Dott.ssa Sabrina Ranieri - Tempo di lettura 4 min.

Quando la pelle parla di te

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La pelle è un organo molto importante, sicuramente il più espressivo in quanto a manifestazioni e non può essere considerato semplicemente come un organo “superficiale”.

Nella visione psicosomatica la pelle rappresenta una dimensione dove i nostri modi di essere incontrano il mondo, dove la nostra vita, ciò che siamo e abbiamo dentro dialoga con ciò che è fuori da noi, quindi la sfera cutanea diventa così una chiave di lettura rispetto a disagi emotivi o esistenziali che stiamo vivendo, uno spazio intimo ancora inespresso. Le nostre scelte come il nostro modo di comportarci ed affrontare il mondo esterno, si trovano alla base delle reazioni “allergiche”.

Nel tentativo di adattarci, è sempre più frequente l’abbandono della nostra autenticità, della nostra individualità, indossiamo “la maschera”, archetipo del fingere qualcosa o qualcuno a discapito di chi siamo. Ed ecco che la pelle, il primo organo che concretamente viene a contatto con il mondo esterno, corre in nostro aiuto per “salvarci” comunicandoci cosa ci stia “aggredendo”, cosa ci stia facendo male.

Relazionarsi con il mondo esterno in modo più naturale sarebbe la condizione indispensabile per guarire dalle malattie cutanee. Viviamo in una società a impronta fortemente individualista e competitiva che ci vede spesso costretti a definire i nostri confini e talvolta a difenderli. Per tal motivo, persone particolarmente sensibili a questo aspetto, avranno forti possibilità di esprimere il disagio attraverso la pelle.

La tendenza infatti a filtrare tutto senza una reazione naturale rispetto a ciò che percepiamo, viviamo, (situazioni, ambienti, persone), ci intossica al punto da farci arrivare ad un improvviso ed esplosivo rifiuto, comunicato attraverso una manifestazione a livello cutaneo.

Il silenzio, l’accettare ruoli o condizioni che non ci appartengono, il subire qualsiasi cosa per la paura di far conoscere la nostra vera identità, rimanere incatenati a ciò che ci crea malessere e disagio interiori, non potrà che dare vantaggio a queste espressioni.

Anche un eccesso di diplomazia impedisce di difendersi da ciò che non piace. Il non detto si accumula fino a riversarsi sulla pelle che si incarica di manifestare l’irritazione.

“Lo sento a pelle”, “A pelle farei.. direi..”. Quante volte.
Se davvero ascoltassimo di più le sensazioni, le attrazioni come le repulsioni, non psicosomatizzeremmo sulla pelle costringendola a ricorrere alle maniere forti.

Difficilmente quello che si percepisce è sbagliato.

Inutile fare resistenza a cambiamenti che risulterebbero a nostro favore per ancorarci al conosciuto seppur non più gradito.

La freddezza, il calore, il colore della pelle, sono già sintomo di qualcosa. Se vi prestassimo attenzione, ci racconterebbero come ci sentiamo dentro, quale potrebbero essere il conflitto.

Imparare l’osservarzione, una pratica che aiuterebbe nel profondo.
Imparare a trattarsi bene, a rispettarsi e rispettare la pelle.

Troppo, poco, eccesso, mancanza, necessità, rabbia, amarezza, solitudine.

In periodi in cui siamo affaticati, ad esempio, la pelle è stanca e spenta, quando l’umore è triste diventiamo pallidi. Se a mancare è la dolcezza, la pelle si fa secca e sgradevole al tatto.

Prendersene cura tutti i giorni, dopo il bagno o la doccia, abituandosi a massaggiare delicatamente tutto il corpo con oli, burri, prodotti naturali, che non la offendano, ma rendano prezioso questo momento di cura e amore, attraverso i sensi, ci permetterebbe di  familiarizzare e dialogare con la nostra identità, conoscerne i confini, farcela amica, una strada per ricondurci a noi stessi.

 

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