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7 Giugno, 2026

Oltre la materia

Dott. Aldo CichettiDott. Aldo Cichetti
Il rimedio omeopatico e la dimensione simbolica alla luce della teoria QIP di D’Ariano-Faggin

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Relazione presentata al XXII Congresso Nazionale Fiamo, Orvieto, 20-22 marzo 2026

In questo lavoro si propone una rilettura dell’azione del rimedio omeopatico alla luce della teoria QIP (Quantum Information-based Panpsychism) di G.M. D’Ariano e F. Faggin.

Viene delineato il duplice percorso storico della conoscenza — scienza matematizzata e conoscenza completa o umanistica — e si mostra come gli sviluppi della scienza della complessità e dell’informazione quantistica consentano oggi il recupero teorico di modelli esplicativi precedentemente esclusi dal paradigma meccanicistico.

Integrando la nuova teoria QIP con lo sviluppo del pensiero di Hahnemann compiuto da Kent – che si era ispirato alle idee del mistico e scienziato E. Swedenborg – è infatti possibile fornire una cornice teorica esplicativa all’osservazione empirica che i proving omeopatici sembrano spesso corrispondere più al significato simbolico della sostanza che alla sua struttura chimica.

 

Il bivio della conoscenza: Bellezza o Complessità

È noto che il sapere umano si è storicamente articolato in due percorsi: uno intuitivo-olistico e uno razionale-analitico, che riflettono le nostre due modalità fondamentali di conoscenza.

La separazione è antichissima, ma il divario tra queste due vie si è accentuato drasticamente con la rivoluzione scientifica, che ha esasperato la modalità analitico-razionale, fondandola su una riduzione matematico-quantitativa della realtà, che ha escluso – in misura più o meno radicale, a seconda delle discipline – le sue qualità secondarie, ovvero i colori, suoni, sapori, odori, che Galileo considerava soggettivi, e quindi inutili per la conoscenza della realtà.

Da allora, nella nostra civiltà convivono due forme di sapere profondamente diverse: una matematizzata, dettascientifica, che esclude – del tutto o parzialmente, a seconda delle discipline – gli aspetti qualitativi del reale, e una completa, o umanistica, che coincide ancora con tutti gli elementi che gli esseri umani sono in grado di percepire.

Secondo una ripartizione stabilità già nel XVII secolo, alla prima è stato quindi affidato l’intero mondo della Natura – incluso il Corpo umano – mentre la seconda è stata confinata nel mondo della Storia e della Cultura.

Fin dall’inizio, la conoscenza scientifica, forte dei propri successi pratici, ha bollato come superstizioni antiscientifiche tutte le discipline che non erano riconducibili al paradigma quantitativo.

Numerosi saperi tradizionali sono stati così esclusi in modo sommario dall’ambito scientifico. In medicina, ad esempio, tale espulsione ha coinvolto i saperi non allineati al paradigma tecnico-scientifico: dalla medicina tradizionale cinese all’ayurveda, fino all’omeopatia.

La situazione, però, ha iniziato a mutare nel XX secolo, grazie agli stessi sviluppi della conoscenza scientifica, che hanno ampliato notevolmente le sue capacità di comprensione della realtà, consentendo una graduale rivalutazione di molte concezioni che erano state sbrigativamente respinte dalla scienza nei secoli precedenti.

E. Morin ha parlato di un «ritorno degli espulsi del XVIII e XIX secolo», mentre Prigogine e Stengers hanno definito tali recuperi come vere e proprie «nemesi storiche» (Capra, 1982; Morin, 1993; Prigogine e Stengers, 1983).

Tra le discipline suscettibili di una rinnovata rilettura teorica, può oggi essere inclusa anche la medicina omeopatica, la cui interpretazione epistemologica sta ricevendo numerosi contributi dagli ultimi sviluppi della fisica quantistica.

Lavori di studiosi come Del Giudice, Vitiello, Preparata e Montagnier, insieme ai concetti di risonanza, domini di coerenza e bosoni di Nambu-Goldstone, hanno proposto modelli interpretativi di interesse teorico, in un quadro in continua evoluzione (Manzalini e Galeazzi, 2022; Del Giudice, 2013).

Dal momento che, in tutti i casi, la riabilitazione moderna delle antiche conoscenze è caratterizzata da una maggiore esattezza, ma obbliga ad un enorme aumento di Complessità della struttura conoscitiva, in un lavoro di qualche anno fa ho definito via della Bellezza la strategia di comprensione della conoscenza completa e via della Complessità quella della conoscenza matematizzata, sviluppando l’intuizione di G. Bateson di una maggiore sensibilità ecologica della mente estetica (Cichetti, 2019).

Considerando i tanti recuperi operati dalla scienza moderna sulla via della Complessità, si può quindi dire che la conoscenza scientifica si sia mossa come Colombo, che voleva raggiungere le Indie navigando nella direzione opposta: dopo essere partita con decisione in direzione opposta a quelle che considerava le “antiquate superstizioni” delle culture tradizionali, la caravella della scienza moderna ha infine scoperto le Amerindie della Complessità, come le ha definite E. Morin (1993): territori apparentemente nuovi, ma spesso corrispondenti a intuizioni qualitative alle quali l’umanità era già arrivata attraverso la via della Bellezza della conoscenza completa, che si sono rivelate molto più efficaci della rigida visione meccanica del XVII secolo nella descrizione della realtà naturale.

 

La Via della Complessità: la Teoria QIP di D’Ariano Faggin

Una sorprendente possibilità di recupero e legittimazione di antiche conoscenze sulla via della Complessitàdella moderna conoscenza scientifica si è realizzata negli ultimi anni grazie alla teoria QIP (Quantum Information-based Panpsychism) di F. Faggin e G. M. D’Ariano (2022).

Questi studiosi sono partiti dai sorprendenti risultati della fisica quantistica per proporre un modello esplicativo che suggerisce un radicale cambio di paradigma.

Secondo la loro teoria, infatti, la base della realtà non c’è la materia, ma la coscienza [consciousness], e da qui viene il termine panpsichismo.

Al di sopra di questo livello fondamentale, c’è quindi quello dell’informazione quantistica, che è la maniera con cui la scienza moderna rappresenta questo livello fondamentale; quindi, ancora sopra, si colloca dapprima la fisica quantistica, e infine, più in superficie, la dimensione spazio-temporale della fisica classica. (D’Ariano, Faggin, 2022).

Quest’ultimo livello, a mio giudizio, è anche quello delle Religioni, delle Filosofie, in sostanza di tutte le strategie di comprensione possibili per la conoscenza completa, attraverso la via della Bellezza. E lo stesso si può dire del livello della coscienza.

Gli altri due livelli, invece, sono stabiliti dalla sola conoscenza matematizzata. O meglio, sono la maniera in cui questa conoscenza può oggi rappresentare queste dimensioni: un aspetto delle Amerindie, in altre parole.

Lo spazio e il tempo, nella teoria QIP, non sono contenitori preesistenti, ma proprietà emergenti dalle interazioni tra entità elementari, che vengono generate dalla totalità dell’esistente, che Faggin e D’Ariano chiamano Uno, ricollegandosi alla filosofia di Plotino.

Da questo Uno, spiegano, vengono quindi emanate singole unità di consapevolezza (UC), che la fisica quantistica identifica come campi, e possono confluire in entità più complesse, dette seity, che a loro volta possono combinarsi in entità sempre più complesse, strutturate gerarchicamente.

Le seity sono enti quantistici dotati di coscienza, agentività e libero arbitrio, che comunicando tra di loro:

“creano, strato dopo strato, varie organizzazioni in cui esperire se stesse e aumentare la propria conoscenza di sé” (Faggin, 2022, p. 320)

La dimensione materiale spazio-temporale è quindi simbolica per questi Autori, nel senso che è prodotta dalle seity per comunicare tra di loro e scambiarsi significato:

“La realtà fisica è fatta di simboli che rappresentano un’altra realtà, una realtà fatta di entità coscienti. Queste entità non sono fatte di materia: la materia è ciò che esse proiettano nel mondo esterno quando interagiscono tra loro” (Faggin, 2022, p. 142).

Si tratta, dunque, di un completo rovesciamento del materialismo classico, secondo il quale la materia è la base della realtà, e la mente e la coscienza sono epifenomeni del corpo materiale, del cervello in particolare.

L’idea centrale della teoria QIP, invece, è che il livello mentale della coscienza sia il livello fondamentale, con una differenza molto importante rispetto ai panpsichismi elaborati dagli antichi sistemi filosofici sull’antica via della Bellezza, dai Veda a Talete, Plotino, Platone, Leibniz o Spinoza, per citarne solo alcuni:

“La teoria QIP afferma che un sistema quantistico in uno stato puro ha un’esperienza del suo stato, e quindi il panpsichismo diventa per la prima volta una teoria fisica falsificabile.” (Faggin, 2022, p. 317)

È impossibile in questa sede approfondire nei dettagli gli aspetti più tecnici di questo modello, che ha implicazioni notevolissime per le nostre vite e per il significato della nostra esistenza.

Possiamo però sottolinearne alcuni elementi che riguardano la medicina, e in particolare l’omeopatia.

In primo luogo, l’idea che il corpo fisico sia la manifestazione esterna di un agente cosciente rende impossibile trattare la salute solo come un processo di riparazione di pezzi meccanici, e rinforza l’idea, già ben radicata in omeopatia, di coinvolgere l’intero individuo nel processo di guarigione, con una particolare attenzione alla sua psiche e alla sua volontà.

In secondo luogo – ed è l’aspetto principale per questo lavoro – la teoria QIP permette finalmente di fornire una valida cornice esplicativa per le osservazioni che rilevano un effetto primario del rimedio omeopatico a livello della dimensione simbolica, da cui scaturisce poi l’azione terapeutica sull’individuo malato.

L’esperienza: il farmaco omeopatico e la dimensione simbolica

L’esperienza insegna, infatti, che molto spesso il quadro che emerge dai proving omeopatici corrisponde più al valoresimbolico della sostanza che alla sua struttura chimica. La dematerializzazione omeopatica sembra, infatti, far emergere contenuti analoghi a quelli prodotti dal processo di simbolizzazione psichica, collocando il rimedio dematerializzato in quella dimensione intermedia tra psiche e materia che, seguendo Jung, si può definire simbolica: come se la dinamizzazione aprisse una via di accesso a questa dimensione, senza l’intervento diretto della psiche individuale (Cichetti, 2024; 2025).

Finora si è trattato di osservazioni empiriche, ma oggi la teoria di Faggin e D’Ariano offre una possibile cornice interpretativa a queste esperienze.

È vero che Faggin non intende il simbolo nella stessa maniera di Jung, e lo considera nel suo senso più generale, come:

“qualsiasi elemento (segno, gesto, oggetto, animale, persona) che possa rappresentare un significato diverso da quello offerto dal suo immediato aspetto sensibile” (Faggin, 2022, p. 322).

Ma la differenza tra le due concezioni viene presto superata dal fatto che la materia/simbolo di Faggin rappresenta la manifestazione esteriore dell’informazione quantistica interiore:

“la materia è l’inchiostro con cui la coscienza scrive la sua conoscenza di sé, e con cui forma la memoria a lungo termine che rappresenta la conoscenza di sé.

Detto diversamente, i simboli che rappresentano l’autoconoscenza delle seity sono scritti, man mano che l’autoconoscenza progredisce, con la materia” (Faggin, 2022, p. 207).

Anche secondo questa teoria, quindi, essa si trova nella zona di confine tra materiale e immateriale che caratterizza la dimensione simbolica, sebbene noi abitualmente ne percepiamo solo l’aspetto concreto.

  

 La via della Bellezza: Hahnemann, Swedenborg, Kent

Una volta chiarito quest’aspetto, la relazione della teoria QIP con la medicina omeopatica diventa particolarmente avvincente, se si considera l’integrazione compiuta da J. T. Kent delle idee originarie di Hahnemann con la dottrina dei gradi di E. Swedenborg – singolare figura di scienziato, mistico e veggente del XVIII secolo – di cui l’omeopata americano era ammiratore e seguace.

E. Swedenborg (1688-1772)

Per Swedenborg, infatti, la realtà non è un continuum uniforme, ma è composta da due tipologie di gradi:

gradi continui, o di ampiezza: variazioni quantitative di una stessa qualità (ad es. caldo/freddo, denso/raro).

gradi discreti, o di altezza: piani distinti e sovrapposti, collegati per corrispondenza.

I gradi discreti sono particolarmente importanti. Essi riguardano ogni cosa esistente e sono contenuti l’uno nell’altro. In particolare, in ogni oggetto del mondo materiale sono racchiusi i tre gradi di fine, causa ed effetto.

L’effetto è rappresentato dall’oggetto che noi vediamo nel mondo materiale – ad esempio un metallo o un fiore – che funge da “base, contenitore e sostegno” dei gradi interni, immateriali. In esso sono infatti contenuti sia la causa – secondo grado – e il fine – o primo grado:

E qui Swedenborg propone un ribaltamento analogo a quello della teoria QIP: lì è la coscienza a generare la materia, attraverso il livello simbolico-informazionale; per Swedenborg, è il fine a produrre l’effetto, attraverso la causa:

“I gradi discreti [causa ed effetto] d’ogni soggetto e d’ogni cosa sono prodotti dal primo grado [fine]”(Swedenborg, 1877, par. 195)

In altre parole, mentre siamo abituati a pensare che il processo sia: si prende del ferro, si forgiano le armi e con queste si fa la guerra, Swedenborg sostiene il percorso inverso: è la guerra (fine) che produce le armi (causa) che producono il ferro (effetto).

Quindi, poiché tutti i gradi sono contenuti nell’ultimo, quello materiale o effetto – il ferro-metallo in questo caso – ne consegue che in esso, nell’elemento ferro, è contenuta la produzione di armi (causa), e quindi il simbolismo marziano della guerra (fine). Swedenborg lo spiega con chiarezza:

“l’ultimo grado è il complesso, il contenente e la base dei gradi anteriori” (Swedenborg, 1877, par. 211)

Nella teoria QIP, come abbiamo visto, è dalla coscienza che sopravvengono i livelli successivi, fino alla materia.

Sia dalla concezione del mistico settecentesco che dalla moderna teoria quantistica si possono quindi trarre le stesse conclusioni: le sostanze del mondo materiale sono strutturalmente impregnate dell’elemento simbolico-informazionale, perché da questo derivano.

La materia è l’inchiostro con cui la coscienza scrive la sua conoscenza di sé – scrive Faggin – e quindi possiamo pensare, seguendo Swedenborg, che essa lasci la sua impronta negli oggetti materiali: il Ferro-metallo è impregnato del simbolismo marziano della guerra e della costrizione, come la Tarantola-ragno (effetto) è impregnata della musica e delle danze frenetiche (causa) che formano il rituale dei tarantolati (fine), e così via per tutti gli oggetti del reale.

E gli aspetti non-materiali – il fine di Swedenborg o gli elementi simbolico-informazionali di Faggin – sono contenuti nell’ultimo grado, la sostanza materiale o effetto.

È evidente quindi l’azione del rimedio omeopatico: come aveva intuito Hahnemann, la dinamizzazione omeopatica permette di liberare il potere terapeutico delle sostanze grezze:

Per spiegare questa dinamica, Hahnemann aveva ipotizzato un principio vitale immateriale, una:

“Forza Vitale che anima come dynamis la parte materiale (Organismo), governa con potere illimitato e conserva tutte le parti dell’organismo in ammirevole e armoniosa coordinazione vitale” (Hahnemann, 1842/2022, par. 9).

È un’idea già notevolissima per quei tempi, ma all’inizio del ‘900 J. C. Kent nelle sue Lezioni di filosofia omeopatica(1900/1978) ha fatto un ulteriore passo avanti, integrandola con le intuizioni di Swedenborg. In questo modo, l’ha resa ancora più vicina alle moderne teorie quantistiche.

Kent, infatti, parte dalla considerazione che il principio vitale non può coincidere direttamente con l’ordine e l’armonia, ma deve avere una base, una sostanza sulla quale questa armonia si possa radicare:

“Hahnemann riuscì a percepire l’esistenza di questo principio vitale immateriale, di guarigione (…) Se avesse usato l’espressione “sostanza vitale immateriale” sarebbe stato ancora più incisivo: infatti ci si renderà conto che si tratta appunto di una sostanza (…) Il pensiero che la forza non sia preceduta da nulla conduce l’uomo alla follia. Se l’uomo riesce a pensare l’energia come a qualcosa di sostanziale, a maggior ragione è in grado di concepire qualcosa di sostanziale come dotato di energia” (Kent, 1900/1978, pp 57-58).

Alla luce delle intuizioni di Swedenborg, Kent definisce quindi sostanza semplice questa

base, notando che, da un lato, essa ha le proprietà della Forza Vitale di Hahnemann, ma dall’altro è diffusa nell’intero mondo naturale, di cui rappresenta il fondamento:

“la sostanza semplice è dotata di intelligenza formativa, ossia opera in modo intelligente e forma interamente ciò che appartiene ai regni animale, vegetale e minerale (…) la sostanza semplice conferisce a ciascuna cosa il tipo di esistenza che la caratterizza” (Kent, 1900/1978, pp. 59-60).

Si può così chiarire ulteriormente la dinamica del farmaco omeopatico. Lo sviluppo dei poteri dinamici latenti delle sostanze grezze intuito sulla via della Bellezza da Hahnemann – e perfezionato grazie alla teoria dei gradi diSwedenborg con il concetto di Kent di sostanza semplice può ben corrispondere alla liberazione del livello simbolico-informazionale individuato negli oggetti del mondo materiale dalla teoria QIP attraverso la via della Complessità.

Quest’operazione conferisce ai rimedi la capacità di agire terapeuticamente a livello organismi viventi, risuonando– direbbe oggi la meccanica quantistica – con gli analoghi gradi di sostanza semplice presenti in essi, come spiega Kent:

“Anche le sostanze inerti sono pervase dalla sostanza vitale nelle gradazioni ad esse caratteristiche (…) Attraverso il processo di dinamizzazione (…) tale sostanza può essere semplificata con continuità e resa sempre più sottile, cosicché ciascuna delle parti rimanenti può, attraverso un processo di dinamizzazione continua, essere adattata ai gradi più elevati di sostanza semplice presente nell’uomo” (Kent, 1900/1978, pp. 64-65).

Conclusioni

La dinamica e la modalità di azione dei rimedi omeopatici iniziano ad essere comprese sulla via della Complessitàgrazie alla meccanica quantistica.

La sostanza semplice di Kent e l’informazione quantistica di Faggin appaiono infatti come due prospettive attraverso le quali le due vie di conoscenza convergono nella descrizione della medesima realtà fondamentale: quella dimensione invisibile delle cause che, pur non essendo percepibile dai cinque sensi, è l’unica che può veramente riportare l’armonia nel vivente.

La materia, in entrambe le teorie rappresenta la traduzione pubblica di processi informazionali privati, e la dinamizzazione può essere interpretata come il processo di liberazione della dimensione quantistico-informazionale contenuta nella sostanza grezza.

In questa prospettiva, la medicina fondata da Hahnemann tra il XVIII e il XIX secolo si configura oggi come una forma modernissima di intervento terapeutico, dato che è in grado di intervenire a livello del substrato simbolico-informazionale della magnifica illusione – come la definisce il fisico G. Tonelli – del mondo materiale, per aiutare un organismo malato a ristabilire in maniera “rapida, dolce e duratura” (Organon, par. 2) il suo stato di salute.

 

 

 

 

Bibliografia

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Il cibo di Persefone. Un caso di terapia omeopatica scelta in base alla dimensione simbolica; 17 Luglio 2025. Disponibile all’indirizzo: https://generiamosalute.it/omeopatia/il-cibo-di-persefone/

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Del Giudice E. Memorie nell’acqua? Conferenza tenuta a Firenze in occasione del convegno “Ambiente, epigenetica e processi adattivi. Nuove sfide per la medicina integrata”, 1-3 Marzo 2013. Disponibile all’indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=0MAPKRB8qno

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