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Il diritto alla cura sta diventando un privilegio
1 Gennaio, 2026

Il diritto alla cura sta diventando un privilegio

RedazioneRedazione
I nuovi numeri dell’Osservatorio Banco Farmaceutico mostrano un’Italia sempre più divisa nell’accesso alla salute

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In Italia curarsi sembra sempre più un esercizio di distopia sociale. È ciò che mostra il XII Rapporto sulla Povertà Sanitaria dell’Osservatorio Banco Farmaceutico. I dati raccontano un Paese che cambia velocemente, e non in meglio: sempre più persone rinunciano a visite, esami o persino ai farmaci essenziali, intrappolate in un equilibrio precario in cui la salute diventa una variabile dipendente dal reddito. La povertà non è solo economica, ma anche sanitaria, e riguarda milioni di cittadini in una spirale che mette in discussione l’universalità del nostro Servizio Sanitario Nazionale.

L’andamento della povertà sanitaria

Nel 2024 la povertà assoluta ha coinvolto l’8,4% delle famiglie italiane, una percentuale che supera di oltre due punti quella registrata dieci anni prima. Si tratta di 2,2 milioni di nuclei, pari a 5,7 milioni di persone che vivono in una condizione in cui ogni spesa deve essere soppesata e ogni scelta comporta una rinuncia. A questa cifra si aggiunge la povertà relativa, anch’essa in crescita, segnale evidente di un progressivo scivolamento verso condizioni materiali sempre più fragili. Ciò che colpisce è la trasformazione di una vulnerabilità teorica in una difficoltà concreta: una parte consistente di chi oggi è in povertà relativa sta scivolando nella povertà assoluta, evidenziando un peggioramento strutturale che la pandemia ha accelerato, ma che non si è più arrestato nemmeno dopo la fine dell’emergenza sanitaria.

Spesa sanitaria: cresce la quota privata

Il 2023 ha visto la spesa sanitaria complessiva raggiungere i 176 miliardi di euro, un valore imponente che tuttavia nasconde un cambiamento profondo nella ripartizione dei costi. Ben 45,8 miliardi provengono dalla spesa privata, mentre la componente “out of pocket”, cioè quella pagata direttamente dai cittadini senza alcuna intermediazione, supera i 40 miliardi. Questo progressivo aumento del contributo individuale non è un fenomeno solo italiano, ma nel nostro Paese assume una rilevanza particolare perché colpisce in modo sproporzionato chi ha meno risorse. Un aspetto particolarmente critico riguarda il fatto che circa il 40% della spesa privata riguarda prestazioni definite “a basso valore”, non strettamente necessarie dal punto di vista clinico, ma spesso percepite come indispensabili dai pazienti che non trovano risposte tempestive o adeguate nel settore pubblico.

Farmaci sempre più a carico dei cittadini

Tra le voci che crescono maggiormente nella spesa privata spiccano i farmaci. Dal 2017 al 2023 la spesa familiare per medicinali è salita da 8,07 miliardi a oltre 10,6 miliardi, un incremento consistente che ha portato a un risultato emblematico: quasi la metà della spesa farmaceutica territoriale è oggi privata. Per le famiglie in difficoltà economica, la situazione è ancora più marcata, perché i farmaci rappresentano oltre la metà di tutta la loro spesa sanitaria, mentre chi non si trova in condizioni di povertà destina ai medicinali una quota decisamente inferiore. Questo significa che molte famiglie rinunciano ad accertamenti, controlli o trattamenti specialistici, concentrando le poche risorse disponibili sui farmaci necessari nell’immediato, spesso senza riuscire comunque a coprire tutto ciò che sarebbe necessario.

Le disuguaglianze regionali

Il rapporto mette in evidenza anche un’Italia profondamente disomogenea dal punto di vista territoriale. In alcune regioni, come Liguria, Lazio e Valle d’Aosta, la differenza tra la spesa sanitaria delle famiglie povere e quella delle famiglie non povere supera gli 80 euro mensili, evidenziando un divario che non riguarda solo il reddito, ma anche l’accesso ai servizi disponibili. Nel Mezzogiorno la situazione presenta un’altra criticità: qui la percentuale di famiglie che dichiara di aver rinunciato a visite ed esami supera spesso il 20%, segnale di una combinazione di difficoltà economiche e carenze strutturali del sistema sanitario locale. Un dato particolarmente interessante riguarda la Liguria, che al tempo stesso è una delle regioni con la spesa sanitaria pro capite più elevata e con il divario più marcato tra poveri e non poveri, ma anche una di quelle in cui si registra la minore quota di famiglie che dichiarano rinunce. Un quadro che suggerisce la presenza di dinamiche territoriali complesse, in cui la disponibilità di servizi, le abitudini culturali e le politiche locali incidono in modo decisivo.

Prevenzione e cure: a cosa si rinuncia davvero

Quando le risorse economiche sono scarse, la prevenzione diventa spesso la prima vittima. La maggior parte delle famiglie che ha dovuto ridurre la spesa sanitaria ha concentrato quasi tutto il budget sui farmaci, abbassando drasticamente la spesa per check-up, screening, ausili e riabilitazione. In questo modo si crea un cortocircuito che penalizza il futuro: ciò che non si previene oggi rischia di trasformarsi in una patologia più grave e costosa domani. Paradossalmente, le famiglie in povertà assoluta dedicano una quota proporzionalmente maggiore alla prevenzione rispetto a chi semplicemente dichiara di aver limitato la spesa, un fenomeno che può essere spiegato in parte dalle esenzioni e in parte dalla necessità di evitare costi sanitari futuri che sarebbero impossibili da sostenere. Tuttavia, anche in questo caso si tratta di una prevenzione minimale, più reattiva che proattiva, condizionata pesantemente dalle restrizioni economiche complessive.

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