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17 Luglio, 2026

7# – Riflessioni di un omeopata indisciplinato

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Questa volta la prendo alla lontana, ma arriverò anche a parlare di omeopatia.

Sono nato a Roma, ho sempre vissuto a Roma, provengo da una famiglia romana, genitori, nonni, bisnonni; la mia romanità genetica si perde nella notte dei tempi. Una città magnifica, stupefacente.

Ho una passione per Napoli.

Non è stato sempre così, prima Napoli non l’avevo capita.

Ma una volta ho fatto una gita ad Ischia, ero ragazzo, e alla fine della vacanza abbiamo preso il traghetto, l’ultimissimo della sera.

Andava, il traghetto, e io sul ponte andavo con lui nella notte e mi ero incantato a vedere la scia che ribolliva a poppa e si perdeva nel buio. A un certo punto il ronfo dei motori si attenua, cambia l’intensità della scia e capisco che siamo ormai all’arrivo. Così mi muovo e vado verso prua, camminando sul lato di sinistra, quello che venendo da Ischia offre il fianco alla costa. Non l’avessi mai fatto. L’intero golfo mi si apre incontro, il profilo nero della costa stampato sul cielo notturno altrettanto scuro ma mai così nero come la terra di notte e un milione di luci disseminate ad arco, vagamente ammiccanti. Napoli.

Solo un filo di brezza a ricordarmi che altrove esisteva il mondo. In quel momento, dal buio del ponte emergono le note di ‘Napule è’, capolavoro di Pino Daniele che qualche mascalzone aveva messo nel mangianastri.

Una frustata. Ho capito Stendhal e la sua sindrome, ho capito perché si dice vedi Napoli e poi muori. Ho capito che ero smarrito per sempre in quel sortilegio antico che ha mietuto nei secoli un numero infinito di vittime.

Roma e Napoli sono due città drammaticamente ferite da abusi e criminali violenze urbanistiche e sociali, ma entrambe meravigliose, cariche di storia che si è stratificata nei millenni, piene e strapiene di capolavori d’arte, di bellezze incomparabili, ma Napoli conserva intatta la sua anima, la respiri in ogni angolo di ogni via, mentre Roma l’ha smarrita e nessuno sa più dov’è finita.

Per questo ho una passione per Napoli.

Quando diversi anni dopo mi venne detto che il corso di perfezionamento in omeopatia della LUIMO si svolgeva a metà a Roma e metà a Napoli mi dovetti trattenere per non fare salti si gioia davanti a tutti.

Dieci giorni di trasferta ogni volta. La sede del corso in un palazzo barocco splendido, alle spalle di Piazza Plebiscito o giù di lì, se non ricordo male.

Stavamo in una sala immensa, piena di giovani medici entusiasti, perchè a quell’epoca l’omeopatia era in fiore, viveva una nuova primavera ed eravamo davvero in tanti appassionati alla materia.

Davanti a noi tre maestri si alternavano nell’insegnamento, ognuno con le proprie peculiarità didattiche e culturali. Antonio Negro, Proceso Sanchez Ortega, Tomas Pablo Paschero, con l’attenta e materna regia della dottoressa Alma Rodriguez, (citati rigorosamente in ordine alfabetico…).

È inutile che mi metta a raccontare quale esperienza sia stata per me e quali ricchezze di sapere mi siano state trasmesse. Riuscissi a utilizzare la centesima parte della loro sapienza, sarei già un luminare della materia, ma non credo sia così. Sono passati oltre 40 anni e ci sto ancora provando, di questo ne prendo atto. Non demordo, ma mi chiedo sempre dove sia il confine tra perseveranza e ostinazione.

Comunque, sia come sia, mi ritrovavo studentello in fondo a quella sala sconfinata, con in mano penna e quaderno di appunti e di lato il mio libro sacro, l’Organon dalla copertina verde in similpelle.

L’ultimo giorno di corso, durante una pausa, i tre maestri erano assediati da tutti quelli che chiedevano spiegazioni e chiarimenti e mi viene in mente una idea folle che scarto subito. Ma poi ci ripenso, ma no, la scarto di nuovo…. però sarebbe un’occasione, forse l’ultima, forse l’unica. No, mi vergogno, non sono il tipo. Eppure… tra il sì e il no intanto mi ero alzato e avanzavo verso la cattedra, o meglio i miei piedi si erano incamminati e io li seguivo passivamente; la pausa era quasi finita, già gli altri tornavano ai posti e io invece ancora andavo, ma no, non lo faccio, ma sì, ora o mai più, ma no, lascio perdere… e ora sono davanti ai tre maestri, non resta più nessuno intorno e si girano e mi guardano interrogativi, che faccio lì? e non ho via di scampo, ormai lo devo fare anche se non voglio più e così finisco per tirare fuori il mio libro verde in similpelle, glielo metto davanti e gli chiedo se possono per favore firmarlo. In pratica gli chiedo un autografo. Dovevo essere impazzito. E loro, senza esitazione, lo firmano. Non credevo ai miei occhi.

Così il libro sta qui nella libreria e porta con sé, indelebile, l’impronta dei miei tre grandi maestri.

Ho deciso che un giorno lo regalerò, se sarà gradito, alla biblioteca omeopatica della L.U.I.M.O., a Napoli. Penso che sia il posto più adatto per farlo riposare.

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