento accidentale, ma di un limite strutturale del sistema, aggravato da infrastrutture non sempre adeguate e da una mancata separazione tra acque bianche e nere. In altre parole, il sistema funziona esattamente come è stato progettato, ma è proprio quel progetto, oggi, a non essere più sufficiente.
Una crisi ambientale travestita da problema sanitario
Ridurre questa vicenda a “non mangiare frutti di mare crudi” è una semplificazione comoda, ma fuorviante. Il vero problema è strutturale: sistemi fognari sotto pressione, depurazione insufficiente, eventi meteorologici sempre più estremi e controlli ambientali non sempre efficaci. Quello che vediamo nei reparti ospedalieri è solo l’effetto finale di una catena ambientale compromessa.
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