La visione del mondo

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Nella sua opera principale La Struttura delle Rivoluzioni Scientifiche (1962) Thomas Kuhn ci porta a comprendere che le conoscenze scientifiche non sono il semplice risultato della somma di attività individuali di ricerca progressivamente accumulate, come risulterebbe dall’applicazione del metodo induttivo. La scienza, nell’analisi epistemologica e storica di Kuhn, è condizionata dall’adozione collettiva di una precisa visione del mondo, il paradigma, cui segue una sistematica attività di adattamento. Il paradigma è un insieme di principi, concezioni culturali e scientifiche, procedimenti metodologici, modalità di comunicazione e trasmissione delle teorie, a cui si ispira il lavoro della comunità scientifica di una determinata epoca. Esso si fonda sulle conoscenze scientifiche, ma è influenzato anche da fattori extra scientifici; non è quindi un modello “puro”, astratto e avulso dalla storia.

La visione del mondo di Cartesio, come anche di Newton, Galileo e molti altri importanti scienziati dei secoli passati, aveva l’esigenza di ridurre il mondo materiale a numero e misura, al fine di poterne descrivere il funzionamento con leggi fisiche e formule matematiche, pur conservando un riferimento forte ad una ontologia trascendente la materia.
La res cogitans di Cartesio ben descrive la diversità sostanziale dell’essere pensante dalla materia grezza, res extensa. Il dualismo cartesiano aveva introdotto una serie di difficoltà concettuali, che il materialismo scientifico della nostra epoca intende risolvere e superare.
Nella visione del mondo materialistica, la materia è posta a fondamento della realtà e la coscienza è un epifenomeno che compare in un certo momento dell’evoluzione, quando il sistema vivente è sufficientemente complesso per riuscire ad esprimere un organo, il cervello, adatto ad eseguire attività integrative superiori, il cui risultato è la coscienza. Poiché il mondo materiale sarebbe governato da leggi e sottoposto a forze di cui è possibile conoscere e prevedere sia i rapporti di causa che l’evoluzione del sistema stesso secondo un modello deterministico, ne consegue che anche la coscienza, epifenomeno di attività integrative della materia, dovrebbe essere deterministicamente conosciuta nei suoi rapporti di causa.

Da ciò si comprende che il libero arbitrio ne esca mal ridotto, come pure sono sminuite le peculiarità individuali, psicologiche ed esistenziali, poiché le attività della coscienza sono viste come il risultato di assortimenti genetici predeterminati, rigidamente immutabili, e di attività biochimiche soggette ai capricci di difetti genetico-biochimici, insorti in modo imprevedibile e casuale.
Hahnemann non appare particolarmente sensibile alla questione, anzi rifugge da eccessive teorizzazioni filosofiche, soprattutto quando si tratta di confrontarsi con l’uomo malato e la ricerca della sua cura e guarigione. Possiamo riconoscere nell’omeopatia hahnemaniana un approccio fondamentalmente fenomenologico. Hahnemann è interessato a conoscere i fenomeni. Il proving omeopatico è la raccolta minuziosa e sistematizzata dei fenomeni risultanti dalla sperimentazione sul sano. L’anamnesi inoltre consiste nell’osservazione e nella raccolta particolareggiata delle modalità, dei sintomi strani, rari e peculiari ecc., dei fenomeni fisici e psicologici manifestati dal paziente. Ogni teorizzazione deve essere esclusa, anche l’interpretazione dei fenomeni. Per Hahnemann il fenomeno adeguatamente studiato nella sua totalità può condurre all’applicazione curativa del metodo della similitudine, in cui un altro quadro fenomenologico, il medicinale omeopatico, può stimolare la reazione adattativa del sistema vivente. L’avversione di Hahnemann per le teorizzazioni e il suo approccio fondamentalmente fenomenologico hanno spesso tenuto lontano il medico omeopata dal confrontarsi in campo epistemologico sulla visione del mondo, il paradigma.

Negli ultimi decenni è stata eseguita molta ricerca scientifica in Omeopatia secondo i metodi della scienza convenzionale, che ha esaminato sperimentalmente i fenomeni omeopatici, confermandone la validità, sia attraverso l’esame delle caratteristiche fisico-chimiche, sia con i modelli di laboratorio, sino alle evidenze in clinica umana e veterinaria.

Le conferme sperimentali della realtà e riproducibilità dei fenomeni osservati hanno però creato un problema di non facile soluzione: i fenomeni osservati sono anomalie rispetto alle attese dell’attuale paradigma biochimico. La comunità scientifica può decidere di confrontarsi con le anomalie, verificare che siano fenomeni reali e riproducibili ed infine chiedersi cosa manca al proprio modello esplicativo al fine di comprendere i fenomeni osservati. Accettare questo percorso può significare entrare in una fase di crisi per la scienza normale.

Nel passato, la scienza normale di una determinata epoca, confrontandosi con le anomalie osservate ha avuto l’opportunità di progredire. La discrepanza tra le osservazioni reali e le previsioni teoriche nel calcolo dell’emissione di un corpo nero (black body radiation), portò a coniare il termine di catastrofe ultravioletta, in cui l’impianto teorico dell’elettromagnetismo della fisica classica crollava. La contemporanea osservazione di altre anomalie, la radioattività, le peculiarità dello spettro atomico, la stabilità dell’atomo, offrì l’opportunità di superare i limiti concettuali della fisica classica e da quella crisi si è dischiuso un mondo, quantistico, di cui stiamo abbondantemente beneficiando, con l’utilizzo delle onnipresenti applicazioni tecnologiche che si fondano su di esso.

La comunità scientifica può anche rifiutare di confrontarsi con alcune anomalie, come probabilmente sta avvenendo con l’Omeopatia, insistendo sulla mancanza di evidenze scientifiche. Tale affermazione è contraddetta dall’evidenza sperimentale. Interessante notare come anche nella nostra epoca alcuni studiosi si siano avvicinati all’Omeopatia con l’intenzione di falsificarla e ne siano invece rimasti incuriositi o affascinati, grazie alla riproducibilità delle sue evidenze positive. La negazione è un meccanismo di difesa, lo conosciamo in psicologia, e ci permette di estraniarci da una parte della realtà, ritenuta sgradevole. La vita che ne consegue è però mancante di parti sostanziali, congelate nella negazione. Solo affrontare ciò che viene negato, risolvere le ambivalenze originate dalle polarità contrapposte, riconoscendole come complementari e bisognose di integrazione adattativa, permette all’individuo di evolvere verso un livello di integrazione più elevato e soddisfacente. Appare evidente la possibilità di traslare tale processo dal contesto psicologico a quello sociale.

Mentre rimaniamo fondati nella speranza che le anomalie osservate siano incorporate in un paradigma più ampio, possiamo concentrarci sull’analisi dei fenomeni che, come medici pratici, osserviamo tutti i giorni nei nostri pazienti. E’ pratica comune per il medico omeopata dedicare un tempo considerevole alla raccolta della storia, personale e clinica, e alla osservazione minuziosa dei fenomeni espressi in forma di sintomi e segni dal paziente. Si va progressivamente accumulando una quantità di tasselli di un mosaico, composti da sintomi modalizzati, stati d’animo, sogni, eventi emotivamente e clinicamente significativi, che possiamo ordinare secondo un criterio cronologico. La sequenza temporale degli eventi soddisfa la mente analitica razionale nella sua ricerca della consequenzialità e dei rapporti di causa-effetto. Possiamo inoltre ordinare gli elementi secondo un criterio logico. Lo studio della disposizione spaziale dei fenomeni permette numerose correlazioni logiche, utilizzando le conoscenza derivate dall’anatomia, dalla fisiologia, dalla biochimica ecc., a cui si aggiungono quelle più propriamente omeopatiche, come le “leggi” di Hering sull’evoluzione spazio-temporale della dinamica di malattia-guarigione, per non dimenticare l’interessante reticolo di correlazioni logiche costituito dalla distribuzione dei meridiani di agopuntura con le precise corrispondenze tra organi, località del corpo, funzioni fisiologiche e stati psichici.

All’osservazione del medico omeopata esperto, come anche dei terapeuti formati nella psicologia ad impostazione analitica, non sfugge un ulteriore livello di analisi del mosaico dei sintomi, fondato sulla metafora e l’analogia. Nella raccolta attenta della narrazione del paziente non possono sfuggire i diversi momenti in cui il paziente utilizza un linguaggio figurato, ricco di modalità espressive, in cui le immagini prendono il sopravvento sull’elenco logico dei sintomi. Un fuoco bruciante, un morso lacerante, una lama tagliente sono l’espressione fenomenologica più personale di una gastrite, di un’artrite o di una nevrite. Inseguire quelle espressioni nel mondo immaginario del paziente è simile ad Alice che insegue il coniglio nel cunicolo: per il terapeuta si apre un portale sul mondo interiore del paziente. La visione del mondo del paziente è affollata di eventi emotivamente significativi non risolti, interpretazioni e reazioni personali agli eventi, storie familiari e traumi transgenerazionali, fantasie, passioni e desideri. Un affollamento di istanze che conduce ad una qualche lieve o grossolana aberrazione nella visione dei contorni.

Non sfugge all’osservatore attento che l’alterazione dei contenuti del mondo interiore del paziente (immagini, emozioni, sensazioni, distorte percezioni ecc.) precede, in senso cronologico, le manifestazioni fisiche correlate e non viceversa.
Questa semplice constatazione potrebbe contribuire a confutare l’ipotesi che la materia sia la realtà fondamentale e che da essa derivino i fenomeni della coscienza. Al contrario, la coscienza appare all’origine di una cascata di eventi che si traducono infine in modificazioni fisiche, in una cascata di eventi fisiopatologici ben descritti dalla psiconeuro-endo- crino-immunologia. Per quanto saldamente ancorato ad un approccio fenomenologico e lontano da interpretazioni filosofiche, al medico omeopata e al terapeuta attento non possono sfuggire le rilevanti conseguenze delle proprie osservazioni. Il corpo non è solamente un organismo, ma è il luogo, nella dimensione spaziotemporale, in cui l’individuo si manifesta e racconta la propria storia. Allo stesso tempo l’individuo esiste in un suo mondo interiore, la coscienza, che ha una dimensione atemporale, in cui gli eventi del passato, del presente e del futuro si mescolano in una sovrapposizione di stati possibili che prendono forma attuale e misurabile nelle manifestazioni del corpo. Nella visione del mondo in cui la coscienza è alle fondamenta della realtà, il corpo non è un organismo in cui leggi deterministiche ne scrivono la storia, ma è il luogo in cui l’individuo racconta se stesso e la sua storia di interpretazioni e relazioni con il mondo, a cui è inseparabilmente connesso.

Da: Il Medico Omeopata anno XXVII numero 79 aprile 2022

 

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