L’Omeopatia è una favola. Il che può significare che resta nel mondo delle favole, cioè è farlocca come un asino che vola, oppure che è favolosa, come si direbbe di un piatto di fettuccine ai funghi porcini per chi apprezza, come me, i funghi porcini.
‘L’Omeopatia è una favola’ è pertanto una asserzione ambigua e la lascio volutamente tale, per il libero giudizio di ciascuno.
Quando ero ancora alle prime, primissime armi, il mio maestro di Omeopatia mi chiese di andare a visitare d’urgenza a casa la figlia di una sua paziente in preda a una colica renale. Lui, ormai anziano, evitava le visite domiciliari. A quell’epoca ero pieno di studi sui rimedi omeopatici ma avevo una esperienza pratica ancora tutta da costruire. Quindi questa richiesta mi gratificava, ma soprattutto mi terrorizzava.
Arrivo a casa della ragazza, era sera, e la trovo disperata per i dolori violentissimi al fianco, con tutte le caratteristiche della colica renale.
Raccolgo accuratamente informazioni sui sintomi, ma non riesco a trovare il bandolo della matassa. Alcune cose mi portano verso qualche rimedio, altre in altre direzioni. Annaspo nel vuoto in preda all’ansia da prescrizione. Oddio, e adesso che faccio? Torno a ricontrollare i sintomi e più li guardo più mi appaiono contraddittori. La ragazza, circa 16 anni, seguita a contorcersi e lamentarsi: per me è quasi il panico.
Le chiedo altri chiarimenti, mi risponde, anche se il dolore che prova è tale che a tratti piange. Mi appare la possibilità di chiamare il Professore e chiedere aiuto a lui, ma mi sembra davvero una sconfitta. L’ansia sale. Sudo. Cerco di raggranellare i resti del poco coraggio avanzato e riesamino ancora tutti i sintomi sparpagliati che ho. Poi in un momento di lucidità in mezzo a questo personalissimo disastro clinico, mi viene in mente che in Omeopatia, forse forse, è il caso di chiedere qualcosa in più che non i soli sintomi ‘di malattia’, cercando di non scordarsi del malato, cosa che avevo fatto fino a quel momento. E così le chiedo se per caso fosse accaduto qualcosa di particolare prima della colica. Lì per lì mi dice di no, niente di che. Poi si ferma un momento e scoppia a piangere ancora di più, dicendomi che è stata lasciata all’improvviso dal suo ragazzo un paio di giorni prima.
È una folgorazione nella testa. Sintomi paradossali e contraddittori, dispiacere per amore finito. Ignatia.
Chiedo alla madre se ha a disposizione il rimedio. In effetti, forse, in un cassetto… esce fuori un tubetto di 5 CH. Dentro, un solo globulo superstite. Provo un senso di smarrimento, ma che devo fare? Ormai è sera tardi, zona periferica, farmacie latitanti, la ragazza che geme… prendo un bicchiere d’acqua, ci metto dentro il globulo e inizio a somministrare piccoli sorsi ogni 5 minuti. Al terzo sorso comincia a stare più tranquilla. Dopo mezz’ora la colica è risolta. La lascio a sorseggiare in modo sempre più distanziato, nessun ritorno dei dolori nei giorni successivi.
Vado via ancora mezzo sudato, ma con una soddisfazione che ricordo per intero.
Quella sera l’Omeopatia era stata una favola e aveva il sapore di un piatto di fettuccine ai funghi porcini.








