Lucille - Tempo di lettura 6 min.

La maschera: identità e sofferenza (1ª parte)

Tempo di lettura: 4 minuti

La comprensione della vecchia frase coniata in antropologia medica che “la malattia è un dialogo di ogni persona con la propria storia”, ci porta a considerare alcuni aspetti molto importanti che si verificano nel naturale sviluppo della vita di ciascuno di noi: esseri umani complessi.

Considerare gesti che, sebbene non siano pensati, esternino e realizzino una parte inconscia di noi stessi, svelando improvvisamente le molteplici risposte a una delle domande, implica dialogo nella nostra intimità, più ambiziosa, ricorrente e necessaria che gli esseri umani attuano in loro stessi spontaneamente ed inoltre inavvertitamente:

Chi sono io e chi voglio essere? E anche perché non sono quello che voglio essere?

Tra una frase e l’altra, si svolge davanti ai nostri occhi il via vai delle nostre azioni, del nostro comportamento, dei nostri eventi, interni ed esterni. Si dipana il nostro essere ed il nostro vivere. La nostra realtà concreta e quotidiana. Cioè, i fatti. Cosa siamo e facciamo ogni giorno della nostra vita e come siamo e come lo facciamo, contrastando tante volte con ciò che “volevamo fare ed essere”. O come avremmo voluto farlo e/o come avremmo voluto essere. Insomma, un ingresso continuo nel grande teatro del mondo di ogni giorno dove si rende evidente l’armonia o la disarmonia, la coerenza o l’incoerenza tra la nostra maschera e la nostra identità, fra ciò che sembriamo e ciò in cui siamo invischiati tra mille ragioni e mille giustificazioni date a noi stessi. 

Parlare di maschera significa parlare di una figura che allude al volto umano. Un volto immaginario o di qualsivoglia animale con cui la persona può coprire tutto il suo viso per non essere scoperta o assumere le sembianze di un’altra persona. Questo è stato utilizzato da tempo immemorabile su base volontaria per uno scopo festivo, rituale o difensivo.

Tuttavia, nel normale sviluppo della vita umana, la maschera si forma gradualmente dal momento in cui nasce, naturalmente, per presentarsi agli altri. Perché gli “altri” sono i ricettori fondamentali della nostra vita, quello che ci permette di essere una relazione e di essere nella relazione e attraverso la connessione con l’altro, scoprire veramente chi siamo. Perché credo che siamo costituiti “dall’altro e, l’altro”. Pertanto, parlare della maschera umana naturale non significa parlare di falsità. Significa parlare di espressione esterna di ciò che È al suo interno e si è manifestato in modo non verbale, cioè senza parole.

Tutta la vita e tutti gli esseri viventi non sono una miscela, ma un amalgama inseparabile tra il visibile e l’invisibile. Siamo! Visibile e invisibile allo stesso tempo. Ad esempio, proprio in questo momento in cui scrivo, le lettere sono visibili. Il movimento che organizza le lettere secondo il mio pensiero è invisibile. E il messaggio che sta organizzando il pensiero, il movimento e l’ordine dei codici riconosciuti nella nostra lingua (le lettere), cioè quello che voglio trasmettere, è invisibile.

Quindi parlare di maschera è parlare della parte visibile, quella parte che si mostra e si conforma dal momento in cui una persona nasce per poter manifestare ciò che “è”, (invisibile), anche a se stesso, agli altri, alla Vita, in cui vive, dentro e fuori di se’. Il mio corpo prende inevitabilmente la forma di me stesso aggiungendo tutto, come in una scultura, tutti i movimenti e le esperienze che, attraverso questo corpo, faccio su me stesso ogni giorno. (Secondo quello che sono e quello che faccio in me stesso e con me ogni giorno).  Se picchio un bambino, questo viene scritto sul mio corpo e se accarezzo un fiore succede lo stesso.

Se faccio cose che mi appartengono, che riconosco perché mi soddisfano, cose che aprono la porta alla vera profondità del mio essere, che è tuttavia invisibile e sconosciuto a me stesso, al mio viso e ai miei movimenti, esse riflettono questa bella vita e anche la mia maschera, il mio viso corporeo sarà tanto armonioso e coerente con me stesso quanto soddisfacente. Gli altri non vedranno un essere perfetto, ma veritiero e genuino. Vale a dire “fedele”.

In una persona sana c’è un’evidente armonia e coerenza tra ciò che è e ciò che sembra. In una persona malata, c’è una differenza tra quello che è e quello che sembra. Più è malato, maggiore è la distanza tra il suo essere invisibile, il suo sé, che è la cosa più centrale della sua esistenza, e il modo in cui si è manifestato nella vita e appare agli altri.

Ecco perché la malattia viene vissuta come una deformazione. Come una perdita della forma genuina originale che ogni essere umano sente come qualcosa che gli  dovrebbe appartenere radicalmente. Proprio dalle sue radici. Quello che dovrebbe riflettere veramente la persona in uno stato di vera salute. La sua forma migliore. La sua più grande appartenenza. Ed è proprio a questo punto che dobbiamo fermarci per capire cosa ci corrisponde e ci interessa come medici: l’importanza, l’organizzazione e il significato di questa deformazione nella vita di sofferenza, malattia e guarigione. La differenza tra la maschera e l’identità del nostro paziente, quell’essere umano che ci chiede aiuto.

Per questo dovremmo fare qualche riflessione sull’Identità per scoprire nel nostro paziente questo punto centrale del “dialogo della sua malattia con la propria storia”. Ebbene, come sappiamo, ogni essere vivente soffre secondo la sua specie e all’interno della sua specie secondo la sua natura unica. Il dialogo con la propria storia e la conformazione / deformazione della sua malattia dipenderà senza dubbio da chi è, dagli strumenti che ha, dai suoi obiettivi trascendenti invisibili, da come li sa usare. Della sua capacità di usarli. Dei trionfi o dei fallimenti nella battaglia quotidiana. Di ciò che intende compiere per dare giusta soddisfazione alla sua esistenza. Vale a dire, della sua realizzazione esteriore della tua vita interiore.

L’identità non è una scelta, è la realtà fondamentale e costitutiva di ogni essere vivente. Il suo stesso essere, così unico, caratterizzato e insostituibile che lo distinguerà sempre e per sempre nella storia dell’Universo. Ciò significa che questa identità governa ogni movimento di “essere ciò che deve essere” ciascuno. Cioè, non c’è possibilità che un essere vivente non abbia tutto ciò che gli serve, tutte le informazioni necessarie al suo interno per evolversi verso lo splendore e la realizzazione della sua possibile pienezza. Ovvero, non sanno “cosa devono fare ed essere” perché è scritto nella loro identità.

Quella conoscenza invisibile che si manifesterà attraverso il corpo visibile, quindi inevitabilmente carnale e spirituale, immanente e trascendente amalgamato, che costruisce la realtà totale della sua persona, sarà l’ago dell’equilibrio, attraverso i suoi desideri, tendenze, entusiasmi, passioni. e scelte fatte in modo giusto o sbagliato, che daranno voce a ciò che intendiamo per salute individuale del loro modo individuale di ammalarsi e di essere ammalato.

In realtà, ciò che realmente si frappone tra la coerenza di quella maschera e quella identità dell’essere umano, sono le passioni che deteriorano l’anima e, come nel famoso ritratto di Dorian Gray,  deformano e invecchiano all’interno, anche se apparentemente, la finzione della maschera ne impedisce la sua visualizzazione.

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