Save the Children: “Quanto è dura essere mamme in Italia”

Una ricerca mostra tutte le difficoltà che le donne si trovano ad affrontare, tra cura della casa e lavoro. Al Sud le situazioni più drammatiche

Il lockdown è ormai alle spalle, le limitazioni alla mobilità sparite quasi del tutto. Ci stiamo riabituando, tra aspettative e paure, alla vita di tutti i giorni, fatta di famiglia, lavoro, svago. Ma è davvero così per tutti? Per molte donne, in realtà, il tempo per lo svago è pura utopia. Il peso della quotidianità, dal fare la spesa all’accudire i figli, dallo sbrigare le faccende domestiche al cucinare, grava interamente sulle loro spalle. E a questo carico di impegni spesso si aggiunge il lavoro,. È un problema strutturale della nostra organizzazione sociale, che si acuisce con l’aumentare del rischio povertà, ma che pare essere ulteriormente peggiorato nel corso dei mesi di emergenza dovuta al nuovo coronavirus.

Un rapporto stilato da Save the Children, “Le Equilibriste: la maternità in Italia 2020, accende la luce su questa condizione di enorme difficoltà in cui si trovano a vivere un gran numero di donne italiane, soprattutto in questo “particolare” 2020. Secondo questo studio, realizzato facendo compilare un apposito questionario a quasi mille madri nel pieno dei giorni della quarantena, il 51,7% è da sola a occuparsi dei figli, il 50,3% a fare la spesa, l’80,2% a pulire la casa e lavare i vestiti e il 70,5% a cucinare. Un peso che è cresciuto negli ultimi mesi, in cui i figli non sono andati a scuola e, neanche a dirlo, sono stati un problema di competenza quasi unicamente femminile. Non a caso, l’87,8% degli uomini dichiara che la nascita di un figlio non ha comportato alcuna modifica delle proprie abitudini lavorative, a fronte di un ben più ridotto 61,4% delle donne. La popolazione femminile, insomma, è spesso costretta a predere decisioni drastiche quando si tratti di scegliere tra cura dei figli e carriera, paradossalmente ancora di più quando si è in ristrettezze economiche, e quindi uno stipendio in più potrebbe davvero fare la differenza.

Il fenomeno è molto più radicato in Italia che nel resto d’Europa, e tra i nostri confini molto più al Sud, dove l’idea di slegare la cura del focolare domestico dallo stereotipo femminile appare più difficile da scardinare. L’Istat rileva che in Italia l’11% delle madri non ha mai lavorato per dedicarsi alla cura dei figli, una percentuale ben superiore alla media europea (3,7%). Nel Mezzogiorno il valore è ancora superiore, arrivando ad una su 5. Save the Children in collaborazione con l’Istat ha realizzato un indice composito (chiamato AMPI), che, partendo dai valori più rappresentativi della condizione femminile, permettesse di avere un quadro completo e immediato delle difficoltà riscontrate dalle donne e della differente distribuzione geografica. Secondo questo indice (che è andato migliorando dalla sua creazione nel 2004 fino al 2012, per poi cominciare un inesorabile declino), le Province Autonome di Bolzano e Trento sono le capofila con, rispettivamente, circa 115 e 113 di indice AMPI, seguite da Emilia-Romagna (109,148), Valle d’Aosta (109,060), Lombardia (107,433) e Toscana (106,962). Le ultime posizioni della classifica sono invece occupate da Sicilia (79,921), Campania (80,020) e Calabria (80,776).

Il Mother’s Index che misura la condizione delle madri. 100 è il valore di partenza: più è alto è il valore, migliori saranno le condizioni di vita.

Nei prossimi tempi, con la grave recessione alle porte e la conseguente perdita di un gran numero di posti di lavoro, questa condizione potrebbe ulteriormente peggiorare, qualora lo Stato non intervenga con un corposo programma di sostegno. Programma che sarebbe quanto mai auspicabile, anche alla luce del tasso di natalità in continua discesa nel nostro Paese. Come potrebbe essere diversamente, del resto, in una nazione dove fare un figlio vuol dire per una donna dover rinunciare quasi del tutto alla propria vita?

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